LA FARMACIA DEI SANI, LABORATORIO DI IGIENE GIURIDICA – Chi parla male pensa male, e fa del male (preferibilmente agli altri)

Di Alberto Marcheselli -

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un post su Linkedin nel quale si dava atto di alcune sentenze della Corte di Cassazione, secondo cui l’evasione fiscale avrebbe causato un dissesto inquadrabile nel delitto di bancarotta.

Ciò attirava la mia attenzione di contadino del diritto, abituato a pane e salame, perché non potevo non notare l’apparente contraddizione tra evasione, che è qualcosa che fai per risparmiare, e, quindi, per non diminuire il tuo patrimonio, e il dissesto, che è l’esatto opposto: la perdita del patrimonio.

Ho subito chiamato il mio amico Markus, che è un grande giurista ma, stranamente, è rimasto furbo, e mi ha detto “ma no, si intenderà che l’evasione fiscale ha portato a sanzioni o interessi rovinosi, che hanno causato il dissesto”.

E invece no, era proprio che l’evasione, secondo chi ha scritto, causa il dissesto.

Sarà che nel mondo da cui provengo le pere sono pere e le mele sono mele, i maiali non sono cavoli e, se dal mio albero stacco una mela, sempre una mela ho e non due, ma io questo diritto tributario non lo capisco: mi pare sempre tributario e poco diritto.

E allora diciamolo: l’evasione fiscale non causa dissesto: lo causano le condotte agevolate, eventualmente, dalla evasione fiscale: se io fingo di avere dei costi per sottrarre mezzi alla società certamente causo il dissesto, ma è cosa faccio dello strumento e dei proventi della evasione che lo causa, mica il fatto di evadere. Potrei tranquillamente far finta di spendere senza dedurre: causerei comunque il dissesto ma non avrei evaso. Anzi, se non evadessi causerei più dissesto, visto che pagherei più imposte. Quindi, se Aristotele non si è distratto, evadere evita in parte dissesto.

Se ometto di registrare dei ricavi e li nascondo, nascondo patrimonio, ma non perché evado, ma perché, e se, lo uso altrimenti. Se con i ricavi occulti compro degli strumenti per l’attività non causo alcun dissesto.

Così come se compro un coltello non sono un assassino, se faccio insulti razziali non sono uno schiavista…

Markus mi potrebbe dire: ma non stai esagerando?

No, Markus non me lo dice, perché ci vede lungo: in queste cose sta il virus che si sta mangiando il diritto dell’Occidente del Terzo Millennio: un continuo slittamento logico, in cui si comincia a parlare male, poi si pensa male, poi ci si fa del male e si finisce per fare del male preferibilmente agli altri.

Il solito esempio del calcio? Prima è rigore se il difensore para il tiro con le mani. Poi si comincia a guardare le mani e il rigore diventa non aver tenuto le mani a posto, se il tiro le colpisce. Aspettiamo tutti il momento in cui sarà rigore se i difensori non staranno con le mani conserte, come alle elementari negli anni ‘60, anche se la palla è a centrocampo.

Nel tributario?

Ah nel tributario siamo già più avanti.

Come Clint Eastwood, detesto essere prevedibile, ma a qualcuno saranno certamente venuti in mente i dividendi delle società a ristretta base: si tassano i soci se la società non tiene le mani a posto, non importa dove è la palla (ha utili occulti, non importa dove sono andati).

Eh, ma ormai ste cose proliferano ovunque: ogni riduzione di imposta è un regalo e quindi è sospetta. Servono soldi? Togliamo l’esenzione delle partecipazioni, che è esattamente come dire che se stacco la pera dall’albero ora ho due pere. Anzi no, avevo detto mele, prima, e ho detto che non le confondo…

Anche il diritto tributario sta diventando un “diritto di parole” e non di concetti, dove ci sono le parole belle e le parole taboo. Esenzione o agevolazione, ad esempio: chi è esente è un privilegiato e va punito. Poi magari è esente una attività non lucrativa che fa – meritoriamente e santamente – cose che lo Stato non fa più o fa male (e quindi in realtà sta facendo quello che si dovrebbe fare con il gettito delle imposte a carico di tutti… e quindi fa risparmiare imposte a tutti).

Insomma, siamo al diritto tributario del politicamente corretto (un politicamente corretto che, come tutti i politicamente corretti, non si sa bene chi lo stabilisca e lo imponga, di certo non un meditato e consapevole procedimento democratico): dove conta tutelare l’apparenza e non la sostanza, quella può essere anche ingiustissima, basta non dirlo, che se predichiamo bene a nessuno importa come si razzola veramente.

Deus amentat quos perdere vult: Dio rende dementi coloro che ha deciso di mandare fuori strada.

Io un’occhiata al navigatore la darei, prima che sia troppo tardi.

Scarica il commento in formato pdf