Prime riflessioni sulla Raccomandazione (UE) 2021/801 in materia di impiego delle perdite di periodo sofferte in costanza di pandemia

Di Pier Luca Cardella -

Abstract

La Commissione europea, con la Raccomandazione (UE) 2021/801, individua nel riporto all’indietro delle perdite di periodo uno strumento capace di garantire sostegno alle imprese travolte dalla crisi innescata dalla pandemia da COVID-19. Le misure proposte, pur avendo carattere transitorio, possono determinare significative ricadute sul nostro sistema di imposizione sul reddito che, come noto, non conosce l’istituto del riporto all’indietro.

Preliminary thoughts on Recommendation (EU) 2021/801 regarding the use of income losses suffered during the pandemic. – The European Commission, through Recommendation (EU) 2021/801, identifies the losses carry back as a tool able to guarantee support to the enterprises devastated by the crises triggered by COVID-19 pandemic. The proposed measures, although of temporary nature, may have a significant impact on our income tax system which, as known, does not acknowledge the losses carry back.

 

 

Sommario: 1. Premessa – 2. Il profilo funzionale della Raccomandazione ed il suo ambito applicativo – 3. La compensazione verticale delle perdite nel Testo Unico – 4. La mancata previsione del riporto all’indietro ed il principio della capacità contributiva – 5. Brevi cenni conclusivi.

1. Con un interessante documento dello scorso 18 maggio 2021 la Commissione europea interviene sul trattamento delle perdite di periodo raccomandando agli Stati membri l’adozione, in chiave dichiaratamente anticiclica, di misure volte a consentire il loro riporto all’indietro (c.d. carry backward).

Brevemente il contenuto della Raccomandazione (UE) 2021/801.

La Commissione prende le mosse dalla condizione di gravissimo disagio economico-finanziario indotta dalla crisi pandemica da COVID-19 e, dopo aver fatto cenno alle varie iniziative adottate per cercare di alleviare l’onere fiscale gravante sulle imprese, rileva che anche le disposizioni in materia di compensazione delle perdite di periodo costituiscono uno strumento di politica fiscale che, sebbene non garantisca benefici finanziari immediati di intensità analoga a quella assicurata dal differimento dei termini di pagamento delle imposte, può essere utilmente preso in considerazione per sostenere l’economia dell’UE e facilitarne la ripresa.

In questa specifica prospettiva il riporto all’indietro delle perdite di periodo viene considerato strumento assai prezioso giacché, comportando “un rimborso delle imposte pagate negli esercizi fiscali precedenti” (cfr. il quinto considerando), può fornire liquidità aggiuntiva alle imprese di dimensione medio-piccola le quali, secondo la Commissione, hanno minore capacità di “assorbire o finanziare le perdite” (cfr., in particolare, il secondo considerando).

La Commissione ricorda quindi che alcuni Stati membri hanno introdotto o hanno annunciato l’introduzione di misure volte a consentire il riporto all’indietro delle perdite (il riferimento inespresso potrebbe essere alla legislazione tedesca che, pur conoscendo già l’istituto del riporto all’indietro, è stata emendata con l’elevazione, quanto alle perdite sofferte nei periodi d’imposta 2020 e 2021, del limite quantitativo al c.d. carry backward da un milione di euro a cinque milioni di euro; per ulteriori richiami alle esperienze legislative europee ed extraeuropee maturate nei mesi scorsi ed aventi ad oggetto la disciplina del riporto all’indietro delle perdite, v. Stevanato D. – A. Sbroiavacca A., L’impatto dell’emergenza economica post Covid-19 sui sistemi fiscali, in Aa.Vv., Virus in fabula. Diritti e Istituzioni ai tempi del Covid-19, a cura di Dolso G.P. – Ferrara M.D. – Rossi D., Trieste, 2020, 300 s.), misure queste che, se non adeguatamente coordinate, possono acuire il già rilevante grado di eterogeneità dei vari sistemi di impiego delle perdite con differenze di trattamento che, a loro volta, rischiano di interferire con il corretto funzionamento del Mercato Unico [cfr., ancorché oramai molto datato, il quadro di riferimento fornito dalla proposta di direttiva COM (1984) 404 e le soluzioni ivi individuate per cercare di armonizzare le varie legislazioni nazionali vigenti in subiecta materia].

Di qui l’utilità e/o la necessità di una raccomandazione avente ad oggetto il trattamento nazionale delle perdite che, guardando alle migliori prassi sperimentate nei vari Paesi, “potrebbe contribuire a garantire condizioni di parità per le imprese in tutta l’Unione” (cfr. l’undicesimo considerando) e ciò in una prospettiva che si appalesa, comunque, di corto respiro.

La Raccomandazione dovrebbe, infatti, applicarsi alle sole perdite sofferte nei periodi d’imposta 2020 e 2021 con possibilità di utilizzarle in compensazione con i redditi prodotti nei periodi d’imposta 2017, 2018 e 2019; sul piano quantitativo, inoltre ed al precipuo fine di limitare le ripercussioni sui bilanci nazionali, l’importo delle perdite da riportare all’indietro non dovrebbe superare i tre milioni di euro per ciascun periodo d’imposta chiuso in rosso (sulla opportunità di ammettere, in chiave anticiclica ed anche in via transitoria, il riporto all’indietro nel nostro sistema di imposizione sul reddito v., per tutti, Corasaniti G., Coronavirus tra misure emergenziali di carattere fiscale e proposte per una riforma tributaria, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2020, 47-48, 27, e Della Valle E., Alcune coordinate dell’emergenza nell’ordinamento tributario, ne il fisco, 2020, 16, 1516).

2. Interessante ricordare, onde meglio apprezzare la portata della Raccomandazione (UE) 2021/801, come l’OCSE abbia diramato a distanza di poche settimane dall’esplosione della crisi pandemica un documento con il quale, nel tentativo di individuare possibili linee di azione volte a mitigare l’impatto sulle attività economiche delle eccezionali misure adottate dai vari Governi per contrastare la pandemia, veniva richiamata l’attenzione dei policymakers proprio sulla opportunità di rendere più generose le previsioni in materia di riporto all’indietro delle perdite di periodo.

Si legge, in particolare nel documento “Emergency tax policy responses to the COVID-19 pandemic” dello scorso 20 marzo 2020, che “One option is to turn loss-carry forward provisions into a loss-carry backward provision, where businesses could opt to receive a one-off cash payment that equals their accumulated tax losses multiplied by the statutory corporate income tax rate” (sulle raccomandazioni di fonte OCSE in materia di politica fiscale e contrasto agli effetti economici negativi determinati dallo sviluppo della pandemia, v. Bosco L. – Colaci P., Raccomandazioni OCSE per l’emergenza COVID-19 e loro recepimento nei principali Paesi, ne il fisco, 2020, 19, 1853).

Ebbene, anche nella prospettiva dell’OCSE il ritorno sul piano finanziario costituisce l’effetto atteso che, in chiave anticiclica, giustifica l’attenzione riposta sul c.d. carry backward e proprio da qui occorre partire per svolgere alcune considerazioni su quello che, a nostro giudizio, è uno dei principali limiti che caratterizza il documento della Commissione qui in commento.

Non è, ovviamente, in discussione l’opportunità e/o la necessità di modificare le disposizioni nazionali aprendo alla possibilità di riportare all’indietro le perdite di periodo, sviluppo questo da salutare con favore attesa la necessità di implementare modelli capaci di garantire l’assorbimento integrale e tempestivo dei risultati reddituali di segno negativo. Ciò che non convince è, invece, il profilo marcatamente funzionale che anima la Raccomandazione e che finisce con il rendere provvisorio un intervento che, invece, andrebbe immaginato come strutturale.

Carattere provvisorio che è, del resto, confermato dallo sviluppo diacronico della misura proposta dalla Commissione la quale guarda alle sole perdite sofferte nei periodi d’imposta 2020 e 2021 (peraltro con possibilità, quanto al corrente periodo d’imposta, di attribuire rilevanza anche ai risultati reddituali negativi in fieri), perdite da utilizzarsi in compensazione con i redditi prodotti nel 2019 ovvero, e volendo immaginare un intervallo di assorbimento più ampio, nel triennio 2017, 2018 e 2019.

A tale rilievo si può certamente replicare osservando che un intervento così concepito, ancorché di portata anticiclica, sarebbe comunque apprezzabile potendo aprire una breccia nei sistemi di imposizione sul reddito che non conoscono il c.d. carry backward, ma sta di fatto che la Commissione, forse memore dei passati insuccessi, si limita a suggerire l’adozione di una misura il cui ciclo di vitale rischia di risolversi, salvo ovviamente differenti e più generose scelte da parte dei legislatori nazionali, nell’arco di pochissimi mesi.

Diverso sarebbe, ovviamente, il discorso da farsi laddove il carattere anticiclico della misura proposta fosse stato, ad esempio, costituito dall’incremento della quota di perdita riportabile all’indietro, sviluppo questo che, tuttavia e diversamente da quanto accade nel nostro Paese, presuppone l’operare a regime del c.d. carry backward.

Il profilo funzionale del documento della Commissione alimenta, peraltro, ulteriori dubbi.

Nello stesso si legge, infatti, che il riporto all’indietro delle perdite “comporta un rimborso delle imposte pagate negli esercizi fiscali precedenti e fornisce liquidità aggiuntiva alle imprese” (cfr., nuovamente, il quinto considerando). Rasenta quasi l’ovvio rilevare che la produzione di un simile effetto presuppone che nei periodi d’imposta precedenti siano emersi risultati reddituali di segno positivo capaci di garantire l’assorbimento delle perdite sofferte in costanza di pandemia e, almeno stando ai dati economici diffusi dall’ISTAT e relativi al triennio 2017, 2018 e 2019, tale prospettiva appare, quanto al nostro apparato produttivo, non sempre concreta.

Allo specifico fine di garantire un sostegno in termini di liquidità andrebbero allora percorse altre strade che, fermo restando l’obiettivo di “monetizzare” il rilevante stock di perdite prodottosi in costanza di pandemia, dovrebbero prescindere dagli esiti reddituali registratesi in passato evitando così che si alimenti una sorta di spirale viziosa che impedisce la produzione dell’effetto desiderato.

E le strade alternative non mancano davvero. Si potrebbe, ad esempio, pensare alla conversione in credito d’imposta di una quota delle attività per imposte anticipate (c.d. deferred tax assets) riferibili alle perdite riportabili in avanti, meccanismo virtuoso che il nostro ordinamento ha già sperimentato con riferimento a specifici ambiti disciplinari (cfr., quanto alle esperienze più recenti, l’art. 44-bis D.L. 30 aprile 2019, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla L. 28 giugno 2019, n. 58, e l’art. 1, commi 233 – 243, L. 30 dicembre 2020, n. 178) e che, a differenza del c.d. carry backward, non presuppone pregressi esiti reddituali di segno positivo.

Per finire due parole sull’individuazione dei soggetti che, sempre secondo la Commissione, potrebbero beneficiare delle eventuali aperture sul fronte del riporto all’indietro.

Anche su questo versante si registrano criticità degne di nota.

Viene, in particolare, in rilievo il riferimento operato nei primi considerando della Raccomandazione alle piccole e medie imprese (PMI) siccome individuate dalla Raccomandazione 2003/361/CE del 6 maggio 2003, soggetti ritenuti dalla Commissione meno capaci “di assorbire o finanziare le perdite rispetto alle grandi imprese” (cfr., nuovamente, il secondo considerando).

Ora, a parte una sottile confusione di piani (un conto è, infatti, il sostegno alle imprese in termini di liquidità, altro è l’individuazione di misure capaci di garantire l’utilizzo delle perdite di periodo generatesi in costanza di un ciclo economico gravemente recessivo), sembra improprio e assiomatico, oltreché foriero di negative conseguenze sul piano del rispetto del principio di eguaglianza, l’assunto secondo cui le grandi imprese possono fare a meno del riporto all’indietro disponendo della capacità “di assorbire o finanziare le perdite”.

3. Individuato il profilo funzionale della Raccomandazione e delimitato il suo ambito applicativo, occorre passare ad esaminare le potenziali ricadute sul nostro sistema impositivo di un atto che, pur non avendo carattere vincolante, suggerisce l’adozione di una misura capace di garantire, almeno in potenza, modalità di impiego delle perdite di periodo che appaiono senz’altro conformi al canone di effettività della capacità contributiva.

Da questo punto di vista, e per cercare di contestualizzare correttamente la questione, conviene ricordare che, giusta quanto stabilito dalla prima parte del terzo comma dell’art. 8 Tuir, le perdite sofferte dalle persone fisiche nell’esercizio di imprese commerciali sono computate in diminuzione dai relativi redditi e, per la differenza, nei successivi periodi d’imposta in misura non superiore all’80% dei relativi redditi conseguiti in detti periodi e per l’intero importo che trova capienza in essi. Siamo, in sostanza, al cospetto di un modello di impiego delle perdite basato sulla compensazione verticale con riporto in avanti senza limiti di tempo e restrizione quantitativa all’utilizzo, restrizione che non si applica con riferimento alle perdite generatesi nella fase di avvio di una nuova iniziativa produttiva.

Le perdite sofferte dalle società in nome collettivo ed in accomandita semplice sono, invece, imputate per trasparenza ai soci e possono essere da questi utilizzate secondo uno schema di impiego che è sostanzialmente analogo a quello previsto per gli imprenditori individuali (cfr., in specie, il secondo ed il terzo comma dell’art. 8 Tuir).

Quanto, infine, alle perdite patite dalle società di capitali e dagli enti commerciali residenti giova rammentare che le stesse, sulla scorta di quanto stabilito dalla prima parte del primo comma dell’art. 84 Tuir, possono essere computate in diminuzione dal reddito dei periodi d’imposta successivi in misura non superiore all’80% del reddito imponibile di ciascuno di essi e per l’intero importo che trova capienza in tale ammontare. Anche in questo caso l’archetipo di riferimento è costituito dal riporto in avanti senza limiti di tempo con la previsione di una restrizione quantitativa che può essere bypassata solo in presenza di perdite sofferte nella c.d. fase di start-up.

4. Il nostro sistema di imposizione sul reddito non conosce, dunque, il c.d. carry backward ossia il riporto all’indietro delle perdite con scomputo dai redditi dei periodi d’imposta precedenti e conseguente riliquidazione delle imposte dovute, circostanza questa che da sempre pone all’attenzione della dottrina rilevanti e, ad oggi, irrisolti problemi di ordine sistematico (sulle criticità collegate alla mancata previsione del riporto all’indietro v., tra gli altri e senza pretesa di esaustività, Beghin M. – Scandiuzzi D., Sub art. 53, in Aa.Vv., Commentario breve alle leggi tributarie, t. I, Diritto costituzionale tributario e Statuto del contribuente, a cura di Falsitta G., Padova, 2011, 268; Cardella P.L., La perdita di periodo nel sistema di imposizione sul reddito, Torino, 2012, 39 ss.; Giovanardi A., Il riporto delle perdite, in Aa.Vv., Imposta sul reddito delle persone giuridiche, nella collana Giurisprudenza sistematica di diritto tributario diretta da Tesauro F., Torino, 1996, 190 s.; Tesauro F., Riporto delle perdite e la incostituzionalità della sua esclusione dall’imponibile dell’Ilor, in Boll. trib., 1988, 6, Stizza P., La rilevanza delle perdite nel diritto tributario, Padova, 2011, 77 ss., e Zizzo G., Profili di incostituzionalità del regime dell’utilizzo delle perdite nelle imposte sul reddito, in Corr. trib., 2007, 1990; Id., Considerazioni sistematiche in tema di utilizzo delle perdite fiscali, in Rass. trib., 2008, 936).

Da questo punto di vista è appena il caso di ricordare che il riporto verticale delle perdite introduce una deroga al principio dell’autonomia dei singoli periodi d’imposta, deroga motivata dall’esigenza di commisurare il prelievo all’effettiva capacità contributiva del soggetto passivo e di ridurre, al contempo, gli inconvenienti legati alla frammentazione in periodi d’imposta dell’orizzonte temporale entro cui si manifesta il presupposto impositivo. Questo modello, utilizzabile sia in presenza di soggetti che posseggono redditi provenienti da una sola fonte di produzione (come accade per le società di capitali e per gli enti commerciali residenti) che in presenza di soggetti che posseggono redditi provenienti da una pluralità di fonti di produzione (come accade, invece, per le persone fisiche e per gli enti non commerciali residenti), può prevedere tanto il riporto in avanti con compensazione con redditi futuri quanto il riporto all’indietro con compensazione con redditi già prodotti.

Ebbene, la mancata previsione della seconda variante allenta significativamente l’aderenza della disciplina di riferimento al principio della capacità contributiva e ciò per almeno due fondamentali ragioni.

Innanzi tutto, perché la frammentazione convenzionale dell’orizzonte temporale entro cui si manifesta il presupposto impositivo dà vita a periodi d’imposta dotati di identica rilevanza logico-concettuale sicché è totalmente arbitrario ritenere che la compensazione possa abbracciare i periodi d’imposta successivi e non anche quelli anteriori.

In secondo luogo, perché esistono dei casi in cui il riporto all’indietro è una delle poche soluzioni, se non l’unica, capace di garantire la tassazione di una capacità contributiva effettiva. Si pensi, ad esempio, al caso della liquidazione volontaria o concorsuale di società (ipotesi in cui, per ovvie ragioni, non sono ipotizzabili periodi successivi a quello in perdita) ovvero, ancora, all’omologo caso del trasferimento della residenza fiscale all’estero con mancata istituzione nel territorio dello Stato di una stabile organizzazione. E ciò senza considerare che possono darsi delle ipotesi in cui la particolare conformazione della base imponibile rende praticamente impossibile il riassorbimento della perdita nei periodi d’imposta successivi. Si consideri ad esempio il caso, tutt’altro che scolastico, di una cospicua perdita su credito rilevata in un periodo d’imposta successivo a quello in cui è stato contabilizzato l’evento reddituale che tale credito ha generato.

Si può, peraltro, assumere che dietro la mancata previsione del c.d. carry backward si nasconda la necessità e/o l’opportunità di non mettere a repentaglio le esigenze di rapidità e certezza nella definizione dei rapporti tributari, eventualità questa che si concretizzerebbe laddove fosse possibile rimettere in discussione, mediante la riliquidazione delle imposte dovute in relazione ai periodi d’imposta anteriori a quello in cui si materializza la perdita da riportare all’indietro, obbligazioni tributarie già adempiute (cfr., per un approfondimento sul punto, Crovato F., L’imputazione a periodo nelle imposte sui redditi, Padova, 1996, 36 s.).

Le necessità di assicurare stabilità al rapporto tributario non sembra, tuttavia, costituire ostacolo insormontabile al c.d. carry backward non potendosi dimenticare, sotto questo specifico profilo, che il nostro sistema di imposizione sul reddito conosce ipotesi in cui, al verificarsi di determinate circostanze, è espressamente prevista la riliquidazione dell’imposta dovuta per un periodo d’imposta a fronte del quale è stata già presentata la dichiarazione. È questo, ad esempio, il caso della disciplina recata, in materia di foreign tax credit, dal settimo comma dell’art. 165 Tuir a mente del quale, “se l’imposta dovuta in Italia per il periodo d’imposta nel quale il reddito estero ha concorso a formare l’imponibile è stata già liquidata, si procede a nuova liquidazione tenendo conto anche dell’eventuale maggior reddito estero, e la detrazione si opera dall’imposta dovuta per il periodo d’imposta cui si riferisce la dichiarazione nella quale è stata richiesta” (a commento di tali disposizioni v., per tutti, Contrino A., Credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero, in Dig. IV, disc. priv., sez. comm., Torino, 2007, Agg. ***, 232 s., e la circolare dell’Agenzia delle Entrate 5 marzo 2015, n. 9/E).

5. A questo punto, e volendo avviare a conclusione il discorso, sembra utile un cenno agli effetti che potrebbero essere determinati dalla concreta implementazione nel nostro sistema di imposizione sul reddito della soluzione raccomandata dalla Commissione.

Ebbene, l’introduzione di un modello di utilizzo delle perdite basato sul c.d. carry backward segnerebbe senz’altro un passo in avanti con l’adozione di una soluzione coerente con il canone di effettività della capacità contributiva e capace di garantire, in una prospettiva di sistema, un equilibrato impiego delle perdite di periodo.

Stride, tuttavia, con tale auspicabile effetto la transitorietà della misura proposta che, se concepita nei termini prefigurati dalla Raccomandazione, pone una pesante ipoteca sulle speranze di una riforma effettivamente capace di dare, in linea con gli auspici tante volte formulati dalla dottrina, piena attuazione ai precetti costituzionali.

E la necessità di concepire soluzioni non solo coerenti con il principio della capacità contributiva, ma anche rispettose del principio di eguaglianza tributaria induce a dubitare della legittimità di una eventuale limitazione del c.d. carry backward alle piccole e medie imprese; ed invero, se a situazioni uguali devono corrispondere uguali regimi impositivi e, correlativamente, a situazioni diverse un trattamento fiscale diseguale, rischia di essere assolutamente irragionevole l’esclusione delle imprese di dimensioni più grandi dal campo di applicazione della misura raccomandata.

Sullo sfondo restano poi due questioni legate all’obiettivo perseguito dal documento recentemente varato dalla Commissione.

Se, come si legge in uno dei primi considerando della Raccomandazione, il riporto all’indietro delle perdite dovrebbe garantire liquidità alle imprese, si deve escludere che tale risultato possa essere conseguito in presenza di soggetti tassati per trasparenza e ciò in considerazione del fatto che, per effetto dell’imputazione, la società trasparente viene privata della disponibilità delle perdite e l’eventuale beneficio finanziario garantito dal c.d. carry backward finirebbe con il ridondare, per ovvie ragioni, ad esclusivo vantaggio del socio con buona pace delle esigenze di sostegno finanziario della società che tali perdite ha sofferto.

Da ultimo andrebbe spiegata la coesistenza della previsione del riporto all’indietro che tende a garantire, almeno stando alla lettura della Raccomandazione, un beneficio di ordine finanziario con il limite quantitativo all’utilizzo delle perdite di periodo che, per parte sua ed all’opposto, determina un rallentamento del processo di loro riassorbimento con conseguente appesantimento nella gestione dei flussi di cassa (cfr., sullo specifico punto, Di Siena M., Note sparse a margine del rinnovato regime di riporto delle perdite fiscali da parte dei soggetti IRES, in Riv. trim. dir. trib., 2012, 3, 642).

Viene da chiedersi, in buona sostanza, se abbia senso concepire due misure che, nello stesso contesto storico e con riferimento ai medesimi soggetti passivi, determinano la produzione di effetti finanziari antitetici con significative ricadute sul piano della complessiva razionalità del sistema.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Beghin M. – Scandiuzzi D., Sub art. 53, in Aa.Vv., Commentario breve alle leggi tributarie, t. I, Diritto costituzionale tributario e Statuto del contribuente, a cura di Falsitta G., Padova, 2011, 265 ss.

Bosco L. – Colaci P., Raccomandazioni OCSE per l’emergenza COVID-19 e loro recepimento nei principali Paesi, in il fisco, 2020, 19, 1853 ss.

Cardella P.L., La perdita di periodo nel sistema di imposizione sul reddito, Torino, 2012

Contrino A., Credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero, in Dig. IV, disc. priv., sez. comm., Torino, 2007, Agg. ***, 204 ss.

Corasaniti G., Coronavirus tra misure emergenziali di carattere fiscale e proposte per una riforma tributaria, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2020, n. 47-48, 13 ss.

Crovato F., L’imputazione a periodo nelle imposte sui redditi, Padova, 1996

Della Valle E., Alcune coordinate dell’emergenza nell’ordinamento tributario, in il fisco, 2020, 16, 1513 ss.

Di Siena M., Note sparse a margine del rinnovato regime di riporto delle perdite fiscali da parte dei soggetti IRES, in Riv. trim. dir. trib., 2012, 3, 629 ss.

Giovanardi A., Il riporto delle perdite, in Aa.Vv., Imposta sul reddito delle persone giuridiche, nella collana Giurisprudenza sistematica di diritto tributario, diretta da Tesauro F., Torino, 1996, 190 s.

Leo M., Le modifiche al reddito d’impresa nell’era post-Covid, in Corr. trib., 2021, 4, 329

Stevanato D. – Sbroiavacca A., L’impatto dell’emergenza economica post Covid-19 sui sistemi fiscali, in Aa.Vv., Virus in fabula. Diritti e Istituzioni ai tempi del Covid-19, a cura di Dolso G.P. – Ferrara M.D. – Rossi D., Trieste, 2020, 295 ss.

Stizza P., La rilevanza delle perdite nel diritto tributario, Padova, 2011

Tesauro F., Riporto delle perdite e la incostituzionalità della sua esclusione dall’imponibile dell’Ilor, in Boll. trib., 1988, 6

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Zizzo G., Considerazioni sistematiche in tema di utilizzo delle perdite fiscali, in Rass. trib., 2008, 4, 936

 

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