IL PUNTASPILLI – UNO –

Di Enrico Marello -

Un buon punto di partenza potrebbe essere il mito.

Come figura di decifrazione del reale, il mito offre un surplus di senso, che consente una pluralità di interpretazioni. I miti fecondi definiscono un’identità (o più identità) e hanno un’utilità secolare, a volte quasi millenaria. Anche i miti, però, vanno ad erodersi: non scadono come il latte nel frigo, ma si sgretolano come maestose rovine perdute nella foresta. A volte, poi, vengono fatti esplodere come i Buddha di Bamiyan. Alcuni miti, prima della caduta definitiva, hanno la fortuna di essere riscritti.

Nella nostra materia, uno dei miti fondativi, che abbiamo accettato per almeno un paio di secoli, è quello del capitale. Ereditato, nella sua forma più diffusa, dal dibattito politico-economico del XIX secolo, ce lo siamo portati fedelmente sin qui. Il mito del capitale doveva contribuire a spiegare i processi di creazione, accumulazione e trasformazione della ricchezza; doveva poi servire a distinguere i buoni ed i cattivi (secondo le interpretazioni erano ruoli variabili, grandezza del mito) ed era di aiuto nell’indicare un’azione migliore, come sempre fa il mito.

La recente riforma “duale” dell’imposta sul reddito lo nomina, senza comprenderlo e tutto sommato senza interpretarlo. Il legislatore italiano è in buona compagnia: anche il fortunatissimo volume di Piketty, brillante in molte analisi, è profondamente deludente quando recupera definizioni ottocentesche della definizione del dualismo capitale-lavoro  e quando (non) distingue tra le diverse forme di capitale.

L’intero corpo delle imposte sui redditi dimostra uno sbandamento completo in questa prospettiva: le categorie dei redditi di capitale, dei redditi di impresa e dei redditi diversi offrono – nella comprensione del capitale – uno scenario caleidoscopico, in cui ogni possibilità di definizione (funzione propria del mito, ci siamo detti) e di orientamento dell’azione (altra funzione del mito) appaiono perdute.

Possiamo avere il coraggio di accettare che questo mito, così come ci è stato tramandato, sia insufficiente a spiegare la realtà? Possiamo dirci che dovremmo provare a riscrivere questo mito, a spiegare di nuovo in cosa consista il capitale e in cosa consista il lavoro? Possiamo provare a dare una nuova scala assiologica di capitale e lavoro? Possiamo ammettere che la riscrittura spetta anche ai giuristi e persino a quegli eccentrici giuristi che sono i tributaristi?

Perché il dilemma è chiaro nei suoi corni: o il mito del capitale trova una nuova scrittura utile a decifrare il mondo fiscale, o dobbiamo accettare la sua dissoluzione e passare alla creazione di un nuovo mito.

Scarica il commento in formato pdf