Il possesso di denaro contante non giustificato non integra la fattispecie relativa alla commissione del reato di riciclaggio in assenza di verifica dell’esistenza del reato presupposto

Di Bernardo Bellicini -

 (commento a/notes to Cass. pen., sez. II, 16 novembre 2020, n. 32112)

Abstract

La Suprema Corte in una recente pronuncia ha ribadito che il mero possesso di una pur ingente somma di denaro di cui non si giustifichi la provenienza non può fondare ex se l’attribuzione del delitto di riciclaggio senza che sia stata in alcun modo verificata l’esistenza di un delitto presupposto, anche delineato per sommi capi. 

The availability of unjustified cold cash does not constitute a money laundering crime case unless the proof of a pre-existing crime is verified. – The Supreme Court reaffirmed in a recent ruling that the mere possession of a large sum of money, however substantial, the origin of which is not warranted, cannot justify the attribution of the money laundering crime without having ascertained the pre-existence of a verified crime, though also briefly outlined.

 

Sommario: 1. La pronuncia in commento. – 2. Il delitto di riciclaggio e la rilevanza della identificazione del reato presupposto. – 3. La clausola di riserva contenuta nell’art. 648-bis c.p. – 4. La linea sottile che separa la non necessaria specifica individuazione e l’accertamento del reato presupposto dal fatto che esso debba essere almeno astrattamente configurabile, sussistente e individuabile. – 5. Considerazioni conclusive.

1. Con la sentenza 16 novembre 2020, n. 32112 la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo cui il mero possesso ingiustificato di una pur ingente quantità di denaro contante, da sola, non è sufficiente a integrare la fattispecie relativa alla commissione del reato di riciclaggio ex art. 648-bis c.p., qualora non sia stata verificata in alcun modo la sussistenza di un delitto presupposto, delineato quanto meno per sommi capi.

Il procedimento de quo era sorto in seguito al ricorso formulato dai ricorrenti contro l’ordinanza del Tribunale di Messina che aveva rigettato la richiesta di riesame dagli stessi avanzata avverso il decreto con cui il Pubblico Ministero, in data 19 ottobre 2019, aveva convalidato il sequestro, avente ad oggetto la somma di  65.870 euro in relazione al reato ex art. 648-bis c.p.. Il Giudice di prime cure aveva ritenuto che la disponibilità di una somma di denaro di considerevole importo, le modalità di occultamento, la condizione di impossidenza dei prevenuti e i precedenti iscritti a loro carico costituissero elementi convergenti nella dimostrazione della provenienza illecita di quanto sequestrato, integrando il fumus del delitto di riciclaggio, pur in assenza di specifiche circostanze di fatto attestanti la natura del delitto presupposto.

La Cassazione nella sentenza in commento ha censurato questa pronuncia ritenendola in contrasto con il principio costantemente affermato dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui, il mero possesso di una pur ingente somma di denaro non può giustificare ex se, in assenza di qualsiasi riscontro investigativo, l’attribuzione del delitto di riciclaggio senza che sia stata in alcun modo verificata l’esistenza di un delitto presupposto, anche delineato per sommi capi, attraverso ad esempio, il riferimento all’esistenza di relazioni tra i ricorrenti e ambienti criminali, ovvero la precedente commissione di fatti di reato dai quali possa attendibilmente essere derivata la provvista, o l’avvenuto compimento di operazioni di investimento comunque di natura illecita a qualsiasi titolo (Cass., sez. 2, n. 9355/2018).

La Corte in un caso assimilabile al presente – si precisa nelle motivazioni – aveva affermato che, ai fini della configurabilità del reato di riciclaggio, pur non essendo necessaria la ricostruzione del delitto presupposto in tutti gli estremi storici e fattuali, tuttavia occorre che esso sia individuato nella sua tipologia (Cass., sez. 2, n. 29689/2019), rimarcando la necessità che il provvedimento cautelare fornisca anche indicazioni circa le ragioni d’esclusione della clausola di riserva contenuta nell’art. 648-bis c.p. e specifichi la condotta tipica del delitto di riciclaggio oggetto di provvisorio addebito, non potendo essere considerata tale quella del mero possesso di denaro, inidonea a integrare l’attività diretta alla “sostituzione, al trasferimento, o ad altre operazioni” intese a occultare la provenienza delittuosa del denaro.

Nelle motivazioni si sottolinea inoltre che pur dovendo ribadirsi, in adesione al pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità, che ai fini della configurabilità del delitto di riciclaggio non è necessaria la ricostruzione del delitto presupposto in tutti gli estremi storici e fattuali, nondimeno ciò non esonera il giudice dalla necessità di individuare la tipologia di delitto all’origine del bene da sottoporre a vincolo, in quanto appunto di provenienza delittuosa, non risultando all’uopo sufficiente il richiamo a indici sintomatici privi di specificità in ordine alla derivazione della disponibilità oggetto di espropriazione e suscettibili esclusivamente a provare un ingiustificato possesso di denaro (ex multis, Cass., sez. 2, n. 39006/2018).

La Suprema Corte pertanto è pervenuta alla conclusione che, ai fini della legittimità del sequestro preventivo di cose che si assumono pertinenti al reato di riciclaggio, pur non essendo necessaria la specifica individuazione e l’accertamento del delitto presupposto, è tuttavia indispensabile che esso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti e scrutinati, almeno astrattamente configurabile e precisamente indicato. Tale situazione non è ravvisabile allorché il giudice si limiti semplicemente a supporne l’esistenza, sulla sola base del carattere asseritamente sospetto delle operazioni relative ai beni e valori che si intendono sottoporre a sequestro (ex multis, Cass., sez. 2, n. 813/2003).

Nel caso di specie, inoltre, è ritenuta del tutto mancante la motivazione relativa all’individuazione degli elementi fattuali in grado di rappresentare a quale delle condotte tipiche indicate dall’art. 648-bis c.p. sia riconducibile il comportamento tenuto dagli indagati, come accertato in sede di indagini. Per tutti i motivi suesposti il ricorso è stato accolto, con l’annullamento dell’ordinanza impugnata e rinvio al Tribunale di Messina per nuovo esame.

2. Per esaminare compitamente la pronuncia in commento pare necessario una breve trattazione della disciplina afferente il delitto di riciclaggio, quanto meno nelle parti che paiono rilevanti ai fini del presente lavoro.

L’art. 648-bis c.p. punisce chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo; ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Il primo inciso del comma 1 sancisce inoltre chiaramente l’operatività della norma esclusivamente “fuori dei casi di concorso nel reato”.

Tale delitto, pertanto, ha a) un presupposto; b) una condotta c) una condizione negativa.

Il presupposto del reato è che il denaro, il bene o l’altra utilità provengano da delitto non colposo; le condotte incriminate sono quelle di sostituzione e trasferimento del provento illecito. Vi è inoltre la clausola di chiusura che fa riferimento “ad ogni altra operazione”, di modo che il reato, secondo la più recente giurisprudenza, si configura a forma libera.

Per ciò che concerne l’oggetto della condotta, occorre soffermarsi in modo particolare sul concetto di altra utilità, da intendersi come ogni oggetto residuale avente valore economico: in questo modo la giurisprudenza ha ricondotto nell’alveo del provento illecito anche l’illecito risparmio d’imposta, riconoscendo così tra i reati presupposto del riciclaggio anche i reati tributari (Cass., sez. 2, n. 6061/2012).

Il reato de quo è punibile anche se il delitto presupposto non è punibile o chi lo ha commesso non è imputabile, ciò in considerazione al richiamo contenuto nella norma dell’art. 648, ultimo comma, c.p.. Inoltre rileva anche quando il reato presupposto risulti depenalizzato dopo la commissione della condotta di ripulitura, oppure quando lo stesso sia estinto per prescrizione.

Il reato di riciclaggio può configurarsi anche laddove il delitto fonte sia un reato associativo.

La sentenza in commento concerne la legittimità di un provvedimento di sequestro.

Essa pertanto, stabilisce cosa sia necessario accertare per procedere alla misura cautelare. Come noto, ai fini del sequestro non è necessario l’accertamento della commissione del delitto, ma il fumus della sua commissione. Nel caso del sequestro per il delitto di riciclaggio la questione si complica, perché il riciclaggio presuppone a sua volta un delitto precedente (quello da cui deriva il profitto), da accertare incidentalmente;  si presentano, allora, due piani distinti: quello dell’accertamento del fumus del delitto di riciclaggio e, all’interno di questo, dell’accertamento del delitto presupposto. La sentenza afferma, in modo assolutamente condivisibile, quanto al secondo profilo, la non sufficienza del fatto che il soggetto autore delle condotte di riciclaggio non giustifichi il possesso del denaro, ma la necessità che si individuino elementi che denotino, quantomeno il tipo di delitto di cui quel denaro sarebbe profitto.

In pratica, tra i due estremi di ritenere sufficiente un possesso ingiustificato di denaro o valori, da un lato, ovvero ritenere necessario accertare specificamente tutti gli elementi, materiali e storici del delitto che origina il profitto, la Cassazione sceglie la via mediana: è necessario almeno identificare la tipologia di delitto.

Tale conclusione sembra discendere da quanto espresso anche solo dal tenore letterale della norma dell’art. 648-bis c.p.

Infatti se si guarda alla clausola selettiva in tutta la sua enunciazione – “ … denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo …” – è chiaro come il problema della identificazione del reato presupposto risulti strettamente connesso a quello della identificazione del concetto di “provenienza” da reato, che fornisce all’interprete l’immagine di un illecito presupposto che non è solo e semplicemente un fatto posto in essere prima, ma soprattutto il fatto generatore di quel quid – denaro, beni o altre utilità – in grado di divenire l’oggetto materiale del delitto di riciclaggio. Pertanto, non ogni delitto non colposo può legittimamente qualificarsi come delitto presupposto di cui all’art. 648-bis c.p., ma soltanto quello cui la res, sulla quale cade la condotta riciclatoria, risulta riferibile in termini di “provento”.

Naturalmente le considerazioni fin qui formulate valgono a definire lo standard che il giudice deve seguire per confermare un provvedimento di sequestro per riciclaggio. Ove invece si tratti del processo volto ad accertare il delitto ed eventualmente applicare la pena si passa dall’accertamento sommario del fumus, proprio del giudizio cautelare, all’accertamento pieno proprio del giudizio di cognizione. In tale caso non sarà più sufficiente il fumus delle condotte di riciclaggio, ma necessaria la loro piena prova e, ugualmente, non sarà certamente sufficiente che si “ipotizzi” la comissione del delitto presupposto, ma che esso, ancorché non puntualmente delineato, appaia certo e identificato almeno per tipologia.

La sentenza appare comunque di grande rilievo perché esclude, in tutti i casi, che il presupposto del riciclaggio possa essere integrato semplicemente dal possesso “ingiustificato” di denaro o valori: sarà sempre necessario indicare almeno il tipo di delitto fonte del bottino (delitto ipotizzato e astrattamente verosimile almeno nella sua tipologia, nel caso del sequestro, delitto concretamente ritenuto sussistente, almeno nella sua tipologia, nel caso di processo volto alla condanna).

3. Si è deciso di dedicare un apposito paragrafo a un breve esame della clausola di riserva contenuta nell’art. 648-bis c.p., stante la necessità di individuazione del reato presupposto ai fini della sua operatività.

Il legislatore ha appunto deciso di escludere dal novero dei soggetti attivi del reato colui che avesse partecipato alla realizzazione del reato presupposto, mediante la clausola di riserva “fuori dai casi di concorso nel reato”, determinando una fattispecie che può definirsi a “soggettività ristretta”. L’interpretazione corrente e assolutamente maggioritaria dispone quindi che la clausola escluda un’incriminazione per riciclaggio nei confronti di chi abbia preso parte al reato presupposto, non ammettendosi mai il concorso delle due fattispecie di reato.

Pare del tutto corretto quanto sostenuto nella sentenza in commento ove si sottolinea che il delitto presupposto debba essere quanto meno individuato nella sua tipologia (se non si ritiene necessaria la sua ricostruzione in tutti gli estremi storici e fattuali), rimarcarcando la necessità che il provvedimento cautelare fornisca indicazioni circa le ragioni di esclusione della clausola di riserva ex art. 648-bis c.p.

Infatti, nel caso di specie, la mancata individuazione del delitto presupposto non permette di appurare se la clausola di riserva debba essere applicata meno: ne consegue che anche a tal fine non è da ritenersi esatta l’interpretazione fornita dal Tribunale di Messina che si limitava semplicemente a supporre l’esistenza di una condotta criminosa non ben specificata.

4. Una linea sottile separa la circostanza – ribadita in numerose pronunce giurisprudenziali – secondo cui non è necessaria una specifica individuazione e l’accertamento del reato presupposto, dal fatto che esso debba essere almeno astrattamente configurabile, sussistente e individuabile. Anche nella stessa sentenza in commento, al punto 4.1, si ribadisce il concetto secondo cui non è indispensabile la precisa individuazione e l’accertamento del reato fonte perché possa essere integrato il reato di riciclaggio.

Da dire però che esaminando decisioni in cui è applicato quest’ultimo principio e ritenuto configuarto il reato ex art. 648-bis c.p., si evidenziano differenze sostanziali rispetto a quella di cui si tratta.

Ad esempio, in Cass. n. 20188/2015 al fine di attribuire il reato di riciclaggio, in assenza dell’individuazione dell’esatta tipologia del reato presupposto si era provveduto a considerare una serie di prove logiche della provenienza delittuosa del denaro, tali da far seriamente supporre la partecipazione a un gruppo terroristico dei soggetti coivolti. Parimenti in Cass. n. 28715/2013 non era stato indicato precisamente il reato presupposto, ma era stata svolta un’articolata attività di indagine tale da far ragionevolmente emergere il riciclaggio di valuta straniera.

Di contro nella pronuncia in esame manca qualsivoglia riscontro investigativo circa l’esistenza del delitto presupposto e anche in ordine al rinvenimento del denaro occultato, sono del tutto assenti elementi che lo possano ricondurre a una determinata fattispecie di reato o a una evasione fiscale penalmente rilevante. Il reato fonte deve essere astrattamente configurato e indicabile, situazione non ravvisabile quando il giudice si limiti esclusivamente a supporne l’esistenza sulla sola scorta del carattere asseritamente sospetto delle operazioni poste in essere.

Nel caso de quo non risulta nemmeno ipotizzato il reato presupposto e in assenza di qualsiasi riscontro investigativo l’ascrizione del delitto di riciclaggio non può essere giustificato.

Proprio questa linea sottile, a parere dello scrivente, può far comprendere caso per caso quando il reato presupposto sia (astrattamente) esistente e conseguentemente quando la fattispecie del reato di riciclaggio possa dirsi integrata o meno.

5. Per tutto quanto suesposto le conclusioni cui è giunta la Suprema Corte nella sentenza in commento devono considerarsi assolutamente condivisibili.

Affinché potesse ritenersi integrata la fattispecie relativa al reato di riciclaggio, come indicato anche in motivazione, sarebbe stato sufficiente delineare per sommi capi il delitto presupposto, attraverso ad esempio il riferimento a relazioni tra i ricorrenti e ambienti criminali o ad altre circostanze utili a tale scopo.

La decisione di primo grado, cui era pervenuto il Tribunale, deve considerarsi censurabile stante l’applicazione di un principio di diritto di per sé corretto e condiviso dalla giurisprudenza, ma carente di elementi fattuali per la sua applicazione al caso concreto. Bene ha fatto la Cassazione ad annullare l’ordinanza impugnata operando uno scrupoloso controllo dei dati fattuali del caso sottoposto al suo esame, tenendo conto delle risultanze processuali e della effettiva situazione come emersa dagli elementi forniti dalle parti.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Castaldo – Naddeo, Il denaro sporco. Prevenzione e repressione nella lotta al riciclaggio, Padova, 2010, 9 ss.

Cerqua, Il delitto di riciclaggio dei proventi illeciti, Milano, 2012, 57

Dall’Osso, Riciclaggio e concorso nel reato presupposto: difficoltà di inquadramento ed esigenze di intervento legislativo, in Riv. it. dir. proc. pen., 2011, 1281

Macchia, Spunti sul delitto di riciclaggio, in Cass. pen., 2014, 1456 ss.

Manes, Il riciclaggio dei proventi illeciti: teoria e prassi dell’intervento penale, in Riv. trim. dir. pen. ec., 2004, 57 ss.

Verrucchi, Riciclaggio e favoreggiamento, Padova, 2015, 3 ss.

Zanchetti, Il riciclaggio di denaro provenuente da reato, Milano 1997, 6 ss.

Scarica il commento in formato pdf

 

Tag:, , ,