Brevi riflessioni su talune problematiche dell’esimente nella nuova disciplina CFC

Di Francesco Nicolosi -

Abstract 

Il D.Lgs. 29 novembre 2018, n. 142 ha modificato significativamente la disciplina CFC. Nell’attuale assetto, la disciplina CFC non trova applicazione laddove si dimostri che la società estera svolga un’attività economica effettiva. Tale dimostrazione differisce in maniera significativa rispetto a quelle relative alla c.d. “CFC black”. Essa deve invece essere ritenuta sostanzialmente equivalente alla precedente esimente relativa alla c.d. “CFC white” e dovrebbe trovare applicazione anche con riferimento alle società immobiliare e alle holding. Ciò in conformità alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. L’Agenzia delle Entrate nella circ. 18 dicembre 2021, n. 18/E conferma tale conclusione. Alla luce delle indicazioni fornite dalla Corte di Giustizia la disciplina CFC potrebbe peraltro essere disapplicata anche in alcune ipotesi ulteriori, nelle quali venga accertata l’assenza di un risparmio fiscale in capo al contribuente.

Brief reflections on the exemption provided by the new CFC rules. – The D.Lgs. 29 November 2018, n. 142 has significantly modified the CFC rules. Under the current framework, the CFC rules do not apply where it is demonstrated that the foreign company carries out a substantive economic activity. Such demonstration differs significantly from those related to the so-called “CFC black”. It must instead be considered substantially equivalent to the previous exemption relative to the so-called “CFC white” and should also be applied with reference to real estate companies and holdings. This is in accordance with the jurisprudence of the European Court of Justice. The Income Revenue Authority with the memorandum 18 December 2021, n. 18/E confirms this conclusion. In view of the information provided by the Court of Justice, however, the CFC framework could also be disregarded in certain additional cases, in which the absence of tax saving for the taxpayer is ascertained.

SOMMARIO: 1. La Nuova CFC. – 2. Confronto tra Nuova esimente e Vecchie esimenti. – 3. Contenuto della Nuova esimente. – 4. Holding cd. “miste”. – 5. Operatività cd. “estero su estero”. – 6. Ulteriori implicazioni della giurisprudenza della CGUE. – 7. Nuova esimente e ambito territoriale di applicazione della Nuova CFC.

1. Il D.Lgs. 29 novembre 2018, n. 142 di recepimento della Direttiva (UE) 2016/1164 del 12 luglio 2016 (c.d. ATAD) ha rivisitato in maniera significativa la disciplina sulle società estere controllate (cd. “Nuova CFC”; art. 167 TUIR), che prevede, come noto, l’imputazione per trasparenza dei redditi conseguiti dai soggetti esteri controllati a prescindere dalla distribuzione di dividendi.
La Nuova CFC trova applicazione con riferimento ai soggetti esteri controllati in presenza di due condizioni:
– una tassazione effettiva nel Paese di localizzazione del soggetto controllato non residente inferiore alla metà di quella a cui sarebbe stato assoggetto qualora fosse stato residente in Italia;
– il conseguimento di redditi formati per oltre un terzo da cd. “passive income” (interessi, dividendi e canoni, redditi da leasing finanziario; redditi da attività finanziarie; redditi da operazioni di cessione di beni o prestazione di servizi a valore economico aggiunto scarso o nullo effettuate nell’ambito del gruppo).
La disciplina in esame si applica indistintamente a tutti i soggetti esteri, residenti o meno nell’UE. È dunque venuta meno la distinzione tra disciplina applicabile ai soggetti esteri residenti o localizzati in Stati a fiscalità privilegiata (cd. “CFC black”; cfr. precedente art. 167, commi 1 e 4, TUIR) e disciplina applicabile agli altri soggetti esteri (cd. “CFC white”; cfr. precedente art. 167, comma 8-bis, TUIR).
La Nuova CFC non si applica, invece, nelle situazioni in cui “il soggetto controllato non residente svolge un’attività economica effettiva, mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali” (“Nuova esimente”; cfr. art. 167, comma 5, TUIR). Il contribuente può dimostrare la sussistenza di tale esimente anche attraverso la presentazione di interpello (cfr. art. 11, comma 1, lett. b, L. n. 212/2000), che è tuttavia facoltativa. Laddove non venga presentato, il contribuente deve segnalare in dichiarazione dei redditi le partecipazioni soggette alla CFC eventualmente disapplicata, e ciò anche anche nel caso in cui l’interpello sia stato presentato ma non ha esito favorevole.
La Nuova esimente ha sostituito le esimenti precedentemente previste dall’art. 167 TUIR (“Vecchie esimenti”). Si rammenta, al riguardo, che, con riferimento alla “CFC black” era richiesta, alternativamente: a) lo svolgimento di un’attività commerciale o industriale effettiva, nello Stato o territorio di insediamento (“Vecchia prima esimente”); b) l’assoggettamento della CFC ad un livello di tassazione congruo (“Vecchia seconda esimente”). La “CFC white” poteva, invece, essere disapplicata invece dimostrando che la società estera non costituiva una costruzione di puro artificio (“Vecchia esimente white”).

2. Sotto il profilo testuale, la Nuova esimente differisce rispetto a tutte le Vecchie esimenti.
Rispetto alla Vecchia prima esimente, viene meno il requisito del radicamento nel mercato dello Stato o territorio d’insediamento, mentre la Vecchia seconda esimente è stata eliminata. Tale eliminazione è una conseguenza dell’applicazione della Nuova CFC solo in presenza di un livello di tassazione effettivo inferiore al 50% rispetto a quello applicato in Italia, requisito, questo, che ha reso sostanzialmente superflua la Vecchia seconda esimente.
Sotto il profilo meramente testuale, la Nuova esimente differisce anche dalla Vecchia esimente white; essa trovava, infatti, applicazione nel caso in cui la struttura estera non integrasse “una costruzione artificiosa volta a conseguire un indebito vantaggio fiscale”.
La Vecchia esimente white e la Nuova esimente devono essere lette alla luce della loro matrice unionale, in quanto entrambe le discipline infatti sono state elaborate nell’ottica di conciliare la disciplina in esame con il principio di libertà di stabilimento di cui all’art. 54 TFUE.
Particolare rilievo assumono al riguardo i principi formulati dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (“CGUE”).
La sentenza di maggiore rilevanza in materia è la sentenza Cadbury Schweppes del 12 settembre 2006 (causa C-196/04), che aveva subordinato la compatibilità delle discipline CFC con la libertà di stabilimento all’applicazione della stessa alle sole ipotesi di “costruzioni di puro artificio finalizzate ad eludere la normativa dello Stato membro interessato”. Per contro, ad avviso della CGUE, la disciplina CFC non potrebbe trovare applicazione laddove “da elementi oggettivi e verificabili da parte di terzi risulti che, pur in presenza di motivazioni di natura fiscale, la controllata è realmente impiantata nello Stato di stabilimento e ivi esercita attività economiche effettive” (causa C-196/04, punto 75).
In sintesi, alla luce della giurisprudenza della CGUE i concetti di “non artificiosità” (al quale faceva riferimento la Vecchia Esimente white) e di “attività economica effettiva” (al quale fa riferimento la Nuova CFC) sono sostanzialmente equivalenti.
Del resto, non potrebbe essere altrimenti. La Nuova CFC è stata implementata in Italia in attuazione della Direttiva ATAD e la Vecchia esimente white era stata formulata dal legislatore italiano al fine di applicare la disciplina CFC all’interno dell’UE senza entrare in conflitto con il diritto unionale. La legittimità di entrambe le esimenti è, dunque, subordinata al rispetto dei principi della CGUE in tema di libertà di stabilimento, così come chiosata nella citata sentenza Cadbury Schweppes. Ogni altra interpretazione confliggerebbe con il diritto primario dell’Unione.
Tale conclusione è stata confermata anche dall’Agenzia delle Entrate (“AdE”) nella circ. 27 dicembre 2021, n. 18/E (“Circolare”), nonché da ASSONIME (v. “Risposta alla Consultazione pubblica dell’Agenzia delle entrate sulla bozza di circolare in merito alle società controllate estere, in Consultazioni, 2021, 9).

3. In base alla Nuova esimente, la disciplina CFC non può trovare applicazione in presenza di una costruzione di puro artificio, senza lo svolgimento di attività economiche effettive. Ciò a prescindere dalla finalità eminentemente fiscale che ha spinto il gruppo a localizzare il veicolo in un determinato stato. Secondo la CGUE, la constatazione dell’esistenza di una costruzione di puro artificio richiede, oltre “ad un elemento soggettivo consistente nella volontà di ottenere un vantaggio fiscale, elementi oggettivi dai quali risulti che, nonostante il rispetto formale delle condizioni previste dall’ordinamento comunitario, l’obiettivo perseguito dalla libertà di stabilimento, […] non è stato raggiunto”.
La Circolare interpreta tale requisito nel senso che una società estera controllata sarebbe da assoggettare a tassazione, sussistendo i requisiti previsti dalla disciplina CFC, qualora non sia in grado di svolgere autonomamente le attività che generano i propri profitti. A tal fine è sufficiente la coerenza tra asset e attività svolta. Tale impostazione era già stata fatta propria dall’AdE nelle circolari 6 ottobre 2010, n. 51/E e 26 maggio 2011, n. 23/E, con riferimento alla disciplina previgente, le quali attribuiscono particolare rilevanza agli elementi idonei a dimostrare l’idoneità della struttura estera allo svolgimento dell’attività, all’effettività dell’attività svolta nonché all’autonomia gestionale della controllata estera.
Tale lettura è conforme alle indicazioni fornite dalla CGUE.
Secondo la CGUE, infatti, lo svolgimento di un’attività economica effettiva deve essere valutato alla luce di una valutazione complessiva, avendo a tal fine riguardo al personale impiegato nonché ai locali ed alle attrezzature di cui dispone, ma anche alla gestione della società, al suo bilancio d’esercizio, alla struttura dei suoi costi e ai costi realmente sostenuti (si vedano CGUE, causa C-116/16 e causa C-117/16; par. 101 e cause C-115/16, C-118/16, C-119/16 e C-299/16, par. 131; cfr., sul punto, ASSONIME, cit.).
Dunque, la Nuova esimente dovrebbe operare pacificamente, come la Vecchia esimente white, con riferimento alle società che esercitano attività commerciale effettiva, e ciò anche a prescindere dallo svolgimento di tale attività nello Stato o territorio di insediamento e, dunque, anche con riferimento alle società che operano cd. “estero su estero”.
Inoltre, la Nuova esimente, in coerenza con la giurisprudenza della CGUE, dovrebbe poter in astratto trovare applicazione con riferimento alle società che non svolgono attività qualificabili in senso stretto come “commerciali”, come, ad esempio, alle attività di gestione di immobili o di investimento, ivi comprese le holding, siano esse statiche o dinamiche.
Tale conclusione non è incompatibile con l’espressione utilizzata nell’art. 167 TUIR, “mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali”: essa, infatti, deve essere interpretata alla luce della giurisprudenza della CGUE sopra citata e, in ragione di ciò, ben può essere considerata come effettiva l’attività di holding di partecipazione nonostante il fatto che il “personale, attrezzature, attivi e locali” in esse impiegati dovessere essere limitati. Sotto tale profilo, la circolare evidenzia come per quelle entità che non svolgono un’attività propriamente commerciale viene comunque richiesta una “presenza adeguata alle funzioni poste in essere”, con una valutazione caso per caso alla luce della tipologia di attività esercitata.
Dovrebbe, dunque, potersi escludere che l’espressione “personale, attrezzature, attivi e locali” richiedea la presenza congiunta di tutti i suddetti elementi: una simile interpretazione sarebbe non conforme alla giurisprudenza della CGUE e sembra essere stata smentita dall’AdE.
L’elencazione contenuta nell’allegato 5 va letta coerentemente con quanto sopra esposto. Gli elementi ivi richiesti devono ritenersi di natura meramente esemplificativa: da un lato, dunque, non è necessario che tutti gli elementi indicati nell’elenco siano presenti; dall’altro lato, non può escludersi la necessità di eventuali elementi ulteriori, laddove necessari in concreto a dimostrare l’effettività dell’attività svolta. La valutazione degli elementi ivi elencati presuppone necessariamente un esame caso per caso della sostanza economica dell’entità estera, tenendo conto del profilo funzionale richiesto dall’attività della controllata.

4. Un particolare problema concerne l’ipotesi in cui i proventi “passive”, di cui all’art. 16, comma 4, lett. b, rappresentino una quota minoritaria, ma superiore a un terzo, dei ricavi complessivi, mentre i proventi residui derivino dall’esercizio effettivo di un’attività commerciale.
In tale ipotesi è sufficiente dimostrare lo svolgimento di un’attività economica effettiva prevalente in termini di proventi generati, conclusione, questa, confermata anche dalla Circolare e coerente col fatto che l’effetto della stessa è quello di imputare il reddito complessivo dell’ente estero controllato e non soltanto i redditi c.d. “passive”.
Particolare attenzione dovrà tuttavia essere posta ai fenomeni di swamping.
Con tale espressione si indicano i casi di “innesto” solo formale di una o più attività da cui derivano redditi “passive” all’interno di un’adeguata struttura (in termini di personale, attrezzature, attivi e locali): per il loro contrasto, l’AdE potrà fare chiaramente ricorso a tutti gli strumenti a propria disposizione, primi fra tutti, il transfer pricing e lo scambio di informazioni.

5. Come detto, la Nuova esimente opera in presenza di un’attività commerciale effettiva, anche a prescindere dallo svolgimento di tale attività nello Stato o territorio di insediamento: essa può, dunque, trovare applicazione anche con riferimento alle società che operano cd. “estero su estero”.
Con riferimento alla Vecchia esimente white, l’AdE sembrava essersi espressa nel senso che l’operatività “estero su estero” determinasse, quasi di per sé, l’assenza di fenomeni elusivi.
In particolare, l’AdE nella circ. n. 51/E/2010, par. 3.1, p. 15 aveva affermato che “[i]n linea di principio, l’obbligo di interpello sussiste per tutte le CFC che presentino le caratteristiche prima evidenziate. Non si ritiene, infatti, di poter escludere dalla valutazione preliminare, da condurre appunto in tale sede, determinate realtà imprenditoriali in ragione dell’astratta mancanza di caratteristiche idonee a conseguire fenomeni elusivi. E’ il caso, ad esempio, delle CFC che operano essenzialmente nei confronti di consociate non residenti (cioè estero su estero). Ciò non toglie, ovviamente, che tali circostanze possano ricevere adeguata e concreta valorizzazione in sede di analisi dell’istanza di interpello”.
In tale senso anche la circ. n. 23/E/2011, par. 5.3, p. 34, con riferimento alla possibilità di disapplicare l’art. 167, comma 8-bis, TUIR, al tempo vigente, in relazione alle compagnie di assicurazione che operavano “estero su estero”: “[a]d ogni buon fine si ricorda quanto precisato nella circolare n. 51/E del 2010 con riferimento alle società estere partecipate che svolgono attività estero su estero: in particolare, se la società partecipata estera svolge attività riassicurativa infragruppo estero su estero, tale circostanza riceverà adeguata e concreta valorizzazione in sede di analisi dell’istanza di interpello”.
Tali indicazioni erano state date in un contesto in cui la presentazione dell’interpello era ancora obbligatoria.
Con la previsione della facoltatività dell’interpello sembrava potersi ritenere che in presenza di una società che opera prevalentemente “estero su estero” la disciplina CFC potesse essere, nella maggioranza dei casi, autonomamente disapplicata.
Non è chiaro se l’AdE, nella Circolare, intenda o meno confermare tale interpretazione.
L’unica indicazione al riguardo è contenuta a p. 81, par. 6, ove l’AdE si limita a chiarire che “nel caso di mancata dimostrazione dell’esimente, [n.d.a.: si ha] l’imputazione per trasparenza dell’intero reddito della CFC (ivi incluso quello «diverted from parent jurisdiction» e quello «foreign to foreign») […]”. In tale ipotesi, le operazioni compiute da tale soggetto non producono effetti sulla base imponibile della controllata italiana, né di altre società del gruppo.
Un’eventuale interpretazione restrittiva dell’AdE, al riguardo, potrebbe essere giustificata dall’esigenza di contrastare tutti i fenomeni di profit shifting, anche quelli che danneggiano giurisdizioni diverse dall’Italia.

6. Come confermato anche dall’AdE, la Nuova CFC può trovare applicazione solo in presenza di costruzioni di puro artificio, ossia in mancanza di asset coerenti con l’attività svolta, e ciò in coerenza con la giurisprudenza della CGUE.
A ben vedere, tuttavia, la CGUE subordina l’applicazione della disciplina CFC, oltreché alla sussistenza di una costruzione di puro artificio, anche ad un’ulteriore condizione: la volontà del contribuente di ottenere un risparmio fiscale.
Le due condizioni devono sussistere congiuntamente.
Se così è, laddove non si sia in presenza di una costruzione di puro artificio, la disciplina CFC non può trovare applicazione nemmeno quando il risparmio fiscale sia il fine unico del contribuente.
Per coerenza, dovrebbe tuttavia valere anche l’opposto.
E pertanto, laddove non venga accertata la volontà di ottenere un vantaggio fiscale, la disciplina CFC, pur in presenza di una costruzione di puro artificio, non dovrebbe trovare applicazione e, dunque, dovrebbe poter essere disapplicata ogni qual volta non risulti una finalità eminentemente fiscale.
Le implicazioni di tale conclusione dovrebbero essere opportunamente valorizzate al fine di stabilire in concreto il contenuto della Nuova esimente, in conformità con il diritto primario dell’Unione.
In primo luogo, l’assenza di una finalità di risparmio fiscale dovrebbe essere riscontrabile ogniqualvolta la costituzione di una società estera non produce l’effetto di assoggettare i redditi dalla stessa prodotti ad una aliquota inferiore a quella italiana. Ciò ad esempio perché il gruppo, nel suo complesso, sconta un carico fiscale congruo. Tale conclusione sarebbe peraltro coerente con le indicazioni contenute in precedenti documenti di prassi, con riferimento all’esimente di cui al previgente art. 167, comma 8-bis, TUIR. Cfr. circ. n. 23/E/2011, par. 7.4: “[t]ale analisi non può che essere condotta a livello di singola società estera, posto che non sussiste alcun indebito vantaggio fiscale quando lo stesso è conseguito per il tramite di una partecipata estera, che esercita effettivamente, nello Stato di insediamento, un’attività economica per una durata di tempo indeterminata, mediante un insediamento stabile ivi localizzato. In sede di interpello, comunque, sarà adeguatamente considerato il carico fiscale complessivo al fine di valutare se ricorrono gli intenti elusivi che la CFC rule intende contrastare”.
L’attribuzione di un simile contenuto all’esimente avrebbe riflessi pratici molto rilevanti.
Com’è noto, la previgente versione della disciplina CFC prevedeva due esimenti. La prima operava in presenza di un congruo livello di tassazione e la seconda laddove il soggetto controllato estero svolgesse un’attività commerciale effettiva. Attualmente la disciplina CFC prevede un’unica esimente, richiedendo che la società controllata estera svolga un’attività economica effettiva.
La modifica sopra descritta ha, di fatto, comportato l’abrogazione della Vecchia prima esimente, la cui utilità – secondo un’opinione comune – sarebbe in parte venuta meno, in quanto, adesso, è la stessa applicazione della disciplina CFC ad essere di per sé subordinata ad una tassazione inferiore ad una determinata soglia e, quindi, non applicandosi la disciplina CFC alle società soggette ad un congruo livello di tassazione, non si porrebbe neppure il problema di applicare la Vecchia prima esimente.
Ciò è vero tuttavia solo in parte.
E infatti, la disciplina CFC, nella versione attualmente vigente, “misura” solo la tassazione in capo alla singola società estera controllata (imposte dirette, ritenute, eventualmente anche la disciplina CFC applicata in altri Stati). Non è tuttavia possibile conteggiare le imposte, scontate a livello di gruppo da soggetti diversi dalla controllata, che determino, nel loro complesso, l’assoggettamento sostanziale del reddito della controllata estera ad un livello di tassazione congruo. Tale livello di tassazione congruo a livello di gruppo potrebbe essere opportunamente valorizzato nell’ambito dell’attuale esimente, laddove si valorizzassero opportunamente le indicazioni della CGUE.
In secondo luogo, la CFC dovrebbe poter essere disapplicata laddove il contribuente possa dimostrare che vi siano ragioni fiscali non marginali per la costituzione di una società in una determinata giurisdizione (ad esempio, maggiore efficienza del sistema giudiziario, in specie per quanto attiene al momento esecutivo, disciplina “fallimentare” particolarmente protettiva per il creditore).
Nonostante la conformità di tale interpretazione alle indicazioni della CGUE, non si possono sottacere le difficoltà pratiche di siffatta posizione.
In un regime di sostanziale “applicazione spontanea” dell’esimente, tale conclusione attribuisce forse eccessiva discrezionalità al contribuente, il quale potrebbe sentirsi legittimato a disapplicare la disciplina CFC anche a prescindere dall’oggettività dei dati di bilancio, sulla base di giustificazioni della più svariata natura. Di analogo eccesso di discrezionalità disporrebbero, sull’altro fronte, gli organi verificatori, i quali potrebbero ritenere ingiustificata la disapplicazione effettuata dal contribuente semplicemente valutando come non sufficiente la ragione extra fiscale addotta.

7. La scelta del legislatore è stata, poi, quella di applicare quest’unica esimente tanto agli insediamenti nell’UE e negli Stati dello Spazio economico europeo che consentono lo scambio di informazioni, quanto agli insediamenti in Stati o territori extra UE, ivi compresi quelli a regime fiscale privilegiato per i quali in precedenza era prevista una diversa e più puntuale esimente, consistente nella dimostrazione di un’effettiva attività industriale o commerciale.
Tale conclusione è coerente con la Direttiva ATAD, la quale evidenziava, infatti, come fosse “auspicabile porre rimedio a situazioni di questo tipo sia nei paesi terzi che all’interno dell’Unione”. Ciò denotava l’auspicio del legislatore unionale per l’adozione di una disciplina unitaria.
Non dovrebbe pertanto essere possibile interpretare la Nuova esimente in maniera differente a seconda che la controllata estera si trovi in uno Stato terzo oppure uno Stato UE.
Tale opzione sarebbe invero in astratto stata forse possibile a livello normativo (anche se come detto la Direttiva ATAD preferiva come detto una soluzione unitaria). Ad ogni modo, il legislatore italiano non si è espresso in tale senso. Di conseguenza, in presenza di una norma che disciplina in maniera identica i rapporti con gli Stati UE e quelli con Stati terzi, un’interpretazione diversa nelle due ipotesi rappresenterebbe una discriminazione irragionevole. Ciò determinerebbe un possibile contrasto della norma, laddove così interpretata, con l’art. 3 della Costituzione.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

ALBANO G., Il recepimento della direttiva ATAD modifica la disciplina CFC, in La Gestione straordinaria delle imprese, 2018, 5
ASSONIME, Risposta alla Consultazione pubblica dell’Agenzia delle entrate sulla bozza di circolare in merito alle società controllate estere, in Consultazioni, 2021, 9
CONSORZIO STUDI E RICERCHE FISCALI DEL GRUPPO INTESA SAN PAOLO, Circolare informativa, n. 2, 4 ottobre 2019
CORDEIRO GUERRA R., Diritto tributario internazionale. Istituzioni, Padova, 2012
CORDEIRO GUERRA R., Imprese estere controllate e controllegate, in TESAURO F. (a cura di), Imposta sul redddito delle società (IRES), Bologna, 2007, 962 ss.
GAFFURI A.M., Le nuove norme sulle CFC e la libertà di scelta dell’imprenditore riguardo al luogo di svolgimento dell’attività economica, in BEGHIN M. – MOSCHETTI F. – SCHIAVOLIN R. – TOSI L. – ZIZZO G., Atti della giornata di Studi in Onore di Gaspare Falsitta, Padova, 2012
INGRAO G., La riforma dell’IRES e la legislazione sulle Controlled Foreign Companies, in BEGHIN M. (a cura di), Saggi sulla riforma dell’IRES. Dalla Relazione Biasco alla Finanziaria 2008, Milano, 2008, 255 ss.
LEO M., Le imposte sui redditi nel Testo Unico, Milano, 2020, 3017 ss.
NICOLOSI F., Brevi osservazioni sulla nuova disciplina CFC recata dallo schema di decreto ATAD, in Riv. tel. dir. trib., 17 settembre 2018
NICOLOSI F., Compravendita di beni e prestazioni di servizi, con valore economico aggiunto scarso o nullo, nella nuova disciplina CFC, in Riv. tel. dir. trib., 19 giugno 2021

Scarica il commento in formato pdf

Tag:, , , , , ,