Obbligazione tributaria, relazione con i bisogni della famiglia ed esecuzione sui beni del fondo patrimoniale

Di Antonio Marinello -

Abstract

L’esame dei profili fiscali relativi al fondo patrimoniale della famiglia solleva numerose problematiche, sia di carattere applicativo che di ordine teorico. Tra queste, una delle questioni di maggior rilievo concerne l’applicabilità ai crediti di natura tributaria dell’art. 170 c.c., ai sensi del quale l’esecuzione sui beni del fondo non può avvenire per i debiti che il creditore conosceva essere stati “contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”. Secondo la Corte di Cassazione, il criterio identificativo dei crediti il cui soddisfacimento legittima l’esecuzione sui beni conferiti al fondo patrimoniale va ricercato non nella natura dell’obbligazione, ma nella relazione tra il presupposto di essa ed i bisogni della famiglia. L’accertamento di tali presupposti è tuttavia rimesso al giudice di merito, avendo riguardo alle specifiche circostanze del caso concreto.

Tax obligation, needs of the family and execution on fund’s assets. -The analysis of tax issues related to family fund raises many questions, both practical and theoretical. One of the most important issues concerns the applicability to tax claims of art. 170 civil code, under which the execution procedure on fund’s assets cannot be made for debts which the lender knew they were “contracted for purposes unrelated to the needs of the family”. According to the Court of Cassation, in order to identify the claims whose satisfaction legitimates the execution on the fund’s assets, it is not relevant the nature of the obligation, but the relationship between the chargeable event and the needs of the family.

 

 

Sommario: 1. L’ordinanza della Corte di Cassazione 7 giugno 2021, n. 15741: considerazioni introduttive. – 2. Il fondo patrimoniale della famiglia: lineamenti essenziali della disciplina e profili di responsabilità ai sensi dell’art. 170 c.c. – 3. Il limite all’esecuzione sui beni del fondo e la natura dell’obbligazione tributaria. – 4. La relazione tra debiti di imposta e bisogni della famiglia.

1. Con l’ordinanza n. 15741 del 7 giugno 2021, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla problematica relativa alla possibilità di agire in via esecutiva sui beni conferiti in un fondo patrimoniale, in presenza di debiti di natura tributaria.

L’attenzione della Suprema Corte si è focalizzata in particolare sulla relazione intercorrente tra obbligazione tributaria e bisogni della famiglia, in un caso nel quale l’Agente della riscossione aveva proceduto all’iscrizione ipotecaria sui beni compresi in un fondo patrimoniale per i debiti tributari inerenti alla partecipazione ad una s.r.l., alla quale il contribuente partecipava come mero socio di capitale.

Nel caso di specie, la Cassazione ha confermato la decisione assunta in secondo grado dalla CTR Puglia, ritenendo che non si potesse procedere ad esecuzione forzata sui beni del fondo, dal momento che l’obbligazione tributaria era riferibile a redditi conseguiti con mero intento speculativo per il soddisfacimento di necessità individuali, in quanto tali estranei al soddisfacimento dei bisogni della famiglia. Il contribuente risultava infatti socio anche di un’altra società, una s.a.s., presso la quale svolgeva la propria attività lavorativa prevalente e dalla quale traeva il sostentamento per sé e per la propria famiglia.

In definitiva, la Corte ha stabilito che deve essere consentito al contribuente, il quale abbia una pluralità di fonti di reddito – e, in particolare, una pluralità di partecipazioni societarie – di provare anche per presunzioni semplici la diversa natura di ciascuna partecipazione e la destinazione dei relativi proventi, così da poter accertare se l’obbligazione tributaria gravi su un reddito destinato al mantenimento della famiglia o, al contrario, su una ricchezza destinata al conseguimento di finalità meramente speculative o a bisogni individuali.

Stando alla ricostruzione operata dalla Corte, pertanto, i bisogni della famiglia non possono intendersi in senso oggettivo, ma per lo più in senso soggettivo e spetterà al giudice di merito accertare di volta in volta la relazione esistente tra il fatto generatore del debito e le necessità del nucleo familiare.

La pronuncia si inserisce in un filone giurisprudenziale estremamente articolato, sul quale è opportuno svolgere alcune riflessioni, non prima di aver effettuato una rapida incursione nella disciplina civilistica e tributaria del fondo patrimoniale, al solo fine di tratteggiarne le coordinate essenziali per quanto qui di interesse.

2. Ai sensi dell’art. 167, comma 1, c.c., ciascuno o entrambi i coniugi (per atto pubblico), o un terzo (per atto pubblico o per testamento) possono costituire un fondo patrimoniale destinando determinati beni – immobili o mobili iscritti in pubblici registri, o anche titoli di credito – al soddisfacimento dei bisogni della famiglia (cfr. Carresi F., Fondo patrimoniale, in Enc. giur., Roma, 1989, XIV, 1 ss.; Auletta T., Il fondo patrimoniale, Milano, 1990, 7 ss.; Quadri R., Fondo patrimoniale, in Enc. giur., Roma, 2007, XVI, 1 ss.; Demarchi Albengo P.G., Il fondo patrimoniale, Milano, 2011, 73 ss.).

Si tratta, in tutta evidenza, di uno strumento che riproduce con adattamenti ad una più moderna concezione della famiglia lo schema tipico di antiche strutture, quali la dote o il patrimonio familiare, che rispondevano all’esigenza di assicurare alla famiglia una base patrimoniale di una certa stabilità.

Analogamente a quanto si può osservare per la comunione legale, peraltro, la costituzione del fondo patrimoniale e l’adozione del regime patrimoniale che ne consegue non si traducono nella nascita di un nuovo soggetto giuridico o di un nuovo centro di imputazione di situazioni giuridiche soggettive (cfr. Giovannini A., Soggettività tributaria e fattispecie impositiva, Padova, 1996, 201 ss.). La proprietà dei beni costituiti in fondo non è infatti attribuita ad una nuova entità, ma a seconda dei casi può spettare ad entrambi i coniugi in quote eguali, oppure ad uno soltanto di essi, ovvero rimanere attribuita al terzo costituente.

Se, come detto, la proprietà dei beni può spettare ad entrambi i coniugi oppure in via esclusiva ad uno di essi o ad un terzo, anche estraneo al nucleo familiare, emerge comunque un tratto comune che vale a caratterizzare l’istituto: si tratta del “vincolo di destinazione” al quale sono sottoposti tali beni a prescindere dalla loro effettiva titolarità giuridica, individuabile appunto nel “soddisfacimento dei bisogni della famiglia”.

E in linea con quanto sinora ricordato, in virtù del vincolo di destinazione impresso sui beni e diritti costituiti in fondo, anche i relativi frutti possono essere impiegati esclusivamente per soddisfare le necessità del nucleo (art. 168, comma 3). Sulla base della previsione generale recata dall’art. 167, i frutti del fondo possono derivare da beni immobili, da beni mobili iscritti nei pubblici registri o da titoli di credito: potrà trattarsi, dunque, dei frutti naturali o civili di terreni o fabbricati, dei proventi derivanti dallo sfruttamento economico di marchi, brevetti e simili, degli utili percepiti a fronte del possesso di azioni o di altri strumenti finanziari inquadrabili tra i titoli di credito.

La trama civilistica appena ricordata agevola il richiamo alla peculiare disciplina tributaria che interessa i redditi dei beni che formano oggetto del fondo i quali, ai sensi dell’art. 4, comma 1, lett. b), TUIR, sono imputati per metà del loro ammontare netto a ciascuno dei coniugi (Perrone L., Profili tributari del fondo patrimoniale, in Rass. trib., 2008, 6, 1543 ss.; Turchi A., La famiglia nell’ordinamento tributario, Torino, 2012, 197 ss.; ID., Imputazione dei redditi e comunione dei beni fra coniugi. Considerazioni sull’art. 4 del Testo unico, in Rass. trib., 2013, 1, 150 ss.).

Si tratta di una disposizione che riecheggia proprio la struttura civilistica dell’istituto e che, muovendo dall’esistenza di quel peculiare vincolo di destinazione sul quale ci siamo appena soffermati, valorizza il potere di disporre della fonte reddituale nell’interesse esclusivo della famiglia, a prescindere dalla titolarità giuridica sulla medesima.

Sul punto, il dettato normativo non lascia spazio a dubbi. Ai fini dell’individuazione dei soggetti passivi d’imposta e della ripartizione del relativo carico fiscale, non assume rilievo l’effettiva titolarità dei beni che costituiscono il fondo, ma è al contrario determinante il potere di amministrarli e gestirli, riconosciuto in egual misura ai coniugi.

Il principio di “contitolarità” della fonte deve dunque essere letto in una prospettiva funzionale. Ai fini della relativa imputazione fiscale, i coniugi risultano “contitolari” dei redditi generati dai beni in fondo non solo quando questi sono di loro comune proprietà, ma anche quando essi sono destinati al fondo da un terzo o da uno solo dei coniugi che ne mantiene la proprietà esclusiva: ciò in quanto, anche in queste ultime ipotesi, le utilità ritratte dai beni sono funzionalmente collegate all’esclusivo soddisfacimento dei bisogni del nucleo (cfr. Marinello A., I profili fiscali del fondo patrimoniale della famiglia, in Riv. trim. dir. trib., 2014, 2, 393 ss.).

Tornando conclusivamente alla disciplina civilistica, per completare questo rapido quadro introduttivo occorre infine ricordare la centralità della disposizione recata dall’art. 170 c.c., la quale introduce una deroga al principio generale della responsabilità patrimoniale del debitore.

Per l’art. 170, infatti, “l’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”. I beni del fondo e i loro frutti, in sostanza, sono sottratti all’azione esecutiva dei creditori generali e potranno dunque essere aggrediti soltanto da quei creditori le cui ragioni siano strettamente collegate ad obbligazioni assunte dai coniugi nell’esclusivo interesse della famiglia.

3. Come risulta anche dalla sentenza in commento, proprio la disposizione da ultimo richiamata ha importanti ricadute in campo tributario, posto che intorno ad essa ruota il tema dell’opponibilità nei confronti dell’Amministrazione finanziaria del vincolo di destinazione che caratterizza i beni e i diritti costituiti nel fondo patrimoniale.

Per comprendere esattamente la portata dell’art. 170, può essere utile ricostruirne la ratio originaria. La norma, infatti, non fa che riprodurre il limite di responsabilità che, in deroga al principio generale dell’art. 2740 c.c., trovava compiuta espressione, sebbene limitatamente ai frutti, con riguardo alla dote e al patrimonio familiare, per come disciplinati fino alla riforma del 1975.

Il patrimonio familiare era stato introdotto per la prima volta nel codice civile del 1942, sotto l’influenza di una concezione pubblicistica del diritto di famiglia, allo scopo dichiarato di “assicurare la prosperità alla famiglia che sorge”, intesa quale ente superindividuale, portatore di interessi superiori e collettivi. E proprio per il raggiungimento di queste finalità veniva consentita la creazione di un patrimonio separato in deroga al principio fondamentale della responsabilità patrimoniale illimitata del debitore.

Il fondo patrimoniale, introdotto dalla riforma del 1975, sembra avere ereditato questa ratio, essendo volto a “garantire un substrato patrimoniale alla famiglia nucleare” e si caratterizza “quale speciale vincolo di destinazione per la realizzazione degli scopi della famiglia” (Morelli M.R., Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, Padova, 1996, 151 ss.; Bianca C.M., Diritto civile, II, La famiglia. Le successioni, Milano, 2001, 132), sebbene rispetto al patrimonio familiare il vincolo si sia sensibilmente allentato (essendo ora estesa anche ai beni la possibilità di esecuzione, precedentemente prevista per i soli frutti), e ciò per la volontà del legislatore del 1975 di raggiungere un compromesso tra le istanze di coloro che auspicavano la definitiva soppressione dell’istituto – ritenuto di ostacolo alla circolazione della ricchezza – e quelle di chi ne pretendeva il mantenimento (cfr. Bianca M., Commento all’art. 167 c.c., in Zaccaria A. (a cura di), Commentario breve al diritto di famiglia, Padova, 2008, 458; Morace Pinelli A., Tutela della famiglia e dei soggetti deboli mediante la destinazione di scopo, in Riv. dir. civ., 2013, 6, 1365 ss.).

Anche per il fondo patrimoniale, in piena continuità con quanto previsto per gli omologhi istituti nella normazione precedente, la limitazione di responsabilità si giustifica dunque sotto un duplice profilo: da un lato, perché essa rafforza la consistenza patrimoniale dei coniugi; dall’altro, perché ne traggono beneficio parimenti i creditori della massa separata, gli unici a potersi rivalere sui beni del fondo. Ed è per questo che la normativa vigente subordina a due condizioni l’opponibilità del fondo all’azione esecutiva: la destinazione funzionale del debito a bisogni estranei alla famiglia e la conoscenza di tale destinazione da parte del creditore (in proposito, la dottrina maggioritaria ritiene, con il conforto pressoché unanime della giurisprudenza, che incomba sui coniugi l’onus probandi in ordine alla conoscenza da parte del creditore del fatto che l’obbligazione sia stata contratta per finalità estranee alle esigenze della famiglia: cfr. Cian G. – Casarotto G., Fondo patrimoniale della famiglia, in Noviss. dig. it, Torino, 1982, app. III, 828 ss.; Rescigno P. (a cura di), Le fonti del diritto italiano, codice civile, Tomo I, VII, Milano, 2008, 393 ss.; in giurisprudenza, tra le più recenti, Cass., n. 3758/2015; Cass., n. 23876/2015; Cass., n. 2904/2021).

Al di là della tortuosità della formulazione, a prima vista la disposizione recata dall’art. 170 c.c. non appare facilmente adattabile all’obbligazione d’imposta, stante da un lato il riferimento esplicito ai “debiti contratti” dai coniugi – locuzione che sembra circoscriverne l’ambito di applicazione alle obbligazioni ex contractu – e, dall’altro, stante il rilievo attribuito all’elemento soggettivo del creditore, rappresentato dalla piena conoscenza da parte di questi della estraneità del “debito contratto” rispetto alle esigenze familiari. Queste caratteristiche, per poco che si rifletta, appaiono difficilmente conciliabili con la dimensione pubblica del creditore erariale e con il fatto che l’obbligazione d’imposta non è contratta, ma è indubitabilmente un’obbligazione ex lege.

Cionondimeno, parte della giurisprudenza ritiene che la natura legale dell’obbligazione non precluda la possibilità di valutare se la stessa sia o meno funzionale al soddisfacimento dei bisogni della famiglia e che per le obbligazioni tributarie, come per tutte le obbligazioni che sorgono ex lege, il requisito della conoscenza da parte del creditore della relazione tra debito e bisogni della famiglia non vada inteso in senso rigoroso, in termini di consapevolezza soggettiva, ma possa essere desunto sulla base di presunzioni semplici (Cass., n. 4011/2013; Cass., n. 15886/2014; Cass., n. 23876/2015; Cass., n. 25443/2017).

A tale riguardo, la sentenza in commento è chiara nel ritenere che il criterio identificativo dei debiti per i quali può avere luogo l’esecuzione sui beni del fondo patrimoniale vada ricercato “non già nella natura (legale o contrattuale) dell’obbligazione, ma nella relazione tra il fatto generatore di essa e i bisogni della famiglia, sicché anche un debito di natura tributaria sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità”.

Questa lettura consente in un certo qual modo di superare le difficoltà indotte dalla formulazione dell’art. 170. Tuttavia, non si può non rilevare che, così interpretata, la norma finisca per perdere la propria connotazione essenziale – coincidente proprio con l’elemento soggettivo della conoscenza da parte del creditore – elemento che, come si è visto, caratterizza l’istituto sin dai suoi antecedenti storici.

Tanto più che in ipotesi in qualche modo avvicinabile a quella disciplinata nell’art. 170, il legislatore, scientemente, non ha preteso la conoscenza del creditore per impedire l’aggressione dei beni destinati. L’art. 2645-ter c.c., infatti, disciplinando la destinazione di determinati beni (immobili o mobili registrati) al soddisfacimento di interessi meritevoli di tutela riferibili a soggetti individuati – persone con disabilità, Pubbliche amministrazioni, o altri enti o persone fisiche – specifica che i beni conferiti e i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione del fine e che, in questo caso, i beni destinati possono costituire oggetto di esecuzione solo per debiti contratti per quel fine, a nulla rilevando, per l’appunto, lo stato soggettivo del creditore.

4. Vi è poi un secondo aspetto da considerare, ancor più rilevante sotto il profilo sistematico, ossia il rapporto intercorrente tra debito d’imposta e “bisogni della famiglia”.

Su questo aspetto del problema sono emerse in giurisprudenza posizioni nettamente contrastanti.

Secondo un primo orientamento più risalente, il divieto di esecuzione sui beni del fondo sarebbe sempre e comunque opponibile ai crediti tributari, in ragione del fatto che tali crediti non sono mai direttamente destinati a soddisfare le necessità del nucleo familiare (cfr. Cass., Sez. III pen., 7 ottobre 2009, n. 38925; e, per la giurisprudenza di merito, Comm. trib. reg. Piemonte, 21 ottobre 2009, n. 54; Comm. trib. prov. Grosseto, 21 novembre 2009, n. 280; Comm. trib. prov. Milano, 20 dicembre 2010, n. 437; Comm. trib. reg. Puglia, 20 ottobre 2014, n. 2052; Comm. trib. reg. Lazio, 8 aprile 2014, n. 2218, tutte in banca dati Fisconline; Trib. Padova, 24 agosto 2010, n. 1887, richiamata da Gallio F. – Terrin F., Se la costituzione di fondo patrimoniale rappresenti elemento indicativo di periculum in mora ai fini del procedimento cautelare, in Riv. dir. trib., 2012, 2, II, 140).

Almeno in astratto, questa impostazione ha il pregio di dare consistenza ad un dubbio di fondo: se cioè l’obbligazione d’imposta, che nasce dalla legge e trova fondamento nel dovere di contribuzione di “tutti”, possa davvero essere valutata in relazione alla soddisfazione di determinati bisogni individuali e se si possa davvero valutare come “assunta” in relazione alle necessità del nucleo familiare.

E, sempre ragionando in astratto, mi pare che per le imposte la risposta al quesito difficilmente potrebbe essere positiva. Non mi sembra possibile, infatti, stabilire l’esistenza di una relazione “diretta e immediata” tra l’adempimento di un’obbligazione fondata sul dovere generale di contribuzione previsto dall’art. 53 Cost. e la soddisfazione dei bisogni della famiglia, posto che il fondamento dell’obbligazione tributaria sta, piuttosto, in un dovere contributivo generale di stampo solidaristico, rispetto al quale tutti i consociati sono parimenti obbligati in ragione della loro attitudine alla contribuzione, e dal quale deriva certamente la soddisfazione di taluni “bisogni”, anche individuali – nella forma della fruizione di servizi pubblici finanziati tramite il gettito erariale – in una logica che tuttavia non è sinallagmatica, ma solidaristica e redistributiva (sul principio di capacità contributiva quale esplicazione del dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., si vedano in particolare, Manzoni I., Il principio della capacità contributiva nell’ordinamento costituzionale italiano, Torino, 1965, 20 ss.; Moschetti F., Il principio della capacità contributiva, Padova, 1973, 71 ss.; recentemente, anche per riferimenti giurisprudenziali, cfr. Giovannini A., Il diritto tributario per princìpi, Milano, 2014, 22 ss.).

Come si è visto, però, la giurisprudenza trae(va) da questa ricostruzione la conseguenza di un divieto generalizzato di esecuzione sui beni del fondo patrimoniale per i crediti tributari, effetto che finirebbe inevitabilmente per aprire le porte ad utilizzi distorti ed abusivi dell’istituto in questione, sacrificando oltre misura l’interesse pubblico alla riscossione dei tributi.

In contrapposizione a questo primo indirizzo, si devono allora segnalare pronunce caratterizzate da una prospettiva radicalmente diversa, secondo la quale la costituzione di un fondo patrimoniale non potrebbe mai essere opposta all’esecuzione per crediti fatti valere dall’Amministrazione finanziaria, in quanto i debiti di natura tributaria dovrebbero ritenersi “per definizione, inerenti in maniera diretta e immediata ai bisogni della famiglia” (cfr. TAR Friuli Venezia Giulia, 10 maggio 2007, n. 369; Comm. trib. prov. Reggio Emilia, 11 giugno 2010, n. 90, in GT – Riv. giur. trib., 2010, 991 ss., con nota critica di Tinelli G., Iscrizione di ipoteca fiscale, fondo patrimoniale e tutela del contribuente; Comm. trib. reg. Lazio, 5 dicembre 2011, n. 521; Comm. trib. reg. Toscana, 27 febbraio 2012, n. 11).

In tempi più recenti, nel tentativo di superare la rigidità degli orientamenti appena richiamati, la giurisprudenza di legittimità ha preso a convergere verso una prospettiva meno “integralista”, nel senso che la relazione tra debito tributario e necessità del nucleo familiare non può essere stabilita a priori secondo un criterio unitario ed assoluto, ma deve essere verificata in concreto, caso per caso.

In particolare, con la sentenza 7 luglio 2009, n. 15862, la Sezione tributaria della Suprema Corte ha ritenuto il divieto di cui all’art. 170 c.c. opponibile ai crediti tributari solo in presenza di determinate condizioni, quando cioè il fatto generatore del tributo sia stato posto in essere al fine di soddisfare un’esigenza diversa da un bisogno della famiglia; ed ha precisato che la nozione di “bisogni della famiglia” va intesa non in senso restrittivo, come riferentesi, cioè, alla necessità di soddisfare l’indispensabile per la sussistenza del nucleo familiare, bensì nel senso di ricomprendere “le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da intenti meramente speculativi”.

A questa ricostruzione si riferisce in modo esplicito la Cassazione nella pronuncia che qui si commenta, con alcune precisazioni derivanti dal contesto oggettivo della questione decisa.

In quest’ottica, la Corte ritiene che non possano considerarsi estranei ai bisogni della famiglia i debiti tributari inerenti all’attività di lavoro dei coniugi, o ad altre attività produttive, se da tali attività la famiglia trae i mezzi di mantenimento. Ciò però implica la necessità di inquadrare la questione nella disciplina della contribuzione familiare, che è data da un regime primario e cioè l’obbligo generale di contribuzione di cui agli artt. 143 e 316-bis, c.c., e da un regime secondario, costituito dal regime patrimoniale scelto dai coniugi. E così, nel caso di costituzione di un fondo patrimoniale, deve essere consentito al coniuge, che abbia una pluralità di fonti di reddito, tra cui una pluralità di partecipazioni societarie, di provare la diversa natura di ciascuna partecipazione e la destinazione dei relativi proventi, così da accertare se l’obbligazione tributaria gravi su un reddito destinato al mantenimento della famiglia, o se invece si tratti di redditi volti a soddisfare interessi speculativi, a coprire spese personali anche voluttuarie, o magari destinati all’assolvimento di altri obblighi estranei alle necessità familiari.

Questa varietà di interpretazioni testimonia perfettamente le difficoltà di adattare la norma recata dall’art. 170 c.c. al debito di natura erariale.

Nella ricostruzione da ultimo ricordata, ormai prevalente nella giurisprudenza di legittimità ed accolta anche nella sentenza in commento, si intravede uno sforzo interpretativo imperniato anzitutto sulla riconduzione dei debiti tributari nell’ambito delle obbligazioni contratte per realizzare le necessità familiari, con tutte le implicazioni che questa soluzione comporta in relazione alla natura ed al fondamento costituzionale dell’obbligazione tributaria. Con l’ulteriore precisazione che il criterio identificativo dei crediti che possono essere realizzati in via esecutiva sui beni del fondo va individuato nella relazione di volta in volta esistente tra il presupposto alla base dell’obbligazione tributaria e i bisogni della famiglia, secondo un approccio eminentemente casistico che, in definitiva, viene rimesso alla valutazione contingente del giudice di merito.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Auletta T., Il fondo patrimoniale, Milano, 1990

Auletta T., Il fondo patrimoniale, in Bonilini G. – Cattaneo G. (a cura di), Il diritto di famiglia. Il regime patrimoniale della famiglia, Torino, 2007, 388 ss.

Cian G. – Casarotto G., Fondo patrimoniale della famiglia, in Noviss. dig. it., Torino, 1982, app. III, 825 ss.

D’Angelo G., Costituzione di un fondo patrimoniale e sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, in Rass. trib., 2013, 1, 287 ss.

Demarchi Albengo P.G., Il fondo patrimoniale, Milano, 2011

Fedele A., Destinazione patrimoniale: criteri interpretativi e prospettive di evoluzione del sistema tributario, in Destinazione di beni allo scopo: Atti della giornata di studio organizzata dal Consiglio nazionale del notariato, Roma 3-19 giugno 2003, Milano, 2003, 311 ss.

Filippi P., Famiglia (diritto tributario), in Enc. giur., XIV, Roma, 1989

Gallio F. – Terrin F., Se la costituzione di fondo patrimoniale rappresenti elemento indicativo di periculum in mora ai fini del procedimento cautelare, in Riv. dir. trib., 2012, 2, II, 131 ss.

Giovannini A., Soggettività tributaria e fattispecie impositiva, Padova, 1996, 201 ss.

Marinello A., I profili fiscali del fondo patrimoniale della famiglia, in Riv. trim. dir. trib., 2014, 2, 393 ss.

Morace Pinelli A., Tutela della famiglia e dei soggetti deboli mediante la destinazione allo scopo, in Riv. dir. civ., 2013, 6, 1365 ss.

Parente S.A., Obbligazione tributaria, ipoteca esattoriale ed esecuzione sui beni del fondo patrimoniale, in Rass. trib., 2017, 3, 787 ss.

Perrone L., Profili tributari del fondo patrimoniale, in Rass. trib., 2008, 6, 1541 ss.

Quadri R., Fondo patrimoniale, in Enc. giur., Roma, 2007, XVI, 1 ss.

Rescigno P. (a cura di), Le fonti del diritto italiano, codice civile, Tomo I, VII, Milano, 2008, 393 ss.

Salanitro G., Sul regime tributario dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale, in Riv. dir. trib., 2003, 1, II, 80 ss.

Strianese L., Il fondo patrimoniale, strumento di articolazione del patrimonio familiare: alcuni tratti patologici rilevanti sul piano tributario, in Dir. prat. trib., 2014, 1, I, 181 ss.

Turchi A., La famiglia nell’ordinamento tributario, Torino, 2012, 197 ss.

Turchi A., Imputazione dei redditi e comunione dei beni fra coniugi. Considerazioni sull’art. 4 del Testo unico, in Rass. trib., 2013, 1, 150 ss.

Scarica il commento in formato pdf

Tag:, , , , ,