Vincolo di compensazione urbanistica e tassabilità dell’area ai fini ICI: osservazioni a margine di una recente sentenza delle SS.UU. rilevante anche per l’IMU.

Di Angelo Contrino -

(commento a Cass., SS. UU., 28 ottobre 2020, n. 23902)

 

 

Abstract

Il saggio analizza il percorso giuridico seguito dai giudici di legittimità, nel massimo Consesso, per giungere all’enunciazione del condivisibile principio, con attitudine espansiva all’attuale IMU, secondo cui un’area prima edificabile e poi assoggettata a vincolo di inedificabilità assoluta non è percuotibile ai fini ICI neppure ove inserita in un programma attributivo di un diritto edificatorio compensativo. Infatti, non essendo il diritto edificatorio compensativo collegato all’area né come sotto il profilo qualitativo, né sotto il profilo della trasferibilità, esso non può essere considerato come un diritto reale.

Urban planning instruments and real estate taxation: thoughts on a recent judgement of the Supreme Court’s Joined Chambers. – The article highlights the reasoning that led the Supreme Court to state the following principle of law: an area once buildable and then declared by the Public Administration as a non-building area shall not be taxed for ICI purposes, insofar as it is included in an urban planning program that attributes to the owner a compensatory building right. Indeed, since this right is neither linked to the area nor an intrinsic quality of it and is transferable separately, it cannot be considered as a property right. 

 

Sommario: 1. Il problema dell’imponibilità ai fini ICI di un’area in origine edificabile, secondo il PRG, e poi sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta e a compensazione urbanistica. – 2. La soluzione delle SS.UU. nel senso dell’inapplicabilità del tributo e il percorso logico-giuridico seguito, incentrato sul rapporto tra privato contribuente e il diritto compensativo. – 3. Profili di tipicità degli strumenti di perequazione urbanistica e, nel caso della compensazione, il distacco definitivo dal suolo della cubutura quale elemento determinante l’inidoneità a integrare una delle fattispecie costituenti presupposto oggettivo dell’ICI. – 4. Ulteriori argomentazioni fondate su una lettura combinata dell’art. 1 e dell’art. 3 del d.lgs. n. 504/92, che consente di valorizzare il difetto di collegamento tra il privato e la situzione giuridica qualificata rispetto al bene, a prescindere dalla sua natura. – 5. (Segue). A prescindere dalla fase in cui versa il procedimento amministrativo e dalla natura del diritto spettante, l’ex-proprietario non può essere considerato soggetto passivo del tributo, non avendo quella disponibilità effettiva e materiale del bene che gli consente di godere delle relative utilità. – 6. Una soluzione opposta a quella rassegnata dalle SS.UU. avrebbe determinato la sussunzione nella sfera oggettiva del tributo di una fattispecie concreta estranea a quelle tipizzate dal legislatore, con un approccio di stampo sostanzialistico-economico che inaccettabilmente sottende la diretta applicabilità dell’art. 53 Cost.

1. La sentenza che si commenta, ove le Sezioni Unite della Cassazione hanno scrutinato la questione della tassabilità a fini ICI di un’area assoggettata a un vincolo di compensazione urbanistica, è molto interessante per la compresenza e l’intreccio di molteplici istituti che trasversalmente coinvolgono il diritto tributario, il diritto amministrativo e il diritto privato. Per ovvie ragioni di spazio non è possibile una trattazione compiuta delle varie questioni emergenti nello sviluppo argomentativo della sentenza: si procederà, per ciò, a tratteggiare i profili essenziali degli strumenti urbanistici perequativi e la natura delle posizioni soggettive coinvolte nell’inedificabilità dell’area, concentrando le osservazioni di dettaglio sui presupposti oggettivi e soggettivi del tributo.

Il caso esaminato è, in sintesi, il seguente: un’area privata, originariamente edificabile secondo il PRG, viene dapprima sottoposta con legge regionale a vincolo di inedificabilità assoluta e poi inserita in un programma di compensazione urbanistica; nelle more dell’individuazione e dell’assegnazione del fondo di fruizione compensativa della volumetria nell’ambito di quelle di atterraggio, il contribuente riceve un avviso di accertamento recante la pretesa di applicare l’ICI all’area, con relativi interessi e sanzioni, che innesca il contenzioso approdato innanzi, prima, alla Sezione Semplice e, poi, alle Sezioni Unite della Suprema Corte.

I giudici rimettenti si sono chiesti se, come nel caso della perequazione, anche in questo  i presupposti dell’ICI possano ritenersi soddisfatti in ragione del recupero della mera potenzialità edificatoria dell’area su altre e, dunque, a prescindere dall’effettiva localizzazione dei diritti edificatori.

Sul tema non vi sono precedenti giurisprudenziali. E non è, inoltre, individuabile una soluzione esegetica univoca sia sull’incidenza ai fini tributari del vincolo urbanistico di pianificazione comunale su di un’area (contrapponendosi, da un lato, l’orientamento secondo cui esso non sarebbe tale da escludere l’oggettivo carattere edificabile ex art. 2, d.lgs. 504/1992, ma assumerebbe rilevanza solo per la determinazione del valore venale dell’immobile; e, dall’altro, quello secondo cui il vincolo urbanistico sarebbe idoneo a impedire a qualunque soggetto sia privato che pubblico qualsiasi trasformazione del suolo riconducibile alla nozione tecnica di edificazione), sia sulla natura obbligatoria o reale dei diritti edificatori compensativbi conseguenti dal predetto vincolo.

L’interrogativo è centrato, ma solo casualmente, in quanto – come emerge dalla lettura dell’ordinanza di rimessione – l’impianto ricostruttivo offerto non poneva al centro dell’indagine il tributo in sé considerato, ma si sviluppava su questioni che, pur se strettamente connesse, non sono in realtà dirimenti ai fini della sua applicabilità, col rischio, se la fattispecie fosse stata decisa seguendo tale impianto, di una pronuncia “fuori fuoco” rispetto al profilo tributario della questione.

2. Investite del problema, le Sezioni Unite hanno rassegnato una soluzione condivisibile, che è stata nel senso dell’inapplicabilità dell’ICI al suolo sottoposto a vincolo urbanistico, la quale è accompagnata da un altrettanto condivisibile – ancorché complesso – percorso logico-argomentativo, che merita di essere riassunto e fissato nei suoi snodi fondamentali.

Per negare l’imponibilità i giudici, dapprima, hanno effettuato un compiuto vaglio delle caratteristiche, delle funzioni e delle finalità dei diversi strumenti urbanistici di natura consensuale e concordata (quali nuove modalità di negoziazione dei diritti edificatori) e, poi, si sono soffermati su due aspetti complementari per la risoluzione della problematica: la natura del diritto edificatorio sorto a seguito dell’apposizione del vincolo e i presupposti di applicazione del tributo.

Quanto al primo, è stato osservato che – lungi dal poter essere ricondotto nel catalogo dei diritti reali tipici (non presentando né il carattere di realità né di immediatezza a causa dell’incontrovertibile distacco dal fondo di origine) e all’interno delle obbligazioni propter rem (essendo queste rapporti innominati nascenti per contratto solo nei casi e con il contenuto espressamente previsto dalla legge) – il diritto compensativo vantato dal contribuente nei riguardi dell’Amministrazione assume una propria ambulatorietà e utilità giuridico-economica da qualificare come “indennità ripristinatoria – in moneta urbanistica – di un patrimonio inciso, che il proprietario può valorizzare sul mercato indipendentemente dal suolo generatore”.

Quanto al secondo aspetto, le peculiarità del caso esaminato hanno indotto le SS.UU. a tralasciare la tradizionale (e sempre valida) distinzione concettuale tra edificabilità in senso tributario ed edificabilità in senso urbanistico, cui faceva riferimento la Sezione Semplice, conferendo rilevanza, per la risoluzione della questione, non al momento in cui un’area interessata possa considersi edificabile, né all’edificabilità in sé, ma all’integrazione o meno del presupposto del tributo, nel caso di specie ritenuta insussistente.

Chiosano, infatti, le SS.UU. che, pur essendo indubbio che “il diritto di edificare altrove, proprio in quanto utilità patrimoniale economicamente apprezzabile, costituisca in effetti un indice di ricchezza e, in definitiva, una manifestazione di capacità contributiva, che può tenere luogo dell’edificabilità soppressa”, è parimenti vero che “la sola espressione di ricchezza e la sola capacità di contributiva – colte in natura – non possono bastare, evidentemente a legittimare il prelievo”, poiché, diversamente opinando, “si verrebbe a creare in via interpretativa – e con riguardo ad un’imposta patrimoniale ‘speciale’, in quanto strutturata sul possesso di certi beni soltanto – una fattispecie impositiva altra rispetto a quella concepita dal legislatore”, in particolare estesa a un bene diverso da quelli apertis verbis considerati, in ispecie, fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli (su questo argomento, la cui importanza travalica i confini del caso esaminato, ci si soffermerà alla fine).

3. Le questioni di puro di diritto amministrativo implicate dal caso concreto e sottese alla soluzione appena sintetizzata sono molteplici e complesse, in quanto i temi della pianificazione territoriale e urbanistica, delle previsioni vincolistiche e del mercato dei nuovi diritti edificatori sono stati resi esasperatamente tecnici, disomogenei e frammetari da ripetuti interventi normativi statali, regionali e locali, soprattutto a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione.

Si è assistito, in particolare, al progressivo superamento dei tradizionali modelli di cui alla legge n. 1150/1942 (in primis quello della zonizzazione, che, oltre a creare significative discriminazioni tra proprietari di aree edificabili e proprietari di aree destinate a essere espropriate, incideva irrimediabilmente e negativamente sul destino del territorio rendendolo inidoneo all’edificabilità e privandolo di ogni valore economico) e all’ingresso di nuovi sistemi e strumenti di pianificazione urbanistica distributiva ispirati a parametri di uguaglianza sostanziale e di equa ripartizione, a criteri di bilanciamento tra utilità pubblica e utilità dei singoli cittadini o meramente finalizzati a individuare una forma di remunerazione alternativa a quella pecuniaria. Da qui, le nuove metodiche della perequazione, della compensazione e della incentivazione, le quali, per quanto presentino punti di contatto, restano comunque differenti per ratio, finalità ed effetti.

La fattispecie vagliata dalle Sezioni Unite ne è la prova.

La perequazione e la compensazione, se rientrano nel genus delle convenzioni urbanistiche “contrattate” e/o “consensuali” e sono entrambe improntate al rispetto della regola del “mezzo più mite”, presentano profili di tipicità che rendono le due figure non equiparabili.

E infatti, mentre la prima consente al proprietario di un fondo di scegliere se aderire o meno alla soluzione pianificatoria prospettata dall’Amministrazione procedente, e di poter valutare liberamente la convenienza o meno dell’operazione sotto il duplice profilo dei vantaggi ritraibili dalla trasformazione dell’area di destinazione (già fissata in sede pianificatoria, contigua, omogenea e avente un’attitudine edificatoria pari a quella dell’area originaria) e degli oneri scaturenti dalla cessione del fondo di origine, la seconda è un vincolo ablatorio alternativo e più conveniente rispetto all’espropriazione, consentendo ai Comuni la sottrazione delle aree soggette a vincolo urbanistico senza l’indennizzo monetario e gli ulteriori costi connessi ai frequenti contenziosi instaurati per la determinazione del quantum.

A fronte di previsioni pianificatorie compensative, la libertà del privato è limitata alla possibilità di accettarle o meno, con la conseguenza che: (i) se cede volontariamente l’area, egli avrà il diritto a un “credito edilizio” (detto anche volumetrico o compensativo), consistente in una cubatura fruibile in altra area edificabile (pubblica o privata, non necessariamente contigua e omogenea, e di successiva individuazione); (ii) se rifiuta, riceverà un indennizzo pecuniario di ammontare analogo a quello che avrebbe ricevuto in caso di espropriazione, ma tendenzialmente inferiore rispetto al valore del credito edilizio.

Ma le differenze non finiscono qui. Anche il procedimento di formazione tra la perequazione e la compensazione non è, infatti, lo stesso. Basti pensare che nel modello perequativo l’individuazione del comparto da attribuire avviene in sede di contrattazione tra pubblico e privato; nel modello compensativo, invece, come evidenzia anche la sentenza in esame, il percorso di perfezionamento della fattispecie avviene a posteriori, con un procedimento progressivo e incerto nei tempi, tanto che le fasi “di volo” e “di atterraggio” del diritto possono durare anche molti anni (a differenza dei vincoli d’esproprio che hanno durata quinquennale).

A fronte di ciò, la circolazione del diritto compensativo resta impregiudicata, ma non è chiaro il momento esatto in cui si realizzi il trasferimento (se in sede di accordo o a seguito della sua esecuzione e, dunque, con l’individuazione dell’area di atterraggio), né la sua natura giuridica (secondo alcuni, si tratterebbe di un diritto reale di godimento; secondo altri, invece, di un diritto di credito; per altri ancora di una chance legata a un interesse legittimo pretensivo; non mancano, infine, coloro che lo collocano tra i beni giuridici di cui all’art. 810 c.c.) rispetto alla quale la Corte si è espressamente riservata di affrontarla in occasione della disamina di una fattispecie analoga alla presente e di prossima decisione.

E’, invece, certo il distacco definitivo dal suolo – reso, peraltro, ancora più evidente dalla mancata conclusione del procedimento amministrativo di assegnazione di altra area – e la sua conseguente inidoneità a costituire il presupposto dell’ICI, a differenza di quanto di norma accade nel caso della perequazione urbanistica. Donde la correttezza della soluzione finale raggiunta dalle SS.UU.

4. Il percorso ermeneutico della sentenza, incentrato sull’estraneità del diritto compensativo alle categorie obiettivamente assoggettabili ad ICI, può essere arricchito di ulteriori argomentazioni fondate su una lettura combinata dell’art. 1 e dell’art. 3 del d.lgs. n. 504/92, che consente di valorizzare il difetto di collegamento tra il privato e la situzione giuridica qualificata rispetto al bene, a prescindere dalla sua natura.

Secondo l’impostazione tradizionale, il soggetto passivo del tributo va individuato in colui che ha la titolarità di una delle situazioni giuridiche soggettive reali (proprietà, superficie, enfiteusi, usufrutto, uso, abitazione) e non (locazione finanziaria) di cui all’art. 3 del d.lgs. n. 504/92.

In molte ipotesi è, peraltro, controverso se il contribuente sia ancora il proprietario effettivo dell’area assoggettata al vincolo di compensazione urbanistica, stante la mancata conclusione del procedimento amministrativo, che – come già detto – è a formazione progressiva, escludendo il caso particolare in cui il terreno di decollo dovesse essere semplicemente vincolato all’inedificazione.

Due sono le ipotesi che possono prospettasi: (i) il trasferimento della proprietà avviene al momento successivo dell’individuazione dell’area di atterraggio; (ii) il trasferimento della proprietà avviene immediatamente con l’accordo di programma urbanistico tra il privato-contribuente e l’Amministrazione.

La prima soluzione sembra la meno plausibile. E infatti, lo strumento compensativo si pone quale alternativa all’esproprio e, come questo, costituisce un vincolo ablativo che sorge al momento dell’adozione del provvedimento finale, nella specie la stipula dell’accordo, il quale, al pari del decreto di esproprio, determina il trasferimento della titolartà del diritto reale a favore della P.A., sia la cessazione di ogni obbligo impositivo. Se si ragiona sul piano degli effetti dell’accordo, la titolarità reale dell’area deve pertanto ritenersi trasferita all’Amministrazione procedente al momento della conclusione dell’accordo medesimo.

La seconda soluzione, che è conseguentemente preferibile, pone due opzioni: (i) la prima è che l’attribuzione del diritto in volo sia di natura reale, recte incorpori figurativamente il titolo reale destinato ad atterrare su un’area non ancora individuata; (ii) la seconda è che, a fronte della cessione dell’area, il privato non sia più titolare del diritto di proprietà, ma di altro diritto.

Tra le due, appare preferibile la seconda opzione, verso cui è orientata anche la sentenza in esame laddove afferma che il diritto compensativo avrebbe natura indennitaria, e non invece reale. In ragione di cio, non soltanto non sarebbe possibile incasellare il diritto compensativo in una delle categorie di cui all’art. 2 del d.lgs. n. 504/92 (così come hanno concluso le SS.UU.), ma sarebbe anche difficile attribuirvi un valore economico (o, per meglio dire, il valore venale in comune commercio), giacché, ammesso che l’abbia ancora, dovrebbe essere rideterminato rispetto a quello originario in ragione dei vincoli urbanistici apposti.

Tanto illustrato, e precisato che l’art. 3 è norma di completamento e specificazione dell’art. 1 del decreto ICI, risulta necessario compiere un passo in avanti nel senso della valorizzazione dell’effettiva disponibilità del bene.

Se è vero che – come sembra essere emerso dal lungo dibattito dottrinale sulla sua natura – l’ICI è un’imposta patrimoniale finalizzata a percuotere chi ha il legame più forte e stringente con il bene immobile oggetto del tributo, non sembra ragionevole tassare un privato che, al di là della eventuale titolarità formale, non disponga materialmente dell’area edificabile e non possa godere delle relative utilità a causa dei vincoli che vi gravano.

Detto in altre parole, se si parte dal presupposto che è la stessa natura patrimoniale del modello impositivo a rendere cogente la relazione tra soggetto chiamato all’adempimento e bene sottoposto al tributo e, nel contempo, a elevare il potere di disposizione e di godimento del bene a indice rilevatore di ricchezza e di manifestazione di capacità contributiva, nel caso di specie l’assenza di una simile relazione e del suddetto potere non dovrebbe consentire di elevare il privato coinvolto a soggetto passivo.

5. (Segue). E infatti, a prescindere dalla fase in cui versa il procedimento amministrativo e dalla natura del diritto spettante, il contribuente non può essere considerato soggetto passivo del tributo, non avendo quella disponibilità effettiva e materiale del bene che gli consente di godere delle relative utilità, se si considera che la combinazione delle due previsioni pianificatorie intervenute nel corso degli anni – quella a verde pubblico attrezzato di origine regionale (che, pur sfuggendo allo schema ablatorio e alle connesse garanzie costituzionali, costituisce vincolo conformativo funzionale all’interesse pubblico generale) e quella compensativa di matrice comunale prevista dal un nuovo PRG e regolata dalle successive norme tecniche di attuazione, c.d. NTA, entrambi successivi alla Legge regionale del 2002, in quanto adottatte dal Comune di Roma nel 2003 e approvate definitivamente nel 2008, come opportunamente precisato nella sentenza di secondo grado), che sottrae il bene al privato versus un credito compensativo – non solo ha inciso sul valore venale dell’immobile, ma l’ha anche privato della propria, attuale ed effettiva utilizzabilità edificatoria. Da ciò la perdita della capacità edificatoria dell’area e il conseguente difetto anche del presupposto oggettivo del tributo, con recupero della rilevanza della dicotomia edificabilità in senso tributario ed edificabilità in senso urbanistico tralasciata dalle SS.UU. nella sentenza in commento.

Ancorché si aderesca all’indirizzo c.d. sostanzialistico dell’edificabilità in senso tributario (secondo cui un’area può considerarsi edificabile se risulta tale da uno strumento urbanistico generale, ancorché l’iter procedimentale di trasformazione urbanistica non si sia ancora concluso, posto che il suo avvio è idoneo da solo fare lievitare il valore venale dell’immobile e le eventuali oscillazioni si traducono in una diversa classificazione del suolo e giustificano una variazione del prelievo nel periodo di imposta: cfr. Cass., sez. trib., 22 marzo 2002, n. 4120; Cass., sez. trib., 24 agosto 2004, n. 16751; Cass., sez. trib., 4 ottobre 2004, n. 19750, soluzione esegetica confermata dalla norma di interpretazione autentica di cui all’art. 36, comma 2, d.l. n. 223/2006), in luogo di quello c.d. formale-legalistico (secondo cui per poter qualificare un’area come edificabile ai fini dell’imposizione tributaria è necesaria la conclusione delle procedure di approvazione degli strumenti urbanistici: cfr. Cass., sez. I civ., 27 settembre 2002, n. 14024; Cass., sez. trib., 15 novembre 2004, n. 21573; Cass., sez. trib., 16 novembre 2004, n. 21644), una valutazione caso per caso degli strumenti pianificatori e dei loro effetti (stante la loro poliedricità) è necessitata, poiché – in ragione della natura dei vincoli e della fase in cui si trova il procedimento – non è sempre possibile determinare a priori l’incremento patrimoniale non solo dell’area sottratta al privato, ma anche di quella su cui ricadrà la cubatura, essendo ignoto il luogo in cui atterrerà il diritto in volo e imprevedibili i tempi entro cui si completerà il procedimento urbanistico, entrambi totalmente rimessi alla discrezionalità dell’Amministrazione procedente.

Osservazione, questa, che offre già una risposta alla possibile obiezione secondo cui la soluzione potrebbe essere opposta in ragione del fatto che il diritto compensativo ricevuto ha comunque un valore di mercato collegato all’area soggetta a vincolo urbanistico. Senza ulteriormente considerare che il momento esatto in cui si realizzi il trasferimento – se in sede di accordo o a seguito della sua esecuzione – non è determinato e non è possibile riconoscere lo status di edificabilità, oltre che al terreno da cui diritto scaturisce, ad alcun altro terreno fino al momento dell’atterraggio del diritto in volo.

6. Occorre evidenziare, da ultimo, che una soluzione opposta a quella rassegnata dalle SS.UU. avrebbe determinato la sussunzione nella sfera oggettiva del tributo di una fattispecie estranea a quelle tipizzate dal legislatore tributario (ossia i fabbricati, le aree fabbricabili e i terreni agricoli), con un approccio di stampo sostanzialistico-economico che inaccettabilmente sottende la diretta applicabilità dell’art. 53 Cost.

Dovrebbe, infatti, essere superfluo ricordare che il dovere tributario sorge solo per effetto di quanto stabiliscono le leggi ex art. 23 Cost e che l’art. 53 Cost. si rivolge al legislatore per imporgli dei vincoli, per stabilire precisi limiti alla sua attività di produzione delle norme tributarie, a tutela proprio dei soggetti passivi del dovere tributario.  E’ solo, dunque, con la mediazione della legge ex art. 23 Cost. – fonte diretta ed essenziale della disciplina tributaria – che il dovere di contribuzione scolpito nell’art. 53 può trovare concreta attuazione, e non direttamente come pretende – purtroppo sempre più spesso – la giurisprudenza di legittimità per ampliare lo spettro applicativo delle norme impositive: non ogni manifestazione di capacità contributiva è assoggettabile a prelievo, ma solo quelle che (e nei limiti in cui) sono elevate a presupposto impositivo dalla legge.

In questa prospettiva, e in relazione alla fattispecie oggetto di disamina, si condivide senza riserva l’affermazione delle SS.UU. secondo cui, pur essendo indubbio che “il diritto di edificare altrove, proprio in quanto utilità patrimoniale economicamente apprezzabile, costituisca in effetti un indice di ricchezza e, in definitiva, una manifestazione di capacità contributiva, che può tenere luogo dell’edificabilità soppressa”, è parimenti vero che “la sola espressione di ricchezza e la sola capacità di contributiva – colte in natura – non possono bastare, evidentemente a legittimare il prelievo”, poiché, diversamente opinando, “si verrebbe a creare in via interpretativa – e con riguardo ad un’imposta patrimoniale ‘speciale’, in quanto strutturata sul possesso di certi beni soltanto – una fattispecie impositiva altra rispetto a quella concepita dal legislatore”.

Questo passaggio argomentativo assume un’importanza che va al di là del caso specifico e del settore di riferimento, configurandosi quale monito generale nei confronti di quell’orientamento, oramai adottato a pié sospinto dai giudici di legittimità per sostenere soluzioni poco interpretative e più creative, che invoca la diretta applicabilità dell’art. 53 Cost – con valorizzazione della “sostanza economica” delle condotte negoziali (di recente, ad esempio, Cass., sez. trib., ord. 8 ottobre 2020, n. 21701, favorevole al contribuente) – per conferire rilevanza fiscale a fattispecie che, pur espressive di capacità economica, sono estranee al presupposto oggettivo del tributo di volta in volta interessato, obliterando in radice l’art. 23 Cost.

Ferma la condivisibilità del conclusione rassegnata dalle SS.UU. in relazione alla fattispecie vagliata, non rimane che attendere, per verificare il consolidamento dell’approccio addottato, la futura decisione su un’altra fattispecie finitima – in tema di imposta di registro, perequazione urbanistica e natura della cessione di cubatura – che è stata rimessa alle medesime SS.UU. da Cass. civ., sez. VI, ord., 15/09/2020, n. 19152 e che, similmente a quella esaminata, si connota per l’intersezione delle questioni tributarie con quelle civilistiche e amministrative.

 

 

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