Autonoma rilevanza delle operazioni a fini IVA e prestazioni accessorie

Di Adriana Salvati -

Abstract

L’accessorietà delle prestazioni a fini IVA necessita di una qualificazione chiara ed unitaria, che tenga conto della finalità oggettiva e soggettiva delle operazioni e non di criteri empirici suscettibili di differenti e controverse applicazioni.

VAT transactions and ancillary services. – The ancillary nature of services for VAT purposes requires a clear and uniform qualification, which takes into account the objective and subjective purpose of operations and not empirical criteria susceptible to different and controversial applications.

 

 

 

Sommario: 1. La Risposta dell’Agenzia delle Entrate sulla nozione di accessorietà delle prestazioni. – 2. Frammentarietà dei criteri identificativi nella giurisprudenza europea. – 3. Elementi di schizofrenia interpretativa nella prassi interna. 4. La difficile mediazione della giurisprudenza di legittimità. – 5. Connessione dell’accessorietà alla funzione dichiarata delle operazioni.

1. Con la Risposta ad interpello n. 348 del 17 maggio 2021, l’Agenzia delle Entrate ha precisato taluni criteri per l’identificazione delle prestazioni accessorie e del connesso regime IVA.

Nel caso esaminato nell’istanza, un ente del Servizio sanitario regionale aveva indetto una procedura aperta per la conclusione di un accordo quadro biennale per la fornitura in placement di piattaforme robotiche per ortopedia. Il disciplinare di gara prevedeva, poi, ulteriori prestazioni, quali l’assistenza full risk, l’aggiornamento costante di tutte le componenti sia hardware che software dei sistemi forniti, la fornitura in conto deposito di tutti i materiali monouso e pluriuso per i quali è previsto la stipula di un apposito contratto estimatorio, l’assistenza tecnico-ingegneristica e la formazione agli operatori in loco.

Nella rappresentazione dell’istante, il contratto prevedeva che la fornitura delle protesi avvenisse in modo unitario e inscindibile di tutti i pezzi, i componenti e le prestazioni accessorie alla fornitura principale rappresentata dalle protesi: la finalità del contratto sarebbe stata quella di ottenere una fornitura unica, uniforme e completa per ogni intervento. Pertanto, l’offerta delle ditte aggiudicatarie non era stata strutturata prevedendo, separatamente e dettagliatamente, i costi della fornitura, ma facendo riferimento all’unico e intero costo a intervento/prestazione e, in quanto tale, omni comprensivo. In quest’ottica, l’istante riteneva applicabile alle prestazioni accessorie il medesimo regime IVA previsto per la prestazione principale individuata nella cessione delle protesi, elemento principale dell’operazione sia sotto il profilo funzionale e contrattuale che sotto il profilo economico. In considerazione del fatto che le protesi e gli apparecchi di ortopedia sono soggette ad aliquota del 4% e che le altri parti componenti la stessa fornitura sarebbero accessorie alla prestazione principale, rappresentata dalle protesi medesime, l’istante riteneva di poter applicare l’aliquota IVA agevolata del 4% all’intera fornitura.

L’Agenzia delle Entrate, in base alla documentazione esaminata, ha ravvisato l’oggetto principale dell’accordo quadro nella fornitura delle piattaforme robotiche, il cui corrispettivo è assoggettabile ad aliquota ordinaria del 22%, e non nella cessione delle protesi soggetta ad aliquota agevolata. La fornitura di protesi, poi, sarebbe un’operazione autonoma rispetto all’intera fornitura e non potrebbe essere considerata accessoria rispetto all’oggetto principale del contratto, rappresentato dalla fornitura di piattaforme robotiche. L’Amministrazione valorizza, per l’inquadramento delle prestazioni, l’articolo 6 del capitolato tecnico che, nel disciplinare le condizioni per la fornitura del materiale tecnico, aveva previsto l’obbligo per il fornitore di stipulare il contratto estimatorio: tale elemento, unitamente al fatto che la fornitura delle protesi e delle componenti accessorie era stata gestita dai fornitori con contratti in cui sono stati separati e dettagliati i costi delle diverse forniture, ha indotto l’Agenzia a ritenere che la previsione di corrispettivi distinti per le diverse fattispecie non consenta di ricondurre la cessione delle protesi a prestazione accessoria rispetto alla fornitura delle piattaforme robotiche, sicché tale cessione dovrebbe essere assoggettata autonomamente ad aliquota agevolata. Le altre prestazioni, invece, sarebbero accessorie rispetto alla fornitura delle piattaforme e, pertanto, assoggettate al regime della prestazione principale con aliquota ordinaria.

La pronuncia è interessante perché, nel contesto della Risposta alla fattispecie concreta, prova a ricostruire la nozione di prestazione accessoria a fini IVA, richiamando la relativa giurisprudenza europea, ma focalizzandosi su alcuni elementi, quali i corrispettivi distinti per le diverse prestazioni e l’autonomia del contratto estimatorio, per escludere la sussistenza dell’accessorietà. Questa individuazione di criteri empirici per la ricostruzione della natura accessoria delle prestazioni, tuttavia, rende estremamente incerta l’interpretazione della nozione e finisce con lasciare ampi margini di discrezionalità nella qualificazione delle diverse fattispecie, valorizzando ora l’una o l’altra caratteristica delle operazioni per verificarne l’accessorietà o meno. Occorrerebbe, allora, una riflessione sui criteri adottabili per l’individuazione di tali prestazioni che, ad oggi, paiono ancora indefiniti.

2. Il primo step per una ricostruzione dell’istituto è certamente la verifica della giurisprudenza europea: i criteri per l’identificazione della prestazioni accessorie, nell’ambito della disciplina IVA, sono stati più volte enunciati dalla Corte di Giustizia, partendo dal postulato per cui ogni operazione assoggettabile ad IVA è normalmente dotata di autonoma rilevanza, di modo che, a rigore, ogni operazione dovrebbe essere interpretata indipendentemente dalle altre. Nella ricostruzione della Corte, quindi, nella normalità dei casi, ciascuna prestazione deve essere considerata generalmente distinta e autonomamente assoggettata all’imposta (sent. 8 ottobre 2020, causa C-235/19; 2 luglio 2020, C-231/19, ed ivi giurisprudenza citata). Tuttavia, in taluni casi, più prestazioni formalmente distinte, che potrebbero essere fornite separatamente e dar così luogo, singolarmente, a imposizione o a esenzione, devono essere considerate come un’unica operazione quando non sono indipendenti. In particolare, la Corte precisa che la nozione di prestazione unica ricomprende due situazioni diverse: da un lato, si configura una prestazione unica quando uno o più elementi devono essere considerati costitutivi della prestazione principale, mentre altri devono essere considerati come una o più prestazioni accessorie, cui si applica la stessa disciplina tributaria della prestazione principale; dall’altro lato, gli elementi inscindibili della prestazione unica possono anche essere posti sullo stesso piano, con la conseguenza che non è possibile ritenere che l’uno debba essere considerato la prestazione principale e l’altro la prestazione accessoria (sent. 25 marzo 2021, causa C-907/19).

Seguendo tale impostazione, sembrerebbe, allora, che intanto il regime di accessorietà si configuri come un regime derogatorio rispetto all’ordinario, in cui ogni prestazione va valutata di per sé, e poi che esso costituisca un’ipotesi diversa dalla prestazione complessa. Ne consegue un differente regime per le due ipotesi, atteso che, solo nel caso in cui una o più prestazioni costituiscono una prestazione principale, mentre una o più prestazioni costituiscono prestazioni accessorie, a queste ultime si applica la stessa disciplina tributaria della prestazione principale. Le prestazioni accessorie, infatti, concorrono alla formazione della base imponibile dell’operazione principale, ne assumono lo stesso trattamento fiscale e, se imponibili, la medesima aliquota IVA. La questione, quindi, verte sulla identificazione dell’accessorietà di una prestazione rispetto ad un’altra da definirsi principale.

Ora, come noto, nell’ambito della cooperazione istituita in forza dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, da un lato, spetta agli organi giurisdizionali nazionali stabilire se, in uno specifico caso, il soggetto passivo fornisca una prestazione unica ed effettuare a questo proposito tutte le valutazioni definitive sui fatti; dall’altro, incombe alla Corte fornire a tali organi giurisdizionali tutti gli elementi interpretativi attinenti al diritto dell’Unione che possano essere utili per dirimere la controversia di cui sono investiti.

In tale iter interpretativo, la giurisprudenza europea non delinea una definizione unica di accessorietà, valida per ogni tipologia di operazione e/o prestazione, ma indica alcune linee guida per l’individuazione in concreto delle diverse prestazioni accessorie. E il principale strumento per l’individuazione di un vincolo di accessorietà viene chiaramente individuato nella mancanza di autonomia del fine della prestazione: un’operazione deve essere considerata accessoria ad una principale quando essa non costituisce per la clientela un fine a sé stante, bensì il mezzo per fruire nelle migliori condizioni della fornitura principale offerta dal soggetto passivo (sent. 4 marzo 2021, n. 581/19, e giurisprudenza ivi citata). In sostanza, la prestazione accessoria di per sé, senza la connessione con la prestazione principale, sarebbe priva di scopo per il soggetto che ne usufruisce. L’elemento cardine da valutare, pertanto, sarebbe la finalità per cui l’operazione è conclusa e l’esame di tale finalità andrebbe operato sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo, verificando cioè se l’operazione di per sé ha la funzione di integrare la prestazione principale, migliorando le condizione per usufruire della stessa, e se nell’intenzione delle parti l’operazione non persegua un fine autonomo, una causa tipica (sent. 28 febbraio 2019, C-278/18). Vale a dire che occorre tenere conto dell’obiettivo economico dell’operazione, nonché dell’interesse dei destinatari delle prestazioni (Corte di Giustizia, 16 aprile 2015, causa C-42/14, Minister Finansów contro Wojskowa Agencja Mieszkaniowa w Warszawie). In quest’ottica, le diverse prestazioni costituirebbero un’unica operazione quando due o più prestazioni, fornite dal soggetto passivo, sono così strettamente connesse da formare, oggettivamente, una sola prestazione economica indissociabile, la cui scomposizione avrebbe carattere artificioso (sent. 2 luglio 2020, B.I.M., C-231/19, cit.).

La finalità o l’utilità autonoma della prestazione diviene, quindi, la linea Maginot per distinguere prestazioni accessorie e principali, e questo perché alla chiarezza del enunciato si sono poi sovrapposti diversi criteri, talvolta complementari, talaltra contraddittori. In particolare, la Corte ha sottolineato l’importanza di un secondo criterio, che sembrerebbe configurarsi come un indizio del primo, e relativo alla considerazione del valore rispettivo di ciascuna delle prestazioni che costituiscono l’operazione economica, ove l’una risulti minima, se non addirittura marginale, rispetto all’altra (v., in tal senso, sent. 4 marzo 2021, n. 581/19 e 22 ottobre 1998, C-308/96 e C-94/97). Si sono, poi, messi in luce elementi secondari, di ordine materiale e privi di importanza decisiva (v., in tal senso, sent. 25 febbraio 1999, C-349/96), che possono, eventualmente, sostenere l’analisi dei primi elementi, come l’accesso separato (sent. 17 gennaio 2013, C-224/11,) o congiunto (sent. 8 dicembre 2016, C-208/15) alle prestazioni in parola o l’esistenza di una fatturazione unica (ord. 19 gennaio 2012, C-117/11, nonché giurisprudenza ivi citata) o distinta (sent. 18 gennaio 2018, C-463/16). In taluni casi si focalizza l’attenzione sulla pattuizione di un prezzo unico e, con riferimento all’accessorietà delle prestazioni assicurative, si precisa che le modalità di fatturazione e di tariffazione possono fornire indici del carattere unico di una prestazione. Così, una fatturazione separata ed una tariffazione distinta delle prestazioni deporrebbero in favore dell’esistenza di prestazioni indipendenti, senza peraltro rivestire importanza decisiva (cfr. sent. del 18 gennaio 2018, C-463/16; 17 gennaio 2013, causa C-224/11).

Il combinato esame dei diversi elementi, di volta in volta individuati, ha avuto l’effetto di sfumare il requisito primario indicato dalla giurisprudenza europea, attinente la finalità oggettiva e soggettiva delle operazioni, sicché la trasposizione delle affermazioni di principio, frutto della discrezionalità interpretativa, nella risoluzione di casi simili o assimilabili a quelli che le hanno originate, hanno prodotto una risposta contraddittoria particolarmente evidente nel nostro ordinamento, ove gli orientamenti di prassi e di legittimità sono prigionieri dei diversi distinguo che hanno snaturato la valorizzazione della “causa” delle operazioni. Tant’è che l’enfasi posta sulle caratteristiche concrete delle diverse operazione ha generato un dedalo interpretativo in cui difficilmente ci si orienta.

3. Rispetto all’interpretazione europea, quella interna è sensibilmente divergente, stante la non perfetta sovrapponibilità tra il vincolo di accessorietà, delineato dall’art. 12 D.P.R. n. 633/1972, ed il legame di ausiliarità richiesto dalla Corte europea, tant’è che, nelle pronunce della Corte di Giustizia viene richiamato l’art. 1 della Direttiva e non l’art. 78, recepito dalla norma nazionale. Ed infatti l’art. 12 D.P.R. n. 633/1972, nel disciplinare l’applicazione dell’IVA alle prestazioni accessorie, che non sono soggette “autonomamente all’imposta nei rapporti fra le parti dell’operazione principale”, afferma chiaramente che è necessario che le medesime prestazioni siano svolte “direttamente dal cedente o prestatore ovvero per suo conto e a sue spese”.

Nel comma 1 dell’art. 12 sono elencate le prestazioni da considerarsi comunque accessorie, ovvero quelle di trasporto, posa in opera, imballaggio, confezionamento e fornitura di recipienti o contenitori, sicché il legislatore ha indicato analiticamente ed espressamente le attività da considerarsi univocamente riconducibili al regime di accessorietà, individuando in tal modo “prestazioni accessorie tipiche”, contrapposte alle “altre cessioni o prestazioni di servizi”, che rappresentano una categoria generica, eterogenea e residuale (Risposta a interpello n. 760 del 3 novembre 2021).

Il comma 2 precisa, poi, che “se la cessione o prestazione principale è soggetta all’imposta, i corrispettivi delle cessioni o prestazioni accessorie imponibili concorrono a formarne la base imponibile”. Ovviamente se la cessione o prestazione principale è non imponibile, ovvero esente, lo è anche quella accessoria (cfr. ris. min. 22 gennaio 1997, n. 6). La suddetta disposizione codifica, quindi, nel nostro ordinamento il principio “accessorium sequitur principale” con riguardo a quelle operazioni che, in virtù dello stretto rapporto funzionale che le lega ad un’altra (operazione principale), perdono specifica autonomia ai fini dell’applicazione dell’imposta.

Nell’interpretare la norma, l’Amministrazione finanziaria ha sempre richiamato il criterio individuato, in via principale, dalla Corte europea e relativo all’utilità dell’operazione, riconoscendo il carattere di accessorietà nel caso in cui entrambe le prestazioni convergano verso il medesimo obiettivo, precisando la necessità che le operazioni intercorrano tra le stesse parti, in conformità al dato normativo interno. Sovente si afferma che: “perché si delinei un rapporto di accessorietà tra due prestazioni è necessario che la prestazione accessoria sia posta in essere dal medesimo soggetto che realizza l’operazione principale e che non costituisca per la clientela un fine a sé stante” (in questi termini ris. 1° agosto 2003, n. 167/E; conformi ex multis ris. min. 11 febbraio 1998, n. 6; ris. min. 18 marzo 1992, n. 430654; ris. min. 29 marzo 1991, n. 490292; ris. min. 15 dicembre 1990, n. 431168; ris. min. 15 ottobre 1979, n. 363930).

A tale criterio si è poi combinato quello relativo alla comparazione dei valori delle operazioni principali e accessorie, sottolineandone l’incisività (ex multis già ris. min. 8 marzo 1988, n. 550145), ed in particolare, con la ris. 12 giugno 2001, n. 88, l’Amministrazione finanziaria ha chiarito che, per individuare le operazioni accessorie, occorre verificare concretamente il nesso di dipendenza funzionale con la prestazione principale e il valore comparativo delle varie prestazioni. La stessa risoluzione ha precisato, altresì, che “le operazioni accessorie devono avere la funzione di integrare, completare e rendere possibile la prestazione principale”. In altri interventi, però, l’Amministrazione precisa la necessità che la prestazione accessoria formi un tutt’uno con l’operazione principale e che non si limiti solo solo a renderla possibile o più agevole (ris. 15 luglio 2002, n. 230/E, ove si aggiunge che “occorre in particolare che le prestazioni accessorie siano effettuate proprio per il fatto che esiste una prestazione principale, in combinazione con la quale possono portare ad un determinato risultato perseguito”).

Sui due criteri fondamentali per l’individuazione dell’accessorietà si è, poi, innestato un gioco dei distinguo fondato sulla valorizzazione di diversi elementi di fatto che dovrebbero coadiuvare il requisito principale della finalità, ma che in realtà hanno parcellizzato il quadro interpretativo di riferimento. L’Amministrazione, ad esempio, in alcuni casi, ha individuato prestazioni autonome solo perché il prestatore aveva la possibilità di rendere entrambe le prestazioni, indipendentemente le une dalle altre: la Risposta ad interpello n. 629 del 29 dicembre 2020, con riferimento al caso di una agenzia assicurativa, che aveva affiancato all’attività principale di intermediazione una serie di altre prestazioni (c.d. servizi aggiuntivi) in grado di fornire ai conducenti degli autoveicoli informazioni utili riguardanti il proprio stile di guida, i consumi e lo “stato di salute” dell’automobile, ha valorizzato il fatto che l’agenzia assicurativa fosse in grado di fornire le coperture assicurative indipendentemente dalla vendita dei servizi aggiuntivi e che tali servizi aggiuntivi potessero essere venduti anche a una clientela diversa rispetto a quella che aveva o intendeva sottoscrivere la polizza assicurativa. Questo per concludere che tra le prestazioni non vi sarebbe alcun “nesso economico unitario”, tale da renderne artificiosa la scomposizione. È particolarmente interessante che, in tale pronuncia, l’Amministrazione abbia sottolineato che, nella prospettiva del consumatore medio che se ne avvale, le prestazioni assicurative e i servizi accessori rispondevano a esigenze di consumo totalmente differenti, anche a prescindere dall’eventualità che il relativo acquisto venisse effettuato contestualmente.

Nella precedente Risposta ad interpello n. 372 del 17 settembre 2020, l’Amministrazione, invece, aveva rilevato che è possibile una connessione tra la fornitura del servizio di consulenza in materia di investimenti e quella del servizio di “RTO”, ancorché i due predetti elementi (che compongono la prestazione complessa) potessero in astratto essere forniti separatamente. Le due pronunce sembrano confliggenti, atteso che non delineano una linea di discrimen tra le ipotesi in cui l’astratta possibilità di rendere autonomamente le due prestazioni sia sintomo di autonomia delle stesse o di accessorietà.

Il breve excursus degli orientamenti amministrativi conferma, allora, che il quadro interpretativo che si è delineato nella prassi interna è frastagliato e privo di sicuri punti di ancoraggio, probabilmente risentendo, da un lato, delle variegate pronunce della giurisprudenza della Corte di Giustizia e, dall’altro, della difformità del dato normativo interno rispetto alle indicazioni europee.

4. Il medesimo quadro si delinea, infine, nelle pronunce di legittimità. La Cassazione ricostruisce la nozione di accessorietà sulla scorta di quanto enucleato dalla Corte europea ed evidenzia la necessità di una lettura congiunta dell’art. 12 D.P.R. n. 633/1972 e dell’art. 2, n. 1 della Sesta Direttiva, come interpretata dalla Corte di Giustizia: la prestazione accessoria deve essere, dunque, strumentale a quella principale e avere il fine di permettere l’effettuazione o la migliore fruizione della prestazione principale, configurandosi essenzialmente come un mezzo per il completamento o la realizzazione della operazione principale, avendo riguardo anche all’aspetto soggettivo relativo all’intenzione delle parti (così la nota Cass., 16 novembre 2011, n. 24049).

Nel solco di queste posizioni, la Cassazione prova a conciliare la disciplina europea, secondo cui un insieme di prestazioni possono essere qualificate come prestazione unica ai fini dell’IVA anche nel caso in cui siano effettuate da soggetti diversi, con il dato testuale dell’art. 12 D.P.R. n. 633/1972 e la prassi domestica. Il principio dell’identità soggettiva del prestatore è stato disconosciuto, a livello europeo, dalla sent. 11 gennaio 2001, causa C-76/99, nella quale è stato stabilito che le indennità (c.d. “diritti di trasferimento”) percepite da un laboratorio di analisi a fronte della trasmissione dei prelievi effettuati sui pazienti ad altro laboratorio specializzato beneficiano dello stesso regime IVA delle prestazioni di analisi, mentre nel nostro sistema la prassi amministrativa ha sempre valorizzato il dato normativo inerente la necessaria identità soggettiva dei prestatori. Questo tentativo di conciliazione può essere ravvisato in una recente pronuncia in cui la suprema Corte ha ampliato la possibilità di configurare una prestazione accessoria riferendola anche alle prestazioni effettuate da un terzo, purché rese per conto di chi ha posto in essere l’operazione principale, avvalorando così la tesi per cui anche un controllo di fatto del prestatore principale sul terzo implicherebbe ipso facto che la prestazione sia effettuata per suo conto (Cass., 9 gennaio 2019, n. 351). Tale posizione, tuttavia, non è univoca, atteso che, diversamente, in altra ipotesi ha affermato che: “La diversità di soggetto che ha provveduto alla cessione dei beni (il fornitore dei beni mobili e del servizio, da un lato; l’appaltatore, dall’altro) non consente di operare una valutazione di unitarietà dell’operazione e di attrarre al regime di imponibilità per la cessione del fabbricato da parte del mandatario anche la diversa operazione negoziale di acquisto di beni mobili e servizi da altro soggetto” (Cass., 28 gennaio 2020, n. 1852).

Sui criteri per l’individuazione della nozione di accessorietà, poi, si sottolinea l’essenzialità del rapporto diretto e funzionale tra operazione principale e operazione accessoria, che non può avere il carattere di una relazione generica perché in qualche modo connessa all’attività del soggetto, ma deve estrinsecarsi logicamente con l’effettuazione della prima al punto tale da costituire con quest’ultima un tutt’uno. In questo caso e solo in questo, la prestazione potrà essere qualificata accessoria e non seguirà il regime impositivo collegato alla sua natura oggettiva per essere invece assoggettata al regime della prestazione principale, per cui se la cessione o prestazione principale è soggetta all’imposta, i corrispettivi delle cessioni o prestazioni accessorie concorreranno a formarne la base imponibile. Il supremo Consesso, valorizzando il fine perseguito dal cliente-committente, ha affermato che “quando si è in presenza di una pluralità di prestazioni, occorre tenere conto della complessiva attività economica svolta, ed in particolare, della specifica finalità perseguita, sicché proprio in relazione alla suddetta finalità, una prestazione è da considerarsi accessoria quando non costituisce il fine ultimo, ma il mezzo per il raggiungimento della effettiva finalità economica perseguita” (Cass., 14 gennaio 2020, n. 419).

Anche la Corte, poi, cede alla tentazione di integrare i criteri di massima con elementi ulteriori e, ad esempio, ritiene circostanza rilevante l’unicità del corrispettivo pattuito dalle parti o la prevalenza delle risorse umane dedicate alla resa dell’operazione principale, rispetto a quelle utilizzate per l’operazione accessoria. Nel caso di un contratto, con il quale un soggetto italiano operante nel ramo informatico si impegna, a fronte della pattuizione di un compenso unitariamente determinato, a commercializzare i prodotti di un altro soggetto appartenente alla UE, offrendo, altresì, una serie di altri servizi, tecnici e amministrativi, costituenti il mezzo per una migliore fruizione dei prodotti commercializzati, la Cassazione ritiene sussistente un’unica operazione economica, sicché non sarebbe possibile scindere i servizi di intermediazione propriamente detti dagli altri servizi offerti, da ritenersi accessori ai primi e, quindi, soggetti al medesimo regime impositivo (Cass., 6 luglio 2018, n. 17836). In alcune pronunce, poi, si afferma espressamente la necessità di individuare gli elementi caratteristici dell’operazione: ad esempio, quando sia stato concluso un contratto in coassicurazione con una pluralità di imprese, obbligate pro quota alla copertura del rischio dell’assicurato, e uno dei coassicuratori sia delegato dagli altri alla gestione e all’esecuzione del rapporto assicurativo, con o senza spendita del nome degli altri, occorrerebbe verificare tutti gli elementi delle operazioni per stabilire se il soggetto passivo fornisca all’assicurato, considerato come consumatore medio, attraverso la pluralità di attività poste in essere, più prestazioni principali distinte, oppure un’unica prestazione, accompagnata, o meno, da altre prestazioni accessorie. In questo caso, andrebbe verificato se il prestatore di servizi si fosse impegnato direttamente nei confronti dell’assicurato a garantirgli la copertura del rischio, vincolandosi all’assicurato con un rapporto contrattuale (Cass., 11 ottobre 2017, n. 23785). Quest’attenzione alla minuziosa casistica e ai dettagli anche formali delle operazioni conferma la sussistenza, anche nella giurisprudenza di legittimità, di aporie ricostruttive della nozione di accessorietà, con quella sostanziale incertezza definitoria connessa all’inseguimento delle distinzioni particolari in ogni singola fattispecie.

5. L’empasse interpretativa si è generata perché il nostro ordinamento non conosce un concetto di accessorietà a priori (così Rubino D., L’ipoteca immobiliare e mobiliare, in Cicu A. – Messineo F., diretto da, Tratt. dir. civ. e comm., Milano 1956, 23): nel sistema civilistico, non esiste un capo o una norma dedicata alla nozione di accessorietà, rinvenendosi solo alcuni sintagmi relativi, ad esempio, ai rapporti di connessione tra cose, ai diritti accessori, alla cessione del credito o in tema di imputazione dei pagamenti. Nel campo contrattuale, poi, il termine accessorietà è stato utilizzato con riguardo alle ipotesi di collegamento negoziale o all’effetto traslativo della proprietà o, nel diritto dei consumatori, per definire proprio i cd. contratti accessori. Nel diritto commerciale, i tentativi di abbozzare una teoria generale dell’accessorietà si sono risolti per lo più riferendo tale nozione al fenomeno del collegamento funzionale (Oppo G., Contratti parasociali, Milano, 1942).

Sotto il profilo logico, l’accessorio presuppone ciò che accessorio non è, ma che, al contrario, è principale, sviluppandosi come concetto di relazione in cui il primo elemento non può avere significato se non in rapporto con il secondo.

Questa primissima embrionale interpretazione evidenzia già il fatto che l’accessorio deve aggiungersi ad un quid principale, che vi deve essere una finalità, uno scopo per la realizzazione del quale l’accessorio trova ragion d’essere e che deve sussistere un rapporto gerarchico tra ciò che è più o meno importante (Ceolin M., Sul concetto di accessorietà nel diritto privato, Torino, 2017, 5 ss). Il termine accessorio, allora, ha almeno due significati: secondario e dipendente. Tanto implica che vi sia un elemento essenziale sul quale è improntata la disciplina di riferimento e al quale si conforma il regime dell’operazione accessoria. Ne consegue che è dalla funzione che l’accessorio svolge che è possibile trarne la nozione, sicché la nozione di accessorio è ricavabile prima di tutto dalla funzione dell’elemento secondario.

In quest’ottica, occorre epurare l’interpretazione dai diversi criteri empirici, di volta in volta individuati nella prassi, per concentrarsi, invece, sulla valorizzazione della funzionalità oggettiva e soggettiva delle operazioni.

Riprendendo l’originaria impostazione delineata dalla Corte di Giustizia, occorrerebbe valutare il nesso funzionale esistente tra le prestazioni e la causa delle operazioni poste in essere, declinata nella sua accezione oggettiva e soggettiva.

Senza entrare nella nota querelle relativa alla nozione di causa del contratto, che ha condotto all’affermazione secondo cui la causa nel diritto italiano assume i connotati del labirinto (così Broggini G., Causa e contratto, in Vacca L. a cura di, Causa e contratto nella prospettiva storico-comparatistica, Torino, 1997), ne andrebbe valorizzata l’accezione come origine, motivo, ragione determinante, atteso che questo è pur sempre l’unico elemento determinante per stabilire se una prestazione è accessoria ad un’altra. Sarebbe necessario, in altri termini, preferire alla visuale atomistica delle diverse prestazioni la visuale unitaria dell’operazione: vista nel suo insieme, nella somma delle prestazioni, la volontà contrattuale assume una speciale giustificazione.

La funzione delle operazioni compiute può essere ravvisata nella produzione degli effetti dichiarati dalle parti, di modo che tale funzione è indicata, scolpita nella volontà dichiarata dalle parti, ed è attuata, compiuta, con il prodursi dell’effetto delle operazioni, qual è voluto dalle parti (Sacco R., [voce] Causa, in Digesto, disc. priv., sez. civ., 2014). Non si tratta, allora, di individuare la “funzione economico – sociale” delle operazioni, o la cd. “funzione tipica” (cfr. Betti E., Teoria generale del negozio giuridico, Napoli, 1994, 174 ss.), ma di ricercare gli interessi in gioco, che consentono di valutare anche l’aspetto soggettivo delle operazioni per i contraenti, e questo perché la causa opera secondo la volontà delle parti, prevenendo la scissione delle operazioni in più elementi autonomi: l’adozione di un “principio causale” mantiene inscindibili gli effetti delle operazioni, secondo la documentata o presumibile volontà delle parti.

Ecco allora che l’adozione del criterio del valore puramente economico rivela le sue intrinseche limitazioni e i possibili effetti distorsivi, poiché sottintende che solo quando diverse operazioni costituiscono un unicum sotto il profilo economico, non potranno essere artificiosamente divise in più operazioni, tralasciando la funzione delle operazioni che può essere del tutto autonoma dal valore economico di ciascuna.

La via della semplificazione potrebbe, quindi, essere risolutiva e lasciare argini di discrezionalità ridotti nell’individuazione delle diverse ipotesi applicative. Fermo restando, però, che resta pur sempre da sciogliere il nodo sull’alterità soggettiva dei prestatori delle operazioni principali e accessorie e del contrasto tra la normativa interna ed europea: su tale aspetto sarebbe necessario un intervento di adeguamento del legislatore e tanto per evitare le difformità, di volta in volta, sollevate nell’applicazione della disciplina nostrana.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Ceolin M., Sul concetto di accessorietà nel diritto privato, Torino, 2017

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