EDITORIALE – Un giudice a Berlino è stato ferito a morte: pensieri e parole (sconfortanti) di un magistrato tributario al cospetto del recente ddl di riforma della giustizia tributaria

Di Marco Montanari -

I. Questo mio editoriale (*) riproduce, con i necessari adattamenti ma solo lessicali, i contenuti dell’intervento che ho svolto al Convegno bolognese sulla riforma della Giustizia tributaria, tenutosi lo scorso 8 luglio e organizzato dal Prof. Tundo, che ringrazio ancora per l’invito.

Non ho la presunzione di poter aggiungere qualcosa di originale ai commenti tecnici che la migliore dottrina e i relatori di quel Convegno hanno già espresso su questo ddl.

Mi limiterò, pertanto, a condividere alcune considerazioni molto personali – lo anticipo subito – che mi sono passate per la testa alcuni giorni prima del Convegno e che potrei sintetizzare, riservandomi la spiegazione, nei termini che seguono: il vero scopo di questo ddl è stato di… uccidere, o comunque ferire a morte, un giudice a Berlino.   

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II. Non appena il ddl è stato reso pubblico, l’ho letto velocemente e – lo ammetto – mi ha messo in difficoltà, essendo scritto come nessun testo normativo dovrebbe essere scritto: in un burocratese esasperato, con una miriade di rinvii normativi che, come un vero e proprio gioco dell’oca, non consentono al lettore di comprendere il contenuto e l’esatta portata di ogni intervento.

L’unica cosa che mi è stata subito chiara, ahimè, è che dal 2023, dopo 50 anni di onorato servizio come giudice tributario di merito (ho iniziato a Reggio Emilia nel 1973, quando esisteva ancora la RM; all’Università avevo sostenuto l’esame di diritto tributario, allora complementare, con il Prof. Maffezzoni e svolto la mia tesi di laurea con il Prof. Gallo, 110 lode), lo Stato mi manda in pensione senza oneri per l’INPS.

Dopo qualche giorno rileggo il ddl, ma cambia poco o nulla: la tecnica del “taglia e cuci”, frammista ai non immediati rinvii normativi, mi fa molto arrabbiare, perché sembra fatta apposta per “disorientare” (provate a individuare il numero dei commi).

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III. A un certo punto, su una chat frequentata da persone che masochisticamente si dilettano con il nostro diritto antipatico (il copyright è del Prof. De Mita), la folgorazione sulla via di Damasco… il Prof. Melis posta e condivide il seguente messaggio: «Hanno dimenticato un particolare: i giudici diventano DIPENDENTI del MEF, che è autorizzato ad assumere (art. 1 co. 9 ddl) sia i 100 magistrati in transito, sia i 476 che vinceranno il concorso».

Mi sveglio dal torpore e vado a leggere con attenzione: ha ragione!!! Si afferma, infatti, che «il Ministero dell’economia e delle finanze è autorizzato ad assumere cento unità di magistrati tributari per l’anno 2023, con le procedure di cui ai commi da 4 a 7 del presente articolo, e 68 unità per ciascuno degli anni 2024, 2025, 2026, 2027, 2028, 2029 e 2030, per un totale di 476 unità, con le procedure di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n.545, come modificato dal comma 1 del presente articolo»: in breve, il ddl di riforma prevede l’istituzione di “giudici” legati da un rapporto di lavoro subordinato con il MEF, cioè, in soldoni, lo stipendio è “pagato” da una parte processuale.

Il che è semplicemente inaccettabile!

Continuo la lettura. Il successivo comma 10 prevede che, «Per le medesime finalità indicate nel comma 9, a decorrere dal 1° ottobre 2022, sono istituiti nel Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento delle finanze due uffici dirigenziali di livello non generale aventi funzioni rispettivamente, in materia di status giuridico ed economico dei magistrati tributari e di organizzazione e gestione delle procedure concorsuali per il reclutamento dei magistrati tributari»: in buona sostanza, il potere di avanzamento in carriera (status giuridico e concorsi) viene tolto al CPGT e attribuito alla direzione del MEF.

Trovo la circostanza scandalosa. Tanto valeva abolire il CPGT!

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IV. Letto ciò, mi sorge spontanea la domanda: ma l’Italia è ancora uno Stato di diritto?

Mi sembra, infatti, chiaro che sulla base di questo ddl non esista più un giudice tributario “indipendente”, se per giudice intendiamo – come s’intende anche nella comune opinione dei cittadini – una persona che non può essere concretamente e in alcun modo condizionabile, prima ancora che condizionato, da una delle parti processuali.

Quanto sancito nel ddl è singolare.

Fino ad oggi si è stigmatizzato il fatto che noi giudici delle Commissioni tributarie siamo pagati (poco) dalla Direzione contenzioso del MEF e, perciò, non saremmo indipendenti (in apparenza, che, come sappiamo, è ciò che conta ai fini della valutazione dell’indipendenza).

Ma tutti noi giudici tributari di merito avevamo e abbiamo una fonte di guadagno “vera” e “autonoma”, con conseguente possibilità di vivere anche senza il compenso del MEF: i nuovi magistrati tributari non avranno, invece, alcuna indipendenza economica, dovendo vivere solo dello stipendio erogato dal MEF! In questa prospettiva, è paradossale che le società di revisione possano essere qualificate “indipendenti” solo se il corrispettivo percepito dal cliente revisionato non supera il 5% del fatturato della società.

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V. Allora mi è tornato alla mente Federico II di Prussia, correva l’anno 1750.

Penso conosciate tutti l’origine del motto “c’è un giudice a Berlino”. Varie sono le versioni ma semplifichiamo: si dice che il nostro fosse impegnato nella costruzione della reggia Sanssouci a Potsdam, ma che un mulino nelle vicinanze rovinasse il panorama; insomma, voleva a tutti i costi farlo abbattere, assumendosi che ci fosse stato un “favore” da parte del Borgomastro nella concessione edilizia; fece fuoco e fiamme, ma pare che il Tar a Berlino avesse detto che tutto era in regola, dal che la risposta del mugnaio: Maestà c’è un giudice a Berlino”.

Facendo un altro collegamento neurale, e richiamando la famosa canzone degli 883 “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, possiamo dire che adesso “hanno anche ferito a morte un giudice a Berlino”.

Recitava il ritornello: «Tutto ad un tratto la porta fa slam Il guercio entra di corsa con una novità Dritta sicura: si mormora che I cannoni hanno fatto bang Hanno ucciso l’Uomo Ragno, chi sia stato non si sa, forse quelli della mala, forse la pubblicità

Hanno ucciso l’Uomo Ragno, non si sa neanche il perché, avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffè».

Il cannone l’abbiamo visto: è il ddl di riforma della giustizia tributaria.

Il perché? Il movente sono 40 miliardi di euro: vi paiono una ragione sufficiente? Tanto vale il contenzioso tributario in Italia affidato alle Commissioni tributarie! Se questi sono i numeri, come poteva il MEF rinunciare ad essere il vertice governativo della Giustizia tributaria? Si tratta del valore di due manovre finanziarie pre-Covid (se ben ricordo Indro Montanelli in un articolo aveva affermato che, per avere il nulla osta alla unificazione delle 2 Germanie, Koll avesse erogato a Yeltsin 10 miliardi di marchi).

Abbiamo l’arma, il moventema chi è stato? Chi sono colpevoli?

Beh, senz’altro politicamente sono il Ministro Franco (che sarà stato un ottimo Dirigente di Bankitalia, ma dubito che sapesse anche solo dell’esistenza delle Commissioni tributarie) e la Ministra Cartabia (lei, dato il suo curriculum, non può certo averne ignorato l’esistenza), ma questi Ministri hanno “solo preso la colpa” (e non è un’attenuante o un complimento).

Chi è il mandante? (cui prodest? Negli Usa direbbero il “deep state”).

Per rispondere richiamo un suggerimento che mi ha dato involontariamente il Prof. Glendi in occasione di un Convegno ove, a proposito di quella strana e incomprensibile norma sulla testimonianza, ha affermato, più o meno, che solo un Capo di gabinetto poteva averla scritta. Ecco chi è il mandante: il mitico Capo di gabinetto, i mitici Capi di gabinetto, insomma la struttura! Come sappiamo i Ministri passano, la struttura resta e il potere non ammette vuoti, si espande. Sempre.

Ma non è tutto.

Abbiamo anche l’aggravantechiara la premeditazione: ne sono prova le due “Commissioni di studio”, le quali hanno prodotto documenti che risultano quasi del tutto ignorati. In realtà tutto era già stato deciso, ma, come al solito, ci voleva la “copertura”; tant’è che dopo la prima (scissa) hanno fatto la seconda perché la prima non era arrivata ad una conclusione condivisa…ma condivisa da chi? Perché per le “Commissioni di studio” vale il detto De Gaulle per la legion d’onore: “un pezzo di pane ed una legion d’onore non si nega a nessuno”.

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VI. In conclusione, mi pare chiaro che il PNRR sia stata l’occasione per (provare a) sfilare la Giustizia tributaria al giudice di Berlino.

Come anticipato in apertura, con questo ddl in Italia non esiste più in campo tributario uno Stato di diritto, ma siamo passati direttamente allo Stato etico che assomma in sé tutte le funzioni.

E sono anch’io dell’opinione che questo ddl di riforma fa tornare indietro il sistema del contenzioso tributario di 150 anni.

Un’ultimissima annotazione.

I Rappresentanti del Popolo non pensino di approvarlo così com’è, al fine di ottenere i fondi europei, contando sul fatto che poi ci penserà la Corte costituzionale a mettere a posto le cose: non è così; non ci penserà affatto, non potrà intervenire perché il suo potrebbe essere solo un intervento additivo che è contro la sua giurisprudenza.

So di cosa sto parlando per esserci già passato.

Ricordate l’ordinanza n. 227 del 20 ottobre 2016 con cui ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla CTP di Reggio Emilia in merito all’ordinamento degli Organi speciali di giurisdizione tributaria?

Mi ero detto: proviamo a smuovere un po’ le acque.

Il contenzioso è quello giusto, riguardando 70 euro di tassa di concessione governativa per i telefonini; il ricorrente era un ricorrente “seriale”; incontro a un Convegno il Prof. Marcheselli, che – avendo scritto un bellissimo saggio scientifico sulle parti giuridicamente malate del nostro sistema di Giustizia tributaria – si rende disponibile, su mia richiesta, a darmi una mano, anzi due.

Dai proviamoci… ordinanza stesa a quattro mani… fine ingloriosa!

Che dire: io c’ho provato, ora tocca a Voi Signori Rappresentanti del Popolo Italiano!

(*) Marco Montanari è Vice Presidente della Sezione I, Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia.

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