I recenti approdi interpretativi dell’applicazione dei c.d. “automatismi fiscali” alle regioni per la copertura del disavanzo di gestione nel settore sanitario

Di Sandra Bortolini -

Abstract

Il presente contributo esamina la più recente evoluzione interpretativa della disciplina normativa afferente ai c.d. “automatismi fiscali”, ovverosia all’applicazione automatica, nella misura massima prevista, dell’addizionale regionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle maggiorazioni dell’aliquota dell’imposta regionale sulle attività produttive, di cui all’art. 1, comma 174, L. 30 dicembre 2004, n. 311. Tali automatismi si applicano al ricorrere di due condizioni: la regione presenti un disavanzo di gestione nel settore sanitario e non adotti tempestivamente tutti i provvedimenti necessari per la sua copertura. In relazione a questi profili, la ris. n.1/DF/2021 del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha delineato il perimetro soggettivo della richiamata disciplina normativa e, con l’ordinanza n. 14765/2021, la Corte di Cassazione si è pronunciata in relazione alle condizioni oggettive che determinano l’applicazione della stessa. Lo scopo dell’analisi è dunque quello di mettere in luce gli approdi interpretativi a cui sono pervenuti al fine di comprendere quali possono essere le implicazioni e ripercussioni per ciò che concerne l’autonomia finanziaria regionale, sancita dall’art. 119 Cost.

Recent interpretative perspectives to the regional application of “Fiscal automatisms” for the coverage of budgetary deficits in the healthcare sector. – The paper deals with the most recent interpretative evolution of the regulatory framework concerning the so-called “Fiscal automatisms”, the automatic application to the maximum extent foreseen of the regional additional tax on personal income and increases in the regional tax rate on productive activities, pursuant to art. 1, paragraph 174, of Law n. 311 of December 30, 2004. These automatisms apply when two conditions are met: the Region has an operating deficit in the health sector and does not promptly take the necessary measures to cover it. In relation to these aspects, Resolution no. 1/DF of 2021 of the Ministry of Economy and Finance outlined the subjective perimeter of the regulatory framework and with ordinance no. 14765 of 2021, the Court of Cassation stated the objective conditions that determine the application of the rules.

The purpose of the analysis is to highlight the interpretative approaches and to understand the implications and consequences for regional financial autonomy, as defined by art. 119 of the Constitution.

 

 

Sommario: 1. Premessa. – 2. Il quadro normativo di riferimento. – 3. La risoluzione n. 1/DF/2021 del Ministero dell’Economia e delle Finanze. – 4. L’ordinanza n. 14765/2021 della Corte di Cassazione. – 5. Le implicazioni della disciplina degli “automatismi fiscali” sull’autonomia finanziaria delle regioni. – 6. Alcune considerazioni di carattere conclusivo.

1. L’emergenza pandemica in atto, scaturita a seguito della diffusione del Covid-19, pone in maggior rilievo la centralità del ruolo che riveste il Servizio sanitario nazionale, istituito con la L. 23 dicembre 1978, n. 833, con lo scopo precipuo di garantire ai cittadini il diritto alla salute, enunciato dall’art. 32 Cost., che si sostanzia nell’accesso, universalmente attributo, alle prestazioni di carattere sanitario in condizioni di uguaglianza ed equità.

Tale ultimo obiettivo è perseguito nella cornice della ripartizione delle competenze tra i differenti livelli di governo e nei limiti delle risorse stanziate da ciascuno (si veda Tubertini C., La giurisprudenza costituzionale in materia di tutela alla salute di fronte alla nuova delimitazione delle competenze statali e regionali, in Astrid online, 2005, 23; Capotosti P.A., I limiti costituzionali all’organizzazione e al funzionamento del S.S.N. nella giurisprudenza della Corte Costituzionale, in Balduzzi R. (a cura di), Annuario DRASD 2010, Milano, 2010, 334).

Più nel dettaglio, con la riforma del Titolo V della Costituzione, avvenuta ad opera della L. cost. 18 ottobre 2001, n. 3, la tutela della salute si esplica attraverso la legislazione concorrente tra lo Stato e le regioni, in accordo a quanto previsto dall’art. 117, comma 3, Cost. Il menzionato articolo, al comma 2, lett. m) sancisce che allo Stato è affidata la potestà di determinare i livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e di vigilare sull’effettività della loro erogazione. D’altro canto, le regioni hanno il compito di programmare e gestire in autonomia la sanità nell’ambito territoriale di loro competenza.

In relazione a quest’ultimo aspetto, emerge con chiarezza che il settore sanitario costituisce un sistema complesso verso il quale convergono molti principi di rango costituzionale che devono trovare una sintesi unitaria.

Il primo è costituito dal bilanciamento tra l’effettività della tutela del diritto alla salute e le risorse necessarie per farvi fronte, di qui la correlazione tra le fonti del prelievo fiscale, in virtù dell’autonomia finanziaria delle regioni, riconosciuta dall’art. 119 Cost., e la spesa, con una conseguente responsabilizzazione del livello di governo intermedio. Ciò poiché l’art. 117 Cost. dispone che lo Stato e le regioni hanno potestà concorrente anche in materia di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario (si veda Innocenti E., Il finanziamento della spesa sanitaria nella recente giurisprudenza costituzionale: tra tutela della salute, coordinamento della finanza pubblica e (in) attuazione dell’art. 119 Cost., in Le Regioni, 2008, 3, 571 ss.)

Il secondo principio è rappresentato dalla leale collaborazione, di cui all’art. 120 Cost., tra i diversi livelli di governo, che riveste una notevole importanza sia nella fase fisiologica della gestione del servizio sanitario da parte delle regioni, sia in quella patologica, ovverosia in presenza di situazioni di disequilibrio economico-finanziario che devono essere risanate (si veda Paris D., Il Titolo V alla prova dei piani di rientro: delegificazione dei principi fondamentali e asimmetria fra Stato e Regioni nel rispetto delle procedure di leale collaborazione, in Le Regioni, 2014, 1/2, 203-226)

Gli strumenti finalizzati al raggiungimento di tale ultimo obiettivo sono modulati ed assumono un carattere di gradualità e sono costituiti, essenzialmente, dai piani di rientro, che si sostanziano in forme di accordo tra lo Stato e la regione contenenti le misure necessarie al risanamento del deficit creatosi (si veda Calanni R., I piani di rientro dal deficit sanitario, in Norma-quotidiano d’informazione giuridica, www.normadbi.it, 2011, 10; Bordignon M. – Coretti S. – Turati G., I Piani di Rientro della sanità regionale: quali risultati finora?, in Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, 5 agosto 2019; Patanè A., Regioni in piano di rientro ed emergenza Covid-19, in Corti supreme e salute, 2020, 1, Osservatorio Speciale Covid-19; Calzolaio S., Il mondo dei Piani di rientro dal disavanzo sanitario dal punto di vista dell’equilibrio di bilancio, in Federalismi, 2014, 23).

Qualora la regione sia inadempiente rispetto all’attuazione delle misure enucleate nei piani di rientro oppure i provvedimenti siano ritenuti insufficienti, vi può essere una fase di eventuale esercizio del potere sostitutivo, previsto dall’art. 120 Cost,, mediante l’istituto del commissariamento della sanità (Colli I., Poteri sostitutivi statali, piani di rientro e vincoli di bilancio in materia sanitaria. Tra disuguaglianze e tentativi di emarginazione della decisione politica, in Diritti Regionali. Rivista di diritto delle autonomie territoriali, 22 gennaio 2021) e ciò ha alcune importanti ripercussioni sul fronte del prelievo fiscale a carico dei cittadini. Le regioni assoggettate ai piani di rientro dal deficit sanitario sono attualmente sette (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia, Sicilia) di cui due sottoposte a commissariamento (Calabria e Molise).

2. Al fine di meglio comprendere l’atteggiarsi delle procedure di risanamento delle situazioni di disavanzo nel settore sanitario da parte delle regioni e i risvolti sul piano fiscale degli stessi, si rende necessario ricostruire, in via preliminare, il quadro normativo di riferimento.

Con l’art. 28 L. 23 dicembre 1998, n. 448, è stato per la prima volta introdotto il c.d. “patto di stabilità interno” che si sostanzia nel concorso di tutte le Amministrazioni decentrate dello Stato, nella cornice del federalismo fiscale di cui alla L. 5 maggio 2009, n.42, alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica che l’Italia aveva adottato mediante l’adesione al Patto di Stabilità e Crescita Europeo, sottoscritto nel 1997.

Più nello specifico, i commi 10-12 del richiamato articolo, hanno posto le basi per la tipizzazione delle modalità di verifica delle situazioni di disavanzo sanitario e per la conseguente elaborazione di “interventi di rientro e di ripiano dal disavanzo sanitario regionale”. Successivamente, la disciplina normativa si è consolidata alla luce delle disposizioni contenute nelle leggi finanziarie degli anni seguenti.

Più nel dettaglio, infatti, con l’art. 1, comma 174, L. 30 dicembre 2004, n. 311 il legislatore ha delineato una procedura che si articola essenzialmente in più fasi distinte e caratterizzate da aspetti di gradualità (si veda Eltrudis D., Le implicazioni dei piani di rientro sull’autonomia finanziaria regionale, in Centro Studi sul Federalismo, 2014)

Il punto di partenza è costituito dalla necessità che vi sia l’adozione di provvedimenti necessari al fine del rispetto dell’equilibrio economico-finanziario, laddove, sulla base del monitoraggio trimestrale, si prospetti una situazione di squilibrio.

Qualora dai dati del monitoraggio del quarto trimestre si evidenzi un disavanzo di gestione a fronte del quale non sono state adottate le opportune misure, ovvero non siano ritenute sufficienti, il Presidente del Consiglio dei ministri diffida la regione a provvedervi entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento. Se la regione non adempie, entro i 30 giorni successivi il Presidente della regione, in qualità di commissario ad acta, approva il bilancio di esercizio consolidato del servizio sanitario regionale al fine di determinare il disavanzo di gestione e i necessari provvedimenti per il suo ripianamento, inclusi gli aumenti dell’addizionale regionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche e le maggiorazioni dell’aliquota dell’imposta regionale sulle attività produttive entro le misure stabilite dalla normativa vigente. In questa fase, dunque, l’aumento delle aliquote dei richiamati tributi propri derivati è parametrato a quanto previsto dalle norme di dettaglio che si rinvengono nel D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446.

Laddove il commissario ad acta non vi provveda entro il 31 maggio, nella regione interessata si attuano gli “automatismi fiscali”, previsti dall’art. 1, comma 174, L. n. 311/2004, ovverosia l’addizionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche e le maggiorazioni dell’aliquota dell’imposta regionale sulle attività produttive si applicano nella misura massima prevista dalla normativa vigente e, scaduto il termine del 31 maggio, la regione non può assumere provvedimenti che abbiano ad oggetto tali tributi. Conseguentemente, i contribuenti liquidano e versano gli acconti d’imposta dovuti nel medesimo anno sulla base della misura massima prevista per ciascuna.

La disciplina normativa è stata successivamente sistematizzata con la L. 23 dicembre 2009, n. 191 e, più nel dettaglio, l’art. 2, comma 80, stabilisce che per la regione sottoposta al piano di rientro resta fermo l’obbligo di mantenimento, per l’intera durata del piano, delle maggiorazioni dell’aliquota dell’Irap e dell’addizionale regionale all’Irpef, ove scattate automaticamente ai sensi dell’art. 1, comma 174, L. n. 311/2004. In caso di inadempienza, il Presidente della regione viene nominato quale commissario ad acta e, oltre ai richiamati automatismi, il comma 83 del richiamato art. 2 L. n. 191/2009 dispone un ulteriore incremento delle aliquote, nelle misure fisse di 0,15 punti percentuali dell’aliquota Irap e di 0,30 punti percentuali dell’addizionale regionale all’Irpef che si aggiungono ai precedenti, qualora il Tavolo tecnico per la verifica degli adempimenti e il Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza constatino che la regione non ha raggiunto gli obiettivi previsti nei rispettivi piani di rientro dai deficit sanitari.

Da ciò ne consegue che le procedure previste in tali forme di accordo tra lo Stato e le Regioni acquistano un carattere graduale e la conseguente modulazione delle aliquote varia in relazione all’effettività delle misure attuate al fine di ripianare il risanamento del bilancio sanitario regionale.

3. In relazione all’ambito applicativo degli automatismi fiscali declinati, e in modo particolare all’ulteriore incremento delle aliquote di 0,15 percentuali per ciò che concerne la maggiorazione Irap, sono emersi di recente alcuni dubbi interpretativi che sono stati chiariti dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle finanze con la ris. 17 febbraio 2021, n. 1/E.

Il quesito atteneva all’applicabilità o meno di tale aumento automatico aggiuntivo di 0,15 punti percentuali dell’aliquota Irap per ciò che attiene alle Amministrazioni pubbliche situate nelle regioni Calabria e Molise.

Il Ministero dell’Economia e delle finanze, chiamato a pronunciarsi, ha chiarito che la disciplina normativa delle aliquote Irap si rinviene nel D.Lgs. n. 446/1997, il quale all’art. 16 sancisce che l’imposta è determinata applicando al valore della produzione netta l’aliquota ordinaria del 3,9%, salvo quanto previsto dal comma 2, il quale a sua volta dispone che l’aliquota per le Amministrazioni pubbliche è pari all’8,5%. Alle regioni è riconosciuta la manovrabilità in aumento delle aliquote, come prevede il comma 3 dell’art. 16 D.Lgs. n. 446/1997, e dunque alle regioni è consentito aumentare fino ad un massimo di 0,92 punti percentuali le aliquote di cui al comma 1.

Il Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle finanze, alla luce della lettera della norma e della giurisprudenza costituzionale delineatasi in relazione a tale aspetto (ex multis, Corte Cost., sent. n. 357/2010 e n. 128/2019), con la risoluzione in commento ha chiarito, dunque, che la possibilità di incrementare le aliquote è riconosciuta alle regioni solo per ciò che concerne l’aliquota ordinaria, possibilità non prevista, invece, per le aliquote speciali, quale quella stabilita per le Amministrazioni pubbliche.

Ciò poiché la disciplina del tributo proprio derivato in commento appartiene alla competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. e), Cost.

Tale carattere speciale dell’aliquota Irap per le Amministrazioni pubbliche, ad avviso del Ministero dell’Economia e delle finanze, è molto rilevante qualora la regione fronteggi una situazione di disavanzo sanitario.

Più in particolare, le richiamate norme dispongono che si applichino nella misura massima prevista dalla vigente normativa l’addizionale regionale all’Irpef e le maggiorazioni dell’aliquota Irap e un ulteriore aumento di 0,15 e 0,30 punti percentuali delle medesime aliquote qualora la regione sia inadempiente. Da ciò ne consegue che, qualificando l’aliquota delle Amministrazioni pubbliche come speciale, la stessa non è suscettibile di incremento automatico e ciò determina che l’ulteriore maggiorazione di 0,15 punti percentuali esuli dal campo applicativo della disciplina normativa in questione. Ciò ha quale importante conseguenza che le Amministrazioni pubbliche delle regioni sottoposte a tali meccanismi fiscali automatici corrispondono l’Irap nella misura dell’8,5%, così come prevista dall’art. 16 D.Lgs. n. 446/1997.

4. In relazione, invece, al profilo oggettivo della disciplina del risanamento del disavanzo sanitario, è particolarmente interessante la pronuncia n. 14765/2021 della Corte di Cassazione, che si è soffermata sulle condizioni applicative degli automatismi fiscali in esame.

Il ricorso era stato proposto dinnanzi alla Corte di Cassazione da una società, avente sede legale in Abruzzo, a seguito del diniego di rimborso, da parte dell’Agenzia delle Entrate, degli importi versati nei periodi d’imposta 2006 e 2007 a titolo di maggiorazione dell’1% dell’Irap in virtù del combinato disposto dell’art. 1, comma 174, L. n. 311/2004 e dell’art. 1, comma 1-bis, D.L. 7 giugno 2006, n. 206, convertito con la L. 17 luglio 2006, n. 234.

In modo particolare, la società deduceva il difetto del presupposto impositivo della maggiorazione, ovverosia che la regione aveva distratto ad altri fini le risorse destinate al servizio sanitario, in tal modo procurando una situazione di disavanzo non effettiva.

L’iter logico-argomentativo esplicato dalla società non ha trovato accoglimento e la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso ricostruendo la ratio della disciplina e mettendone in luce gli elementi caratterizzanti.

In primo luogo, la Corte di Cassazione ha annoverato correttamente l’Irap tra i tributi propri derivati la cui disciplina ricade nella potestà esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. e), Cost.

Alla luce di tale aspetto, ad avviso della Corte di Cassazione, la maggiorazione dell’aliquota Irap, funzionale al ripianamento del disavanzo sanitario regionale, si configura quale fattispecie di “automatismo fiscale” vale a dire quale ipotesi in cui l’imposizione a carico dei contribuenti opera al verificarsi di una situazione certa o oggettivamente accertabile.

Ciò giustifica e rende possibile l’assenza nel dato normativo di qualsiasi indagine circa le cause che hanno comportato il verificarsi del disavanzo sanitario regionale quale elemento costitutivo dell’obbligazione tributaria che i contribuenti sono tenuti a adempiere. Da ciò si evince che, ad avviso della Corte di Cassazione, sussiste una condizione di neutralità circa i modi di formazione del disavanzo sanitario ai fini dell’operatività della maggiorazione Irap sottoposta a scrutinio nella pronuncia.

In altre parole, alla luce dell’ordinanza della Corte di Cassazione in analisi, le condotte di distrazione dei fondi iscritti sui capitoli di bilancio intestati al settore sanitario non incidono sulla debenza dell’imposta né fondano pretese restitutorie da parte dei contribuenti ma ciò non di meno possono assumere rilievo unicamente ai fini di un eventuale giudizio di responsabilità contabile dei singoli amministratori regionali dinnanzi alla Corte dei Conti, così come disciplinato dal D.Lgs. 16 agosto 2016, n. 174 (Codice di giustizia contabile, adottato ai sensi dell’art. 20 L. 7 agosto 2015, n. 124).

5. Esaminato il perimetro oggettivo e soggettivo delle disposizioni afferenti agli automatismi fiscali in presenza di situazioni di disavanzo sanitario, così come delineato dalla risoluzione ministeriale e dalla pronuncia della Corte di Cassazione, è ora doveroso chiedersi quali possano essere le implicazioni di tali misure in relazione all’autonomia finanziaria delle regioni riconosciuta dall’art. 119 Cost.

Come si è evidenziato, infatti, sussiste una correlazione molto forte tra la tutela del diritto alla salute e le risorse al fine di farvi fronte e di garantirne la piena effettività e ciò corrisponde, invero, ai principi generali in materia di federalismo fiscale che postulano la relazione tra il prelievo fiscale e la spesa in un’ottica di responsabilizzazione dei livelli di governo al fine di raggiungere un impiego efficiente ed efficace delle risorse pubbliche.

In relazione a tale aspetto precipuo, la Corte Costituzionale ha delineato un orientamento interpretativo (ex multis sent. n. 267/2006, n. 94/2009, n. 52/2010 e n. 100/2010, n. 138/2013 e n. 250/2013, n. 40/2014 e n. 85/2014) alla luce del quale il vincolo di bilancio e la garanzia dell’effettività della tutela dei diritti fondamentali -quale quello alla salute – si bilanciano l’un l’altro.

Più nello specifico, secondo la giurisprudenza costituzionale consolidata, il vincolo di bilancio deve essere inclusivo del rispetto dei diritti e questi ultimi devono essere commisurati ad un nucleo essenziale che sia compatibile con una prospettiva di sostenibilità di medio-lungo periodo. Da ciò ne discende che tale dialettica tra i principi dell’ordinamento costituzionale, si rende esplicita con maggiore evidenza nel settore sanitario, ove i sistemi di controllo e contenimento della spesa si sono stratificati nel corso del tempo.

Ecco allora che, qualora si determinino scostamenti rispetto agli obiettivi che spingano i vincoli di bilancio oltre i limiti consentiti, l’ordinamento predispone alcuni strumenti reattivi a garanzia dell’effettività della tutela dei diritti, quali appunto i piani di rientro e i conseguenti automatismi fiscali.

In numerose pronunce (ex multis sent. n. 193/2007, n. 139/2009, n. 237/2009, n. 52/2010, n. 100/2010, n. 141/2010, n. 106/2011, n. 123/2011, n. 163/2011, n. 32/2012, n. 91/2012, n. 131/2012, n. 51/2013, n. 79/2013, n. 104/2013, n. 219/2013, n. 110/2014) la Corte Costituzionale ha sancito, infatti, la piena legittimità costituzionale delle disposizioni normative che comprimono l’autonomia finanziaria regionale ai fini del coordinamento della finanza pubblica e della salvaguardia degli obiettivi che devono essere raggiunti da tutti i livelli di governo.

Ciò ha quale importante conseguenza che il piano di rientro assume, dunque, un carattere vincolante in quanto costituisce una forma di accordo tra lo Stato e le regioni che è volto a garantire il contenimento della spesa sanitaria e il ripianamento dei debiti e assicura, al contempo, da un lato, la partecipazione regionale alla definizione dei percorsi di risanamento dei disavanzi nel settore sanitario e, dall’altro, vieta alla regione di adottare unilateralmente misure con essi non compatibili, così come affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 266/2016.

Dai richiamati principi di diritto enunciati dalla Corte Costituzionale si evince in modo netto la correlazione tra la tutela del diritto alla salute e il rispetto del vincolo di bilancio in un’ottica di bilanciamento tra i principi costituzionali che fanno da sfondo. L’autonomia finanziaria delle regioni e la manovrabilità dei tributi propri derivati può subire una compressione, qualora sia necessario porre in essere una procedura di risanamento delle situazioni di disavanzo di gestione nel settore sanitario al fine di garantire il godimento da parte di tutti i cittadini dei livelli essenziali di assistenza stabiliti a livello statale (si veda Cerruti T., I piani di rientro dai disavanzi sanitari come limite alla competenza legislativa regionale, in Rivista AIC, 2013, 4).

6. Alla luce dell’analisi condotta è possibile trarre alcune osservazioni conclusive.

In primo luogo, si è potuto apprendere che il settore sanitario costituisce la principale declinazione dei principi del federalismo fiscale nel nostro ordinamento (si veda per un approfondimento Finocchi Ghersi R. – Tardiola A., Il federalismo istituzionale e fiscale e l’assetto di governance del SSN, paper di sintesi del lavoro del 2° sottogruppo “Il federalismo istituzionale e fiscale e l’assetto di governance del SSN” del gruppo di studio di Astrid su “Le politiche sanitarie”, coordinato da De Vincenti C. – Finocchi Ghersi R. – Tardiola A.) che postulano un’interrelazione significativa tra l’imposizione fiscale e il versante della spesa pubblica al fine di garantire, in modo efficiente ed efficace, i servizi pubblici che conferiscono la sostanza ai diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, quale quello alla salute.

In modo particolare, si è visto come la competenza concorrente in materia sanitaria venga declinata dallo Stato e dalle regioni e come questa assuma particolare pregnanza dinnanzi a situazioni di necessario risanamento dell’eventuale disavanzo di gestione.

In altre parole, il principio della leale collaborazione tra lo Stato e le regioni di cui all’art. 120 Cost., nella fase patologica del sistema, si esplicita nei piani di rientro che costituiscono forme di accordo vincolanti per ambedue i livelli di governo al fine di garantire la tutela del diritto alla salute dei cittadini, insieme al coordinamento della finanza pubblica.

Ciò determina che qualora la regione sia inadempiente o le misure non siano ritenute sufficienti, l’ordinamento prevede alcuni meccanismi sanzionatori quali gli automatismi fiscali che determinano una compressione dell’autonomia finanziaria della regione sottoposta al piano di rientro, che vede ridurre i propri spazi decisionali nei tributi propri derivati di competenza, quali l’Irap e l’addizionale regionale all’Irpef. Ciò, alla luce della giurisprudenza costituzionale esaminata, è possibile poiché nel bilanciamento tra principi costituzionali di pari rango prevale la necessità di assicurare il contenimento della spesa pubblica congiuntamente all’effettività della tutela dei livelli essenziali di assistenza.

Di qui la necessità di ripensare e di ridefinire le forme di finanziamento del sistema sanitario regionale, affinché le entrate riscosse nel territorio regionale, accanto ai trasferimenti statali, siano sufficienti a garantire il rispetto del diritto alla salute, insieme ad un impiego accorto delle risorse in un’ottica di efficacia e di responsabilizzazione di tutti i livelli di governo.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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