Acquisti di gas ed energia e clausole di revisione prezzo

DiFrancesco Crovato -

Abstract

I contratti di vendita di gas ed energia a clienti industriali consentono la revisione del prezzo a intervalli regolari (generalmente ogni tre anni). I processi di rinegoziazione sono tuttavia molto lunghi e sfociano frequentemente in arbitrati dall’esito incerto. L’onere legato alla revisione del prezzo (maggior prezzo di acquisto o minor prezzo di vendita) viene stanziato in apposito fondo a bilancio. Si tratta di fondi tassati per cui torna di grande attualità una questione strutturale della fiscalità d’impresa.

Purchases of gas and energy and price revision clauses. – Gas and energy sale agreements to industrial customers allow the price to be revised at regular intervals (usually every three years). However, renegotiation processes are very long and frequently lead to arbitrations with an uncertain outcome. The cost of revising the price (higher purchase price or lower selling price) is allocated to a specific fund in the balance sheet. These are taxed funds for which a structural issue of corporate taxation is of great relevance.

 

 

Sommario: 1. I processi di rinegoziazione dei prezzi e lo stanziamento a bilancio degli oneri previsti. – 2. Indeducibilità fiscale (“temporanea”) dei relativi accantonamenti e fondi tassati: gli aspetti sistematici del meccanismo. – 3. Ridimensionamenti dei fondi e non imponibilità delle sopravvenienze: alcune sentenze apparentemente contraddittorie. – 4 Conferme dai principi generali della fiscalità d’impresa.

1. Mentre i prezzi del gas a clienti retail sono regolamentati e il gas viene fatturato secondo una formula fissata dall’Autorità, indicizzata a determinati parametri, nella vendita a clienti industriali si assiste a una vera e propria trattativa commerciale. In questo secondo caso, vengono movimentati grandi quantitativi e fornitore e cliente contrattano liberamente il prezzo di vendita, stabilendo la formula per determinarlo lungo la durata del contratto. Inoltre, data la grande variabilità dei prezzi anche nel breve periodo, con oscillazioni significative dovute ai più diversi fattori, fra cui crisi internazionali e andamento climatico, i contratti di acquisto e vendita di durata pluriennale consentono normalmente la revisione del prezzo a intervalli regolari, generalmente ogni tre anni.

I processi di rinegoziazione del prezzo sono tuttavia molto lunghi e sfociano frequentemente in arbitrati dall’esito incerto. In quest’ultimo periodo, naturalmente, il ritmo delle rinegoziazioni e dei casi di arbitrato si è notevolmente incrementato. Le clausole di revisione periodica sono state del resto pensate proprio per dare flessibilità ai contratti pluriennali ed adattarli alle mutevoli congiunture del mercato, in questo momento più imprevedibili che in passato.

L’onere legato alla revisione del prezzo (maggior prezzo di acquisto o, specularmente, minor prezzo di vendita) viene così stanziato nel passivo patrimoniale in un apposito fondo per rappresentare in bilancio la miglior stima dell’onere che verrà presumibilmente sostenuto nell’ambito della rinegoziazione.

2. In questi casi non siamo dunque di fronte a rilevazioni di fine anno, effettuate a fronte di debiti già sorti e determinabili, solo ancora privi di riscontro nella consueta documentazione giustificativa proveniente dai fornitori. E occorrerà attendere la eventuale effettiva rinegoziazione per ritenere integrato quel grado di certezza e sufficiente determinabilità che caratterizza i costi rispetto agli accantonamenti (sul punto per chi fosse interessato, in questa Rivista, Crovato F., Una proposta per le valutazioni relative ad accantonamenti nella fiscalità d’impresa, 12 maggio 2022, sul ruolo del criterio di derivazione del reddito imponibile dalle risultanze di bilancio nella demarcazione tra debiti e fondi).

Prima di questo momento gli oneri rilevati a bilancio sono dunque veri e propri accantonamenti, non rientranti peraltro nelle fattispecie molto particolari per cui la legislazione fiscale ammette la deducibilità. Dunque, i fondi costituiti in contabilità, a fronte degli elementi negativi di reddito indeducibili, sono un tipico esempio di “fondo tassato”.

Concentriamoci di seguito sugli aspetti sistematici del meccanismo dei fondi tassati.

La logica sottostante investe l’aspetto patrimoniale del reddito d’impresa, cioè quella dei valori fiscalmente riconosciuti. I “fondi tassati” sono infatti le contropartite patrimoniali, nelle scritture contabili e nel passivo del bilancio, di accantonamenti non ancora fiscalmente deducibili.

Anche i “fondi” hanno un valore fiscalmente riconosciuto, che dipende – vedremo –  dal regime fiscale degli accantonamenti con cui sono stati costituiti. I loro valori fiscali si trasmettono e si modificano da un periodo d’imposta all’altro con i meccanismi delle “valutazioni di bilancio” tramite accantonamenti (e le correlate variazioni incrementative – accantonamenti – e decrementative – utilizzi), che seguono l’intuitiva continuità temporale della tassazione delle imprese e le concatenazioni tra i diversi periodi di imposta, secondo precise simmetrie temporali. L’obiettivo di questa continuità di valori è evitare sia doppie imposizioni sia “salti d’imposta”. In particolare, il “valore fiscalmente” riconosciuto di un fondo tassato è il valore rispetto al quale misurare le successive vicende che interesseranno il fondo, prima fra tutte la sopravvenuta deducibilità tributaria dei costi a fronte dei quali era stato costituito.

In linea generale, quando col passare degli anni matureranno le condizioni temporali per la deduzione degli oneri, il valore fiscale del fondo potrà infatti essere recuperato, conformemente al principio di continuità dei valori fiscali e secondo la consueta tecnica tributaria delle variazioni in diminuzione, in due modalità. Come imputazione degli oneri, fiscalmente deducibili, al conto economico e contestuale imputazione al conto stesso di un pari ammontare del relativo fondo da fare poi oggetto di una variazione in diminuzione nella dichiarazione fiscale; oppure con compensazione diretta in contabilità tra oneri fiscalmente deducibili e fondo tassato, con variazione in diminuzione giustificata dalla sopravvenuta deducibilità di costi la cui deduzione era stata rinviata in ottemperanza alle disposizioni del reddito d’impresa (art. 109, comma 4, secondo periodo, TUIR).

Altra eventualità è che i costi a fronte dei quali il fondo era stato costituito non si verifichino e quest’ultimo venga meno, in tutto o in parte. Il ridimensionamento, o azzeramento del fondo, genera in bilancio una componente positiva che non deve però essere tassata pena una duplicazione di imposizione. Il fondo che l’ha originata è infatti una posta contabile già assoggettata a imposta (all’atto della iscrizione degli accantonamenti) ed è quindi oramai pienamente disponibile per la società dal punto di vista tributario. Tanto che i fondi tassati hanno sostanzialmente, sotto il profilo dell’imposizione sui redditi delle società, la natura di “riserve”; e in quanto tali, dal punto di vista tributario, possono anche essere distribuite alla stregua di utili senza essere più assoggettate a imposizione, poiché quest’ultima è già avvenuta nell’esercizio in cui i fondi erano stati costituiti.

Lo stesso fondo revisione prezzi, dal punto di vista del diritto tributario, può quindi essere liberamente “trasformato” in elemento del patrimonio netto e considerato come una “riserva”. La sua distribuzione per l’azienda è ormai irrilevante, e casomai dà luogo a elementi positivi di reddito per il socio che li riceve come dividendi.

I fondi tassati, appunto perché tali, sono infatti autonomi da un punto di vista tributario (al contrario dei fondi dedotti) e “liberi” da legami con i rischi o gli elementi dell’attivo a fronte dei quali sono stati costituiti; per questo sono liberamente disponibili, e la loro “distribuzione”, per la società erogante e per il socio beneficiario, seguirebbe le sorti delle altre riserve, costituite con utili tassati. Il socio si ritroverebbe così a fruire del regime tipico dei dividendi (se persona fisica un tempo credito d’imposta, poi riduzione dell’imponibile, ora assoggettamento all’imposta sostitutiva sui redditi finanziari con aliquota del 26%, che porta a un’aliquota complessiva tendenzialmente allineata con l’aliquota massima dell’Irpef), che presuppone concettualmente la tassazione in capo alla società erogante.

Questa “natura” di riserva dei fondi tassati non sussiste, invece, ai diversi fini di una eventuale imposta sul “patrimonio netto” o dell’ACE. In questi casi, infatti, il patrimonio netto cui fare

riferimento è quello civilistico con le eventuali specificazioni delle relative normative fiscali.

Occorre, infatti, rimarcare che il patrimonio netto civilistico può essere movimentato solo tramite destinazioni dei risultati di esercizio con deliberazione dell’assemblea dei soci. Il fondo tassato, per “diventare” patrimonio netto a fini civilistici, deve dunque essere rilasciato a conto economico stornando gli importi stanziati (perché non rispettano più le condizioni per la rilevazione di un rischio o di un onere previste dai principi contabili OIC 31 o IAS 37). Il conseguente incremento patrimoniale (derivante dalla rilevazione di una componente positiva di reddito con relativa variazione in diminuzione in dichiarazione) può essere a quel punto destinato formalmente a costituire una riserva disponibile di utili nel patrimonio netto, utilizzabile in futuro anche per distribuire dividendi, per coprire perdite o aumentare il capitale sociale.

3. Nulla impone, dunque, che un “fondo rischi specifico” (quale quello per revisione prezzi) debba essere utilizzato unicamente a copertura dell’evento per cui era stato appostato. La scelta di procedere al ridimensionamento del fondo non può essere contestata neppure dal punto di vista civilistico. Infatti, qualora gli amministratori rilevino che il fondo rischi si presenta di dimensioni esuberanti (o perché era stato generato da accantonamenti a loro tempo eccessivi, ovvero perché sono mutate le aspettative a causa di fatti ed elementi sopravvenuti in seguito), è rimessa al loro apprezzamento la scelta di operarne una riduzione, “aggiustando” l’ammontare del fondo secondo la nuova valutazione del rischio.

Tale “riduzione”, in quanto non accompagnata dalla rilevazione di un onere effettivo, è suscettibile di provocare un risultato positivo sull’utile di esercizio, che non ha rilievo fiscale nella misura in cui si tratti di un fondo tassato. E’ proprio quanto potrebbe verificarsi per i fondi revisione prezzi negli scenari attuali. I fornitori potrebbero infatti trovarsi nella situazione di aver stanziato in esercizi precedenti oneri relativi alla revisione dei prezzi di vendita del gas – in termini di rischi di un minor prezzo di vendita – in un fondo rivelatosi ora incoerente in presenza di prezzi crescenti. Se il rischio consentiva l’accantonamento, le prospettive favorevoli escluderebbero adesso la possibilità di mantenere il fondo a bilancio, imponendone – in tutto o in parte – il rilascio; in tal caso occorrerebbe procedere a registrare una sopravvenienza attiva (non imponibile, trattandosi di un fondo tassato).

In verità una lettura affrettata di alcune sentenze della Corte di Cassazione degli scorsi anni (Cassazione n. 23812/2017 e Cassazione n. 18719/2018), peraltro su presupposti non messi a fuoco con sufficiente chiarezza, ha fatto sorgere dei dubbi su questa conclusione. Alcune pronunce sono state commentate dalla stampa specializzata, estrapolando certi passaggi delle ordinanze senza contestualizzarli, come precedenti che smentirebbero la non imponibilità delle sopravvenienze attive in caso di rilascio di fondi tassati.

Il problema è quello, più generale, della riferibilità di un precedente giurisprudenziale a un caso concreto, in relazione al quale si effettua una sorta di “interpretazione dell’interpretazione” (tema abituale del resto anche per la riferibilità di un’interpretazione amministrativa a una determinata fattispecie).

Sono dubbi abbastanza frequenti. Anche se innescata da una questione particolare, l’interpretazione ha infatti un senso generale, che travalica il caso esaminato. Come per tutte le interpretazioni, comprese quelle amministrative, bisogna però contestualizzare l’occasione in cui l’interpretazione giurisdizionale è stata resa.

Orbene, nel caso all’esame della Cassazione – nella sentenza n. 23812/2017 – gli accantonamenti erano stati dedotti, anche nella determinazione fiscale del reddito, negli esercizi in cui il fondo era stato costituito (come si desume dalla sentenza della Commissione tributaria provinciale citata nell’ordinanza). Benché effettivamente questi accantonamenti, riguardanti un fondo rischi per le “presumibili spese per personale dipendente in occasione di rinnovi contrattuali”, non rientrassero fra quelli a rilevanza fiscale. Le conclusioni della Cassazione (l’azzeramento del fondo comporta un elemento reddituale positivo tassabile) erano dunque tendenzialmente condivisibili con riferimento al caso esaminato: l’imponibilità della sopravvenienza, al rilascio del fondo, dipendeva dal fatto che si trattava di un fondo dedotto. Implicitamente, se ne può desumere che se l’accantonamento fosse stato a suo tempo tassato nell’esercizio di iscrizione a conto economico (come sarebbe dovuto accadere per la natura del fondo), la sopravvenienza attiva avrebbe dovuto essere oggetto di una variazione in diminuzione nella dichiarazione fiscale.

Nel secondo precedente giurisprudenziale (sentenza n. 18719/2018) la Cassazione scrive invece in modo piuttosto generico che “l’estinzione di fondi preesistenti genera una sopravvenienza attiva, assoggettabile a tassazione”, senza fare riferimento esplicito alla natura dei fondi (tassati o dedotti). Leggendo la sentenza, traspare una certa confusione dovuta alla complessità della fattispecie e forse anche a una non adeguata padronanza delle simmetrie della fiscalità d’impresa e della continuità di valori fiscali che caratterizzano anche i fondi del passivo del bilancio.

Anche in questo caso, peraltro, non si può estrarre un principio generale da una sentenza che riguarda un caso specifico e molto particolare, per certi versi apparentemente neppure messo compiutamente a fuoco nei vari gradi di giudizio. Il precedente giurisprudenziale riguardava infatti un fondo svalutazioni partecipazioni costituito con un giroconto di fondi preesistenti anziché con specifici accantonamenti (per loro natura, in questo caso, fiscalmente indeducibili). Dall’ordinanza non si comprende però se gli accantonamenti con cui erano stati costituiti i fondi preesistenti, impiegati allo scopo, fossero stati effettivamente ripresi a tassazione o meno. Una indicazione in tal senso non si rinviene questa volta neppure dalle sentenze di merito, almeno negli stralci riportati nell’ordinanza.

Rimane, dunque, un margine di dubbio sulla reale situazione. In ogni caso, quando si generalizza, il rischio è che l’orientamento giurisprudenziale, come avvenuto in concreto sulla stampa specializzata (che cerca spesso titoli a sensazione), sia inteso nel senso di considerare fiscalmente imponibile la sopravvenienza in tutti i casi in cui un fondo rischi ed oneri viene rilasciato, senza analizzare, invece, la situazione. Ovvero senza tener conto della logica del valore fiscalmente riconosciuto del fondo, che dipende dal regime fiscale degli accantonamenti con cui era stato costituito (e, in concreto, dal fatto se l’accantonamento era stato, o meno, a suo tempo portato in deduzione dal reddito).

In ogni modo, anche l’Agenzia delle entrate si è diretta, da ultimo, nella direzione proposta in questo contributo. Con una Risposta ad interpello dell’anno scorso (Risposta n. 41 del 13 gennaio 2021) ha confermato che la sopravvenienza attiva a fronte del mancato utilizzo di fondi accantonati in bilancio in esercizi precedenti, e non dedotti fiscalmente, non concorre a tassazione quando si appalesa. Nella Risposta l’Agenzia richiama l’art. 88, comma 1, TUIR, secondo cui «si considerano sopravvenienze attive, come tali soggette a tassazione, “i ricavi o altri proventi conseguiti a fronte di spese, perdite od oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio in precedenti esercizi e i ricavi o altri proventi conseguiti per ammontare superiore a quello che ha concorso a formare il reddito in precedenti esercizi, nonché la sopravvenuta insussistenza di spese, perdite od oneri dedotti o di passività iscritte in bilancio in precedenti esercizi”». Conseguentemente, continua l’Agenzia, «allorché l’onere, la spesa o la perdita a fronte dei quali si è generato il componente reddituale non siano stati dedotti, la sopravvenienza o insussistenza attiva che si genera a fronte degli stessi non concorre a tassazione».

4. C’è dunque anche una disposizione normativa cui far riferimento per inquadrare questa fattispecie, ovvero l’art. 88 TUIR richiamato dalla stessa Agenzia nel precedente di prassi sopra ricordato, nella parte in cui considera sopravvenienze attive il conseguimento di proventi a fronte di costi od oneri dedotti in precedenti esercizi. Ne discende, indirettamente, che non può costituire sopravvenienza attiva la sopravvenuta insussistenza di costi od oneri fiscalmente non dedotti, ancorché imputati a conto economico, quali appunto sono stati gli accantonamenti a un fondo tassato.

Infatti, il rilascio del fondo tassato costituisce, sotto il profilo civilistico, una insussistenza del passivo perché presuppone civilisticamente il venir meno (o il ridimensionamento) del rischio a fronte del quale il fondo era stato costituito. Essa costituisce però una “insussistenza di passivo” che non aveva precedentemente concorso alla riduzione della base imponibile.

Comunque sia, prima ancora per il “materiale normativo” parafrasato dall’Agenzia delle Entrate, la componente reddituale positiva prodotta ai fini civilistici dall’utilizzo del fondo non costituisce materia imponibile secondo gli stessi principi generali dell’imposizione del reddito di impresa.

Certamente, l’utilizzazione del fondo tassato viene fatta transitare tra i proventi del conto economico, aumentando l’utile dell’esercizio o riducendo la perdita. Ma da un punto di vista fiscale l’impresa non deve più render conto di questa posta. Infatti, se l’importo corrispondente aveva già concorso a formare il reddito imponibile in un anno precedente, come accaduto per gli accantonamenti a suo tempo non portati in deduzione dal reddito, per coerenza e simmetria, nonché per impedire doppie imposizioni, l’utilizzo del fondo deve considerarsi irrilevante ai fini della determinazione del reddito fiscale (ed essere dunque oggetto di ripresa fiscale in diminuzione).

In questo senso l’espressione “doppia imposizione” (su cui Porcaro G., Il divieto di doppia imposizione nel diritto interno: profili costituzionali, interpretativi e procedimentali, Padova, 2001) può essere utilizzata anche per esprimere tutte le distorsioni che possono verificarsi quando vengono alterate le coerenze e le simmetrie della fiscalità d’impresa. Anche la competenza “interna”, in questo caso tramite accantonamenti, si ispira a queste simmetrie e serve a conciliare l’imposizione su base annuale con la continuità della vita dell’impresa, con l’obiettivo di evitare salti d’imposta e doppie imposizioni (cfr. Crovato F., L’imputazione a periodo nelle imposte sui redditi, Padova, 1996, capitolo 6). Sebbene non sia codificato in modo espresso, il principio di simmetria è correntemente utilizzato dalla dottrina per sottolineare i vincoli e le interdipendenze derivanti dal ciclo fiscale del patrimonio dell’impresa nel suo complesso (per conferma, tra molti, si vedano Lupi R., Conferimenti in natura senza regole, tra salti d’imposta e doppie imposizioni, in Rass. trib., 1995, 1224; Stevanato D., Divieto di doppia imposizione e capacità contributiva, in Perrone L. – Berliri C., a cura di, Diritto tributario e Corte Costituzionale, Napoli, 2006, 69; Porcaro G., Il divieto di doppia imposizione nel diritto interno: profili costituzionali, interpretativi e procedimentali, cit.; con riferimento proprio alle valutazioni patrimoniali nel reddito d’impresa, Crovato F., L’imputazione a periodo nelle imposte sui redditi, cit., capitolo 6)

In particolare, dal lato delle passività (la continuità di valori e la simmetria non riguardano solo le attività) i fondi hanno un “valore fiscalmente” riconosciuto, rispetto al quale soppesare e dimensionare – nei periodi d’imposta a venire – le vicende che li riguarderanno.

Questo valore fiscale dipende dal regime tributario degli accantonamenti stanziati a monte. Se l’accantonamento era stato a suo tempo fiscalmente dedotto, le utilizzazioni del fondo per altre finalità (rispetto a quelle per cui era stato acceso), anche solo contabili, sono tendenzialmente imponibili, trattandosi di fondi che non hanno ancora scontato imposte sui redditi.

Al contrario, se il fondo nasce con accantonamenti fiscalmente non dedotti, ha già contribuito alla formazione dell’imponibile (non a caso viene chiamato “fondo tassato”) ed è liberamente disponibile ai fini tributari. In base ai principi di simmetria e continuità, ispiratori del reddito di impresa, la sopravvenienza rilevata contabilmente – in caso di ridimensionamento o azzeramento del fondo – è dunque in questo caso intassabile, perché sul piano tributario l’imposizione è già avvenuta e non c’è alcuna deduzione passata da controbilanciare.

Anche queste sono questioni di simmetria, dove una vicenda economicamente unitaria ha sfaccettature che vanno seguite nei vari periodi d’imposta pena provocare doppie imposizioni e salti d’imposta. Queste correlazioni spiegano perché la determinazione degli imponibili – per essere precisa e corretta – non avviene isolatamente, ma alla luce di collegamenti e concatenazioni con eventi passati o futuri. Determinazione precisa e corretta che difetterebbe se alla tassazione degli accantonamenti nell’esercizio della loro iscrizione si accompagnasse la tassazione del fondo come sopravvenienza attiva in occasione del suo rilascio.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Sul tema degli accantonamenti ai fondi, Della Valle E., Riflessioni in tema di rischi ed oneri fiscalmente riconosciuti, in Riv. dir. trib., 1994, I, 327 ss.; Crovato F. – Lupi R., Il reddito d’impresa, Milano, 2003, capitolo 6, 290 ss.; Fantozzi A. – Paparella F., Lezioni di diritto tributario dell’impresa, 2019, 245 ss. Per considerazioni, sulla distinzione tra gli accantonamenti fiscalmente riconosciuti o meno e su come essa si riflette sulla natura dei fondi (differenziando tra quelli tassati e dedotti), tra molti Fantozzi A. – Lupi R., Le società per azioni nella disciplina tributaria, in Colombo G.E. – Portale G.B. (diretto da), Trattato delle società per azioni, Torino, 1993, 55 ss.; Crovato F. – Lupi R., Il reddito d’impresa, Milano, 2003, 68 ss.; Stevanato D., Fondi tassati e variazioni in diminuzione e valori fiscalmente riconosciuti nei conferimenti di azienda, in Boll. trib., 1993, 7, 563 ss. Sul divieto di doppia imposizione, Porcaro G., Il divieto di doppia imposizione nel diritto interno: profili costituzionali, interpretativi e procedimentali, Padova, 2001. Sulle simmetrie della fiscalità d’impresa come espressione del divieto di doppia imposizione, tra molti, si vedano Lupi R., Conferimenti in natura senza regole, tra salti d’imposta e doppie imposizioni, in Rass. trib., 1995, 1224; Stevanato D., Divieto di doppia imposizione e capacità contributiva, in Perrone L. – Berliri C. (a cura di), Diritto tributario e Corte Costituzionale, Napoli, 2006, 69 ss.; e con specifico riferimento alle valutazioni patrimoniali nel reddito d’impresa (fra cui gli accantonamenti ai fondi), Crovato F., L’imputazione a periodo nelle imposte sui redditi, Padova, 1996, capitolo 6). In linea generale, per le attività di vendita e acquisto nel settore delle energie convenzionali, e i vari temi fiscali connessi, si veda Crovato F. (a cura di), La fiscalità dell’Oil and Gas, Rimini, 2018.

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