Tassazione della famiglia e riforma fiscale: alcune note in tema di eguaglianza e imposizioni sostitutive.

DiThomas Yang -

Abstract

Partendo dall’attuale dibattito e dai lavori parlamentari sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e di altri aspetti del sistema tributario, sono formulate alcune considerazioni sulle ragioni che si pongono alla base della necessità costituzionale del riconoscimento della realtà familiare nell’ambito dell’imposizione sui redditi, per un sistema fiscale conforme al principio di eguaglianza.

The family in income taxation and fiscal reform: brief notes on equality and substitute taxation. – Starting from the current debate and from the parliamentary works on the reform of the individual income taxation and of other aspects of the tax system, some observations are referred on the reasons underlying the constitutional need for the recognition of the family in the context of income taxation, for a tax system actually compliant with the principle of equality.

 

 

Sommario: 1. I lavori parlamentari sulla revisione del sistema e sulla riduzione della pressione fiscale. – 2. Lo “statuto costituzionale” della famiglia. – 3. Il principio di eguaglianza alla base dello splitting tra coniugi in Germania e del quoziente familiare in Francia. – 4. La famiglia e la capacità contributiva. – 5. Il possesso del reddito, nell’ambito del TUIR. – 6. Imposte sostitutive e IRPEF: il caso del regime forfetario di cui all’art. 1, commi 54 – 89, L. n. 190/2014. – 7. La giustificazione costituzionale dei regimi sostitutivi e il principio di eguaglianza – 8. Osservazioni conclusive.

1. La “tassazione della famiglia”, ormai da alcuni decenni, al centro di un dibattito dottrinale, politico e giurisprudenziale (sul punto, nel contesto dell’attuale dibattito sulla riforma della fiscalità della famiglia, si vedano l’analisi e la proposta rappresentate in Contrino A., Sulla riforma della fiscalità della famiglia: una proposta strutturale e articolata, che va oltre il c.d. assegno unico, tra ineludibili moniti del giudice delle leggi ed eliminabili effetti collaterali in punto di disincentivo al lavoro femminile, in questa Rivista, 31 dicembre 2020), coinvolge i principi stessi su cui si fonda il sistema tributario vigente, tra cui il principio eguaglianza ed i principi di capacità contributiva e progressività (ex multis, cfr. Farri F., Punti fermi e profili di irrazionalità nel regime fiscale della famiglia, in Riv. dir. trib., 2016, I, 89 ss.).

Con il disegno di legge delega per la revisione del sistema fiscale approvato dal Consiglio dei Ministri del 5 ottobre 2021, e a fronte delle audizioni tenutesi già nei primi mesi del 2021 sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ed altri aspetti del sistema tributario (in particolare, si vedano il testo dell’audizione tenutasi in data 11 gennaio 2021 per l’Agenzia delle Entrate e il testo dell’audizione della Corte dei Conti del mese di febbraio 2021), si porrebbe (nuovamente) per il legislatore l’effettiva possibilità di implementare misure intese ad attuare l’“auspicio” formulato già nel 1976 dalla Corte Costituzionale – nella nota sentenza n. 179/1976 sul cumulo dei redditi – riguardo all’introduzione di una legge che preveda, fra l’altro, “la facoltà di optare per un differente sistema di tassazione (espresso in un solo senso o articolato in più modi) che agevoli la formazione e lo sviluppo della famiglia […]”.

La previsione di uno stanziamento pari a 8.000 milioni di euro annui a decorrere dal 2022 per la riduzione, fra l’altro, dell’imposta sui redditi delle persone fisiche, che era stata inserita nel disegno di legge di bilancio per il 2022 sembrava contenere una dose di “coraggio finanziario” potenzialmente sufficiente a consentire una revisione dell’imposizione sui redditi che – andando oltre una mera rimodulazione delle aliquote IRPEF – avrebbe tenuto adeguatamente conto della realtà economica della famiglia nell’ambito dell’imposizione sui redditi.

 

2. È indubbio che anche ai fini dell’imposizione sui redditi debba valere il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, cosicché a fattispecie “uguali” non può che corrispondere un eguale prelievo fiscale.

L’individuazione di quali elementi siano rilevanti e quali no per stabilire quando una fattispecie sia uguale ad un’altra a fini impositivi costituisce l’oggetto dell’esercizio del potere tributario rimesso al legislatore, che tuttavia è vincolato, pur nelle sue scelte di politica fiscale, dai precetti scolpiti nella Costituzione.

Così, ad esempio, nell’ambito degli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione, relativi al riconoscimento costituzionale della famiglia, si osserva come l’art. 30, comma 1 della Costituzione preveda che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. Considerato tale dovere/diritto espressamente posto in capo ai genitori dalla Costituzione, l’esistenza di figli da mantenere, istruire ed educare non può che costituire un elemento rilevante per stabilire quando una fattispecie sia uguale ad un’altra ai fini dell’imposizione sui redditi in capo ai genitori.

In tal senso, una normativa fiscale che, a parità di ogn’altra condizione considerata rilevante dalla legge, prevedesse un identico ammontare di imposte personali sul reddito in capo ad un genitore con figli da mantenere, istruire ed educare ed in capo ad un contribuente privo di figli da mantenere, istruire ed educare si porrebbe in diretta violazione dell’art. 3 della Costituzione e sarebbe pertanto censurabile.

 

3. Ciò posto, proprio il principio di eguaglianza costituisce la fondamentale base sulla quale due dei più noti sistemi di imposizione sui redditi in ragione dello status familiare del contribuente sono stati costruiti. Si tratta in particolare dello splitting tra coniugi in Germania e del quoziente familiare in Francia.

In particolare, sia in Germania sia in Francia, nell’ambito della giurisprudenza delle rispettive Corti costituzionali, a partire dal principio di eguaglianza sono stati riconosciuti vincoli al potere tributario del legislatore dai contenuti in parte analoghi a quelli posti dal principio di capacità contributiva sancito all’art. 53, comma 1 della Costituzione italiana.

In Germania, infatti, il principio di capacità contributiva non è testualmente sancito nella Costituzione Federale. Tuttavia, a prescindere dalla mancanza di una sua espressa sanzione normativa, tale principio viene considerato un principio immanente al sistema fiscale tedesco (sul punto, cfr. Amatucci F. – Alfano R., Ordinamenti tributari a confronto. Problematiche comuni e aspetti procedimentali, Torino, 2017, 14; Birk D., Diritto tributario tedesco, trad. it. a cura di De Mita E., Milano, 2006, 12 ss.). Facendo applicazione del principio di eguaglianza, la Corte Costituzionale tedesca ha riconosciuto che la legislazione deve conformarsi nella tassazione dei redditi al principio di capacità contributiva al fine di evitare iniquità e disparità di trattamento (sul punto, cfr., Schön W., Germany, in Ault H.J. – Arnold B.J., Comparative Income Taxation: A Structural Analysis, Alphen aan der Rijn, 2010, 67; Bozza N., Rispetto del principio di eguaglianza e limite massimo dell’imposizione in recenti pronunce della Corte costituzionale tedesca relative alla tassazione patrimoniale, in Riv. dir. trib., 1998, I, 428 ss.; Tipke K., La capacità contributiva come metro di giustizia tributaria, in il fisco, 1996, 7204 ss.). È stato in tal modo osservato come tramite la combinazione del principio di capacità contributiva e della tutela del matrimonio e della famiglia sia possibile spiegare l’esistenza nell’ordinamento tedesco dell’istituto dello Splitting tra coniugi (in tal senso, cfr. Kirchhof P., Die Steuern, in Isensee J. – Kirchhof P., Handbuch des Staatsrechts der Bundesrepublik Deutschland, Heidelberg, 2007, 1037).

Nell’ordinamento francese, in ragione dell’espressa previsione sancita nella Costituzione del 1958, le norme poste nella Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino del 26 agosto 1789 sono considerate tutt’ora vigenti (sul tema cfr. Gest G., France, in Ault H.J. – Arnold B.J., Comparative Income Taxation: A Structural Analysis, cit., 47-48). L’art. 13 della predetta Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino sancirebbe un criterio di ripartizione dei carichi tributari potenzialmente analogo a quello sancito all’art. 53, comma 1 della Costituzione italiana, al quale viene tuttavia riconosciuto valore di riaffermazione del generale principio di eguaglianza, da applicarsi nella ripartizione dei carichi fiscali (cfr. Grosclaude J. – Marchessou P., Diritto tributario francese, trad. it. a cura di E. De Mita, Milano, 2006, 409). È infatti sulla base del principio di eguaglianza che la Corte Costituzionale francese ha ribadito nelle sue pronunce la necessaria proporzionalità del prelievo rispetto alle possibilità del soggetto passivo, censurando diseguaglianze e discriminazioni ingiustificate nella ripartizione dei carichi fiscali (cfr. Collet M., Droit Fiscal, Paris, 2007, 61). È in tale contesto che si è stabilito che l’imposta sui redditi di ogni contribuente sia determinata in base ai redditi riferibili al suo rispettivo “foyer fiscal”, inteso quale nucleo familiare, al fine di commisurare il prelievo fiscale sui redditi alla capacità contributiva “della famiglia” (cfr. Grosclaude J. – P. MARCHESSOU P., Diritto tributario francese, cit., 54).

4. Sulla scorta dei regimi esteri richiamati, è possibile rilevare come la necessità di considerare la realtà familiare ai fini del prelievo sui redditi in Italia si fondi su istanze che discendono direttamente dal necessario rispetto dell’universalmente riconosciuto principio di eguaglianza, prima ancora che dal principio di capacità contributiva di cui all’art. 53, comma 1 della Costituzione.

È noto come nel vigente sistema dell’imposizione sui redditi basato sul TUIR la “famiglia” non sia annoverata fra i soggetti passivi ai quali può essere riferita una propria capacità contributiva a fini reddituali. Ciò, nonostante il fatto che il legislatore abbia già effettivamente tentato, senza successo, con l’art. 19, comma 1, L. 29 dicembre 1990, n. 408, una revisione del trattamento della famiglia a fini reddituali, intesa in particolare ad introdurre una commisurazione dell’imposizione sui redditi riferita “alla capacità contributiva del nucleo familiare” (sul punto, cfr. Grippa Salvetti M.A., Note in margine alla legge delega sull’introduzione del quoziente familiare, in Riv. dir trib., 1991, I, 473 ss.; si veda, inoltre, il comunicato emanato dal Ministero delle Finanze il 15 aprile 1992 dal quale emerge come si trattò di un’iniziativa legislativa per una “riforma”, intesa peraltro ad introdurre un regime opzionale, che trovò ferme opposizioni in ambito politico e sindacale, e che in seguito non giunse infatti a compimento).

Va peraltro osservato come la tutela e la promozione della famiglia in ambito reddituale non debbano, necessariamente, passare per il riconoscimento di una capacità contributiva propria della famiglia intesa quale soggetto passivo a fini impositivi.

Già nell’ambito del vigente contesto normativo, ed in particolare nell’ambito delle deduzioni e detrazioni previste per carichi familiari, pur nella rimodulazione imposta dall’introduzione dell’assegno unico e universale per i figli a carico di cui alla L. 1° aprile 2021, n. 46, la famiglia è infatti riconosciuta quale elemento in grado di influire sulla capacità contributiva dei soggetti incisi dal prelievo fiscale ai sensi del TUIR (Cernigliaro Dini M.V., Famiglia nel diritto tributario, in Dig. disc. priv., sez. comm., Torino, 2007, 385 ss., rileva in tale contesto che “oneri deducibili [o deduzioni] e detrazioni sono strumenti tecnici utilizzati dal legislatore per tener conto di spese personali che incidono sulla capacità contributiva del contribuente”), seppur con misure ampiamente riconosciute come “insufficienti nell’ammontare” (così, Turchi A., Famiglia nel diritto tributario, in Dig. disc. priv., sez. comm., Torino, 2015, ed. online).

5. Posto quanto sopra, è possibile rilevare come l’effettiva capacità contributiva che dovrebbe giustificare il prelievo sui redditi (sul punto, cfr. De Mita E., voce Capacità contributiva, in Dig. disc. priv., sez. comm., Torino, 1987, 454 ss., laddove viene in particolare osservato che l’attitudine alla contribuzione di cui all’art. 53, comma 1, Cost., dev’essere “una attitudine effettiva, certa ed attuale”), per le medesime ragioni che sono già riconosciute alla base delle deduzioni e detrazioni previste per carichi familiari, imporrebbe una rimodulazione del prelievo fiscale a fini reddituali.

In tal senso (eventualmente tramite l’introduzione di un regime opzionale, analogamente alla facoltatività prevista già nella legge delega n. 408/1990) si pone la necessità di un intervento legislativo volto a costruire un sistema impositivo che tenga adeguatamente conto della realtà familiare del contribuente – come, ad esempio, in caso di familiari, anche diversi dai figli, fiscalmente a carico – e che sia in grado di coglierne l’effettiva attitudine alla contribuzione, in modo maggiormente adeguato rispetto a limitate deduzioni o detrazioni.

È appena il caso di osservare che, con tale intervento, si opererebbe su un piano squisitamente fiscale e sulla base di istanze di legittimità proprie del sistema dell’imposizione sui redditi, con misure, dunque, ben distinte e non alternative alle eventuali provvidenze dell’assegno unico e universale per i figli a carico (sulla sostituzione delle detrazioni per i figli a carico con l’assegno unico, cfr. Dell’Oste C., Doppio effetto in busta con la nuova Irpef, in Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2021).

Va ora considerato che, a fini di legittimità costituzionale, vi deve essere un collegamento fra il soggetto passivo e la capacità contributiva in ragione della quale è effettuato il prelievo fiscale e, nell’ambito del TUIR, tale collegamento è stato stabilito nel “possesso” del reddito (ex multis, sul punto, cfr. Schiavolin R., Il collegamento soggettivo, in Moschetti F. – Lorenzon G. – Schiavolin R. – Tosi L., La capacità contributiva, Padova, 1993, 69; Tosi L., Considerazioni sul regime fiscale della famiglia: discriminazioni ai danni delle famiglie monoreddito, prospettive di riforma e problematiche di ordine costituzionale, in Rass. trib., 1988, I, 349; Nussi M., L’imputazione del reddito nel diritto tributario, Padova, 1996, 329).

Considerato che il presupposto impositivo sancito nel TUIR è il predetto possesso del reddito, l’utilizzo del reddito stesso all’interno della famiglia costituirebbe un atto di disposizione e consumo del reddito stesso e si porrebbe pertanto in un momento logicamente e necessariamente successivo rispetto al possesso stesso (sul punto, cfr. Moschetti F., voce Capacità contributiva, in Enc. giur. Treccani, Torino, 1988, 12, dove si rileva che “non è dunque sufficiente che il reddito sia stato «destinato» ad un fine unitario; è necessario che sia stato «prodotto» o, in genere, «acquisito» da un soggetto unitario”), come peraltro messo in luce dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 179/1976, richiamata anche nell’ambito della giurisprudenza di legittimità (sul punto si vedano, ad esempio, la sentenza della Corte di Cassazione 15 aprile 2004, n. 7191 ed il relativo commento di Pino C., La Cassazione nega lo «splitting» dei redditi familiari, in Corr. trib., 2004, 26, 2066 ss.).

Fermo restando tutto ciò, va evidenziato come il principio di capacità contributiva, il principio di eguaglianza e circostanze e valori costituzionalmente tutelati, come la famiglia, si trovino su un piano funzionale e gerarchico sovraordinato rispetto alle previsioni del TUIR.

6. In proposito, si osserva infatti che non è infrequente che, per scelte di politica economica, il legislatore faccia ricorso a regimi di tassazione sostitutivi – e quindi di carattere “derogatorio” – rispetto all’ordinario regime di tassazione dei redditi disciplinato dal TUIR.

Resta inteso che tali regimi sostitutivi per essere costituzionalmente legittimi devono in ogni caso rispettare i principi fondamentali sui quali si fonda il vigente sistema tributario (sul punto, ex multis, cfr. Schiavolin R., Sostitutive (imposte), in Dig. disc. priv., sez. comm., Torino, 1998, 48 ss., “l’attenuazione del carico fiscale deve essere riconducibile ad una minore capacità contributiva, non semplicemente ad un generico favor del legislatore, od a scelte di politica economica, pur conformi all’interesse generale. Tuttavia, la valutazione di capacità contributiva va fatta tenendo conto non solo di dati economici, ma anche della ratio solidaristica dell’art. 53 Cost. e del collegamento di esso con gli altri valori costituzionali”).

In particolare, per i regimi di imposizione sostitutiva, assume un peculiare rilievo il rispetto del principio di eguaglianza, affinché tali regimi non comportino una perdita di equità del sistema tributario. L‘utilizzo di tassazioni sostitutive da parte del legislatore ha infatti condotto all’introduzione di regimi fiscali talvolta controversi dal punto di vista della loro legittimità costituzionale, in particolare alla luce dei principi di uguaglianza e di capacità contributiva. È, ad esempio, il caso dell’imposta sostitutiva per i cc.dd. “neo-residenti” di cui all’art. 24-bis TUIR, laddove, in punto di eguaglianza tributaria, è stata rilevata in dottrina una disparità di trattamento tra i soggetti che beneficiano della tassazione sostitutiva e gli altri contribuenti residenti (in tal senso, cfr. Farri F., Flat tax per neo-residenti: i dubbi permangono, in questa Rivista, 22 giugno 2017; Schiavolin R., Sulla costituzionalità dell’imposta sostitutiva italiana per i cd. “neo-residenti”, in Novità fiscali, 2018, 10, 440 ss.; Sartori N., Il regime fiscale dei neoresidenti, in Riv. dir. fin. sc. fin., 2020, 1, I, 32 ss.).

D’altro canto, è stato evidenziato come, invece, un corretto utilizzo di regimi sostitutivi dovrebbe essere funzionale proprio a consentire di attagliare il prelievo fiscale ad eguaglianza e capacità contributiva nel contesto dei diversi valori ed interessi costituzionalmente tutelati (in tal senso, cfr. Ingrosso M., Annotazioni sulle imposte sostitutive, in Dir. prat. trib., 1983, I, 440 ss.; analogamente, Amatucci F., Principi e nozioni di diritto tributario, Torino, 2018, 84, laddove viene osservato che “ogni ipotesi di regime fiscale sostitutivo comporta apparentemente una deviazione rispetto ai principi di uguaglianza, progressività dell’imposta e capacità contributiva; tuttavia un’imposta sostitutiva non determina, in quanto tale, una disciplina contrastante con le norme costituzionali, integrando invece una modalità spesso agevolativa che consente di stabilire o ristabilire l’eguaglianza o la capacità contributiva in relazione a situazioni particolari”).

In materia di regimi di tassazione “sostitutivi”, è possibile richiamare il regime dei cc.dd. contribuenti minimi di cui all’art. 1, commi 96 – 117, L. n. 244/2007, per i quali era prevista, tra l’altro, un’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle addizionali regionali e comunali.

Secondo quanto precisato dall’Agenzia delle Entrate, la ratio sottesa al regime dei cc.dd. contribuenti minimi era quella di “agevolare, sia sotto l’aspetto degli adempimenti che sotto quello del carico fiscale, contribuenti che esercitano attività economicamente marginali” (così, la circ. n 28 gennaio 2008, n. 7/E). Il predetto regime è stato dapprima “assorbito” (così, la circ. 30 maggio 2012, n. 17/E) dal regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile di cui all’art. 27, commi 1 e 2, D.L. n. 98/2011, poi a sua volta superato dal c.d. regime forfetario di cui all’art. 1, commi 54 – 89, L. n. 190/2014.

In breve, sulla base del predetto regime forfetario, attualmente vigente, la determinazione del reddito imponibile è effettuata applicando specifici coefficienti di redditività (ad esempio, per il settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio l’imponibile lordo è formato dal 40% dei ricavi o compensi) all’ammontare dei ricavi o dei compensi del periodo d’imposta – al fine di tener conto “forfetariamente” delle spese sostenute nello svolgimento, a seconda dei casi, dell’attività di impresa, arte o professione – assoggettando poi il reddito imponibile ad un’imposta sostitutiva del 15%. L’applicabilità del regime forfetario è riserva alle persone fisiche che, fra l’altro, abbiano conseguito ricavi o percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65.000 euro.

7. Anche il richiamato regime forfetario deve essere “giustificato” a livello costituzionale, fra l’altro, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 3, 41 e 53, comma 1 della Costituzione (rispettivamente, eguaglianza, libera concorrenza e capacità contributiva), essendo un regime sostitutivo che risulterebbe altrimenti “arbitrario” e pertanto costituzionalmente illegittimo (in tal senso, cfr. Ferranti G., Regime forfetario tra vantaggi e criticità, in Corr. trib., 2019, 3, 215 ss.).

Con riferimento ai principi costituzionali, si è osservato come in Germania ed in Francia, il principio di eguaglianza, ancor prima di un principio di capacità contributiva analogo a quello di cui all’art. 53, comma 1, Cost., abbia condotto all’istituzione di regimi di imposizione sui redditi che tengono conto della situazione familiare del contribuente.

Allo stesso modo, in ambito domestico, già il principio di eguaglianza sancito all’art. 3 della Costituzione dovrebbe giustificare la necessità dell’introduzione di regimi di imposizione sui redditi che tengano adeguatamente conto della situazione familiare del contribuente.

Ma sul piano costituzionale c’è di più. Negli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione è sancito quello che potrebbe essere definito lo statuto costituzionale della famiglia, nel quale è tra l’altro previsto il già richiamato dovere/diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli.

In un contesto nel quale è previsto un regime forfetario, al quale è attualmente riconosciuto l’obiettivo di “ridurre la pressione fiscale nei confronti dei soggetti di minori dimensioni” (così, la relazione “Il Fisco nella legge di Bilancio 2019” predisposta dal Dipartimento delle Finanze in relazione all’art. 1, commi 9 – 11, L. 30 dicembre 2018, n. 145), pare doveroso interrogarsi sui motivi – differenti da quelli di gettito erariale – dell’assenza di regimi sostitutivi, opzionali, che siano fondati sull’attuazione del principio di eguaglianza nell’imposizione sui redditi nonché degli artt. 29, 30 e 31 della Costituzione per ciò che attiene alla situazione familiare del contribuente.

8. La nuova, concreta e sostenibile, opportunità che si era posta per legislatore, anche dal punto di vista dell’apposita copertura finanziaria ipotizzata, in occasione della legge di bilancio per il 2022, avrebbe consentito un intervento costituzionalmente orientato nell’ambito dell’imposizione sui redditi, al quale tuttavia non è stato dato corso.

Si tratterebbe di un intervento legislativo di una portata costituzionale ed economico-giuridica differente rispetto ad una rimodulazione delle aliquote IRPEF, pur non ponendosi concettualmente in alcun modo in conflitto con tale rimodulazione.

Ferma restando la necessità di preservare la progressività del sistema tributario nel suo complesso (sul tema, cfr. Stevanato D., Dalla crisi dell’IRPEF alla flat tax – Prospettive per una riforma dell’imposta sul reddito, Bologna, 2017, passim), il ricorso ad un regime di imposizione sostitutiva consentirebbe di superare alcuni degli ostacoli che si sono posti anche nell’ambito del TUIR rispetto ad una effettiva valorizzazione della famiglia in ambito reddituale, a partire dal requisito del possesso del reddito.

Un regime di imposizione sostitutiva potrebbe, ad esempio, consentire una ripartizione del reddito fra i membri del nucleo familiare (sul punto, cfr. Gianoncelli S., La famiglia inquadrata nella prospettiva dell’ordinamento tributario, in Riv. dir. fin. sc. fin., 2018, 4, 406 ss., ove si riporta come sia stato osservato che l’impossibilità di ripartire tra i componenti del nucleo familiare il complessivo ammontare dei redditi dagli stessi conseguiti è da taluni considerato penalizzante per le famiglie in generale), sulla base di un criterio analogo a quello applicato nello splitting fra coniugi in Germania, ma con l’estensione del medesimo criterio per includervi anche i figli a carico.

Oppure ancora, ad esempio, in analogia con il regime forfetario di cui all’art. 1, commi 54 – 89, L. n. 190/2014, sulle richiamate basi costituzionali chiare e ben definite, potrebbe ipotizzarsi un regime di imposizione sostitutiva che preveda la determinazione del reddito imponibile delle persone fisiche applicando coefficienti di redditività differenti in base alla composizione del nucleo familiare, ad esempio in base al numero di figli a carico. L’ammontare dei redditi, siano essi da lavoro dipendente, assimilato, autonomo o d’impresa, determinato sulla base dei suddetti coefficienti di redditività, potrebbe poi andare soggetto ad un’imposta sostitutiva del 15%, la stessa del c.d. regime forfetario.

Le ipotesi che si sono formulate sono solo alcune delle possibili soluzioni ad una questione, quale è quella dell’adeguato riconoscimento della famiglia a fini reddituali, che, tutt’ora, si pone in tutta la sua urgenza alla luce del principio di eguaglianza, soprattutto a fronte dei regimi di imposizione sostitutiva introdotti dal legislatore nel corso degli ultimi decenni.

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