Il processo tributario telematico tra libertà delle forme, effettività della tutela e neo-formalismo informatico

Di Davide Emone -

Abstract

Il presente contributo affronta il tema dei nuovi requisiti di forma degli atti nel processo tributario telematico, con particolare riferimento alle conseguenze della loro violazione. Dopo una breve rassegna delle divergenti pronunce di merito sul punto, si prova ad effettuare una ricostruzione dei principi applicandoli ai nuovi strumenti informatici, per giungere alla conclusione che la divergenza dagli standard tecnici non possa far sì che l’atto processuale sia automaticamente inidoneo al raggiungimento del proprio scopo. A fronte di una giurisprudenza in parte di diverso avviso, e di poteri automatici poteri di rifiuto dell’atto al software del S.I.Gi.T., si pongono problemi in tema di accesso alla giustizia ed effettività della tutela, come interpretati dalla giurisprudenza delle Corti Superiori.

The telematic tax trial among freedom of legal forms, effective legal protection  and digital neo-formalism. – This paper faces the issue of the new formal requirements of the judicial acts in the telematic tax process, as well as the consequences of their violation. After a brief review of the different rulings on this point, we try to carry out a reconstruction of the principles by applying them to the new informatic tools. The conclusion is that the divergence of the act from the technical standards cannot automatically cause its unsuitability to achieve its purpose. Facing some dissenting cases and the automatic power of act refusal to the software of the S.I.Gi.T., problems arise in terms of access to justice and effectiveness of protection, as interpreted by the Superior Courts.

 

Sommario: 1. Il processo tributario telematico e la sua normativa tecnica. – 2. Contrastanti pronunce di merito sui requisiti formali degli atti depositati telematicamente. – 3. I formati quali nuove forme sub-legislative degli atti processuali. – 4. Alla ricerca dello scopo dell’atto telematico. – 5. I rischi di un software che si fa giudice inappellabile dei formati. – 6. Il faro dell’accesso alla giustizia e dell’effettività della tutela.

 

 

1. Il processo tributario telematico (di seguito anche “PTT”) è ormai una realtà che interessa la pressoché totalità dei giudizi tributari di merito. Salvo specifiche eccezioni (le controversie di valore inferiore a 3.000 euro, ove il contribuente non si avvalga di un difensore tecnico), la notifica e il deposito telematico degli atti sono obbligatori per i giudizi introdotti a partire dal 1° luglio 2019. Inoltre, l’accelerazione sulla smaterializzazione del contenzioso tributario è avvenuta in ragione dell’emergenza epidemiologica, che ha determinato l’introduzione dell’art. 29 D.L. n. 23/2020, norma che prevede l’obbligatorietà di notifica e deposito telematico anche per gli atti processuali afferenti a giudizi introdotti nelle tradizionali forme cartacee, prima dell’obbligatorietà del rito telematico.

Il tema della forma degli atti del processo, quindi, merita di essere affrontato in relazione alle specifiche problematiche che assume in relazione alla natura di documenti informatici, con le relative norme applicabili. Si ritiene che la questione vada inquadrata sia in relazione alle norme specifiche del processo tributario telematico (le previsioni di legge e l’ampia regolamentazione tecnica di rango inferiore), sia nel quadro dei principi generali in materia processuale, applicabili anche al contenzioso davanti alle Commissioni tributarie, facendo peraltro tesoro della riflessione avvenuta in seno al processo civile telematico.

La norma che regola in via primaria gli atti processuali telematici nel processo tributario è l’art. 16-bis, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992, ove si afferma sinteticamente che le notifiche e i depositi devono avvenire “esclusivamente” con modalità telematiche, rimandando alle disposizioni del decreto del Mef n. 163/2013, e alle ulteriori norme di attuazione, tra cui spicca il D.M. 4 agosto 2015. Secondo l’art. 16-bis, “in casi eccezionali” può essere autorizzato il deposito con modalità diverse da quelle telematiche (facendosi riferimento, tuttavia, al Presidente della Commissione o della Sezione, se il ricorso è già iscritto a ruolo, e al collegio se la questione sorge in udienza; non è previsto, però, che la questione possa più probabilmente sorgere prima dell’iscrizione a ruolo).

Il D.M. n. 163/2013, venuto alla luce in realtà come regolamento di attuazione di una norma di principio (art. 39, comma 8, lett. d), D.L. n. 98/2011), prevede e disciplina le componenti e infrastrutture tecniche (tra cui il sistema attraverso il quale materialmente può avvenire il deposito e la messa a disposizione delle parti degli atti del processo, ossia il S.I.Gi.T.), da un lato richiamando il Codice dell’Amministrazione digitale (“CAD”, di cui al D.Lgs. n. 82/2005) come normativa generale, con funzione suppletiva per quanto non espressamente disciplinato, dall’altro sub-delegando ad ulteriori decreti attuativi le regole “tecniche-operative” sugli atti del processo telematico, di cui ci si occupa in questa sede, ed in particolare al D.M. 4 agosto 2015.

Quest’ultimo regolamento di attuazione prevede dei precisi requisiti di forma degli atti telematici affinché possano entrare nel processo con le modalità informatiche ivi previste (deposito presso il S.I.Gi.T). Questo genere di requisiti attiene la forma pura (telematica), non la forma-contenuto (come per quelli previsti dall’art. 18 D.Lgs. n. 546/1992): dalla lettura degli artt. 7 e 10 D.M. 4 agosto 2015 si evince che gli atti processuali debbano:

a) essere in formato PDF/A-1a o PDF/A-1b;

b) essere privi di virus informatici;

c) essere di dimensione non superiore a 10 MB;

d) essere privi di elementi attivi, tra cui macro e campi variabili;

e) essere documenti informatici, non già copie informatiche di documenti analogici, redatti in modo tale da consentire la selezione e copia di parti;

f) essere sottoscritti con firma elettronica qualificata o firma digitale.

La presenza dei suddetti requisiti di forma degli atti inevitabilmente va ad incidere sull’accesso al processo (tanto che, come si dirà in seguito, in assenza di alcuni di essi, avviene uno sbarramento iniziale al deposito dell’atto), nonché sulla disciplina degli atti e la conseguente possibilità della conclusione regolare di un giudizio: una pronuncia sul merito.

2. Alcune Commissioni tributarie si sono già pronunciate su questioni relative alla forma degli atti processuali telematici (o che avrebbero dovuto essere telematici). Senza pretese di completezza, se ne segnalano quattro in particolare, su questioni analoghe e con approdi contrastanti.

Con la sentenza n. 727 del 6 giugno 2019 la Commissione tributaria regionale del Piemonte ha confermato la sentenza di primo grado con cui si era dichiarata l’inammissibilità del ricorso introduttivo del contribuente, che – in periodo di facoltatività del PTT – aveva notificato il ricorso in forma cartacea, per poi procedere al deposito telematico di una sua copia informatica. La declaratoria di inammissibilità si è basata sulle norme tecniche di rango secondario, in particolare l’art. 10 D.M. n. 163/2013 (per cui la costituzione in giudizio del ricorrente avviene con il deposito telematico mediante il S.I.Gi.T. “nel caso di notifica del ricorso ai sensi dell’art. 9”, ovvero via PEC) e gli artt. 6 e 10 D.M. 4 agosto 2015, ove si afferma che, per gli atti processuali telematici, “non è pertanto ammessa la copia per immagine su supporto informatico di documento analogico”.

Oltre al riferimento esclusivo, nell’applicazione della massima sanzione processuale, alle citate norme regolamentari, colpisce anche che i giudici piemontesi sinteticamente delineino la natura delle stesse (“trattasi di specifiche tecniche che non possono definirsi norme di natura processuale”), ma da ciò ne traggano una conseguenza enorme e – forse – abnorme (“pertanto, per quanto sopra, nulla rileva la giurisprudenza citata dal contribuente in punto alla sanatoria delle violazioni formali”). La natura non processuale delle norme regolamentari tecniche, quindi, le porrebbe in un certo senso al di sopra delle violazioni di norme processuali, non rendendo possibile la sanatoria di cui all’art. 156 c.p.c. per il raggiungimento dello scopo.

Di diverso avviso è invece la Commissione tributaria provinciale di Napoli, la quale – con la sentenza n. 5408 del 13 luglio 2020 – ha ritenuto ammissibile un ricorso notificato e (sembra comprendersi) depositato con modalità analogiche anche successivamente alla previsione dell’obbligatorietà delle forme del PTT, ossia la notifica e il deposito con modalità telematiche dell’atto introduttivo.

I giudici partenopei sono giunti a tale conclusione su un triplice ordine di ragioni: la prima consiste nella scusabilità dell’errore, avvenuto a soli dieci giorni dall’entrata in vigore dell’esclusività delle modalità telematiche; la seconda si regge sull’art. 156, comma 1, c.p.c., per cui non può pronunciarsi la nullità per inosservanze di forme di un atto processuale se tale sanzione non è prevista da una norma di legge, che – a ben vedere – in questa fattispecie non esiste; la terza, infine, si basa sull’art. 156, comma 3 e la nota sanatoria delle nullità dell’atto processuale per raggiungimento dello scopo.

Per un altro profilo, più specificamente legato alle forme telematiche (o formati) degli atti, occorre invece segnalare due pronunce di merito.

La prima, della Commissione tributaria provinciale di Parma, con la sentenza n. 89 del 22 maggio 2020, ha dichiarato (d’ufficio) inammissibile un ricorso in ragione del fatto che l’atto depositato non era un documento nativo digitale, bensì una “scansione” di un atto con firma autografa, o – per meglio dire – la copia informatica di un documento analogico, determinandosi così – secondo i giudici parmensi – una violazione insanabile della normativa tecnica di cui al D.M. 4 agosto 2015.

D’altro canto, la seconda pronuncia, della Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia, sentenza n. 164 del 7 luglio 2020, a fronte dell’analoga fattispecie di un ricorso introduttivo depositato come scansione in PDF di un atto nativo cartaceo e firmato a mano, con la specificazione della ulteriore sottoscrizione del file con una firma digitale di un soggetto la cui identità parrebbe sconosciuta, ha deciso in senso contrario. Nel dettaglio, la CTP ha verificato, mediante l’analisi delle ricevute del fascicolo telematico, che il deposito fosse stato effettuato dal difensore, e di conseguenza l’identità della firma non fosse sconosciuta; inoltre, i giudici reggini hanno evidenziato come l’art. 16-bis D.Lgs. n. 546/1992 non contenga una espressa sanzione di inammissibilità del ricorso nel caso di carenza rispetto alla normativa tecnica, risultando invece integrati i requisiti di forma-contenuto di cui all’art. 18 D.Lgs. n. 546/1992, tra cui la sottoscrizione del ricorso.

3. Il panorama giurisprudenziale, esemplificato dalle quattro sentenze dinanzi citate, evidenzia una notevole incertezza in merito all’elaborazione, in primis, alla natura della normativa di rango secondario che ha determinato le regole formali degli atti processuali telematici. Dalla natura di tali disposizioni discende la disciplina delle conseguenze della loro violazione e – in particolare – dell’inquadramento di tali vizi nell’ambito delle mere irregolarità o delle nullità sanabili, o non sanabili.

Le disposizioni sui requisiti tecnici degli atti del processo tributario telematico non possono che definirsi di natura processuale, proprio perché incidenti sulla regolamentazione esclusivamente di atti del processo. Diverso sarebbe prevedere l’applicabilità tout court, ai documenti informatici riversati nel PTT, delle norme sostanziali, previste per tutti i documenti informatici, che detta il C.A.D., il quale si applica invece solo in modo residuale e come normativa generale, sullo sfondo.

Più nello specifico, sono norme processuali che pongono requisiti di forma degli atti, che possono essere definiti come “standard”, “formati”, “requisiti tecnici”, ma restano – nella loro essenza – norme attinenti alla forma telematica pura degli atti, ossia senza riguardo al contenuto (a cui ineriscono, invece, molte disposizioni formali sui requisiti degli atti).

Le norme di forma in questione non sono però dettate con un atto avente forza di legge, ma da regolamenti ministeriali (in particolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che – si noti – è lo stesso da cui dipende una delle parti in causa nelle controversie su tributi erariali, ossia l’Agenzia delle Entrate), richiamati in via diretta o indiretta dall’art. 16-bis D.Lgs. n. 546/1992. I regolamenti ministeriali (non già governativi) debbono considerarsi di attuazione o integrazione rispetto al dato della legge, non potendo contrastare con la stessa.

Ciò che invece sancisce la legge è il principio di libertà delle forme di cui all’art. 121 c.p.c., norma che – sebbene di rara applicazione diretta – delinea una trama interpretativa e un orientamento di fondo del legislatore, volto a prevedere requisiti formali per gli atti processuali solo in ragione dello scopo a cui gli stessi sono rivolti, non già fini a sé stessi.

In questo senso, lo sguardo sia della giurisprudenza (anche nelle pronunce sopra citate) che della dottrina è spesso orientato verso l’art. 156 c.p.c., ora per dichiararne l’operatività, ora per negarla.

In particolare, occorre brevemente rilevare che detta disposizione consta di tre commi, ognuno dei quali esprime un concetto, anche se compatibile, diverso. Il primo comma disegna una riserva di legge e un principio di tassatività delle cause di nullità degli atti processuali, che non può essere dichiarata se non è prevista dalla legge. Il secondo comma, esprimendo una sorta di deroga al principio appena enunciato, dispone che la nullità – anche in assenza di una esplicita previsione di legge – possa essere pronunciata se l’atto è privo dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo. Il terzo comma, infine, come clausola di chiusura, esclude sempre la nullità ove si sia raggiunto lo scopo cui l’atto è destinato.

In questo quadro, per ciò che è di nostro interesse, rileva in particolare la norma dettata dal secondo comma, poiché – non essendovi una norma di legge che prescrive la nullità in ragione del mancato rispetto dei formati telematici – il comma 1 esclude la pronuncia di una nullità “testuale” e di conseguenza non viene neppure in gioco l’eventuale sanatoria di cui al comma 3.

Occorre quindi chiedersi se il mancato rispetto di un requisito di forma telematica dell’atto, dettato dai sopracitati decreti ministeriali (dal formato del file, alla sua dimensione, dalla tipologia di documento nativo digitale anziché copia informatica, alla modalità di sottoscrizione) determini, ai sensi dell’art. 156, comma 2, c.p.c., il venir meno dei requisiti formali indispensabili dell’atto, tale da renderlo inidoneo a raggiungere il suo scopo. E per rispondere, è necessario interrogarsi in merito a quale sia lo scopo dell’atto processuale, e se vi sia uno specifico scopo dell’atto processuale telematico.

È bene chiarire, però, che questa riflessione non riguarda l’esistenza di una sottoscrizione dell’atto da parte del difensore, in qualsivoglia modalità, poiché tale requisito è previsto dalla legge a pena di nullità ed è essenziale ai fini della paternità e della provenienza dell’atto, come si aveva avuto modo di argomentare in un precedente contributo sulla presente Rivista. Diversamente, qui si considera il caso di un atto sottoscritto con modalità diverse da quelle previste dai regolamenti citati (es. deposito di una copia informatica di un atto analogico sottoscritto in modo autografo e non digitale).

4. Per comprendere che cosa debba intendersi per scopo dell’atto processuale, occorre in prima battuta – onde evitare confusioni – precisare che è nozione ben distinta dallo scopo della norma. La ratio legis, infatti, è l’intenzione finalistica in ragione della quale il legislatore ha prodotto la fonte normativa, e costituisce un rilevante canone interpretativo previsto dall’art. 12 delle Preleggi.

La dottrina processualcivilista si è a lungo interrogata sulla nozione di scopo dell’atto processuale, singolarmente inteso, da distinguersi rispetto allo scopo del processo (la pronuncia sul merito in relazione al diritto controverso). In questo senso, sono state proposte due linee interpretative: la prima ha fatto riferimento allo scopo quale effetto giuridico dell’atto processuale; questa impostazione, tuttavia, è stata oggetto di una serie di critiche fondate sulla diversità assiologica tra scopo ed effetto: ove essi coincidessero, l’effetto rileverebbe quale condizione di perfezionamento della fattispecie da cui dovrebbe essere prodotto (Bonafine A., Annotazioni sullo scopo dell’atto processuale e la sua essenza: tra insegnamenti tramandati e nuove pressanti esigenze, in Judicium, Fascicolo online, 3 aprile 2018).

Di conseguenza, si è preferito ricostruire lo scopo dell’atto come “risultato pratico” dello stesso, evento materiale (non effetto giuridico), per la cui realizzazione è previsto il requisito formale (Luiso F.P., Diritto processuale civile, I, Milano, 2017, 420). La nozione di scopo è pertanto connessa alla funzione alla quale quell’atto deve assolvere nell’ambito della serie coordinata degli atti del processo (Mandrioli C. – Caratta A., Diritto processuale civile, I, Torino, 2016, 502), valorizzando così la funzione obiettiva e tipica che la legge di volta in volta attribuisce all’atto, non il dato formale puro e nemmeno lo scopo soggettivo specifico nell’intimo del suo autore (Consolo C., Spiegazioni di diritto processuale civile, I, Torino, 2012, 644).

Ciò detto, lo scopo di un atto processuale telematico differisce rispetto a quello del corrispondente (e ormai antiquato) atto analogico? La risposta a questo interrogativo rileva per discutere dell’idoneità – o meno – di un atto privo dei requisiti formali digitali (standard, formati, ecc.) a raggiungere il suo proprio scopo.

Secondo una certa visione – consapevolmente o inconsapevolmente fatta propria dall’orientamento giurisprudenziale formalista (rectius, formatista) sopra descritto – con l’introduzione del processo (tributario) telematico, l’atto processuale informatico avrebbe assunto un nuovo ed ulteriore scopo, vale a dire quello di inserirsi in una sequenza necessariamente assoggettata a norme tecniche tali da attuare un processo dematerializzato, nel rispetto dell’efficienza e dell’economicità dell’organizzazione della giustizia. La violazione delle norme formali tecniche, quindi, comporterebbe l’inidoneità dell’atto telematico formatosi in loro violazione di raggiungere il suo scopo, con la sua conseguente ed insanabile nullità.

Questo tipo di ragionamento, tuttavia, incorre nel vizio logico di non distinguere tra scopo della riforma telematica del processo e scopo del singolo atto processuale. Se è vero che l’introduzione di nuove forme e formati – seppur con normativa ministeriale di fonte sub-legislativa – necessita, per il buon funzionamento del sistema, una quanto più estesa osservanza da parte degli operatori, tuttavia ciò non determina il superamento dei principi consolidati in tema di vizi degli atti, forme e scopo. La Corte di Cassazione, in tema di processo civile telematico, ha avuto modo di evidenziare come “lo scopo del deposito di un atto processuale consiste nella presa di contatto fra la parte e l’ufficio giudiziario dinanzi al quale la controversia è instaurata e nella messa a disposizione delle altre parti processuali”, motivo per il quale – in assenza di una norma che sancisce la nullità per il mancato rispetto delle forme telematiche – ha ritenuto che “il deposito per via telematica, anziché con modalità cartacee, dell’atto introduttivo del processo di cognizione si risolve in una mera irregolarità” (Cass. civ., sez. II, 12 maggio 2016, n. 9772).

Continuando, quindi, a interpretare il concetto di scopo dell’atto secondo la nozione elaborata dalla dottrina e condivisa dalla giurisprudenza, anche nel prisma del processo telematico lo scopo – identificato con il risultato pratico, l’evento materiale prodotto – non può che ritenersi conseguito se l’atto è inserito nella sequenza procedimentale e ne è consentita la conoscibilità per il giudice e le altre parti, che non vedono pregiudicato il diritto alla difesa.

D’altra parte, non può neppure affermarsi che il mancato rispetto delle forme telematiche (anche radicale, ad esempio con la costituzione in giudizio mediante deposito cartaceo della copia del ricorso) determini un allontanamento siderale dal modello previsto, poiché – ad esempio – le forme analogiche nel processo tributario telematico sono tutt’oggi previste, seppure in via residuale, per le controversie in cui la parte è legittimata a stare in giudizio personalmente, e si avvale di tale facoltà, oppure altresì – in via eccezionale – secondo la previsione dell’art. 16-bis, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992, su autorizzazione del Presidente o del collegio.

Per queste ragioni, in presenza di un atto – seppur difforme dai requisiti posti dalla normativa tecnica del processo tributario telematico di fonte secondaria – che sia intellegibile, di cui sia certa la paternità e che rispetti i requisiti di forma-contenuto della legge processuale, deve condividersi l’orientamento giurisprudenziale che non ravvisa alcuna nullità.

Peraltro, anche l’art. 156, comma 2, c.p.c., nel sancire che la nullità possa essere pronunciata nei confronti degli atti che siano privi dei “requisiti formali indispensabili” per il raggiungimento dello scopo, a contrario evidenzia come ben possano esistere requisiti formali non indispensabili a tal fine, e pertanto la cui assenza non determina una nullità, ma una mera irregolarità.

Ad avviso di chi scrive, inoltre, devono essere esclusi altresì i “rimedi” della sanatoria o della rinnovazione dell’atto, poiché presuppongono una nullità che, nel caso di specie, si è detto non essere ravvisabile. A questo punto, onde evitare che – acclarata l’assenza di sanzione – la normativa telematica venga con leggerezza obliterata, si ritiene che il rimedio possa essere quello di una regolarizzazione, su ordine del giudice, per analogia dall’art. 182 c.p.c., dell’atto privo del formato telematico previsto, la cui mancata ottemperanza non incida sulla validità dell’atto stesso ma possa essere considerata nell’insieme del comportamento processuale della parte al fine della ripartizione delle spese del giudizio.

5. Enunciate le ragioni per le quali non si condivide l’orientamento giurisprudenziale che si può definire neo-formalismo informatico, o “formatismo”, si deve però mettere in luce di una questione ancor più essenziale, che riguarda il vero e proprio accesso alla giustizia.

Nel momento della costituzione (telematica) in giudizio di una parte, infatti, il S.I.Gi.T. – secondo quanto previsto dall’art. 7, commi 4 e 6, D.M. 4 agosto 2015 – effettua un controllo su buona parte dei requisiti di forma (o standard o formati) dell’atto processuale in fase di deposito. In particolare, ove il sistema informatico riscontri delle “anomalie” in relazione al controllo anti-virus del file che costituisce l’atto processuale, al limite dimensionale dello stesso, alla validità della firma apposta e all’integrità del documento informatico, non si procede con il deposito e la conseguente iscrizione a ruolo, ove si tratti di ricorso introduttivo, segnalando al depositante la tipologia dell’errore cosiddetto “bloccante”.

Le conseguenze di tale disposizione regolamentare sono notevolissime e suscettibili di ricadute su diritti fondamentali quali l’accesso alla giustizia, la motivazione delle decisioni giudiziarie e la possibilità di proporre impugnazione avverso le stesse.

Aver appaltato al S.I.Gi.T. la decisione sulla forma dell’atto processuale in merito a molti dei requisiti informatici richiesti dalla già illustrata normativa tecnica (è escluso da questo controllo “automatizzato” il formato del file, ossia il rispetto dello standard PDF/A) comporta in primo luogo che al software del processo tributario telematico viene assegnato il ruolo di giudice dei formati degli atti telematici, senza che vi sia una specifica norma di legge sul punto (la quale comunque, ad avviso di chi scrive, avrebbe problemi di compatibilità costituzionale, in specie con riferimento agli artt. 24, 101, 102 e 111 Cost.).

Ribadendo che nessuna norma di legge prevede la nullità per la violazione dei requisiti di forma posti dalla normativa ministeriale citata, deve necessariamente essere un giudice a stabilire se – ad esempio – un ricorso che è costituito da un documento informatico che supera la dimensione di 10 MB è nullo per violazione dell’art. 156, comma 2 c.p.c. (ossia l’assenza dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo), oppure se soggiace a tale sanzione un ricorso sottoscritto con firma digitale valida al momento della notifica, ma il cui certificato è scaduto successivamente, prima del deposito.

D’altra parte, nella modalità “cartacea” di costituzione in giudizio, non è demandato al personale di segreteria delle commissioni tributarie un controllo sulla forma degli atti processuali (si veda, sul punto e sull’intera questione, Marello E., Spunti di riflessione in materia di processo tributario telematico, in Riv. Dir. Trib, 2017, 5, 555 ss.).

In questo scenario, la decisione di rigetto dell’iscrizione a ruolo non è riferibile ad un soggetto del processo, ma ad un software, e non è motivata in relazione allo specifico e preciso vizio, ma solo genericamente alla sua categoria. Salva la possibilità di procedere ad un nuovo deposito telematico – ove si riesca utilmente ad individuare con precisione il problema, rimediarvi e ripetere la procedura di costituzione presso il S.I.Gi.T. nel termine di legge – la decisione di inammissibilità del software è una decisione spersonalizzata, che ingenuamente si potrebbe definire tecnica, ma anche immotivata e inappellabile. Determina, se così si può dire, uno sbarramento all’ingresso nel processo tributario che impedisce alla parte qualsiasi spiegazione, gravame, eccezione, sanatoria, rinnovazione, ecc. Ed impedisce, prima di ogni altra cosa, che sia un giudice – cui la Costituzione riserva la funzione giurisdizionale – a pronunciarsi sulla validità della forma dell’atto processuale.

A fronte di tale sbarramento, per la parte oggetto del provvedimento di rigetto dell’iscrizione a ruolo del ricorso, non vi sono spazi, luoghi o modalità per sostenere le ragioni della validità del proprio atto, oppure della mera irregolarità, o finanche della nullità sanabile, e chiedere una decisione in tale direzione.

Fatta eccezione per l’ipotesi della presenza di un virus informatico, potenzialmente idoneo a compromettere l’intera infrastruttura del PTT, una sanzione processuale così netta e definitiva, a fronte del mancato rispetto dei requisiti di forma telematica (rectius, del rilievo del S.I.Gi.T di una anomalia in merito ad essi) è sproporzionata, non individuandosi un effettivo interesse leso, meritevole di siffatta tutela; è irragionevole, poiché non prevede una valutazione specifica del presunto vizio, ma viene applicata automaticamente da un sistema informatico; infine può concludersi essere illegittima, in assenza di una base legale.

Il potere automatico di non procedere con il deposito telematico di un atto, per rientrare nell’alveo del regolare svolgimento di un giusto processo regolato dalla legge, si ritiene che dovrebbe essere regolato dalla legge processuale e limitato, riducendo gli errori “bloccanti” alle sole ipotesi di interesse generale del funzionamento del processo tributario telematico (virus idonei a compromettere la sicurezza e funzionalità del sistema). Negli altri casi – pur segnalando l’errore – occorrerebbe procedere in ogni modo con l’iscrizione a ruolo, eventualmente indirizzando il procedimento verso la modalità di definizione prevista dall’art. 27, comma 1, D.Lgs. n. 546/1992, norma che attribuisce al presidente della sezione di dichiarare l’inammissibilità del ricorso a seguito di un esame preliminare, nell’ipotesi in cui sia manifesta.

La soluzione – già presente nelle norme del processo tributario – consentirebbe da un lato una rapida definizione dei procedimenti ove sussista effettivamente una manifesta inammissibilità per questioni di forma, garantendo in ogni caso una decisione motivata di tipo giurisdizionale, soggetta alle regolari modalità di impugnazione.

6. Le considerazioni finora sostenute assumono una ulteriore rilevanza se lette alla luce del principio di effettività della tutela giurisdizionale. Il processo tributario esiste affinché sia consentito un mezzo di tutela, ai privati, nei confronti di eventuali illegittimità del Fisco con riferimento ad atti che manifestano una pretesa impositiva e/o sanzionatoria, oppure che negano il rimborso di quanto si ritiene non si sarebbe dovuto pagare, il tutto nel quadro dell’attuazione del giusto tributo come delineato dagli artt. 3 e 53 Cost.

Secondo la giurisprudenza della Corte EDU, se è vero che il diritto di adire l’autorità giudiziaria, sancito dall’art. 6 della Convenzione, può essere assoggettato a limitazioni, esse devono limitarsi a perseguire uno scopo legittimo come la certezza del diritto e l’adeguata amministrazione della giustizia. Al contrario, le limitazioni all’accesso ad un tribunale risultano illegittime se non tendono ad uno scopo legittimo e se non sussiste una proporzionalità tra i mezzi utilizzati e lo scopo perseguito. In particolare, il diritto di agire in giudizio viene leso quando la sua regolamentazione cessa di essere utile agli scopi della certezza del diritto e della buona amministrazione della giustizia e costituisce una sorta di barriera che impedisce alla parte in causa di vedere la sostanza della sua lite esaminata dall’autorità giudiziaria competente (si vedano, tra le altre, Corte EDU, 13 luglio 2017, Shuli c. Grecia, 24-27; Corte EDU, 16 giugno 2015, Mazzoni c. Italia, 39).

Una sanzione processuale (quale l’inammissibilità del ricorso) deve considerarsi come extrema ratio: attuando una compressione del diritto ad una pronuncia sul merito che idonea a tutelare il proprio diritto o interesse legittimo, deve poter essere prevista solo in ipotesi in cui sia giustificata e ragionevole. La giurisprudenza costituzionale interna (Corte Cost., 20 novembre 2017, n. 241), su questa scia, ha rilevato che la discrezionalità del legislatore nello stabilire le sanzioni processuali è soggetta ad un controllo di ragionevolezza ed arbitrarietà delle scelte compiute. Più nel dettaglio, nell’effettuare un bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti, occorre verificare che la sanzione prevista, dovuta ad una certa imperfezione di un atto processuale, sia commisurata e con lo scopo che il legislatore intende perseguire con l’introduzione di tale norma, e con le conseguenze processuali che l’applicazione di tale sanzione produce a carico della parte che ne subisce gli effetti.

Infine, si richiama quanto è stato autorevolmente chiarito (proprio con riferimento ad una notificazione telematica) dalla giurisprudenza di legittimità: la possibilità di eccepire vizi degli atti processuali per violazioni di norme formali non tutela un astratto interesse alla regolarità del processo, ma è volta a garantire l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in ragione della violazione stessa (Cass., SS.UU., 14 aprile 2016, n. 7665). Applicando questo principio, non può quindi – nelle casistiche affrontate dalla giurisprudenza tributaria sopra citata – determinarsi nullità o addirittura inesistenza di atti processuali se l’eventuale vizio non ha provocato alcun pregiudizio alle parti del processo (peraltro in assenza di una previsione puntuale nella legge processuale).

Si ritiene, quindi, che i principi così autorevolmente sanciti possano trovare applicazione anche in seno al processo tributario telematico, senza – si badi bene – che ciò determini l’affermazione di una superficiale prevalenza della sostanza sulla forma in ambito processuale. Al contrario, il rigetto del cieco formalismo informatico deve intendersi come il trionfo della forma nella sua razionalità, ossia giustificata in ragione dello scopo perseguito.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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