EDITORIALE – Marzo 2021 – Il Fisco, le Virtù Cardinali e Satana il causidico.

Di Alberto Marcheselli -

I. Introduzione: la virtù della giustizia.

L’oggetto del mio intervento odierno [1] trae ispirazione dalla prestigiosa sala in cui ci troviamo: è un tentativo di collegamento – un po’ provocatorio (nelle intenzioni, nel senso di thought provoking) tra il diritto tributario e, non solo la morale in generale, ma anche le virtù cardinali, in particolare.

In effetti, mi era sempre sembrato che l’unica dimensione di moralità del diritto tributario fosse quella rappresentata dal fatto che il diritto tributario doveva essere morale in quanto equo.

In effetti, con il trascorrere del tempo, pare che la situazione si sia evoluta. Per dirlo in un altro modo, mi sembrava che, delle quattro virtù cardinali, in origine fosse rilevante soltanto la giustizia. Lo Stato svolge i suoi compiti con diligenza e giustizia e i contribuenti pagano ciò che è giusto pagare. Il giusto prezzo dei giusti servizi pubblici, il sacrificio giusto in adempimento del dovere di solidarietà. Cio, è intrinsecamente morale, come è sempre il rispetto della legge.

Da questo punto di vista mi avevano molto colpito le parole di Ezio Vanoni del 1954.

E, cioè, che ognuno deve fare la sua parte ma è giusto che la prima mossa la faccia lo Stato, che può pretendere quanto spetta a Cesare, soltanto dopo aver fatto quanto Cesare deve garantire ai cittadini.

Ho, quindi, sempre ritenuto il diritto tributario un fatto di virtù civili e morali ma limitatamente al concetto di giustizia.

A parte questo, mi pareva un diritto affascinante per la sua neutralità nel suo contenuto: è una questione di giusto prezzo di cose misurabili oggettivamente.

Mi sembra che si sia evoluto e non poco in senso etico.

E, a volte, anche eticizzante, che è una cosa meno buona.

Per esempio, negli anni 90 ci si domandava se fosse giusto, morale tassare le ricchezze illecite.

Un primo argomento etico veniva contrapposto. Pecunia olet, sono soldi sporchi, lo stato sarebbe ricettatore.

Questo è stato largamente superato, direi giustamente.

Anzi, si è percorsa parecchio questa strada con condoni, condonini e condonetti, ravvedimenti operosi d’ogne sorta di figliol prodigo, anche con copertura di eventuali illeciti.

Quindi, mettere la sordina alla moralità, quando serve a riscuotere, è scelta accettabile.

Ciò appare coerente con il fatto che il diritto tributario è sempre stato presentato come una disciplina dal contenuto eticamente neutrale. Adempiere i tributi è, cioè, un fatto morale così come rispettare qualunque legge, ma l’oggetto del diritto tributario è un fatto eticamente neutro: la ricchezza.

Nella pratica, però, ci sono alcuni casi che sembrano andare in direzione opposta.

Mi sembra infatti che il diritto tributario sia ora tutto un fiorire di argomenti etici o giudizi di valore, o della necessità di tassare la mancanza di virtù.

Darò una chiave di lettura un po’ leggera ad alcune situazioni pratiche, che mi perdonerete.

Ci sono infatti – mi pare – tributi sulla stupidità, la negligenza, l’impazienza.

E che risorgano, insomma, le altre virtù cardinali.

 

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II. La tassazione del difetto di temperanza.

Ci sono, infatti, tasse sulla stupidità.

Ad esempio, vien da pensare alla questione della antieconomicità, inerenza quantitativa, o dei redditometri.

Se spendi troppo può essere che fingi, nel caso della antieconomicità, ma può anche essere che sbagli.

Oppure, nel redditometro, puoi essere semplicemente prodigo, e non ricco.

Se spendi troppo sei stupido o prodigo e non sai trattenerti…

Ciò evoca un po’ la virtù cardinale della temperanza, come capacità di frenare i tuoi appetiti…

Ma è l’intemperanza il presupposto del tributo? Non dovrebbe: se Tizio fa un investimento sbagliato non per questo è più ricco e, quindi, non dovrebbe essere tassato per questo.

Dovrebbe tassarsi la ricchezza effettiva, certi automatismi su antieconomicità e adeguatezza della spesa possono essere forzature, che si potrebbero giustificare solo se il presupposto fosse proprio l’intemperanza.

 

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III. La tassazione del difetto di prudenza.

Esistono, poi, tasse sulla negligenza.

Viene qui alla mente la vicenda della detrazione IVA.

Alla radice della giurisprudenza in materia di detrazione iva e di negazione della detrazione iva in caso di frode del fornitore sta, infatti, una considerazione di tipo etico. In buona sostanza c’è una parte, il fornitore che si rende insolvente rispetto al suo obbligo di pagare il tributo e un altra parte, il cliente, che non è stato sufficientemente attento, e viene “punito” per la sua disattenzione e negligenza.

Entro certi limiti il diniego di detrazione è giustissimo, indipendentemente da considerazioni di tipo etico: se partecipi alla frode del tuo fornitore per ottenere uno sconto sul prezzo hai solo fatto finta di pagare l’iva.

Però, quando invece non vi sia dolosa partecipazione alla frode, la giustificazione si indebolisce e trascolora.

Mi sembra che questa soluzione sia ispirata dalla virtù cardinale della prudenza intesa come discernere, in ogni circostanza, il nostro vero bene e saggia scelta dei mezzi adeguati per attuarlo. Da un punto di vista strettamente biblico, la prudenza evoca essenzialmente il dono della Sapienza, cioè la capacità di vedere ogni cosa alla luce di Dio.

Perché, a volte, per rendersi conto dei peccati del fornitore secondo gli standard della giurisprudenza, occorrerebbe veramente vedere ogni cosa alla luce di Dio.

Certe contestazioni, in effetti, richiedono una prudenza superumana.

Ma, più in generale, il presupposto dei tributi è l’imprudenza?

 

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IV. La tassazione del difetto di fortezza.

A volte viene tassata la impazienza: mi evoca la tassazione dell’impaziente e dell’impazienza, ad esempio, la questione dei cosiddetti prospetti di riconciliazione nell’accertamento bancario.

Si pensi al caso in cui Tizio abbia versamenti sul conto corrente per 950 e abbia emesso fatture per 1000.

Secondo la giurisprudenza Tizio deve dimostrare, versamento per versamento, che quei 950 sono parte dei 1000 fatturati.

Parrebbe ovvio, molto ovvio che ne siano parte: l’unica ipotesi che giustifica che non ne siano parte sarebbe quella, assai strampalata, che Tizio – evidentemente ebbro – versasse in banca il.. nero e fatturasse quello che… tiene sotto il materasso.

E, quindi, si richiede il paziente lavoro del commercialista volto a recuperare tutti i dati, per dimostrare una cosa ovvia.

Qui sicuramente la virtù cardinale di riferimento è la fortezza, intesa come la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura.

Cosa altro occorre se non queste doti a fronte della ricerca di giustificare magari un quinquennio a ritroso di minuti movimenti bancari, che, secondo logica sarebbero già in partenza irrilevanti?

Ma il presupposto dei tributi è l’impazienza?

Certamente tanta pazienza e, quindi, fortezza, è richiesta nella applicazione del diritto tributario.

Molta pazienza è richiesta, poi e certamente, agli ascoltatori (e poi lettori) di questo intervento, ma anche ai giudici a leggere gli atti delle parti e ad ascoltare gli sproloqui dei difensori, e così via…

 

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V. Il contribuente e i cori angelici.

Fino a qui, insomma,  il diritto tributario era solo sommessamente etico.

Da ultimo sta diventando apertamente etico anche nel diritto sostanziale, e in un senso meno opinabile.

Si diffondono imposte che aiutano a discernere il bene è quindi incentivano la  prudenza, come le imposte sulle bevande zuccherate e le imposte ambientali.

Si diffondono imposte che incentivano la capacità di trattenere gli impulsi, e quindi la temperanza, come i tributi sul gioco.

Si prevedono sanzioni per chi non ama abbastanza la giustizia, come le sanzioni introdotte dal governo Monti per chi non coopera alla propria autoincriminazione, chi mente durante i controlli.

L’amore per la giustizia del contribuente dovrebbe sospingerlo nell’alto dei cieli: neppure nel diritto penale più severo è prevista la punizione per chi non confessa.

 
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VI. Satana il causidico.

Ma, come in ogni apologo, non può mancare la lingua di Satana.

Chi, se non Satana il causidico e il capzioso indurrebbe in tentazione, osservando che un tributo sul bene, se ottiene il bene, è un tributo… dannoso perché non fa guadagnare nulla?

In effetti, se tutti i tributi venissero spostati sull’inquinamento e nessuno inquina più il gettito diventa zero.

Chi, se non Satana il Sottile, potrebbe suggerire che tutte queste novità potrebbero essere giustificate in modo più elegante e senza scomodare il Bene?

Ad esempio: chi inquina consuma un bene pubblico ed è giusto che lo paghi, ovvero si avvantaggia del servizio per disinquinare: lo paghi.

Chi mangia e beve male, poi consuma maggiormente i servizi sanitari, quindi è giusto che paghi.

Ma è una via lastricata di buone intenzioni, che porta dove portano tutte quelle strade, cioè all’inferno.

Proseguendo nella scala dei paradossi uno potrebbe spingersi a dire:  non consuma servizi soltanto chi è morto… ma non è certo un risparmio di imposta desiderabile!

Dall’altro, se si tassa il male, e tutti diventano buoni, chi paga le tasse, poi?

Dobbiamo, cioè, augurarci che il male trionfi?

Humour nero a parte, forse è meglio un Fisco morale, ma non moralista.

Forse è meglio rivolgere il nostro cuore alle virtù teologali.

E in particolare la Fede e la Speranza che Prudenza e Giustizia tornino a illuminarci tutti.

 

[1] Il presente scritto riproduce la relazione tenuta dall’autore alla Ottava edizione del  Convegno Enti Ecclesiastici, Genova, 16 dicembre 2021, Sala Quadrivium.

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