IL PUNTO SU…   I trust nelle imposte indirette alla luce della recente Circolare n. 34/E/2022 (tra restyiling e novità)

Di Valentina Buzzi e Giulia Sorci -

A. Dopo una consultazione durata oltre un anno, il 20 ottobre scorso l’Agenzia delle entrate ha pubblicato la versione definitiva della Circolare sulla disciplina fiscale dei trust. A una prima analisi, le osservazioni e i commenti forniti nel corso dei mesi dalla dottrina, dai professionisti e dalle associazioni di categoria parrebbero essere stati in larga parte recepiti. Nel prosieguo, si analizzeranno solo gli aspetti di maggior interesse relativi alla tassazione dei trust nel comparto delle imposte indirette, riservandoci sin d’ora l’effettuazione in futuro di altre osservazioni sui profili di contorno più significativi.

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B. Nel documento di prassi, l’Amministrazione è ritorna in primo luogo sul trattamento fiscale dei trust interposti, così come richiesto da molti in sede di consultazione, ribadendo che, ai fini delle imposte dirette, le attribuzioni effettuate da tali trust non generano redditi imponibili per l’interponente (anche se il trust è istituito in un Paese a fiscalità privilegiata) a condizione che, e nella misura in cui, derivino da redditi che, in ragione dell’interposizione, siano già stati assoggettati ad imposizione in Italia secondo le categorie previste dall’art. 6 del TUIR.

La novità sul punto è che, secondo l’Agenzia, tale approccio “look-through” dovrebbe applicarsi, mutatis mutandis, anche ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni nell’ipotesi di decesso del disponente/interponente.

Questa soluzione, che di primo acchito potrebbe apparire lineare e condivisibile, presta il fianco in realtà ad alcuni rilievi se si cerca una lettura sistematica della stessa.

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B1. In passato, l’Agenzia delle entrate è già intervenuta sulla nozione di “trust interposto”, fornendo una sorta di “criterio guida” ai fini delle imposte dirette (cfr. Circ. Ag. Entr. 27 Dicembre 2010, n. 61/E) che – come osservato da una parte della dottrina – “dovrebbe” poggiare sul concetto di “inesistenza giuridica” (“sempreché a essa abbia inteso, in effetti, fare riferimento l’Agenzia nell’utilizzare il termine “inesistenza”): in linea generale, sulla base di tale impostazione e della terminologia utilizzata, un trust dovrebbe pertanto considerarsi “inesistent[e] in quanto interpost[o]” nel momento in cui il disponente privi de iure o de facto il trustee delle proprie prerogative, eterodirigendolo (cfr. Contrino A., Recenti indirizzi interpretativi sul regime fiscale di trust trasparenti, interposti e transnazionali: osservazioni critiche, in Riv. Dir. Trib., 2011, 6, II, 317 ss.; la citata circolare è stata commentata anche da, anche da Stevanato D., “Stretta” dell’Agenzia delle entrate sulla fiscalità dei trust: a rischio un sereno sviluppo dell’istituto? in Corr. trib., 2011, 537 ss.).

Ciò si verifica, ad esempio, nei casi in cui l’ingerenza del disponente sia tale che i beni in trust appaiono ancora sotto il suo controllo, ovvero nella circostanza in cui il disponente trattenga per sé alcuni diritti e facoltà spogliando di fatto la funzione del trustee (come peraltro confermato dalla stessa Convenzione dell’Aja). La mancanza dell’effettivo passaggio dei beni sotto il controllo del trustee fa venir meno uno degli elementi distintivi propri del trust secondo la Convenzione dell’Aja (art. 2), in difetto del quale non è possibile identificare giuridicamente il trust né ai fini della Convenzione, né tantomeno riconoscerlo come tale ai fini del diritto interno.

Tuttavia, il “criterio guida” delineato dall’Amministrazione finanziaria non collima con taluni dei postulati (o indicatori) utilizzati a “supporto” dello stesso e per individuare, nella citata Circolare n. 61/E, le fattispecie interpositorie.

A ben vedere, quando il disponente “decide”, ad esempio, di riservarsi qualche prerogativa (i.e. limitare il potere del trustee di alienare taluni beni ritenuti strategici ovvero non compiere taluni investimenti reputati eccessivamente rischiosi), così come nel caso in cui figuri tra i beneficiari del trust al fine di percepire una rendita dopo essersi spogliato dei suoi beni, il trust non dovrebbe dirsi giuridicamente inesistente. Infatti, tali elementi singolarmente considerati – ed opportunamente circoscritti – non dovrebbero incidere di per sé sul reale passaggio del controllo dei beni al trustee e sulle prerogative gestorie spettanti a quest’ultimo e pertanto non dovrebbero minare gli elementi su cui la Convenzione costruisce la nozione di trust (cfr. ancora Contrino A., “Recenti indirizzi interpretativi sul regime fiscale di trust trasparenti, interposti e transnazionali: osservazioni critiche”, op. cit.).

Il contrasto argomentativo dell’Agenzia, che comporta l’inclusione – per elencarne alcune – di queste situazioni tra le fattispecie considerate interpositorie, sembra “figlia” dell’evoluzione interpretativa in campo tributario della nozione di “interposta persona”, che risulta strettamente correlata a quella di soggettività passiva ai fini delle imposte sui redditi.

In tale prospettiva, benché il trust persegua interessi meritevoli di tutela e risulti compatibile con le regole del sistema giuridico privatistico, per qualificarsi quale soggetto non interposto ai fini delle imposte dirette lo stesso deve possedere taluni requisiti ulteriori, quali l’essere riconducibile ad un’organizzazione di beni non appartenenti ad altro soggetto passivo ed essere dotato di autonomia, requisiti peraltro esistenti già da tempo nell’ordinamento e invocati in passato (cfr. Delibera del Secit 11 Maggio 1998, n. 37).

In forza di tale impostazione – e superando la tradizionale dicotomia civilistica interposizione fittizia e interposizione reale – l’Amministrazione finanziaria parrebbe riconoscere come interposti quei trust che non possono identificarsi quale centro autonomo di imputazione dei redditi per assenza di autonomia nell’amministrazione e nella disposizione dei beni (nonché dei redditi prodotti) in capo al trustee rispetto agli attori coinvolti (i.e. disponenti, beneficiari etc.). L’effetto dell’adozione di tale approccio finisce con l’essere quello di disporre di un concetto di interposizione in grado di adattarsi meglio, quasi plasticamente, alle molteplici fattispecie che quotidianamente si pongono nella pratica, vista l’estrema duttilità del trust (per una disamina, cfr. Massarotto S. – Vicari A., “Il trust e la soggettività passiva, un’analisi realistica del concetto di interposizione fittizia nelle imposte sui redditi”, in Strumenti Finanziari e Fiscalità, 2020, 49, 41 ss., nonché Risposta ad Interpello n. 381/2019).

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B2. Delineato rapidamente il perimetro nelle imposte dirette, è possibile passare al comparto delle indirette, visto che – come anticipato in apertura – l’Agenzia ha ritenuto che la nozione di trust interposto, nella conformazione delineata, dovrebbe valere anche in questo diverso settore dell’imposizione.

A caldo, l’impressione è che, nell’illustrare le ipotesi di trustda ritenere inesistenti in quanto interposti” nei precedenti documenti di prassi e nella recente Circolare n. 34/2022, l’Amministrazione non abbia tenuto in debita considerazione il tributo successorio.

Se si intende il termine “inesistenza” utilizzato dall’Agenzia come “inesistenza giuridica” per difetto di uno o più degli elementi costitutivi della nozione di trust delineata dalla Convenzione dell’Aja, un trust che per l’Agenzia delle Entrate è inesistente ai fini delle imposte sui redditi è giocoforza e pacificamente inesistente anche ai fini delle imposte indirette (cfr. Contrino A., “Recenti indirizzi interpretativi sul regime fiscale di trust trasparenti, interposti e transnazionali: osservazioni critiche”, op. cit.).

Il problema è che l’Agenzia non sembra allineata a tale impostazione, sposando una diversa e ibrida nozione, donde la necessità di chiedersi quale sia il trattamento da riservare nelle imposte indirette a quei trust che non possono dirsi giuridicamente inesistenti secondo i dettami della Convenzione dell’Aja ma che l’Amministrazione ricomprende tra le ipotesi di trustinterposti in quanto inesistenti” ai fini delle imposte dirette.

Rimane oscuro se i precedenti di prassi (cfr. Risposta ad Interpello n. 359/2022), che imponevano una sorta di doppio “binario” circa il disconoscimento del trust in funzione del compartimento impositivo di interesse, possano considerarsi davvero “superati” o all’opposto sia conveniente ritornare nuovamente sull’argomento circostanziando, anche tramite un approccio “tailor-made”, i casi in cui il trust può essere disconosciuto non solo ai fini delle imposte sui redditi ma anche ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni.

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C. In relazione all’altro tema ampiamente dibattuto in dottrina (la produzione è sterminata) e in sede di consultazione della bozza di circolare, ossia l’individuazione del “momento impositivo” ai fini del tributo successorio, l’Agenzia si è definitivamente “piegata”, salva un’interessante e ineccepibile novità, alle conclusioni raggiunte dalla oramai monolitica giurisprudenza di legittimità, lasciando aperta tuttavia la strada a talune legittime ipotesi di pianificazione patrimoniale.

In particolare, l’Amministrazione finanziaria ha recepito l’interpretazione giurisprudenziale (che, per amor del vero, è sostenuta da più di 15 anni sia dalla quasi totalità della dottrina tributaria sia dalla quasi totalità della giurisprudenza di merito) secondo cui l’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni e sui vincoli di destinazione scatta al momento del “reale trasferimento di beni o diritti (…)” e quindi del “reale arricchimento dei beneficiari”, abbandonandosi la tesi originaria, sostenuta senza distinzioni, della immeditata tassazione al momento del trasferimento dei beni dal disponente al trustee (cfr. Circolare n. 48/E del 6 agosto 2007 nonché Circolare 3/E del 22 gennaio 2008).

Adesso, l’Agenzia ammette che la dotazione di beni e diritti in trust non integra più di per sé, e in ogni caso, un trasferimento imponibile, ma rappresenta un atto generalmente neutro, che non dà luogo ad un trapasso di ricchezza suscettibile di imposizione indiretta. Per l’Agenzia, un trasferimento di ricchezza per dirsi “imponibile” necessita sempre che si configuri come attribuzione “stabile” di beni compiuta dal trust in favore del beneficiario. E ciò va verificato attraverso un’analisi accurata delle clausole statutarie che disciplinano il concreto assetto degli interessi patrimoniali e giuridici dell’istituto in esame.

Ma vi è di più.

Come si è anticipato, l’Amministrazione si è distaccata dalla soluzione “assolutista” sostenuta dalla giurisprudenza di legittimità, che non tiene in effetti conto dell’eterogeneità degli assetti che si possono realizzare con il trust, precisando che l’imposta sulle successioni e donazioni potrebbe applicarsi anche al momento della costituzione e dotazione del trust se in tale momento si verifica un arricchimento imponibile, ossia un’attribuzione che possieda il carattere di stabilità già con l’atto di costituzione o  dotazione del trust e in presenza di beneficiari individuati (o individuabili) che risultino titolari di diritti pieni e esigibili.

Questa soluzione esegetica, che ha suscitato scalpore tra gli operatori, non è in verità nuova.

Essa è stata infatti sostenuta in dottrina sin dal momento del “ripristino” dell’imposta sulle successioni e donazioni da parte del legislatore con l’art. 2, commi da 47 a 50 del Decreto Legge 3 ottobre 2006, n. 262 (v. Contrino A., Riforma del tributo successorio, atti di destinazione e trust familiari, in Riv. Dir. Trib., 2007, e, in parziale accoglimento, Fedele A., Il trasferimento dei beni al trustee nelle imposte indirette, in Fransoni G. – De Renzis Sonnino N., Teoria e Pratica delle fiscalità dei trust, Milano, 2008; limitatamente ai trust nudi, di recente, Tassani T., “Le diverse tipologie di trust tra imposizione in “entrata” ed in “uscita”, in Trusts, 2020) ed è stata ribadita, con alcuni, anche nel periodo in cui era in consultazione la bozza di circolare sulla tassazione dei trust, che non conteneva alcun riferimento in merito (v. Contrino A., “Contributo al completamento della teoria giurisprudenziale di tassazione dei trust ai fini delle imposte indirette sui trasferimenti con uno sguardo indietro di tre lustri”, Diritto e Pratica Tributaria, 2021, 3, 1217 ss.).

Secondo tale orientamento dottrinale, l’applicazione del tributo successorio-donativo – per i vincoli di destinazione, in generale, e per i trust, nello specifico – non deve essere collegata sempre e solo alla mera creazione del vincolo, come pretendeva l’Amministrazione finanziaria, ma neanche sempre e solo al successivo trasferimento al beneficiario dei beni e diritti in trust, dovendosi ancorare l’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni all’arricchimento attuale ed effettivo di un soggetto diverso dal disponente. E, per tale via, il tributo si ritiene immediatamente applicabile al momento della costituzione del trust, con devoluzione dei beni, in tutti i casi in cui trust subisce il definitivo arricchimento (si pensi ai trust costituiti a fini caritatevoli, che sono privi di beneficiari in senso giuridico, ma esistendo solo in senso economico) o i beneficiari acquisiscono un diritto soggettivo a contenuto patrimoniale certo e determinabile, e dunque attuale, sul fondo in trust, ancorché la materiale apprensione sia differita a un momento successivo.

E questa soluzione esegetica sembra proprio quella fatta propria dall’Amministrazione nella recente Circolare in commento.

In definitiva, il tributo dovrebbe essere applicato al momento di trasferimento finale dei beni in trust ai beneficiari se l’effettivo ampliamento del patrimonio di questi ultimi si concretizza soltanto in questa sede. Tuttavia, nei casi di trust non onerosi o familiari che determinano fin dall’istituzione, e quale loro mero effetto, la nascita in capo al beneficiario di un vero e proprio “diritto soggettivo” nei confronti del trustee, latore di un arricchimento attuale, il tributo dovrà essere applicato al momento della costituzione del vincolo, poiché è in tale momento iniziale che si verifica l’immediato ed automatico incremento del patrimonio del beneficiario medesimo.

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