Alcuni chiarimenti sugli effetti della c.d. sanatoria AIRE sul regime degli impatriati  

Di Giuseppe Mercuri -

commento a/notes to

A.d.E., risposta ad interpello 6 novembre 2020, n. 533,

A.d.E., circ. 28 dicembre 2020, n. 33/E

Abstract

Con il Decreto Crescita, il legislatore è nuovamente intervenuto sulla disciplina dei soggetti che trasferiscono la propria residenza in Italia, ampliando anche le possibilità di accesso al regime agevolato degli impatriati anche per coloro che – per negligenza o per ignorantia legis – non avevano provveduto all’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Il che ha posto dei dubbi circa la rilevanza di tale modifica ai fini dell’individuazione dei presupposti per accedere al regime fiscale agevolato degli impatriati. La soluzione esegetica proposta recentemente dall’Amministrazione finanziaria muove da una premessa di coordinamento dei vari enunciati, ma non appare del tutto esente da dubbi.

Some explanations on effects of so called “AIRE amnesty” on tax regime for impatriates. – With the Growth Decree, the legislator again intervened on the discipline of subjects who transfer their residence to Italy, also expanding the possibilities of access to the lighter regime for impatriates even for those who – through negligence or ignorantia legis – had not provided for the registration in the Registry of Italians residing abroad. This raised doubts about the relevance of this change for the purpose of identifying the conditions for accessing the facilitated tax regime for impatriates. The exegetical solution recently proposed by the Tax Administration starts from a premise of coordination of the various statements, but it does not appear entirely free from doubts.

 

 

Sommario: 1. Introduzione – 2. L’evoluzione normativa – 3. I problemi di delimitazione del raggio applicativo della sanatoria AIRE – 4. La rilevanza della sanatoria secondo l’Agenzia delle Entrate – 5. Osservazioni critiche – 6. Conclusioni

1. Secondo la teoria della crescita endogena, l’accumulazione di esperienza generata (c.d. learning by doing) e il capitale umano sono fattori idonei a favorire lo sviluppo economico, trattandosi di forme conoscenza suscettibili di generare nel lungo periodo un tasso di crescita positivo e costante. Più nel dettaglio, la prima ha origine “produttiva” proprio perché emerge sul campo dallo svolgimento dell’attività; la seconda, invece, è una forma di conoscenza c.d. “di istruzione”, essendo frutto dell’apprendimento personale (cfr. Romer P.M., Increasing returns and long run growth, in Journal of Political Economy, 1986, 94, 5, 1002-1037; Lucas R.E., On the mechanism of economic development, in Journal of Monetary Economics, 1988, 22, 1, 3-42).

È in questa direzione che sembra essere orientata la scelta del legislatore di introdurre agevolazioni fiscali in favore di coloro che hanno lavorato o studiato all’estero e decidono di trasferire la residenza in Italia. Dalla formazione sul campo (prestazione di un’attività di lavoro) e dal grado di apprendimento qualificato (lauree o master di specializzazione) di coloro che hanno maturato esperienze in altri sistemi economici è possibile ritrarre benefici per le nostre imprese e per l’intero sistema economico italiano.

Se tale tendenza è da salutare con favore in linea teorica, non può farsi a meno di censurare l’elevata complessità normativa che risulta dai molteplici interventi additivi o di modifica delle condizioni di accesso, dei criteri applicativi dell’agevolazione e delle norme di diritto intertemporale, cui consegue l’inevitabile disorientamento fra gli operatori del diritto.

Da ultimo, l’Agenzia delle Entrate, con la risposta ad interpello del 6 novembre 2020, n. 533, ha fornito alcuni chiarimenti circa gli effetti della modifica introdotta con l’art. 5 del d.l. n. 34/2019 (d’ora in poi anche “Decreto Crescita”) alla luce della c.d. “sanatoria AIRE”. Gli argomenti ivi riversati sono stati, dipoi, ribaditi anche nella circolare 28 dicembre 2020, n. 33/E.

Ma prima di scendere nel dettaglio della soluzione adottata, pare appena il caso di riepilogare la disciplina di cui trattasi.

2. La normativa agevolativa è stata introdotta originariamente dall’art. 16del d.lgs. n. 147/2015 al preciso scopo incentivare l’attrazione di “capitale umano” qualificato. E difatti, inizialmente la riduzione forfettaria del reddito si rivolgeva a favore di lavoratori (con funzioni direttive e/o elevata qualificazione o specializzazione) trasferitisi nel territorio dello Stato, i quali (i) non avevano avuto la residenza in Italia nei cinque periodi precedenti; (ii) si impegnavano a rimanere in Italia per un biennio; (iii) svolgevano la propria attività presso un’impresa residente nel territorio dello Stato (a fronte di un rapporto di lavoro in essere con dette imprese o con società controllante o controllata da tale impresa residente); (iv) prestavano siffatta attività “prevalentemente” nel territorio italiano (cfr. Mastellone P., Il ventaglio dei regimi fiscali per attrarre soggetti ad “alta capacità” intellettuale, lavorativa, sportiva e… contributiva: pianificazione successoria e compatibilità con le regole europee, in Riv. dir. trib., 1, 2020, 43).

Il beneficio in origine consisteva nella riduzione forfettaria del reddito di lavoro dipendente al 70% dell’ammontare del reddito complessivo e, a partire dal 1° gennaio 2017, l’agevolazione è stata estesa anche ai redditi di lavoro autonomo. Dipoi, il limite di esenzione è stato ulteriormente ridotto al 50% (ai sensi dell’art. 1, comma 150, lett. b) della l. n. 232/2016) e, da ultimo, al 30% o al 10% in presenza di alcune circostanze particolari (cfr. art. 5, comma 1, lett. b, c, d del d.l. n. 34/2019).

Con il Decreto Crescita, il legislatore è intervenuto per semplificare i requisiti soggettivi di accesso, richiedendo che l’opzione per tale regime spetti ai lavoratori che (a) trasferiscono la residenza in Italia, purché (b) non siano stati ivi residenti nei due periodi precedenti, (c) si impegnino a rimanere in Italia per almeno due annualità e (d) ricorra la prevalenza dell’attività lavorativa nel territorio italiano (cfr. Quartana C.  – Tizzanini G., Il nuovo volto del regime degli impatriati: dalle “aperture” dell’Amministrazione finanziaria al “Decreto Crescita”, in Fiscalità e Commercio Internazionale, 5, 2019, pag. 28).

Il beneficio trova applicazione anche ai cittadini dell’Unione europea o di uno Stato extra UE (con il quale risulti in vigore una Convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale), i quali i) siano in possesso di un titolo di laurea e abbiano svolto «continuativamente» un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, oppure ii) abbiano svolto «continuativamente» un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una «specializzazione post lauream». Sul punto, l’Agenzia aveva chiarito che in relazione all’attività di studio (con conseguimento della laurea o di altro titolo post lauream), il periodo di permanenza all’estero può essere calcolato in base all’anno accademico, con la conseguenza che un corso di studi di durata biennale integrerebbe tale requisito (cfr. circ. 23 maggio 2017 n. 17/E).

L’agevolazione spetta per cinque annualità, prorogabili per un ulteriore quinquennio per i lavoratori che abbiano figli minori (in specie, con riduzione del reddito al 50% o al 10%, a seconda della circostanza che la prole consti di almeno uno o di almeno tre componenti) o, alternativamente, in caso di acquisto del diritto di proprietà di un immobile in Italia (art. 16, comma 3-bis del d.lgs. n. 147/2015, come introdotto dall’art. 5, comma 1, lett. c, del d.l. n. 34/2019).

Le modifiche introdotte con il Decreto Crescita e, successivamente, dal d.l. 124/2019 (c.d. “Decreto Fiscale”) hanno dato luogo ad una diversa declinazione temporale del beneficio a seconda del periodo di trasferimento della residenza in Italia (cfr. art. 5, comma 2, d.l. n. 34/2019, dipoi modificato dall’art. 13-ter del d.l. 124/2019). E difatti:

  1. se il rientro in Italia è avvenuto nel 2020 (cioè per coloro che si sono trasferiti a partire dal 3 luglio 2019), trova applicazione la nuova disciplina (con riduzione al 30% o, se ricorrono le ulteriori condizioni, al 10% ed con eventuale proroga quinquennale in presenza delle condizioni previste dall’art. 16, comma 3-bis del d.lgs. n. 147/2015);
  2. per coloro che abbiano fatto ritorno in Italia entro il 31 dicembre 2019, ma nel periodo compreso fra l’entrata in vigore del Decreto Crescita, ossia fra il 30 aprile e il 2 luglio 2019 (data in cui maturano i 183 giorni necessari ai fini della residenza fiscale per l’annualità 2019 ai sensi dell’art. 2 del TUIR), il beneficio si applica secondo il concorso del 50% del reddito (ossia secondo la disciplina vigente alla data del 31 dicembre 2018). Il limite di esenzione, dipoi, è stato aumentato al 70% anche per costoro (cfr. art. 13-ter del d.l. 124/2019, c.d. “Decreto Fiscale”), ma a condizione che sia emanato un decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze avente ad oggetto i criteri per richiedere l’accesso alle risorse del “Fondo controesodo” e fino ad esaurimento delle stesse. Sicché, fino all’emanazione di tale decreto, i contribuenti interessati dovrebbero beneficiare dell’agevolazione nella minore misura del 50% (v. 28 dicembre 2020, n. 33/E; MEF, parere 9 ottobre 2020, prot. 324497) e senza possibilità di avere la proroga al quinquennio successivo al primo. Tuttavia, come è stato reso noto dal Governo in sede di interrogazione parlamentare, il decreto risulta di difficile attuazione sotto un duplice profilo: anzitutto, l’agevolazione – consistendo sostanzialmente in una forma di deduzione – non si presta alla predeterminazione di un tetto di spesa suscettibile di dar luogo ad una eventuale procedura di assegnazione selettiva; in secondo luogo, si rende difficile anche determinare il costo relativo all’agevolazione fiscale del secondo quinquennio, proprio perché – essendo subordinato alla presenza di figli o dell’acquisto in Italia di un’unità immobiliare residenziale da parte del contribuente – si tratta di un costo solo eventuale (cfr. interrogazione parlamentare del 28.07.2020, n. 5-04375).

Un ulteriore profilo di complessità deriva dalla recente legge di bilancio per l’anno 2021 (l. n. 178/2020): e invero, il comma 50 dell’art. 1 (inserendo il comma 2-bis all’art. 5 del d.l. n. 34/2019) consente di accedere alla proroga quinquennale del regime agevolato a coloro che abbiano trasferito la residenza in Italia prima dell’anno 2020 e risultino iscritti all’AIRE, purché assolvano al versamento di un importo pari al 10% o al 5% dei redditi agevolati (a seconda del numero di figli minori o a fronte dell’acquisto della proprietà di un immobile in Italia). Sulle modalità applicative dell’opzione si rinvia ad un Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Tuttavia, la novella de qua appare di difficile coordinamento con quelle di diritto intertemporale già esistente. E difatti, l’ambito soggettivo della disciplina in esame concerne i soggetti «diversi da quelli indicati al comma 2 dell’articolo 5» del d.l. n. 34/2019, ossia coloro che non hanno trasferito la residenza in Italia dal 30 aprile 2019 al 2 luglio 2019 e a cui spettano le agevolazioni fiscali (riduzione del 70% nel primo quinquennio e, alle condizioni previste, del 50% nel secondo quinquennio) a decorrere dall’anno 2019. Sul punto, secondo il dossier del 28 dicembre 2020 (A.S. 2054/2020, volume I, Sezione I, articolo 1, commi 1-402), i destinatari della norma dunque sembrerebbero essere i soggetti che si sono trasferiti in Italia dopo il 2 luglio 2019 e prima del 1°gennaio 2020. Ma se fosse così, si dovrebbe ritenere che trattasi di contribuenti che avrebbero trasferito la propria residenza a partire dal 2020, non potendo conseguire il periodo minimo di permanenza (ossia almeno 183 giorni) per ottenere la residenza fiscale ai sensi dell’art. 2 del TUIR nell’anno 2019. Tuttavia, per costoro non si pone il problema dell’emanazione del decreto concernente l’accesso alle risorse del “Fondo controesodo”, atteso che per i soggetti rientrati dal periodo di imposta 2020, il regime agevolato è operativo indipendentemente dall’emanazione del ridetto decreto (così espressamente la circ. 28.12.2020, n. 33/E, p. 13).

Probabilmente l’iniziativa parlamentare è tesa a creare uno strumento alternativo rispetto all’emanazione del decreto ministeriale collegato all’istituzione del “Fondo Controesodo” proprio per consentire il prolungamento quinquennale del beneficio fiscale per coloro che già prima del 2020 fossero in possesso dei requisiti dell’art. 16 del d.lgs. n. 147/2015 e avessero l’iscrizione all’AIRE. In tal senso, deporrebbe la circostanza che l’emendamento alla legge di bilancio proviene dallo stesso firmatario che ha promosso l’interrogazione parlamentare n. 5-04375, là dove si lamentava la situazione di stallo derivante dalla mancata emanazione del decreto attutivo.

3. Nel medesimo Decreto Crescita, un’importante modifica ha riguardato anche la disciplina intertemporale concernente coloro che – per negligenza oppure per ignorantia legis – pur trovandosi all’estero per lavoro o per studio (nel biennio antecedente al trasferimento in Italia) avevano omesso o tardato di richiedere la cancellazione dal registro dell’Anagrafe della popolazione residente (c.d. A.P.R.) e l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (c.d. AIRE).

E difatti, come anticipato fugacemente, ai fini dell’individuazione della residenza, trova applicazione l’articolo 2 del TUIR, a mente del quale sono fiscalmente residenti in Italia le persone fisiche che, per almeno 183 giorni (o 184 giorni in caso di anno bisestile), sono iscritte nell’anagrafe nazionale della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile (in dottrina v. Arginelli P. – Cuzzolaro A., Osservazioni critiche in merito alla sussistenza di una presunzione assoluta di residenza fiscale degli iscritti nelle anagrafi della popolazione residente, in Riv. dir. trib., 1, 2019, 8. Più in generale sul trasferimento della residenza, cfr. Fantozzi A., Il diritto tributario, Torino, 2004, 793 ss.; Falsitta G., Manuale di diritto tributario, Padova, 2000, 54 ss.; Melis G., Trasferimento della residenza fiscale e imposizione sui redditi, Milano, 2009, 116; Marino G., La residenza nel diritto tributario, Milano, 1999, 29).

E invero, coloro che stabiliscono la propria dimora abituale all’estero sono tenuti all’iscrizione all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (c.d. “AIRE”, istituita ad opera della l. n. 470/1988). Più nel dettaglio, il cittadino italiano che vuole trasferire la propria residenza all’estero per un periodo superiore a dodici mesi può dichiarare tale trasferimento direttamente al Consolato del Paese di emigrazione, oppure, prima di espatriare, può rendere tale dichiarazione al Comune italiano di residenza. Sotto questo profilo, gli effetti della dichiarazione resa all’ufficio consolare hanno decorrenza dalla data di presentazione della stessa, ove non sia stata già resa la dichiarazione di trasferimento di residenza all’estero presso il Comune di ultima residenza secondo la vigente legislazione anagrafica (cfr. l’art. 6, comma 9-bis della l. n. 470/1988, A.d.E. risposta 25 giugno 2019, n. 204; A.d.E., circ. 28 dicembre 2020, n. 33/E).

Ciò posto, il Decreto crescita ha avuto il merito di precisare che il mancato assolvimento dell’obbligo di iscrizione all’AIRE non risulta ostativo al beneficio in presenza delle altre condizioni surricordate, ove il contribuente possa superare il dato formale (l’omessa iscrizione all’AIRE o l’iscrizione per un lasso di tempo inferiore a quello previsto dalla disciplina agevolativa) in base agli elementi sostanziali riconosciuti dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni ai fini della sussistenza della residenza all’estero.

Secondo la recente circolare 28 dicembre 2020, n. 33/E, si ritiene che la sanatoria possa applicarsi anche ai contribuenti che hanno trasferito la residenza fiscale in Italia entro il periodo di imposta 2019, ancorché la disposizioni delimiti testualmente la propria sfera di operatività con riguardo ai soggetti che trasferiscono la residenza a partire dal 2020. E difatti, in tal senso depone la circostanza che (ai sensi del comma 5-ter, secondo periodo dell’art. 16 del d.lgs. n. 147/2015) si faccia riferimento anche a coloro che, pur non essendo iscritti all’AIRE, sono «rientrati in Italia entro il 31 dicembre 2019» e siano in grado di dimostrare la sussistenza degli elementi sostanziali richiesti ai fini della residenza all’estero, secondo quanto previsto da una Convenzione contro le doppie imposizioni. In tal caso, l’agevolazione trova applicazione «nel testo vigente al 31 dicembre 2018» in relazione ai periodi d’imposta per i quali siano stati notificati atti impositivi (non definitivi) nonché per i periodi d’imposta suscettibili di accertamento.

In quest’ultimo caso, una differenza significativa parrebbe sussistere in ordine alla durata della residenza all’estero a seconda che il trasferimento sia avvenuto ante o post 30 aprile 2019: nella prima ipotesi si dovrebbe dimostrare su base convenzionale la residenza all’estero nei 5 periodi di imposta precedenti al rimpatrio; nel secondo caso (e cioè per i soggetti di cui all’articolo 16 cit. nella versione in vigore dal 1° maggio 2019), sarebbe sufficiente la prova del possesso della residenza estera che sia pari almeno a due periodi di imposta (in tal senso, sembrerebbe potersi leggere la A.d.E., circ. 28 dicembre 2020, n. 33/E, p. 20).

E difatti, ai sensi dell’art. 5, comma 2 del Decreto Crescita, le disposizioni che integrano o modificano il regime degli impatriati (cioè quelle di cui al comma 1, lettere a), b), c) e d) dell’art. 5 del Decreto Crescita e nel cui novero rientra anche la norma sulla “sanatoria AIRE”) «si applicano, a partire dal periodo d’imposta in corso [cioè dall’anno 2019], ai soggetti che a decorrere dal 30 aprile 2019 trasferiscono la residenza in Italia ai sensi dell’articolo 2 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e risultano beneficiari del regime previsto dall’articolo 16 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 147».

4. Tanto rammentato in generale, con la risposta ad interpello 6 novembre 2020, n. 533, l’Agenzia delle Entrate ha fornito dei chiarimenti in relazione agli effetti dell’introduzione della sanatoria rispetto ai presupposti applicativi della norma di agevolazione. Più nel dettaglio, il quesito sollevato dal contribuente appuntavasi sull’ipotizzata circostanza che la c.d. “sanatoria AIRE” potesse aver rimosso il presupposto della residenza biennale all’estero per gli studenti che avessero frequentato un corso post lauream per due anni accademici fuori dal territorio italiano. Nella fattispecie concreta posta all’attenzione dell’Amministrazione finanziaria, il contribuente era recatosi all’estero per lo svolgimento di un Master in Business and Administration (MBA) nel corso degli anni 2016 e 2017 ed era rientrato in Italia nel settembre 2017, senza tuttavia integrare i requisiti ai fini della residenza all’estero.

A tale dubbio, l’Agenzia ha rigettato la soluzione prospettata dal contribuente, applicando l’art. 16 del d.lgs. n. 147/2015 nella formulazione vigente al 30 aprile 2019, proprio in ragione dell’art. 5, comma 2 del Decreto Crescita che, come si è detto, limita l’applicabilità delle novità introdotte nel regime degli impatriati a coloro che abbiano trasferito la residenza in Italia dal 30 aprile 2019.

Ciò posto, si considera la circostanza che l’art. 16, comma 2 – nella parte in cui fa riferimento a coloro che hanno svolto continuativamente attività di studio nei precedenti 24 mesi conseguendo una laurea o una specializzazione post laurea – non menzioni affatto la necessità che il contribuente/studente debba integrare un periodo di residenza estera. Sul punto, tuttavia, l’Agenzia sembra andare oltre al mero dato letterale, ritenendo di dover estendere il requisito della residenza estera già previsto per i lavoratori (cfr. il primo periodo del comma 2 dell’art. 16 del d.lgs. n. 147/2015) per i quali è richiesto un periodo minimo di lavoro all’estero di due anni.

Secondo il ragionamento seguito dall’Agenzia, posto che lo svolgimento dell’attività deve essere di almeno 24 mesi, si ritiene che la residenza all’estero per due periodi di imposta costituisca il periodo minimo sufficiente ad integrare il requisito della non residenza nel territorio dello Stato, permettendo quindi l’accesso al regime agevolativo (conclusione, dipoi e da ultimo ribadita anche dalla circ. 28 dicembre 2020, n. 33/E.

Quanto invece alla “sanatoria AIRE” (di cui al comma 5-ter dell’art. 16 del d.lgs. n. 147/2015 nella versione vigente per coloro che abbiano trasferito la residenza dal 30 aprile 2019), l’Agenzia esclude che tale norma possa avere l’effetto di incidere sui presupposti applicativi dell’agevolazione e, segnatamente, sul possesso del requisito di residenza all’estero, il quale vale indistintamente per i soggetti di cui al comma 2 dell’art. 16 cit. per i lavoratori e per gli studenti, consentendo di dar prova del possesso della requisito alla stregua di una convezione contro le doppie imposizione, pur in difetto dell’iscrizione all’AIRE.

Tale posizione, dipoi, è stata confermata anche dalla circolare 28 dicembre 2020, n. 33/E (v. circ. cit., p. 20).

5. La soluzione offerta dall’Amministrazione finanziaria appare parzialmente condivisibile.

E invero, è corretto escludere che la sanatoria possa aver avuto l’effetto di rimuovere il requisito del possesso della residenza, avendo piuttosto una duplice funzione: (i) una di riordino degli elementi coessenziali ai fini della fattispecie agevolativa in base al rapporto fra fonti nazionali e convenzionali, per ciò che il comma 5-ter priva di rilevanza il dato formale (i.e. l’omessa o la tardiva iscrizione all’AIRE da parte del contribuente trasferitosi all’estero), essendo possibile dar prova della sussistenza del requisito sostanziale (residenza all’estero) sulla base di quanto previsto dalla Convenzione contro le doppie imposizioni; (ii) la seconda funzione è di carattere “procedimentale”, in quanto – per ragioni di tutela di certezza nei rapporti giuridici fra i contribuenti e l’Erario – si esclude l’efficacia degli atti notificati (sub iudice o, comunque, non definitivi) e si preclude il confezionamento di nuovi in relazione a coloro che risultino residenti all’estero in base alla disciplina pattizia.

Ciò posto, la risposta dell’Agenzia si occupa della sanatoria anche con riguardo ad un contribuente trasferitosi in Italia anteriormente al 30 aprile 2019. Probabilmente la questione non si sarebbe dovuta nemmeno porre alla stregua della norma intertemporale dell’art. 5, comma 2 del Decreto Crescita, là dove si prevede l’applicabilità del comma 5-ter dell’art. 16 solo a coloro che abbiano trasferito la residenza in Italia dal 30 aprile 2019.

Ad ogni modo, pur dovendosi condividere la circostanza che la novella non abbia inciso sui presupposti applicativi dell’agevolazione, non è dato sottacere le criticità del ragionamento in relazione all’esatta individuazione dei requisiti per gli “studenti/specializzati” all’estero.

E invero, già sotto un profilo letterale, il comma 1 dell’art. 16 cit. riferisce il requisito della residenza all’estero (di durata biennale) esclusivamente alla categoria soggettiva dei lavoratori e non anche con riferimento agli studenti (come del resto, viene altresì confermato dalla stessa Agenzia nella risposta ad interpello).

Il comma 2 dell’art. 16 cit. rinvia al primo comma solo in relazione al «criterio di determinazione del reddito» e non già ai presupposti (fra cui, la residenza all’estero), richiedendo in relazione alla categoria soggettiva degli “studenti” di aver svolto «continuativamente un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi ventiquattro mesi o più, conseguendo un diploma di laurea o una specializzazione post lauream». Ciò quindi sarebbe coerente con la frequentazione di un corso universitario nell’anno accademico, ancorché il contribuente non abbia avuto i requisiti ai fini della sussistenza della residenza all’estero.

Oltre al dato letterale, l’esclusione del requisito della residenza rispetto agli studenti può derivare dalla valorizzazione della mera attività formativa svolta all’estero nel periodo minimo di ventiquattro mesi, prescidendo dall’accertamento dell’ulteriore requisito della residenza. Se questa è la ratio, allora si potrebbe riconoscere una ragionevole differenziazione fra le categorie soggettive interessate dall’agevolazione de qua, in quanto la categoria degli studenti potrebbe apparire meritevole di maggiore tutela rispetto ai lavoratori (per i quali si richiede anche la residenza all’estero), tenuto conto della situazione di maggior disagio di chi studia all’estero con profitto, magari essendo privi di una stabile autonomia finanziaria.

Una ponderazione siffatta delle circostanze e dei limiti della scelta legislativa dovrebbe, quindi, mettere in discussione la soluzione prospettata dall’Agenzia (nella risposta ad interpello e nella recente circolare) che poggia sulla circostanza che il periodo di svolgimento all’estero dell’attività (i.e. 24 mesi) equivarrebbe sic et simpliciter all’estensione del requisito della residenza.

Si pensi al caso della normativa statunitense. Lo studente – avendo svolto i ventiquattro mesi di attività di studio negli USA – supererebbe il “substantial presence test”, ma potrebbe aver richiesto l’applicazione dell’esenzione prevista dall’Internal Revenue Code (section 7701[b][5][D] ed [E]) e dal Treasury Regulation (§ 301.7701[b]-3[b][7][iii]) per mantenere lo status di non residente ai fini fiscali (ove lo studente dichiari di non voler risiedere permanentemente negli USA, rispetti la normativa sull’immigrazione, non abbia intrapreso alcuna iniziativa per diventare permanent resident, soddisfi i requisiti di closer connection con lo Stato straniero in presenza di talune circostanze significative, quali l’esistenza all’estero della famiglia o di proprietà o della permanent home o di organizzazioni di cui il soggetto è membro ecc.).

Tuttavia, i dubbi possono dissolversi se si considera che il comma 3 dell’art. 16 cit. individua l’applicazione del regime agevolato «a decorrere dal periodo di imposta in cui è avvenuto il trasferimento della residenza nel territorio dello Stato ai sensi dell’art. 2 del TUIR». Tale dato appare dirimente ai fini dell’individuazione del presupposto. Se è vero che tutte le categorie soggettive annoverate dall’art. 16 in esame (quindi, sia i lavoratori che gli studenti) beneficiano dell’agevolazione dal momento in cui trasferiscono la residenza in Italia, ciò dovrebbe logicamente far ritenere esistente il requisito della residenza all’estero di colui che chiede l’accesso al regime agevolato.

6. Alla luce della disamina della complessa normativa che ci occupa, non si può che accogliere favorevolmente la scelta del legislatore di incentivare il rimpatrio in Italia da parte di lavoratori o di studenti dall’estero e ciò non solo nella prospettiva di rendere maggiormente attrattivo il ritorno di coloro che sono emigrati per ragioni di lavoro o di formazione accademica, ma anche per fare tesoro del know how di cui essi sono portatori. Tuttavia, se le intenzioni sono apprezzabili, la stratificazione di interventi legislativi ha dato luogo ad un elevato grado di caoticità e i dubbi interpretativi rimangono molteplici. Sul punto e come visto, la sanatoria AIRE ha risolto solo parzialmente alcuni aspetti, ma ha posto nuovi dubbi.

Pertanto, in una prospettiva de iure condendo, sarebbe auspicabile un ponderato riordino della materia, semplificando in particolare i requisiti di accesso per gli studenti e, segnatamente, specificando l’operatività dell’agevolazione in casi di svolgimento dei due anni accademici all’estero, ancorché non sia conseguita la residenza dello Stato straniero. Tuttavia, non sembra essere orientata in questa direzione la recente novella dell’art. 1, comma 50 della legge di bilancio che sarà foriera di ulterori problemi esegetici di coordinamento.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Arginelli P. – Cuzzolaro A., Osservazioni critiche in merito alla sussistenza di una presunzione assoluta di residenza fiscale degli iscritti nelle anagrafi della popolazione residente, in Riv. dir. trib., 1, 2019, 8

Falsitta G Manuale di diritto tributario, Padova, 2000, 54 ss.

Fantozzi A.,Il diritto tributario, Torino, 2004, 793 ss.

Lucas R.E, On the mechanism of economic development, in Journal of Monetary Economics, 1988, 22, 1, 3-42

Marino G., La residenza nel diritto tributario, Milano, 1999

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Romer P.M., Increasing returns and long run growth, in Journal of Political Economy, 1986, 94, 5, 1002-1037

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