Proporzionalità del prelievo e sostituzione tributaria ai tempi della blockchain “aterritoriale”

Di Tommaso Calculli -

Abstract

Negli ultimi mesi l’Agenzia delle Entrate ha preso posizione con più documenti di prassi in merito al regime fiscale delle operazioni minori in criptovalute, segnatamente in materia di staking: le remunerazioni corrisposte dalla blockchain all’investitore non in esercizio d’impresa, decurtate delle commissioni per la società italiana intermediaria, costituirebbero reddito di capitale ex art. 44, comma 1, lett. h), TUIR, con rilevanti effetti in termini di entità del tributo e di soggettività coinvolte nella fase attuativa.

Prendendo le mosse da tre risposte ad interpello (una delle quali si sostanzia in una rettifica) e dalla ricostruzione del meccanismo dell’operazione ivi contenuto, nel saggio si tenterà di ricondurre a sistema la soluzione adottata dall’interprete pubblico, tanto sotto il profilo dell’opinabile inquadramento giuridico, quanto sotto il versante delle conseguenze sul regime di tassazione delle rendite finanziarie.

Proportional taxation and withholding schemes at the time of “aterritorial” blockchain. – The Italian Tax Authority has recently issued some rulings regarding the tax regime for minor transactions in cryptocurrencies, especially in the field of staking. In particular, the rewards paid by the blockchain to the non-entrepreneur investor, net of fees for the Italian intermediary company, would constitute capital income pursuant to art. 44, par. 1, letter h) of Italian Income Tax Code, with significant effects in terms of tax amount and entities involved in the implementation phase.

By starting from the description of the transactions, this work will attempt to examine the solution from a systematic perspective, with respect to legal provisions and consequences on the income tax regime of financial income.

Sommario: 1. Introduzione. – 2. I casi sottoposti al vaglio dell’Amministrazione finanziaria. – 2.1. La presa di posizione “a formazione progressiva”. – 3. Il quadro normativo vigente. Talune opzioni tralasciate dall’interprete erariale. – 4. Dalla ritenuta a titolo d’imposta alla ritenuta a titolo d’acconto: il ritorno della progressività. – 4.1. Effetti sulla coerenza sistematica della tassazione delle rendite finanziarie. 5. Conclusioni.

1. L’Agenzia delle Entrate ha recentemente preso posizione sui profili fiscali relativi ad una operazione minore in criptovalute, il c.d. staking, diffusa tra le persone fisiche al di fuori dell’esercizio d’impresa. La tematica interessa sia l’impresa intermediaria con la blockchain sia l’investitore retail: infatti, l’interprete pubblico si è pronunciato in due occasioni (D.C. PMI – Risposta ad interpello n. 956-771/2022 e D.C. Persone Fisiche – Risposta ad interpello n. 433/2022), con successiva rettifica (Risposta n. 437/2022), chiarendo tra l’altro il regime applicabile a tali operazioni ai fini delle imposte sui redditi.

Secondo la prospettazione dell’Amministrazione, che segue un approccio solo in parte corretto da un punto di vista metodologico, i rewards da convalida diffusa dei blocchi mediante la c.d. proof-of-stake (PoS) si potrebbero qualificare come redditi di capitale, in ragione della natura finanziaria dell’investimento o, comunque, della sussistenza congiunta di un impiego di capitale e di un “frutto economico”.

Nel prosieguo, le riflessioni svolte si concentreranno su tali profili, valutando anche, quale conseguenza, la concreta rilevanza degli istituti connessi alla sostituzione tributaria, che impattano direttamente sull’entità del prelievo (cfr. Cipolla G.M., Ritenuta alla fonte, in Dig. comm., XIII, Torino, 1996, 1 ss.; Parlato A., Il responsabile ed il sostituto d’imposta, in Amatucci A. (diretto da), Trattato di diritto tributario, II, Il rapporto giuridico tributario, Padova, 1994). E infatti, dall’inquadramento nell’ambito della predetta categoria reddituale, discenderebbe l’applicabilità di uno specifico regime tipico della sostituzione tributaria, come poi riconsiderato alla luce della Rettifica n. 437/2022 (i.e. rivalsa mediante ritenuta a titolo d’acconto).

Le risposte si ritengono meritevoli di commento non solo perché prassi nuova in materia, ma anche sotto un altro profilo: lo staking costituisce una delle applicazioni dell’aterritoriale blockchain, che potrebbe rappresentare una nuova occasione di meditazione sulle criticità del “tradizionale” regime fiscale delle rendite finanziarie, nell’ambito di un fenomeno efficacemente denominato di “cambiamento discontinuo” (così Uricchio A.F., Introduzione, in Gallo F. – Uricchio A.F., a cura di, La tassazione dell’economia digitale, Bari, 2022, 11).

2. Il punto di partenza della disamina non può che essere l’illustrazione, in sintesi, delle fattispecie oggetto degli interpelli, con le relative risposta, che si presentano in un rapporto di “specularità”.

La prima Risposta ad interpello (D.C. PMI – Risposta ad interpello n. 956-771 di giugno 2022), ripresa su molti quotidiani specializzati ma mai pubblicata, è stata resa a seguito di istanza di una società di nuova costituzione “italiana” operante quale intermediario tra i soggetti private e la “blockchain”. Più precisamente, venivano avanzati quattro quesiti riguardanti l’operatività della società istante (i.e. l’attività di exchange; l’attività di wallet provider; lo staking di criptovalute ai fini del reddito d’impresa; l’operabilità delle ritenute sui rewards da staking corrisposti ai privati), l’ultimo dei quali presupponeva una preliminare qualificazione del soggetto erogatore e dei flussi reddituali percepiti dal contribuente persona fisica.

La seconda Risposta ad interpello (Risposta ad interpello n. 433/2022 della D.C. Persone Fisiche, datata 24 agosto), emendata a soli due giorni di distanza, fornisce un riscontro al quesito posto da una persona fisica non in esercizio d’impresa, che si interrogava sul regime fiscale dei proventi da staking e sulla connessa applicazione delle norme strumentali riferibili alle operazioni così concluse.

E’ doveroso evidenziare che le due risposte considerate non costituiscono i primi documenti di prassi sulle criptovalute (cfr. da ultimo la Risposta ad interpello n. 788/2021, datata 24 novembre u.s., con nota di Mastellone P., Redditi derivanti da operazioni in criptovalute: profili di fiscalità sostanziale e adempimenti dichiarativi carico dei contribuenti, in questa Rivista, 2021, 2, 870 ss.).

L’Agenzia delle Entrate si era già pronuncia sul tema, ma con specifica attenzione alle operazioni di compravendita (e, dunque, al realizzo di plusvalenze e minusvalenze), prodigandosi in una criticata opera qualificatoria delle criptovalute ai fini delle imposte dirette e indirette (per i contributi più recenti in materia, cfr. Schiavone F.P., La rivoluzione della criptosfera ed il suo impatto sulla finanza globale: Riflessioni sulla disciplina fiscale dei crypto-assets, in Riv. dir. trib. int., 2021, 3, 207 ss.; Escalar G., Il regime fiscale dei redditi delle criptovalute conseguiti dai privati, in Corr. trib., 2021, 10, 835 ss.; Boletto G., Le criptovalute nel sistema tributario: prime riflessioni sull’esperienza italiana, in Dir. prat. trib., 2021, 5, 1974 ss.; Committeri G.M., Ancora “ombre” sul trattamento fiscale delle operazioni in criptovalute per le persone fisiche, in il fisco, 2022, 3, 223 ss.).

Diversamente, nei documenti di prassi in commento viene richiamato ed esposto dettagliatamente il meccanismo di funzionamento della proof-of-stake (per la prassi sovranazionale e internazionale v., per tutti, OCSE, Taxing virtual currencies. An overview of tax treatments and emerging tax policy issues, Parigi, 2020).

Il passaggio dalla c.d. proof-of-work alla c.d. proof-of-stake ha fatto emergere nuove operazioni minori che progressivamente stanno prendendo il posto del “vecchio” mining (vedasi anche, sotto altro versante, la diffusione delle diverse operazioni di airdropping, farm yielding, ecc.).

Nella prima risposta si prendono le mosse proprio dalle differenze tra i due sistemi: il primo fondato sul mining e, dunque, su sistemi computazionali tesi a validare transazioni e nuovi “blocchi”; il secondo incentrato sulla c.d. convalida diffusa da staking (o forging).

Le condizioni contrattuali della piattaforma italiana prevedono un blocco con messa a rischio (c.d. stake, per l’appunto) delle valute virtuali, a beneficio di una particolare blockchain (c.d. network di parte terza). Il contribuente (c.d. staker o forger) potrebbe ricevere vere e proprie remunerazioni per tale impegno a non smobilizzare la valuta digitale, in quanto mette a disposizione del network una quantità minima di token, tale da farlo partecipare al processo di convalida diffusa.

Una volta verificata una transazione mediate tali token posti in staking, l’utente riceve una ricompensa (rewards), riversata dalla società intermediaria al netto delle commissioni di propria spettanza (sui profili tecnico-giuridici, limitandosi ai lavori monografici, cfr. Cian M. – Sandei C., a cura di, Diritto del Fintech, Padova, 2021; Capaccioli S., a cura di, Criptoattività, criptovalute e bitcoin, Milano, 2021; Tomassini A., Criptovalute, NFT e Metaverso. Fiscalità diretta, indiretta e successoria, Milano, 2022). Dunque, le criptovalute oggetto di staking sono detenute nel wallet digitale con la finalità di supportare le transazioni della pertinente blockchain mediante validazione diffusa, con la conseguenza prospettata che la società rende un servizio di «mera predisposizione e messa a servizio di struttura informatica».

2.1. Quanto al trattamento fiscale de redditi così percepiti dalle persone fisiche, in entrambi gli interpelli gli istanti hanno argomentato nel senso della qualificazione dei proventi da staking nell’ambito dei redditi diversi, ex art. 67, comma 1, lett. l), TUIR. I motivi assunti a fondamento di tale tesi riguardano la struttura dell’operazione, che porrebbe a carico del contribuente rischi di connotazione prevalentemente informatica (ad esempio, attacchi perpetrati da hacker), determinando l’esclusione della tradizionale natura di redditi di capitale, asseritamente fondata sull’impiego “finanziario” del capitale.

In entrambe le risposte, l’Agenzia delle Entrate muove, più correttamente, dalla categoria “generale” dei redditi di capitale, considerando come residuale la sussunzione entro i redditi diversi (cfr. art. 67, comma 1, TUIR). Ma anche l’interprete erariale pare incorrere in un errore metodologico, forse nella “fretta” di giustificare la soluzione prescelta, considerando immediatamente rilevante l’ipotesi residuale (lett. h), senza prima passare in rassegna le precedenti ipotesi, le quali, anche in ragione di talune peculiarità dei token, ben potrebbero astrattamente risultare applicabili.

L’Agenzia non accoglie la tesi secondo la quale andrebbe valutata la natura del rischio, assumendo invece rilievo il mero impiego di capitale (come da consolidata prassi, risalente al 1998, e confortata da autorevolissima dottrina sul c.d. “frutto economico”: cfr. Gallo F., Il reddito di capitale come frutto economico, in il Fisco, 1998, 20, 6520 ss.; più di recente, Marinello A., Redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria. Principi e regole impositive, Torino, 2018, 133 ss.): in entrambe le risposte si legge, infatti, che, «[c]ome chiarito nella circolare 24 giugno 1998, n. 165/E per la configurabilità di un reddito di capitale è sufficiente l’esistenza di un qualunque rapporto attraverso il quale venga posto in essere un impiego di capitale», senza che debba sussistere una corrispettività tra le prestazioni (i.e. impiego di capitale e corresponsione dei redditi).

L’art. 44 attrarrebbe, dunque, a imposizione non solo i cc.dd. frutti civili ex art. 820 c.c., che presuppongono tale nesso di corrispettività, «ma anche tutti quei proventi che trovano fonte in un rapporto che presenti come funzione obiettiva quella di consentire un impiego del capitale». Pertanto, nella condivisibile prospettiva dell’Agenzia delle Entrate, sembrerebbe che la mera presenza di un impiego di “capitale” (sulla sua nozione più lata, cfr. Lunghini G., voce “Capitale”, in Enc. Treccani,1930) sia sufficiente a giustificare prima facie l’applicazione dell’art. 44, lett. h), TUIR.

Al fine di rafforzare la trama argomentativa, l’Amministrazione richiama la funzione di chiusura che caratterizza la casistica in disamina, la quale ha indotto il legislatore ad elidere ogni riferimento alla determinatezza del reddito, includendo «non soltanto i redditi che siano determinati o predeterminabili, ma anche quelli variabili in quanto la relativa misura non sia collegata a parametri prefissati» (sull’iter della citata riforma, nella manualistica, Pansieri S., I redditi di capitale, in Falsitta G., Manuale di diritto tributario. Parte speciale, Padova, 2021, 180 ss.).

Tale precisazione però non convince, in quanto ciò che viene in rilievo non è solamente la predeterminabilità del flusso reddituale, ma anche la sua indipendenza da precise manifestazioni di alea: la disposizione è, infatti, chiara nell’escludere la rilevanza quale reddito di capitale dei proventi che, «in dipendenza di un evento incerto», siano idonei a produrre differenziali positivi o negativi.

In definitiva, nell’ottica erariale non si potrebbe dubitare della presenza di un “frutto economico”, in quanto le criptovalute sono suscettibili di formare oggetto di impiego di capitale in ragione della comunanza di funzione economica rispetto alle valute aventi corso legale.

Anche a tale affermazione appare pleonastica: occorrerebbe, invero, non tanto tener presente la tralatizia quanto criticata assimilazione alle valute aventi corso legale (cfr. Salvini S., La dimensione valutaria dell’economia digitale: le criptovalute, in Carpentieri L., a cura di, Profili fiscali dell’economia digitale, Torino, 2020, 165 ss.; Pierro M., La qualificazione giuridica e il trattamento fiscale delle criptovalute, in Riv. dir. trib., 2020, 2, 107 ss.), bensì verificare se vi sia o meno capitale impiegato, anche potenzialmente. Noto è, infatti, che le valute aventi corso legale vanno tenute concettualmente distinte dal capitale, sovrapponendosi semmai con questo solo nella sua configurazione più generica e fungibile (i.e. il denaro).

3. Nelle risposte a interpello in esame vi sono una serie di questioni che sono state tralasciate, ancorché importanti.

La disamina seguità un approccio graduale (dalla categoria generale a quella residuale) e sarà effettuata tenendo nella debita considerazione l’oggetto dello staking (sulla mutevolezza dei crypto-asset, Giorgi S., Cripto-attività, tra “polimorfismo” e dubbi qualificatori in materia fiscale, in questa Rivista, 2019, 2, 499 ss.).

Una prima questione è se si possa discorrere effettivamente di redditi di capitale: a tal proposito, non si condivide l’impostazione diffusa secondo cui l’impiego di capitale difetterebbe in presenza di operazioni con scopo di mera garanzia, con conseguente fuoriuscita dal regime dei redditi di capitale. La conseguenza di tale teorica è che la messa a disposizione di token, sottoposti opinabilmente a rischio diverso da quello strettamente finanziario, non configurerebbe impiego di capitale, in quanto assumerebbe una funzione di mera garanzia nella fase di convalida tipica della proof-of-stake.

Vi è, almeno, una coppia di ragioni che sospinge verso la conclusione opposta.

In primis, non si intravedono gli elementi strutturali della garanzia, tra cui l’oggetto della stessa. Portando alle estreme conseguenze la predetta tesi si potrebbe, allora, discorrere di garanzia anche in presenza di un tradizionale investimento (diretto o gestito), in quanto astrattamente funzionale a garantire liquidità, spessore e ampiezza (quindi efficienza e vitalità) ai mercati finanziari tradizionali.

Per altro verso, poi, è proprio il dato letterale a dare la stura ad un argomento sistematico: l’art. 44, comma 1, lett. d), TUIR, prevede quale ipotesi di reddito di capitale la remunerazione percepita a fronte della prestazione di fideiussione o altra garanzia. Di talché pare ragionevole assumere che il concetto di impiego di capitale possa intendersi anche in senso “potenziale” (cfr. Escalar G., Contributo allo studio della nozione di reddito di capitale, in Rass. trib., 1997, 1, 325 ss.; Corasaniti G., Diritto tributario delle attività finanziarie, Milano, 2012), senza che la stipula di un contratto di garanzia comporti l’esclusione della natura di reddito di capitale: infatti, ove ritenuto assimilabile ad un contratto di garanzia, occorrerebbe valutare dapprima l’estensibilità analogica della predetta casistica.

Ciò osservato, non si può che prendere le mosse dal fatto che l’art. 44 TUIR impone di determinare il titolo in base al quale vengono percepiti tali rewards, anche al fine di individuarne la disciplina applicabile (sul punto, sia consentito un rinvio a Calculli T., La fiscalità diretta delle “operazioni minori” in criptovalute. Il caso dello staking, in NDS, 8, 2022, 1513 ss.).

Un’interpretazione letterale conduce a ritenere prima facie applicabile una delle fattispecie di cui all’art. 44, comma 1, in particolare alla lett. a), relativa agli interessi su depositi o conti correnti bancari, qualificando lo staking come mera corresponsione di interessi su deposito. Per quanto il fenomeno possa sembrare sovrapponibile ai “tradizionali” interessi bancari, questa soluzione non convince per una pluralità di ordini di motivi.

In primo luogo, si tratterebbe di un’integrazione analogica e, come tale, non ammissibile nella materia tributaria, specialmente in relazione alle norme impositive sostanziali. Anche a voler concedere la possibilità (controversa) di procedere mediante un’interpretazione estensiva (cfr. per tutti Melis G., L’interpretazione nel diritto tributario, Torino, 2003, 428 ss.), si riscontrano una serie di elementi differenziali che non rendono in alcun modo ricomprensibile la fattispecie in esame nei tradizionali depositi e conti correnti, con particolare riguardo al differente grado di rischio.

E infatti, l’operazione di staking di criptovalute presenta alcune caratteristiche strutturali, tra le quali, l’estrema volatilità del “sottostante”, che – eccezion fatta per le stablecoin – tende ad oscillare in maniera molto più accentuata rispetto alle valute FIAT e, in ultima istanza, rispetto agli indici azionari; il maggiore rischio di hacking, a differenza del tradizionale deposito bancario; l’intrinseca volatilità del rendimento da tassare, atteso che è costituito generalmente da altri token, tanto da potersi perfino azzerare ove si realizzi un crollo della criptovaluta collegata. Inoltre, pur ammettendo una piena sovrapponibilità con il c.d. deposito o conto corrente tra privati, la nozione codicistica di deposito ex art. 1766 c.c. richiede che oggetto della prestazione siano “cose mobili”. Ne consegue che il dato testuale osta a una simile lettura, in quanto – sebbene la natura giuridica dei coin risulti discussa – un inquadramento degli stessi tra le cose mobili (corporali) è opera ardua, per non dire impossibile.

Dopo aver escluso lo scopo di mera garanzia e la rilevanza della lett. d), l’attenzione va appuntata sull’art. 44, comma 1, lett. h), il quale rappresenta il confine tra redditi di capitale e redditi diversi. Infatti, lo staking può produrre un differenziale positivo o neutro (pari a zero) in dipendenza di “crolli” (appunto, eventi incerti) della criptovaluta nella quale vengono corrisposti i rewards. Dunque, non sussiste alcuna certezza sull’an, posto che il quantum potrebbe essere nullo al momento del ritiro. Pur non trattandosi di un differenziale negativo, si potrebbe comunque rientrare nell’ambito applicativo della clausola di salvezza di cui alla menzionata lett. h), con conseguente inquadramento all’interno di altra categoria reddituale.

Fino al recente crollo di talune criptovalute, avremmo potuto agevolmente sostenere l’inquadramento all’interno dell’art. 44, comma 1, lett. h) quantomeno per le stablecoin, il cui valore risultava appunto “stabile”. Diversamente, per le crypto il cui valore oscilla continuamente, nessuna soluzione “tradizionale” risulta soddisfacente, in assenza di una operazione di acquisto e di successiva rivendita: residua, dunque, la lett. l) dell’art. 67, comma 1, TUIR, in qualità di proventi derivanti da obblighi di non fare o permettere (i.e. non movimentare i coin depositati).

 

4. La Risposta a interpello n. 437/2022, datata 26 agosto, rettifica le precedenti interpretazioni offerte dall’Agenzia dell’Entrate in merito all’individuazione del sostituto di imposta e dei relativi obblighi: in prima battuta, l’Amministrazione finanziaria aveva, infatti, inopinatamente sostenuto la tesi secondo la quale si sarebbe dovuta ritenere applicabile una ritenuta a titolo d’imposta in misura pari al 26% ai sensi dell’art. 26, comma 5, D.P.R. n. 600/1973, contrariamente all’opzione privilegiata dai contribuenti ai sensi dell’art. 25 del citato decreto (ritenuta a titolo d’acconto pari al 20% su redditi diversi).

Il ripensamento si è manifestato dopo due giorni, facendo leva sul tenore letterale della disposizione originariamente richiamata: la normativa vigente non lascia trasparire particolari argomenti a beneficio dell’estensione dei noti regimi di favore ai redditi ex art. 44, comma 1, lett. h). Infatti, ad oggi le imposte sostitutive e le ritenute a titolo d’imposta sono previste rispettivamente nei soli casi di redditi diversi di natura finanziaria (cfr. il D.Lgs. n. 461/1997) e in specifiche casistiche di redditi di capitale.

Ne discende che, stante anche l’assenza di un soggetto ex art. 23 D.P.R. n. 600/73 (e.g. un intermediario finanziario), troverà piana applicazione l’art. 26, comma 5 nella parte in cui fa riferimento alla ritenuta a titolo di acconto, in misura attualmente pari al 26%. La stessa rappresenta per definizione un adempimento che non esaurisce la serie di obblighi formali e sostanziali a carico del contribuente, con la conseguenza che vere e proprie rendite finanziarie transiteranno dalla dichiarazione dei redditi, concorreranno alla formazione del reddito complessivo lordo e verranno assoggettate ad un’imposizione progressiva.

Nelle risposte ante rettifica, alternativamente a un errore tecnico poco plausibile sulla ritenuta a titolo d’imposta, si potrebbe intravedere una volontà di utilizzare gli istituti della (para)soggettività, della sostituzione e della solidarietà tributaria in maniera oltremodo “garantista” per le finanze pubbliche, finanche a fronte della rinuncia alla progressività del prelievo.

Sono, infatti, note le funzioni espletate dal sostituto d’imposta, tra cui «l’anticipazione del prelievo al momento dell’erogazione del reddito, la riduzione dei soggetti da sottoporre a controlli, l’effettuazione del prelievo in capo ad un soggetto che non ha interesse ad occultare la fattispecie imponibile» (cfr. Burelli S., voce “Sostituto d’imposta”, in Enc. Treccani – Dir. online, 2013), sebbene in letteratura si sia sottolineato altresì come debba sussistere una certa ragionevolezza nella individuazione del sostituto, specialmente sotto il profilo dell’idoneità soggettivo-strutturale dello stesso (cfr. Basilavecchia M., Sostituzione tributaria, in Dig. comm., IV, Torino, 1998, 67 ss.).

Da questa diversa prospettiva l’Agenzia delle Entrate sembrerebbe aver inteso privilegiare il profilo garantistico del prelievo “cedolare”, in un mondo digitale in cui la soggettività non è sempre chiara. Tanto emerge anche dalle risposte ad interpello in commento, ove si fa generico riferimento alla “blockchain”, la quale – in assenza di una società intermediaria – sarebbe stata difficilmente qualificabile come sostituto d’imposta.

4.1. Se da una parte questa operazione ermeneutica conduce ad un risultato secundum legem, dall’altra suscita alcune perplessità.

E’ bene infatti ricordare che le rendite finanziarie beneficiano di un trattamento tributario di favore, a partire dalla previsione di imposte sostitutive e ritenute a titolo d’imposta in misura prossima all’aliquota marginale IRPEF più bassa. Nell’attuale panorama (rectius a partire dal 2011), risulta agevole rilevare una tassazione più leggera e proporzionale sui redditi da capitale rispetto a quella gravante sui redditi da lavoro, nonostante spesso i primi non presuppongano alcuna attività, con evidente predilezione della efficienza sull’equità.

In letteratura, infatti, sono state evidenziate alcune ragioni sottese al predetto favor verso i redditi finanziari, come la mitigazione del rischio assunto dall’investitore, la semplificazione degli adempimenti gravanti sui soggetti coinvolti, l’auspicata attrazione dei capitali e l’incentivazione dell’investimento nel territorio della Repubblica (sulle continue tensioni circa la misura del prelievo sulle rendite finanziarie, cfr. Marinello A., I redditi di natura finanziaria tra proporzionalità e progressività: profili critici dell’evoluzione del sistema e prospettive di riforma, in Econ. Soc. Reg., 2, 2021, 46 ss.).

Si osserva come la progressività del prelievo e gli adempimenti connessi alla soluzione prescelta comportino una completa deviazione dal modello teorico prevalente, causando un palese disincentivo all’investimento per il tramite di intermediari “italiani”.

Sotto il versante strettamente tributario, però, la prospettazione erariale si traduce nella sussistenza di un collegamento oggettivo tra rewards e territorio italiano, con salvezza di quanto disposto dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni. Come noto, infatti, l’art. 23 TUIR enumera i criteri per determinare quando un reddito debba ritenersi prodotto sul territorio della Repubblica, considerando quale elemento dirimente, per i redditi di capitale, il soggetto che eroga il reddito e, per i redditi diversi, il bene e l’attività rilevante. Dunque, a seguito della qualificazione in termini di redditi di capitali corrisposti da soggetto residente, il tradizionale dibattito sulla aterritorialità della blockchain a fini fiscali potrebbe risultare poco utile in quanto sussisterebbe un pagatore “italiano” e i rewards sarebbero attratti a tassazione in Italia.

Diversamente, qualora non vi fosse intermediario, non vi sarebbe un soggetto pacificamente residente che possa assumere la veste di pagatore: in tal caso, quindi, i dubbi sulla localizzazione della blockchain riattribuirebbero un ruolo centrale alle elaborazioni sulla compravendita di criptovalute (cfr. per tutti Contrino A. – Baroni G., The cryptocurrencies: fiscal issues and monitoring, in Dir. prat. trib. int., 2019, 1, 11 ss.).

5. Le riflessioni svolte hanno evidenziato la sussistenza di una serie piani d’analisi impattati dall’avvento della blockchain. Nel contesto delle nuove tecnologie, infatti, l’angolo prospettico varia sensibilmente in funzione degli schemi adottati, dei soggetti coinvolti e dei token oggetto di transazione (da ultimo, cfr. Oii V., Tax challenges in debt financing involving digital tokens, in Capital Markets Law Journal, 17(4), 2022).

Pertanto, non si può dubitare della inopportunità di procedere mediante risposte ad interpello così dettagliate su casi specifici, con vulnus dei principi di legalità e certezza del diritto. In altri termini, non ci sembra sufficiente intervenire mediante documenti di prassi distinti per ogni operazione minore in criptovalute, soprattutto alla luce della rapidità con cui le stesse nascono, si evolvono e si estinguono.

La via maestra rimane un intervento del legislatore, mediante una disciplina delle operazioni in criptovalute connotata da generalità e astrattezza.

In proposito, il quadro normativo potrebbe arricchirsi di nuove disposizioni tese a porre rimedio a tale situazione di incertezza (cfr. DDL A.S. n. 2572 del 30 marzo 2022), mediante il quale – almeno nelle intenzioni – ci si propone di restituire una certa rilevanza alla proporzionalità del prelievo e alla compensabilità dei risultati positivi e negativi, mediante il riconoscimento fiscale dei proventi da operazioni minori solamente al momento del realizzo definitivo, auspicabilmente coincidente con la conversione in valuta FIAT. Non mancano, pèerò, le criticità: com’è stato efficamente evidenziato (cfr. Marinello A., Un “cripto-condono” e molti nodi irrisolti nel disegno di legge sulla disciplina fiscale delle valute virtuali, in questa Rivista, 4 ottobre 2022), le soluzioni proposte condensano, in buona parte, gli orientamenti emersi nei documenti di prassi resi in materia dall’Amministrazione finanziaria, in un contesto complessivamente non del tutto soddisfacente, pur riconoscendosi alla proposta ha il merito di accendere l’attenzione su una ormai annosa ed inspiegabile lacuna del nostro ordinamento.

La questione va risolta in maniera coerente con il quadro che si va delineando sul piano sovranazionale, ove si sta avviando un coordinamento delle Autorità di vigilanza nella prospettiva di giungere a normativa comune (cfr. MICA, CARF, DAC 8). E infatti, gli accenni svolti al tema della territorialità evidenziano l’impellenza di un intervento teso ad armonizzare la materia, essendo palesi i rischi di indebita sottrazione all’imposizione (doppia non tassazione) o di spostamento della base imponibile, derivanti anche da nuove possibili configurazioni di disallineamenti da ibridi e di stabili organizzazioni occulte.

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