La Cassazione precisa il fondamento della piena legittimità dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario.

Di Francesco Albertini -

(commento a/notes to: Corte di Cassazione, sez. V, ordinanza 11 marzo 2021, n. 6845)

Abstract

La Corte Suprema fornisce di un più preciso fondamento le già riconosciute ammissibilità e latitudine dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario, alla luce del dato normativo dell’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992 e della natura impugnatoria del giudizio avanti alle Commissioni.

The Supreme Court specifies the basis of the full legitimacy of adhesive intervention in tax trial. – The Supreme Court provides a more precise basis for the admissibility and latitude of adhesive intervention, in the light of art. 14, 3rd paragraph, d.lgs. No 546/1992 and of the nature of tax trial

Sommario: 1. La vicenda amministrativa e processuale. – 2. Sull’estensione al sostituito degli effetti della chiusura delle liti pendenti alla quale ha aderito il sostituto d’imposta. – 3. L’intervento adesivo dipendente. – 4. La progressiva legittimazione dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario. – 5. Gli approdi dell’ordinanza in commento.

1. Nell’ordinanza che si commenta la Cassazione, attraverso un percorso reso tortuoso dalla peculiarità della vicenda processuale, giunge a ribadire la piena cittadinanza dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario, fornendone una giustificazione probabilmente definitiva.

L’ormai nota pronuncia – che è già stata autorevolmente commentata in questa Rivista sotto il profilo dell’adesione, da parte della Corte Suprema, alle tesi che vogliono il sostituito d’acconto obbligato al pagamento dell’imposta, in solido con il sostituto, da Fedele A., Sostituzione tributaria ed estensione degli effetti del condono (21 aprile 2021) – pone fine a un’annosa vicenda fiscale – ripercorsa nella motivazione dell’ordinanza – che ha coinvolto l’indimenticato campione argentino e la società calcistica partenopea, questione relativa a ritenute alla fonte a titolo di acconto che la società non avrebbe effettuato e versato su compensi asseritamente pagati “in nero” negli anni tra il 1986 e il 1990.

Gli avvisi di accertamento notificati alla società erano stati tutti impugnati, con alterne vicende giudiziali; da ultimo, il contenzioso si è concluso avendo la società – pendente il giudizio avanti alla Commissione Tributaria Centrale – aderito alla chiusura delle liti pendenti ai sensi dell’art. 16, L. 27 dicembre 2002, n. 289.

Il calciatore sostituito d’imposta, dal canto suo, non aveva impugnato né gli avvisi di accertamento emessi nei suoi confronti, né i primi due avvisi di mora notificatigli nel 1993 e nel 1998. Contro un terzo avviso di mora, notificatogli nel 2001, aveva proposto ricorso, ma il giudizio si era concluso con la sentenza della Corte di Cassazione 17 febbraio 2005, n. 3231, che rigettava l’impugnazione. Si legge nell’ordinanza in commento che con tale sentenza “passava in giudicato la riconosciuta legittimità degli avvisi di accertamento” (par. 2) e che “il giudicato … va a coprire anche la legittimità dei sei avvisi di accertamento emessi nei confronti del calciatore” (par. 8.3).

Successivamente il sostituito, “quale coobbligato in solido, spiegava intervento adesivo dipendente nel giudizio promosso dalla Società sostituto d’imposta pendente dinanzi alla Commissione tributaria centrale, chiedendo l’estensione in suo favore degli effetti del condono” al quale aveva aderito la società. Invero, in base all’art. 16, comma 10, L. e n. 289/2002, “la definizione di cui al comma 1 effettuata da parte di uno dei coobbligati esplica efficacia a favore degli altri, inclusi quelli per i quali la lite non sia più pendente, fatte salve le disposizioni del comma 5”. Precisa la Cassazione (par. 9.1. dell’ordinanza) che “l’espressione «per i quali la lite non sia più pendente» non può avere altra interpretazione che quella di estendere gli effetti del condono anche nel caso in cui sia intervenuta nei confronti dei coobbligati una pronuncia sfavorevole, anche passata in giudicato”. Ciò, come ricordato, è quanto avvenuto nel caso di specie.

La Commissione centrale, tuttavia, dichiarando l’estinzione del giudizio per l’intervenuta definizione della controversia promossa dalla società, ha rigettato la richiesta di intervento del sostituito. Per quanto attiene alla società, “sulla validità ed efficacia del condono … si è formato il giudicato «interno», non essendo stata proposta impugnazione sul punto da parte dell’Agenzia delle entrate” (par. 2.1 dell’ordinanza).

La Cassazione, pronunciandosi sul ricorso del calciatore sostituito d’imposta, ha in primo luogo affrontato e risolto positivamente la questione della legittimazione del medesimo ad impugnazione la sentenza della Commissione Centrale nel giudizio promosso dalla società e nel quale gli era stata negata la possibilità di intervenire. Ad avviso della Corte (par. 5.2), l’impugnazione sarebbe inammissibile solo qualora fosse assente “un interesse concreto ed attuale all’impugnazione ai sensi dell’art. 100 c.p.c.”, interesse che si ravvisa “in presenza di affermazione pregiudizievole” e “suscettibile di passare in giudicato”. Nel caso di specie, non essendovi “dubbio che la decisione della Commissione tributaria centrale, laddove ha rigettato in via espressa la domanda di intervento adesivo del calciatore … rappresenti una «affermazione pregiudizievole»”, secondo la Corte “sussiste l’interesse ad impugnare” di questi.

La Cassazione, in secondo luogo, riconosce la cittadinanza dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario e attribuisce al sostituito la qualifica di coobbligato in solido con il sostituto, deducendone che “il giudicato, relativo alla definizione agevolata cui ha aderito la società …, può allora estendersi al calciatore … ai sensi dell’art. 1306 c.c.”.

2. A proposito della tesi che qualifica il sostituito d’imposta a titolo d’acconto obbligato al pagamento dell’imposta in solido con il sostituto si rinvia al già citato commento di Fedele A., Sostituzione tributaria ed estensione degli effetti del condono, le cui perplessità non paiono superabili.

Osserva tuttavia l’Autore che “il tentativo di estendere anche al sostituito gli effetti del condono cui ha aderito il sostituto (e forse anche di altre forme di determinazione concordata del tributo, come l’adesione, anch’esse condizionate negli effetti al pagamento), può trovare fondamento nell’esigenza di dare più sicura ed immediata attuazione al divieto di doppia imposizione”. In effetti, nell’ordinanza in commento, la qualificazione dei rapporti fra sostituto (la società) e sostituito (il calciatore) in termini di coobbligazione solidale è funzionale proprio ad ammettere il secondo a beneficiare della definizione al quale aveva aderito la società, precludendo all’Agenzia ulteriori attività di riscossione.

Probabilmente, se la qualifica del sostituito in termini di coobbligato solidale del sostituto fosse stata pacifica, non sarebbe stato necessario l’intervento in giudizio del primo, dato che il già ricordato art. 16, comma 10, L. n. 289/2002, si limita a prevedere che “la definizione … esplica efficacia”. Affinché gli effetti della definizione si estendano non pare dunque invariabilmente necessaria una pronuncia giudiziale ad hoc (di ciò si trae anche conferma nella circolare dell’Agenzia delle Entrate, Direzione affari legali e contenzioso, 24 ottobre 2011, n. 48/E, par. 16). Dovrebbe, certamente, essere dichiarata la cessazione della materia del contendere nei giudizi promossi dai coobbligati e ancora pendenti, ma, nel caso di specie, l’Agenzia avrebbe potuto semplicemente desistere dal procedere ad esecuzione nei confronti del sostituito.

In realtà, l’Agenzia non avrebbe, senza la pronuncia della Cassazione, rinunciato a far valere le pretese fiscali nei confronti dell’ex calciatore, come si desume dalla proposizione del controricorso dell’Agenzia; il sostituito – si osserva per completezza – avrebbe, nondimeno, potuto impugnare l’intimazione di pagamento o gli atti esecutivi facendo valere l’estensione nei suoi confronti degli effetti della definizione perfezionatasi nei riguardi della società.

L’intervento adesivo, quindi, era funzionale a far pronunciare in anticipo il giudice del processo instaurato dalla società in merito all’estensione degli effetti del condono, conformemente alla qualifica del sostituito come coobbligato del sostituto e correttamente la Corte afferma (par. 12) che l’estensione del condono e il riconoscimento della legittimazione a intervenire sono questioni collegate.

L’ordinanza, estendendo gli effetti del giudicato (interno) formatosi, a proposito della “validità ed efficacia del condono della società”, sulla decisione della Commissione Centrale nei confronti della società (riconosciuta) coobbligata, ai sensi dell’art. 1306, comma 2, ha l’effetto di mettere (fin da subito) il sostituito al riparo dei tentativi di esecuzione da parte dell’Agenzia.

Si noti che quantunque l’interveniente adesivo dipendente, per effetto del suo ingresso nel giudizio, si veda estesi automaticamente gli effetti del giudicato (cfr., ad es., Chizzini A., Intervento in causa, in Digesto priv., vol. X, Torino, 1993, 117 s.; Consolo C., Spiegazioni di diritto processuale civile. Il processo di primo grado e le impugnazioni delle sentenze, vol. II, XII ed., Torino, 2019, 59), nel caso di specie la sentenza della Commissione Centrale, sulla quale si era formato il giudicato interno, per la parte relativa al perfezionamento della definizione, non vede fra le parti del giudizio il calciatore sostituito, illegittimamente escluso; l’estensione ex art. 1306, comma 2, tiene luogo, quindi, della problematica efficacia diretta del giudicato.

3. Il profilo più apprezzabile dell’ordinanza n. 6854/2021 è costituito da quella che può considerarsi la definitiva legittimazione dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario. L’intervento del sostituito nel processo instaurato dal sostituto è ricondotto nell’ordinanza alla previsione dell’art. 64, comma 2, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (in base al quale “il sostituito ha facoltà di intervenire nel procedimento di accertamento dell’imposta”), che – secondo un precedente della stessa Cassazione (sez. V, 27 settembre 2000, n. 12814) – configura un’ipotesi di intervento volontario ad adiuvandum, ex art. 105, c.p.c. In presenza di un orientamento non univoco in materia, la Corte riesamina la propria giurisprudenza concludendo per una generale affermazione di ammissibilità.

Com’è noto, con l’intervento adesivo dipendente (o meramente adesivo o ad adiuvandum) – esperibile dal terzo “per sostenere le ragioni di alcuna delle parti, quando vi ha un proprio interesse”, ai sensi dell’art. 105, comma 2, c.p.c. – non viene fatto valere, come negli interventi principale e litisconsortile, un diritto proprio, ma ci si limita a sostenere, appunto, le ragioni di una delle parti del giudizio. La posizione che l’interveniente adesivo assume nel processo è subordinata e si sostanzia in un semplice sostegno alla domanda di quella parte della quale il terzo auspica e cerca di favorire la vittoria (Consolo C., Spiegazioni di diritto processuale civile, cit., 47, definisce efficacemente quella dell’interveniente ad adiuvandumuna posizione di «rinforzo» (ma, ad un tempo, anche di controllo) di una delle parti”; l’interesse che il terzo fa valere, tuttavia, “non può … concretarsi in un interesse di mero fatto, dovendosi invece configurare come interesse giuridicamente qualificato in ordine all’esito nel merito del giudizio in corso in un certo modo anziché in un altro” (Consolo C., Spiegazioni di diritto processuale civile, cit., 48; cfr. anche Proto Pisani A., Appunti sul litisconsorzio necessario e sugli interventi, in Riv. dir. proc., 1994, 365, e Russo P., Manuale di diritto tributario. Il processo tributario, Milano, 2005, 73).

L’istituto affonda le radici nella relazione di pregiudizialità dipendenza tra rapporti sostanziali; la situazione che legittima il terzo ad intervenire è costituita dalla titolarità di una posizione soggettiva giuridicamente dipendente dal diritto originariamente dedotto in giudizio (Proto Pisani A., Appunti sul litisconsorzio necessario e sugli interventi, cit., 365). La contitolarità del rapporto giuridicamente dipendente rileva, peraltro, soltanto quale presupposto legittimante all’intervento, ma non è dedotta in giudizio dal terzo, il quale non propone, si ribadisce, alcuna domanda relativa alla propria posizione soggettiva, non determinando, quindi, un allargamento dell’ambito oggettivo del processo originario (Chizzini A., Intervento in causa, cit., 144; Proto Pisani A., Appunti sul litisconsorzio necessario e sugli interventi, cit., 365).

Invero, se tutti gli interventi in giudizio implicano un cumulo soggettivo, ad alcuni consegue anche un cumulo oggettivo in quanto il terzo deduce un diritto proprio. In alcuni casi, infatti, la deduzione in giudizio anche del rapporto del terzo è necessaria in quanto funzionale al raggiungimento delle finalità che l’ordinamento si prefigge con l’istituto: ciò si ha invariabilmente nell’intervento principale e nell’intervento litisconsortile (solo) allorché il terzo faccia valere, nei confronti di una sola delle parti originarie, una domanda connessa con quella originaria per identità di titolo (causa petendi, fatto costitutivo), mentre non si verifica un allargamento oggettivo del processo qualora con l’intervento litisconsortile il terzo faccia valere nei confronti di una sola delle parti preesistenti una domanda connessa con quella originaria per identità di oggetto e di titolo e, quindi, lo stesso diritto già oggetto del processo originario (Chizzini A., Intervento in causa, cit., 124 ss.; Proto Pisani A., Appunti sul litisconsorzio necessario e sugli interventi, cit., 362 ss.).

Soltanto un cumulo soggettivo – e ciò costituisce un punto rilevante nel percorso argomentativo dell’ordinanza in commento – è il prodotto, in ogni caso, dell’intervento adesivo dipendente, nel quale il terzo, come detto, non deduce in giudizio il rapporto giuridicamente dipendente che lo legittima all’intervento; non propone, cioè, alcuna domanda relativa al diritto dipendente (Proto Pisani A., cit., 365; più semplicemente Consolo C., Spiegazioni di diritto processuale civile, cit., 47, afferma che l’interveniente ad adiuvandumnon allarga il thema decidendum”).

La dottrina del processo civile ritiene, di preferenza, che l’istituto si correli agli effetti che dalla sentenza possono derivare al terzo titolare di un rapporto dipendente, senza una rigida biunivocità con il solo effetto d’accertamento, vale a dire la cosa giudicata materiale. Il terzo ammesso ad intervenire, quindi, non è solo colui che subisce l’estensione del giudicato, ma in senso più ampio colui che vede la propria situazione sostanziale incisa, con differenti graduazioni e pregiudizio, da altre tipologie di effetti della sentenza, quali quelli costitutivi, esecutivi, e soprattutto dagli effetti di fattispecie, quali ripercussioni fattuali, che si determinano sulle situazioni sostanziali a seguito della pronuncia della sentenza (cfr. Chizzini A., Intervento in causa, cit., 119 s., secondo il quale l’intervento adesivo non è, quindi, strumento di tutela preventiva di fronte al giudicato, ma esprime “l’interesse del terzo all’accertamento incontrovertibile, e nel contraddittorio con le parti del rapporto pregiudiziale, di un elemento che compone la fattispecie costitutiva del proprio diritto (o rapporto) dipendente”; cfr., inoltre, Consolo C., Spiegazioni di diritto processuale civile, cit., 55 s.).

4. L’orientamento della Corte Suprema in ordine all’ammissibilità dell’intervento adesivo dipendente nel processo avanti alle Commissioni, non è tradizionalmente univoco, anzi è per lungo tempo prevalsa la tesi contraria, come è puntualmente riferito nella motivazione dell’ordinanza che si commenta (par. 10.4). Ne hanno escluso l’ammissibilità, tra le altre, Cass., sez. V, 14 settembre 2007, nn. 19198, 19199, 19200, affermando che nel processo tributario sono legittimati ad intervenire solo “i soggetti che hanno partecipato direttamente all’emissione dell’atto impositivo o che ne sono diretti destinatari”, mentre Cass., sez. un., 19 gennaio 2010, n. 675 (pubblicata, ed es., in Rass. trib., 2010, 1320, con nota critica di Castaldi L., L’intervento adesivo dipendente nel processo tributario, 1323 ss.) e Cass., sez. V, 10 novembre 2006, n. 24064 e Cass., sez. V, 31 luglio 2007, n. 16937 sono pervenute alla medesima conclusione reputando incompatibile l’intervento ad adiuvandum sia con la natura impugnatoria del giudizio, la cui introduzione è subordinata ad un termine di decadenza, sia con l’art. 14, D.Lgs. n. 546/1992, laddove consente all’interveniente di proporre domande diverse da quelle avanzate dalle parti originarie soltanto qualora l’intervento abbia luogo entro il termine assegnato per l’impugnazione, riconoscendo così la legittimazione ad intervenire ai soli soggetti che, in qualità di destinatari dell’atto o parti del rapporto controverso, potrebbero proporre autonoma impugnazione, ed escludendo la possibilità di spiegare intervento a tutela di interessi sui quali l’atto può produrre un effetto di pregiudizio o di vantaggio.

Da qualche anno si registra, tuttavia, un mutamento di indirizzo, quantunque non siano mancati anche arresti di segno opposto (si vedano, di recente, per la soluzione negativa Cass., sez. V, 23 novembre 2018, n. 30371, e in senso favorevole Cass., sez. V, 10 dicembre 2019, n. 32188, commentata in questa Rivista da Accordino P., Sull’intervento adesivo nel processo tributario, 21 maggio 2020); due sono le pronunce più significative. Con la prima – Cass., sez. V, 12 gennaio 2012, n. 255, pubblicata, ad esempio, in Rass. trib., 2012, 1277 ss., con nota di Castaldi L., L’intervento adesivo dipendente nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, 1284 ss., e in Giur. it., 2012, 1931, con nota di Albertini F.V., Reviviscenza della “supersolidarietà” e intervento adesivo dipendente nel processo tributario – la Sezione tributaria ammette all’intervento adesivo dipendente, oltre al destinatario stricto iure dell’atto, anche il destinatario potenziale e mediato e i titolari di rapporti dipendenti o connessi rispetto a quello costitutivo dell’atto impugnato, con particolare riguardo ai coobbligati solidali dipendenti (il giudizio atteneva ad un’ipotesi di responsabilità solidale del cessionario d’azienda o di un ramo d’azienda, ai sensi dell’art. 14D.Lgs. n. 472/1997). In questa prima pronuncia, la Cassazione perviene ad ammettere l’intervento dei coobbligati in base alle premesse (non condivisibili: cfr. Albertini F.V., Reviviscenza della “supersolidarietà” e intervento adesivo dipendente nel processo tributario, cit.) che l’atto notificato all’obbligato principale “è potenzialmente destinato ad avere … effetti giuridici sostanziali” nei loro confronti e che nella sfera giuridica dei medesimi si ripercuotono “le conseguenze dannose derivanti dagli effetti diretto o riflessi del giudicato”. In tale prospettiva, l’intervento adesivo costituirebbe l’unico strumento di tutela giurisdizionale per tali coobbligati, cosicché il riconoscimento della legittimazione dei medesimi sarebbe imposto da un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992.

Nella successiva sentenza 19 aprile 2013, n. 9567 – pubblicata, ad esempio, in Giur. it., 2013, 325 ss., con nota di Albertini F.V., Generale ammissibilità dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario – la Sezione tributaria non si limita ad identificare – nel solco dell’orientamento già tracciato – ulteriori ipotesi di intervento adesivo dipendente ammesso nel giudizio avanti alle Commissioni, ma riconosce la generale ammissibilità dell’istituto nel processo tributario.

La Corte, interpretando ancor più estensivamente l’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992, anzi richiamandosi tout court all’art. 105 c.p.c., estende la facoltà di intervenire ad adiuvandum nel processo tributario anche ai soggetti sui quali si riverberano gli effetti dell’atto impugnato e del suo annullamento. Condizioni e limiti dell’intervento sono ravvisati nella titolarità di un interesse, anche di fatto, all’accoglimento o alla reiezione del ricorso e la circostanza che sia fatta valere una posizione giuridica diversa da quella del ricorrente e da questa condizionata.

Nel caso di specie – è interessante ricordare che la controversia atteneva al recupero di addizionali all’imposta di consumo sull’energia elettrica: nel giudizio promosso dalla società fornitrice dell’energia, la quale aveva impugnato un avviso di pagamento con il quale l’allora Ufficio tecnico di finanza provvedeva al recupero tali addizionali, era intervenuta la società consumatrice finale – la Cassazione ravvisa in capo al consumatore “un interesse giuridicamente rilevante e qualificato, determinato dalla sussistenza di un rapporto giuridico sostanziale fra adiuvante e adiuvato e dalla necessità di impedire che nella propria sfera giuridica possano ripercuotersi le conseguenze dannose derivanti dagli effetti riflessi o indiretti del giudicato”.

Alla generale legittimazione dell’intervento ad adiuvandum la Corte Suprema perviene considerando, in primo luogo, che l’ordinamento positivo ne contempla un’ipotesi espressa, quella del sostituito d’imposta che, ai sensi dell’art. 64, comma 2, D.P.R. n. 600/1973, ha facoltà d’intervenire nel procedimento di accertamento dell’imposta, che vede come parti il sostituto e l’Amministrazione.

La Corte istituisce, in secondo luogo, un parallelo fra il processo tributario e il processo amministrativo, con riguardo al quale l’intervento, anche adesivo dipendente, trova espressa previsione nell’art. 28 D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, recante il Codice, appunto, del processo amministrativo. In tale giudizio, l’intervento ad adiuvandum è ritenuto strumento utile alla tutela di posizioni giuridiche collegate o dipendenti da quella del ricorrente principale, posizioni anche caratterizzate da un interesse di fatto all’accoglimento o alla reiezione dell’impugnativa proposta dal ricorrente (cfr. Cons. Stato, ad. plen., 28 gennaio 2015, n. 1, e 2 novembre 2015, n. 9; si veda anche Travi A., Lezioni di giustizia amministrativa, XIV ed., Torino, 2021, 246 s.).

5. Nell’ordinanza che si commenta la Cassazione recupera i principi espressi nelle sentenze richiamate nel precedente paragrafo, confermando la linea interpretativa favorevole all’ammissibilità dell’intervento adesivo dipendente nel processo tributario.

La Corte, dunque, muovendo in primo luogo (par. 10.6) da un’“interpretazione costituzionalmente orientata” dell’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 546/1992 (in base al quale “possono intervenire volontariamente o essere chiamati in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell’atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso”), include fra i destinatari dell’atto anche quello “potenziale” e “mediato”, “mentre il concetto di titolarità del rapporto controverso” viene “esteso fino a comprendere in esso anche la titolarità di un rapporto «dipendente» o «connesso» rispetto a quello costituito dall’atto impugnato”.

Nell’ordinanza ci si premura opportunamente di precisare che l’allargamento del giudizio ai terzi intervenienti meramente adesivi non determina – a differenza di quanto accade negli interventi principale e litisconsortile – alcun “vulnus al principio di economia processuale e di ragionevole durata del processo”, dato che, come ricordato, “il terzo che interviene in via adesiva dipendente non ampia l’ambito oggettivo del processo”.

È, quindi, definitivamente ribaltata l’impostazione che vorrebbe l’intervento in esame incompatibile con la natura impugnatoria del processo tributario. La Cassazione supera l’idea che un soggetto possa essere parte di un giudizio solo se abbia contestato l’atto con una propria iniziativa formale, nei modi e nei termini previsti dalla legge e ribadisce il parallelismo con il processo amministrativo, nel quale l’intervento ad adiuvandum – nel quale il terzo non può proporre domande nuove e diverse, né estendere la portata del devolutum introducendo nuove domande od eccezioni che non siano rilevabili d’ufficio – rientra, come detto, nella previsione dell’art. 28, comma 2, c.p.a. (D.Lgs. n. 104/2010).

Infine, un incremento delle potenzialità applicative dell’istituto deriva dal riconoscimento che “la mera «possibilità» che il terzo consegua un vantaggio dalla decisione emessa tra le parti è da considerarsi circostanza idonea a legittimare l’intervento adesivo dipendente, persino quando la decisione, in caso di mancata partecipazione del terzo, rileverebbe non per l’effetto di accertamento formatosi in ordine al rapporto pregiudiziale, ma come «mero fatto»”, quindi a prescindere dalla soggezione del terzo al giudicato inter alios.

La Corte Suprema, con l’ordinanza in commento, fornisce, dunque, un più preciso fondamento alle già riconosciute ammissibilità e latitudine dell’intervento adesivo dipendente nei processi tributari d’impugnazione, pervenendo ad approdi sostanzialmente coincidenti con quelli ai quali era pervenuta – attraverso un percorso interpretativo che presenta delle similitudini – la dottrina (cfr. Albertini F.V., La pluralità di parti nel processo tributario, II ed., Torino, 2017, 152 ss. e 189 ss.).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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