Il requisito della commercialità per l’accesso al regime pex: riflessioni al margine della recentissima risposta a interpello dell’11 gennaio 2021, n. 33 dell’Agenzia delle Entrate.

Di Ludovica Agovino -

(commento a/notes to: risposta ad interpello 11 gennaio 2021, n. 33)

Abstract

Le recenti posizioni assunte dall’Agenzia delle Entrate con la risposta all’interpello n. 33 dell’11 gennaio 2021 offrono lo spunto per alcune considerazioni da collocare nel contesto dei requisiti per l’accesso al regime della partecipation exemption di cui all’art. 87 TUIR. Il parere, nello specifico, ha fornito nuovi criteri utili a definire la commercialità di un’impresa ai fini pex, ricomprendendo l’esercizio di iniziative di natura legale ed investigativa, finalizzate al recupero di somme investite ed illecitamente sottratte a seguito di una frode, nella categoria delle attività che presentano il requisito indicato alla lett. d) del comma 1 dell’art. 87. La circostanza rende opportuno ripercorrere l’evoluzione interpretativa del requisito della commercialità nei documenti di prassi, con specifica attenzione, inoltre, alle condizioni che possono dar luogo alla disapplicazione del meccanismo di cui al comma 5 del medesimo articolo, in base al quale, nel caso in cui la cessione abbia ad oggetto la partecipazione in una società la cui attività consiste, in via esclusiva o prevalente, nell’assunzione di partecipazioni, i requisiti della residenza e della commercialità vanno verificati in capo alle partecipate indirette.

The exercise of actual commercial activities as a requirement for the pex regime: reflections alongside the latest tax ruling no. 33 of January 11th, 2021 . – The comment analyses the response to tax ruling no. 33 of  January 11th, 2021. It has provided new criteria useful to define the trade-ability of a company for pex purposes, encompassing the exercise of initiatives of legal and investigative nature, aimed at recovering invested sums illegally stolen as a consequence of a fraud, in the category of activities that possess the requisite indicated in lett. d) of paragraph 1 of art. 87.

Sommario: 1. La fattispecie oggetto dell’interpello n. 33 dell’11 gennaio 2021 – 2. La commercialità della partecipata nell’art. 87 TUIR: inquadramento normativo ed evoluzione ermeneutica nei documenti di prassi – 3. La natura commerciale delle iniziative legali e investigative nelle argomentazioni dell’Agenzia delle Entrate – 4. Criticità interpretative e applicative del percorso logico-giuridico adottato: l’assenza di qualsivoglia rilievo al requisito dell’organizzazione. – 5. (Segue). La mancata indicazione degli elementi costitutivi, in concreto, della struttura operativa “idonea” all’attività commerciale. – 6. Considerazioni sull’esclusione della qualifica di holding nel caso concreto e possibili scenari – 7. Conclusione: la casistica come bussola per gli interpreti.

1. Con l’interpello in esame una società per azioni residente ha richiesto il parere dell’Amministrazione in ordine al corretto trattamento fiscale della minusvalenza derivante dalla cessione della propria partecipazione totalitaria in una società di diritto inglese. Secondo la soluzione prospettata dall’istante, che era nel senso della deducibilità del componente negativo, il regime pex sarebbe stato inapplicabile per l’asserita mancanza del requisito dell’esercizio di un’attività commerciale da parte della partecipata, ivi qualificata come società di mera assunzione di partecipazioni.

L’Agenzia ha reso un parere in senso opposto, in primo luogo giudicando inapplicabile al caso concreto il meccanismo del cd. look through, perché la partecipata, nel corso del triennio antecedente la data del previsto realizzo, avrebbe perso la qualifica di holding dopo aver proceduto a dismettere tutte le proprie partecipazioni con la sola eccezione di quella, ormai priva di valore economico, in una società statunitense che era stata frodata.

In esito alla disapplicazione del comma 5 dell’art. 87 (a norma del quale: “Per le partecipazioni in società la cui attività consiste in via esclusiva o prevalente nell’assunzione di partecipazioni, i requisiti di cui alle lettere c) e d) del comma 1 si riferiscono alle società indirettamente partecipate e si verificano quando tali requisiti sussistono nei confronti delle partecipate che rappresentano la maggior parte del valore del patrimonio sociale della partecipante”) la sussistenza del requisito della commercialità è stata verificata sulla stessa partecipata di diritto inglese, alla quale, come premesso, è stata attribuita la qualifica di impresa commerciale in luogo di quella di società di mera partecipazione.

Tale commercialità, a parer dell’Agenzia, consterebbe nell’essersi adoperata “alacremente”, tramite azioni legali e iniziative investigative, nel tentativo di recuperare le somme estorte presso i responsabili della frode subita. Di fatto, stando agli eventi rappresentati dalla stessa contribuente, nel periodo triennale di osservazione la società si sarebbe limitata ad intraprendere il contenzioso nello Stato estero e, ottenuta la condanna, avrebbe avviato in Italia una nuova lite giudiziaria per l’esecuzione della sentenza nei confronti di uno dei promotori inadempienti, concludendo al contempo un accordo transattivo con l’altro responsabile.

2. Come richiesto dalla lett. d) del comma 1 dell’art. 87 TUIR, per fruire del beneficio dell’esenzione la partecipazione oggetto di realizzo deve essere relativa ad una partecipata che eserciti un’impresa commerciale secondo la definizione di cui all’art. 55 TUIR; inoltre, conformemente al successivo comma 2, il predetto requisito deve sussistere ininterrottamente dall’inizio del terzo periodo di imposta antecedente al realizzo della plusvalenza.

Il rinvio al contenuto dell’art. 55 TUIR esprime non soltanto il proposito di far riferimento, per il test di commercialità, alla nozione “fiscale” di impresa commerciale (più ampia rispetto a quella civilistica dell’art. 2195 c.c.), ma soprattutto l’intento di voler individuare tale caratteristica in ogni attività produttiva di reddito d’impresa. Questo approccio è immediatamente desumibile dai chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 36/E/2004: “L’impresa commerciale, al cui esercizio è subordinata l’applicazione della partecipation exemption, è individuata sulla base dei criteri di cui all’articolo 55 del nuovo TUIR, con la conseguenza che nel contesto delle disposizioni recate dall’articolo 87 in esame essa coincide con le attività che danno luogo a reddito di impresa e, quindi, rileva secondo una definizione più ampia rispetto a quella civilistica” (per un approfondimento sul punto cfr. Vignoli A. L’attività commerciale della partecipata nell’interpretazione della giurisprudenza di legittimità, in Riv. trim. dir. trib., 2015, 3, 723 ss., nonché, in contesto ricostruttivo più ampio, Viotto A., Il regime tributario delle plusvalenze da partecipazioni, Torino, 2013, passim).

Nei successivi interventi l’Amministrazione, con interpretazione restrittiva, ha inteso escludere la commercialità in diverse ipotesi accomunate dalla circostanza che la partecipata esercitasse l’attività di mera gestione di cespiti materiali e immateriali (v. ris. nn. 152/E/2004, 163/E/2005, 165/E/2005 e 226/E/2009). A margine, occorre ricordare che la lett. d), del comma 1 dell’art. 87 TUIR contiene una presunzione assoluta di non commercialità per le partecipate il cui patrimonio è prevalentemente costituito da immobili diversi da quelli strumentali o alla cui produzione o scambio è diretta l’attività di impresa. Ad ogni modo, il principio viene unitariamente declinato nell’ambito della circ. 29 marzo 2013, n. 7/E laddove si precisa che “il requisito contenuto nell’articolo 87, comma 1, lettera d), del TUIR deve ritenersi non sussistente in tutte le ipotesi di attività rivolte alla mera gestione passiva di asset da cui derivi la percezione di passive income” (sul punto v. anche Cass., sez. civ., 8 maggio 2019, n. 12138).

3. Per quanto di specifico interesse, tale ultimo provvedimento di prassi, il cui contenuto è peraltro richiamato a sostegno della risposta a interpello in commento (e, in precedenza, anche della risposta a interpello n. 502 del 29 novembre 2019), esprime importanti criteri interpretativi e applicativi della lett. d) del comma 1 dell’art. 87 TUIR.

In primo luogo, dopo aver confermato che il requisito della commercialità risulta integrato quando l’attività, ricadendo tra le fattispecie dell’art. 55 TUIR, è produttiva di reddito d’impresa, specifica che, ai fini pex, il criterio formale di qualifica del reddito “costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente ad individuare il requisito della commercialità, che va invece definito sulla base di un criterio sostanziale, secondo il quale non tutti i redditi prodotti nell’esercizio d’impresa sono riferibili a un’attività commerciale nel senso richiesto dalla disciplina in esame”. In aderenza alle finalità del regime di esenzione – che il citato documento di prassi individua nella necessità di favorire la circolazione di complessi patrimoniali funzionali all’esercizio di attività di impresa – l’Agenzia delle Entrate ritiene che la partecipata si qualifichi impresa commerciale quando risulta “dotata di una struttura operativa idonea alla produzione e/o alla commercializzazione di beni o servizi potenzialmente produttivi di ricavi, ovvero nel caso in cui l’impresa disponga della capacità, anche solo potenziale, di soddisfare la domanda del mercato nei tempi tecnici ragionevolmente previsti in relazione alle specificità dei settori economici di appartenenza”.

Come premesso, tutte le citate argomentazioni sono richiamate e poste a fondamento della risposta a interpello dell’11 gennaio 2021, n. 33, in esame, ove, in particolare, l’Agenzia sostiene che “la promozione delle azioni legali e di tutte le iniziative volte al recupero delle somme estorte presso i soggetti artefici della truffa (…) configura, di per sé, esercizio di impresa commerciale secondo la definizione di cui all’art. 55 del TUIR”. Nel passaggio cruciale, tale conclusione viene inoltre agganciata al rispetto di un principio di effettività, in base al quale, prescindendo dall’esame meramente formale dell’oggetto sociale, la commercialità della partecipata va indagata su un piano sostanziale, guardando all’attività svolta in concreto dalla società ed escludendo che sussista attività d’impresa “in relazione a mere intenzioni ovvero in relazione all’assolvimento di meri adempimenti formali” (cfr. Cass., 9 dicembre 1976, n. 4577; v. anche Fontana F., Dichiarazione infedele e regime della “partecipation exemption”, in Corr. trib., 2015, 1, 67 ss.). Nel caso di specie, ritiene l’Ufficio, le predette iniziative volte a recuperare, ancorché parzialmente, le somme estorte, costituiscono condotte concrete idonee, pertanto, a integrare il requisito della lett. d) del comma 1 dell’art. 87.

4. L’invito a tralasciare i connotati formali di un’attività per badare alle concrete modalità in cui essa viene esercitata è pienamente condivisibile e, peraltro, accolto nelle pronunce della Suprema Corte (cfr. Cass., sent. 13 agosto 2004, n. 15769 e sent. 7 ottobre 2014, n. 41686). Tuttavia, nel caso di specie pare che, proprio nel concreto, non sia stato dato alcun rilievo al dato dell’organizzazione, un fattore che prassi e giurisprudenza hanno, a più riprese, considerato fondamentale per riconoscere un’impresa commerciale (v. circ. n.7/E/2013 secondo cui: “Risulta determinante, come chiarito in precedenza, che l’impresa disponga di una struttura operativa potenzialmente idonea all’avvio del processo produttivo”; sull’imprescindibilità dell’elemento organizzativo cfr., ex multis, Cass., sent. 25 gennaio 2002, n. 897 e 8 settembre 2005, n. 17927).

In questo contesto, si badi, non ci si riferisce tanto alla presenza di un esteriore apparato aziendale, pur ritenuto determinante dalla Cassazione nella sentenza da ultimo citata, bensì al coordinamento dei fattori produttivi con metodo e finalità imprenditoriali (cfr. Cass., sent. 4 marzo 2005, n. 4784; v. anche Salvini L., Diritto tributario delle attività economiche, Torino, 2020, 4 ss.).

Sul punto si osserva che, nei termini prospettati dalla contribuente, le attività portate avanti nel periodo di osservazione, certamente effettive, sembrano difettare della caratteristica dell’imprenditorialità: le iniziative legali, investigative e contrattuali sono state mosse dall’esigenza di ottenere una reintegrazione patrimoniale, necessaria anche al fine di restituire al socio unico gli ingenti finanziamenti sin lì erogati. E se da un lato, la circostanza della frode subita costituisce un unicum, dall’altro le azioni intraprese hanno avuto carattere occasionale e quanto mai specifico.

Nel merito, pare opportuno citare quanto affermato nella risposta a interpello n. 152 del 27 maggio 2020: “Ai fini del reddito d’impresa, quindi, affinché si configuri l’attività commerciale è necessario che l’attività svolta sia caratterizzata dalla professionalità “abituale”, ancorché non esclusiva” (…); ad ogni modo, “Secondo un consolidato orientamento della Corte di Cassazione, la qualifica di imprenditore può essere attribuita anche a chi semplicemente utilizzi e coordini un proprio capitale per fini produttivi. L’esercizio dell’impresa, inoltre, può esaurirsi anche con un singolo affare in considerazione della sua rilevanza economica e delle operazioni che il suo svolgimento comporta” (cfr. ris. nn. 204/E/2002, 273/E/2002, 148/E/2002).

Invero, nella fattispecie in esame, la rilevanza del singolo affare sarebbe stata, forse, un’argomentazione più convincente per avallare la tesi della commercialità: l’assunto avrebbe potuto plausibilmente poggiare sul presupposto che l’insieme degli atti compiuti dalla partecipata, previa ammissione di una loro sufficiente consistenza economica, costituisse un affare particolarmente remunerativo, seppur irripetibile (Cfr. Cass., sent. 29 agosto 1997, n. 8193; Cass., sent. 31 maggio 1986, n. 3690; Cass., sent. 20 gennaio 1973, n. 267).

5. Nondimeno, dal concetto di remuneratività nasce un’ulteriore riflessione in merito alle argomentazioni che fondano la risposta a interpello: pur premettendo che, conformemente ai chiarimenti della circ. n. 7/E/2013, l’impresa commerciale è tale se dispone di una struttura operativa idonea alla produzione e/o alla commercializzazione di beni o servizi potenzialmente produttivi di ricavi, ovvero di soddisfare la domanda del mercato nei tempi tecnici relativi ai settori economici di appartenenza, l’Ufficio omette di indicare quale siano gli elementi che compongono tale struttura nel caso concreto.

La partecipata, avendo mantenuto il requisito di holding sino alla dismissione delle partecipazioni, si era probabilmnete avvalsa della precedente struttura organizzativa funzionale alla gestione di titoli partecipativi anche nella successiva fase di contenzioso.

Ebbene se, con uno sforzo interpretativo non del tutto scontato, si individuasse tale apparato nell’impiego di personale e capitale – quest’ultimo peraltro reso disponibile dai continui apporti del socio unico – rimarrebbe da specificare quali siano i fattori che rendono l’insieme delle attività volte al recupero delle somme estorte potenzialmente produttive di ricavi o (probatio ancor più complicata) in grado di soddisfare la domanda del mercato.

Infatti, l’ulteriore passaggio necessario, per un richiamo fedele al concetto di impresa commerciale per come fin qui lo conosciamo, sarebbe l’assimilazione del quantum ricavato dalle procedure legali e transattive ai ricavi. Eppure, un simile approccio troverebbe ostacolo nella stessa disciplina sul trattamento fiscale delle indennità risarcitorie e nella ristrettezza delle circostanze in cui le stesse, in virtù del cd. “principio di sostituzione”, possono assumere la veste di ricavi (oer un approfondimento sul punto, risposta a interpello 6 febbraio 2020, n. 27, in cui si chiarisce che: “non assumono rilevanza reddituale le indennità risarcitorie erogate al fine di reintegrare il patrimonio del soggetto, ovvero al fine di risarcire la perdita economica subita dal patrimonio (danno emergente)”; ma si veda anche la ris. 22 aprile 2009, n. 106/E e 7 dicembre 2007, n. 356/E).

6. Ad ogni modo, il giudizio sulla commercialità che abbiamo sin qui esaminato ha avuto direttamente a oggetto la società di cui la contribuente istante intenderebbe cedere la partecipazione, riconosciuta quale holding solo fino al momento della dismissione di tutte le partecipazioni di rilevante peso economico. L’Agenzia ha ritenuto di far conseguire a quest’ultima circostanza la perdita della qualifica di società di partecipazione, con conseguente impossibilità di verificare il requisito in capo alle sue dirette partecipate.

In merito, la stessa circ. n. 7/E/2013 definisce la previsione contenuta nel comma 5 dell’art. 87 TUIR non disapplicabile in quanto “norma di sistema” e – per la descrizione dei criteri in base ai quali stabilire la prevalenza del valore delle partecipazioni detenute dalla holding – occorre far riferimento al nuovo art. 162-bis  TUIR introdotto dal D.Lgs. n. 142/2018. E infatti, ai fini fiscali una holding è tale se supera il test di prevalenza e “l’esercizio in via prevalente di attività di assunzione di partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari sussiste, quando, in base ai dati del bilancio approvato relativo all’ultimo esercizio chiuso, l’ammontare complessivo delle partecipazioni in detti soggetti e altri elementi patrimoniali intercorrenti con i medesimi, unitariamente considerati, sia superiore al 50 per cento del totale dell’attivo patrimoniale.”

Nel caso di specie, nell’ambito della risposta a interpello n. 33/2021, non sono precisati i dati patrimoniali della partecipata che, se considerati, hanno portato all’esclusione e, dal momento che la perdita della qualifica è rimandata genericamente all’inconsistenza economica dell’unica partecipazione rimasta in portafoglio, in questa sede non è possibile fare considerazioni di merito.

Sul punto, tuttavia, in casi come questi ci si domanda se non sarebbe una semplificazione gradita agli interpreti quella di giungere a considerare che anche la mera gestione di partecipazioni, in ottica teleologica, assume una sua veste imprenditoriale. A ben vedere, una società di partecipazione, similmente ad un’impresa che produce beni o presta servizi, mette a frutto il proprio sistema amministrativo che, dotato dei suoi peculiari fattori produttivi, potrebbe caratterizzarla tout court come impresa commerciale (sul punto, anche Chirichigno S., “Impresa commerciale presupposto della partecipation exemption” su Riv. bim. diritto e pratica op. straord., 2013, 2, 78 ss.).

7. In conclusione, se ci si mette dalla prospettiva di prendere il “buono delle cose” (espressione poco giuridica, ma molto efficace), non si può non osservare che, al di là della condivisibilità delle scelte argomentative e delle perplessità che sorgono in merito alla coerenza della soluzione offerta con i principi in essa richiamati, il parere espresso dall’Amministrazione finanziaria nella risposta sin qui commentata, contribuisce a riempire di un nuovo contenuto la nozione di commercialità indicata nell’art. 87 TUIR. Non si può, infatti, disconoscere l’utilità che l’interprete trae dalla soluzione dei casi concreti, sicché, nell’eterogeneità delle casistiche possibili, i contribuenti possano quanto meno orientarsi, prospettandosi ex ante quali regimi fiscali andranno applicati in conseguenza delle proprie scelte imprenditoriali

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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