EDITORIALE – Aprile 2022 – L’art. 20 D.P.R. n. 131/1986 non interferisce con l’applicazione dell’IVA

Di Andrea Fedele -

La Cassazione, con l’ordinanza, Sez. V, n. 10283 del 31 marzo 2022, ha sollevato, in via pregiudiziale, innanzi alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, la questione della conformità al diritto dell’Unione stessa della vigente versione dell’art. 20 D.P.R. n. 131/1986.

La controversia che ha dato luogo al rinvio riguardava il diniego della detrazione dell’IVA corrisposta dalla società ricorrente su una compravendita di immobili (con mobili “collegati ed ancorati”) poi (ri)qualificata dall’Agenzia delle entrate come cessione di azienda. Si trattava dunque di applicare la disciplina interna dell’IVA, che non limita in alcun modo il riferimento ad elementi “extratestuali” nella qualificazione delle operazioni imponibili.

L’argomento, direi esclusivo, sul quale si fonda la motivazione dell’ordinanza è chiaramente enunciato nel punto 15 della motivazione stessa: “La lettura di tali disposizioni, secondo il Collegio, porta a dover prendere in considerazione la disciplina dell’imposta di registro a cui implicitamente ma chiaramente la disposizione del decreto IVA rinvia: il mancato assoggettamento all’IVA, difatti, consegue all’applicazione, per queste operazioni, dell’imposta di registro” [sottolineatura dell’Autore].

L’erroneità di tale assunto risulta evidente: è l’assoggettamento ad Iva che esclude l’applicazione del tributo di registro e, conseguentemente, è la disciplina del registro che rinvia a quella dell’IVA, non viceversa.

E’ sufficiente un sommario riscontro del testo dell’art. 40 D.P.R. n. 131/1986 per constatare, non solo che cessioni di beni e prestazioni di servizi soggetti ad IVA devono essere identificati sulla base della disciplina di quest’ultima imposta, ma che anche le operazioni escluse dall’ambito di operatività dell’IVA in virtù di specifiche regole ad essa attinenti devono scontare l’imposta di registro secondo la configurazione loro attribuita dalle regole stesse, come espressamente dispone, per le operazioni permutative, il secondo comma dell’art. 40 D.P.R. n. 131/1986 (e la stessa soluzione va adottata anche per le cessioni di azienda). D’altronde l’art. 40 è “successivo” all’art. 20 nel D.P.R. n. 131/1986! (per più distese argomentazioni mi permetto di rinviare al mio articolo in Riv. dir. trib. 2021, I, 479 ss.).

Dunque non vi è nessuna possibilità che l’applicazione del tributo armonizzato secondo i principi, anche di livello unionale, propri del tributo stesso sia ostacolata dalla novellata disposizione dell’art. 20 D.P.R. n. 131/1986. Ed invero la Corte parrebbe, in definitiva, evocare (n. 26 della motivazione) una “uniformità di interpretazione dei medesimi istituti giuridici nell’intero ordinamento tributario”, che implicherebbe, in sostanza, il superamento della distinzione tra tributi armonizzati e non, ancora ferma, sia nella giurisprudenza della Corte di giustizia che nelle pronunzie della stessa Cassazione. Si tratta però di un’esigenza comunque non richiamata a proposito, giacché, come ho detto, la cessione di azienda deve essere assoggettata a registro proprio nella medesima configurazione ad essa attribuita nella disciplina dell’IVA, laddove la esclude dalla sua operatività.

L’avversione per la recente modifica all’art. 20 D.P.R. n.131/1986, modifica forse in sé discutibile, ma in realtà contrastata dalla Corte perché le impedisce interventi antiabusivi al di fuori delle regole procedimentali poste dall’art. 10-bis L. 212/2000, sembra aver qui distorto l’interpretazione, altrimenti ovvia, delle norme vigenti. Non resta che attendere l’esito di una, forse inutile, ulteriore vicenda giurisprudenziale.

Scarica il commento in formato pdf