EDITORIALE – Spigolature “a primissima lettura” sullo “Schema di Disegno di Legge recante «Disposizioni in materia di Giustizia e Processo tributari»”: in specie, su due punti particolarmente critici.

DiAngelo Contrino e Alberto Marcheselli -

I. Lo “Schema di Disegno di Legge recante «Disposizioni in materia di Giustizia e Processo tributari»” – che dovrebbe costituire il testo base della riforma dell’assetto, ordinamentale e processuale, della giustizia in materia tributaria – è stato finalmente licenziato (v. la bozza allegata) ed è in attesa di essere discusso in Consiglio dei Ministri, in settimana, ai fini della sua traduzione in un DDL governativo.

Nel complesso, la valutazione è – a nostro sommesso avviso – positiva, non foss’altro per la svolta epocale dell’introduzione del giudice tributario di carriera, dotato di uno status anche economico, finalmente decoroso e adeguato al prestigio e importanza della funzione svolta, dopo anni di discussioni vane e di progetti rimasti lettera morta.

La circostanza è di auspicio per un globale miglioramento dei rapporti Fisco-Contribuente, da un lato, e per una più efficiente giurisdizione tributaria nel suo complesso, vista sia la complessità della materia sia la rilevanza degli interessi, non solo economici, in gioco.

A una primissima lettura, si ravvisano tuttavia due punti che ci sembrano particolarmente critici e che vorremmo segnalare subito “in pillole”, riservandoci ulteriori approfondimenti, in una prospettiva che è meramente costruttiva: se la nostra lettura non dovesse essere corretta, meglio così; se dovesse essere invece corretta, una meditazione su tali punti ci pare necessaria ma soprattutto possibile, essendo nella fase iniziale l’iter che dovrebbe portare all’approvazione del progetto di riforma da parte del Parlamento.

Ecco le nostre (preoccupate) spigolature in ordine di criticità.

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II. La prima concerne, se non ci inganniamo, la rinnovata disciplina del contributo unificato.

Si prevede che il contributo possa essere raddoppiato nel caso di inammissibilità rigetto integrale del ricorso anche nei gradi tributari di merito.

E si prevede che il gettito ottenuto attraverso la riscossione di questo raddoppiato contributo unificato vada ad alimentare anche un fondo che, se non ci inganniamo, in parte va a costituire la provvista per la corresponsione di emolumenti alla giurisdizione tributaria.

Si tratta di una scelta che, se confermata, desta non poche perplessità, in quanto, sostanzialmente, parrebbe collegare il trattamento economico del giudice all’esito che egli dà al processo.

Per quanto non sia in discussione l’imparzialità dei singoli giudici tributari, dal punto di vista dell’apparenza di imparzialità, valore non meno rilevante in chiave costituzionale, non può negarsi che lascia piuttosto perplessi l’immagine di un giudice “premiato perché respinge“.

La circostanza appare ancora più distonica se si considera che, secondo la prevalente giurisprudenza, il raddoppio del contributo unificato non potrebbe essere pronunciato nell’ipotesi in cui a essere soccombente sia la parte pubblica, ritenendosi, con un orientamento peraltro suscettibile di rimeditazione, che nell’istituto della prenotazione a debito si configuri una ipotesi di esenzione.

In definitiva, e sempre se non ci inganniamo, ciò parrebbe creare l’apparenza, sostanziale, di un giudice premiato se respinge i ricorsi di una delle parti, quella privata.

La situazione equivarrebbe, in questa malaugurata prospettiva, a quella di un processo amministrativo in cui appaia che il giudice possa ricevere un premio se dà ragione alla pubblica amministrazione.

Ciò con l’ulteriore elemento inelegante, sempre sotto il profilo della apparenza di indipendenza, del mantenimento della giurisdizione tributaria, sia pure con il riconoscimento di ampie garanzie, nell’orbita del Ministero della Economia (che è quello nella cui orbita rientrano anche le amministrazioni soggette al controllo giurisdizionale).

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III. La seconda spigolatura concerne la ammissione della prova testimoniale.

Il progetto prevede la possibile esplicazione di una prova testimoniale scritta, ma solo quando si tratta di contrastare un atto pubblico.

La limitazione non appare comprensibile.

Non si vede perché la prova testimoniale potrebbe essere necessaria solo quando si tratta di contrastare un atto di tale natura: molto meglio sarebbe, in conformità alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ritenere che la prova testimoniale possa essere ammessa – senza limitazioni di casi o di materia – ma solo quando ritenuto necessario da parte del giudice. Una diversa soluzione alla necessità di ponderazione per l’ammissione di una prova  testimoniale, ma forse più armoniosa e in asse con la giurisprudenza internazionale.

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