Brevi note in merito ad alcuni aspetti tributari dell’affitto di azienda in un’ottica di neutralità fiscale.

Di Elena Fiorina -

Abstract

Il contributo intende esaminare gli effetti, ai fini della determinazione del reddito di impresa, di taluni elementi patrimoniali, segnatamente beni strumentali e crediti, facenti parte dell’azienda affittata argomentando il relativo trattamento tributario in un’ottica di neutralità fiscale. Il presente articolo affronta inoltre la vexata quaestio della natura dell’ammortamento deducibile ex art. 102, comma 8, TUIR, in ottica di rispetto del principio della capacità contributiva del soggetto affittuario.

Brief notes about certain tax aspects of the business lease from a tax neutrality perspective. – The aim of the present essay is to exam the tax regime to be applied, for business income computation purposes, to certain assets (such as instrumental assets and credits) in case of business lease, having regard to the tax neutrality aspects of the transaction. Moreover, the essay tries to solve the vexata quaestio of the nature of the assets depreciation ex art. 102, par. 8, CIT, under the principle of the effective tax capability of the lessor exercising the business activity.

 

Sommario: 1. Brevi cenni di natura civilistica e contabile. –  1.1. Il contratto di affitto di azienda nel Codice Civile. – 1.2. Iscrizione dei beni aziendali nel bilancio dell’affittante e dell’affittuario. – 1.2.1. Principi Contabili Nazionali (cenni). – 1.2.2. Principi Contabili Internazionali (cenni). – 2. I componenti reddituali derivanti dalla gestione di taluni elementi dell’attivo dell’azienda affittata. – 2.1. L’ammortamento dei beni strumentali. – 2.1.1. La natura del componente reddituale “ammortamento”. – 2.1.2. La deducibilità del componente reddituale “ammortamento” ai fini IRES. – 2.1.3. La deducibilità del componente reddituale “ammortamento” ai fini IRAP. – 2.2. La cessione dei beni patrimoniali facenti parte dell’azienda affittata. – 2.3. Perdite su crediti. – 3. Conclusioni.

1. – 1.1. Nell’affitto di azienda il locatore concede all’affittuario, per un determinato periodo di tempo, il godimento di un complesso di beni organizzati e destinati ad una data attività economica verso un determinato corrispettivo.

L’affitto di azienda, per il quale l’art. 2562 c.c. rinvia alle norme in tema di usufrutto di azienda, impone ai contraenti alcuni obblighi sintetizzabili come segue. Il locatore è essenzialmente tenuto alla consegna dell’azienda, mentre l’affittuario deve, ai sensi dell’art. 2561 c.c.: (i) esercitare l’azienda sotto la ditta che la contraddistingue (art. 2561 comma 1, c.c.); (ii) gestire la stessa senza modificarne la destinazione e conservandone l’efficienza (art. 2561, comma 2, c.c.); (iii) indennizzare il proprietario, alla fine del periodo di affitto, per le perdite di valore subite dall’azienda (art. 2561, comma 4, c.c.).

Tuttavia, le parti possono pattiziamente derogare l’obbligo dell’affittuario di mantenere l’efficienza dell’organizzazione e degli impianti dell’azienda locata, di cui al citato art. 2561, comma 2, c.c., lasciando tale onere in tutto o in parte a carico del locatore.

1.2. – 1.2.1. L’affitto d’azienda, a differenza di altre operazioni riguardanti complessi aziendali (come ad esempio la vendita o il conferimento), non comporta il passaggio della proprietà dei beni facenti parte del complesso affittato, ma implica unicamente il trasferimento temporaneo del diritto di godimento degli stessi dal concedente all’affittuario, a fronte del pagamento di un canone periodico. L’operazione in oggetto è, di conseguenza, caratterizzata da un aspetto “formale”, per il quale la proprietà del complesso aziendale rimane in capo al concedente, e uno “sostanziale”, per il quale l’affittuario assume la titolarità e la responsabilità della gestione dell’azienda stessa. Tale sdoppiamento sul versante civilistico esplica effetti sulla rappresentazione contabile dell’operazione, la quale può essere effettuata in base a due modelli (i) quello c.d. della proprietà o “giuridico-formale”, ovvero (ii) quello c.d. della disponibilità o “economico-sostanziale”.

Il primo modello si basa sul principio in forza del quale i beni aziendali possono essere iscritti in bilancio soltanto a fronte dell’acquisizione della proprietà (i.e. del trasferimento di tutti i rischi e benefici connessi ai beni acquisiti). Pertanto, in occasione dell’affitto di azienda, poiché è il concedente a mantenere la proprietà dei beni locati, sarà quest’ultimo soggetto a mantenere iscritti tali beni nel proprio bilancio, mentre il soggetto affittuario si limiterà a contabilizzare l’eventuale fondo a copertura di oneri futuri da corrispondere alla restituzione dell’azienda. Tale metodo di contabilizzazione, c.d. “della proprietà”, pare possa trovare indiretta conferma sia nel par. 31 dell’OIC n. 16 (“Immobilizzazioni materiali”) sia nel par. 18 dell’OIC n. 31 (“Fondi per rischi e oneri e Trattamento di fine rapporto”). Con particolare riferimento al principio contabile da ultimo citato, si nota, infatti, come l’indicazione ivi contenuta in merito all’iscrizione in bilancio dei fondi rischi relativi al mantenimento dei beni condotti in affitto, confermi indirettamente l’approccio volto a negare la possibilità di iscrivere in bilancio gli elementi patrimoniali dell’azienda affittata e ciò in quanto la predetta indicazione sembrerebbe del tutto incompatibile con l’iscrizione cui si è fatto cenno da ultimo.

Il secondo modello, quello c.d. della disponibilità, si sostanzia invece nell’iscrizione dei beni costituenti il complesso aziendale affittato nell’attivo dello Stato patrimoniale del conduttore e ciò nel presupposto che i benefici e i rischi della gestione aziendale ricadano sostanzialmente sul medesimo. In relazione all’approccio in parola, comunque non applicabile ove le parti deroghino pattiziamente all’obbligo di conservazione dell’azienda affitta da parte dell’affittuario, ci si limita, in questa sede, ad osservare come lo stesso si scontri con una perdurante impostazione civilistica (e fiscale) tesa essenzialmente a legittimare l’iscrizione in bilancio dei soli beni posseduti a titolo di proprietà. (in questo senso si veda anche ROSSI RAGAZZI, Affitto di azienda o di ramo di azienda. Problematiche civilistiche e fiscali, in il fisco, 2012, 26,  4079 ss.).

Ciò considerato, si evidenzia come anche le considerazioni tributarie di seguito svolte presuppongano la valutazione dei componenti reddituali rilevati in linea con il modello c.d. della proprietà, in conseguenza del quale il soggetto affittuario si limita a menzionare l’azienda ricevuta nella nota integrativa di bilancio e a contabilizzare l’eventuale accantonamento a fondo per oneri futuri (questo a motivo del fatto che, a seguito della riforma operata dal D.Lgs. n. 139/2015, sono stati eliminati i “conti d’ordine” dallo schema di bilancio cosicché non è più possibile iscrivere l’azienda affittata “sotto la linea”).

1.2.2. In relazione ai Principi Contabili Internazionali (Ifrs/Ias) – basati sul principio della prevalenza della sostanza economica sulla forma giuridica, in forza del quale la proprietà di un bene non rappresenta un requisito indispensabile per la relativa iscrizione in bilancio – si potrebbe essere portati, in prima approssimazione, a pensare che il summenzionato modello c.d. della disponibilità sia maggiormente in linea con tali principi. In realtà, la contabilizzazione dell’affitto d’azienda da parte dei soggetti Ias/Ifrs adopter è un tema complesso che presuppone la previa qualificazione del negozio in parola: (i) quale “aggregazione aziendale” (business combination), come tale iscrivibile in bilancio, a mente dell’Ifrs 3, con il “metodo dell’acquisizione”, ovvero (ii) quale leasing, in base al nuovo Ifrs 16 (il quale, a partire dal 2019, ha sostituito il precedente Ias 17).

Come sostenuto in dottrina (cfr. GIOMONNI , La contabilizzazione dell’affitto d’azienda da parte delle imprese Ias adopter, in La riv. delle operaz. straord., 2020, 8-9, 53 ss.), è ragionevole ritenere che la linea di discrimine tra le due impostazioni illustrate sia da ricercare nell’interpretazione delle clausole del contratto di affitto d’azienda la quale, alla luce del principio della prevalenza della sostanza economica sulla qualificazione giuridica, dovrebbe condurre all’identificazione delle caratteristiche e finalità dell’operazione concretamente posta in essere. A mero titolo esemplificativo, si pensi ad un contratto di affitto di azienda contenente clausole irrevocabili di acquisto da parte del conduttore al termine del contratto, le quali, in presenza delle altre condizioni richieste dall’Ifrs 3, potrebbero legittimare l’anticipata contabilizzazione dell’intera operazione come “aggregazione aziendale”.

2. – 2.1. La norma tributaria di riferimento in materia di ammortamento dei beni dell’azienda affittata è l’art. 102, comma 8, TUIR, il quale prevede che le quote di ammortamento dei beni relativi alle aziende affittate, concorrenti a determinare il reddito di impresa dell’affittuario, sono commisurate al costo originario di tali beni, quale risulta dalla contabilità del soggetto locatore e sono deducibili fino a concorrenza del costo non ancora ammortizzato. Da ciò consegue l’applicazione, da parte del legislatore, del principio di continuità dei valori fiscalmente riconosciuti in base al quale il soggetto affittuario subentra nel valore fiscale dei beni patrimoniali risultante in capo al soggetto locatore. Resta inteso che la norma in parola trova applicazione salvo deroga ex art. 2561, comma 2, c.c., concernente l’obbligo di conservazione dell’efficienza dell’azienda, di cui si è detto poc’anzi. In tal caso le quote di ammortamento dei beni patrimoniali continuerebbero a concorrere alla formazione del reddito di impresa del soggetto locatore (cfr. Cass., Sez. Trib., 10 agosto 2010, n. 18537).

Ciò posto, va poi notato che la norma in esame nulla prevede in ordine alle modalità con le quali l’affittuario può acquisire le informazioni relative al costo ammortizzabile dei beni aziendali e delle quote di ammortamento già dedotte dal concedente. Sul punto la Suprema Corte ha avuto modo di confermare la deducibilità dell’ammortamento dei beni inclusi nell’azienda affittata nel caso in cui il costo storico dei beni affittati risultasse dalla contabilità del concedente e, in particolare, dal libro giornale e dal bilancio (cfr. Cass., Sez. V, 8 marzo 2019, n. 6836). Sul piano strettamente operativo, pare possibile ritenere che, a fini probatori, l’affittuario potrebbe richiedere l’allegazione al contratto di affitto di una copia autenticata del registro beni ammortizzabili, unitamente ad una dichiarazione sostitutiva di atto notorio con la quale il concedente certifichi la conformità e la regolare tenuta delle scritture contabili allegate.

2.1.1. La dottrina ha ampiamente discusso circa la reale natura delle quote di ammortamento dedotte ad opera dell’affittuario.

In proposito, una parte di essa ha sostenuto che la deduzione delle quote di ammortamento non faccia altro che trasformare in costo fiscale deducibile in capo all’affittuario, nei periodi di imposta in cui quest’ultimo ha condotto l’azienda, l’onere che tale ultimo soggetto è tenuto a sostenere in ragione dell’obbligo di indennizzo da assolvere alla fine del periodo di affitto ai sensi del codice civile (cfr. CARBONE, L’assimilazione ammortamento/accantonamento nell’affitto di azienda, in Bilancio e reddito d’impresa, 2017, 10, 13). In tal senso si è espressa anche la Direzione Regionale dell’Emilia Romagna (cfr. Nota 10 ottobre 1996, n. 42049) affermando che il fondo costituito mediante il processo di ammortamento de quo non rettifica valori patrimoniali, bensì costituisce un fondo per oneri futuri. Tale interpretazione evidenzia una certa coerenza tra disciplina civilistica (che vede la contabilizzazione nel conto economico dell’affittuario di oneri futuri) e disciplina fiscale (che misura la relativa deducibilità sulla base degli ammortamenti fiscali rendendo fiscalmente rilevante il “fondo” accantonato per competenza lungo la durata del contratto).

Altra dottrina ha condivisibilmente sostenuto che la predetta tesi determinerebbe un’impropria assimilazione tra valori fiscalmente riconosciuti (su cui sono calcolati gli ammortamenti deducibili) e valori “correnti” dei beni facenti parte dell’azienda (cui sarà commisurato l’indennizzo finale da corrispondere al locatore). Infatti, mentre le quote di ammortamento sono computate sulla base di valori fiscali e misurate in ragione di coefficienti ministeriali, che, talvolta, non riflettono l’effettivo consumo del bene aziendale, l’indennizzo è commisurato ai valori correnti degli elementi aziendali (cfr. CARPENTIERI L., L’affitto di azienda nella prospettiva della continuità dei valori fiscalmente riconosciuti, in Riv. dir. trib., 1992, I,  793 ss.).

Inoltre, la posizione dottrinale da ultimo riportata parrebbe quella più in linea con il dettato dell’art. 102, comma 8, TUIR. Infatti, tale articolo, prevedendo che le quote di ammortamento sono commisurate al costo originario dei beni quale risulta dalla contabilità del concedente e che sono deducibili fino a concorrenza del costo non ancora ammortizzato, pare chiaramente e semplicemente disporre il subentro, da parte dell’affittuario, nel valore fiscale dei beni ammortizzabili di proprietà del soggetto locatore.

Pertanto, al di là delle peculiarità connotanti le predette posizioni dottrinali, quello che, a nostro avviso, è importante osservare sul piano sistematico è che le caratteristiche del processo di ammortamento dei beni strumentali dell’azienda affittata sono funzione delle caratteristiche del regime fiscale che, ai fini della determinazione del reddito di impresa, governa l’operazione straordinaria di cui si discorre.

Parrebbe trattarsi, in specie, di un regime di neutralità fiscale, il quale, unitamente al proprio corollario rappresentato dal principio di continuità dei valori fiscalmente riconosciuti, implica che la trasmissione dei beni (patrimoniali e non) dal soggetto locatore a quello affittuario e viceversa non comporti né fenomeni di salti di imposta né doppie imposizioni. Di conseguenza, all’inizio del periodo di affitto, il soggetto affittuario dovrebbe subentrare nel valore fiscalmente riconosciuto dei beni (patrimoniali e non) provenienti dal soggetto locatore e, alla fine del periodo di affittanza, il proprietario dell’azienda dovrà assumere, quale costo fiscale dei beni facenti parte dell’azienda restituita, quello determinatosi presso il soggetto affittuario.

2.1.2. Le condizioni di deducibilità degli ammortamenti fiscali de quibus possono ragionevolmente ritenersi diverse a seconda che si faccia riferimento alla prima ovvero alla seconda tesi, sopra brevemente riportate, circa la natura dell’ammortamento fiscale. Sul punto va preliminarmente ricordato che tra i principi generali di determinazione del reddito di impresa figura, con particolare riguardo ai componenti negativi, quello di “previa imputazione” a conto economico di cui all’art. 109, comma 4, TUIR.

Ciò posto, pare corretto sostenere che, aderendo alla prima tesi summenzionata, la quale vede nell’ammortamento deducibile una mera forfettizzazione degli oneri futuri accantonati dall’affittuario, l’iscrizione della relativa quota a conto economico costituisce condicio sine qua non della deduzione in ossequio al citato principio di previa imputazione.

Un ragionamento diverso si deve fare aderendo alla seconda tesi sunnominata.

Questo perché il principio di previa imputazione a conto economico soffre talune eccezioni tra cui quella prevista dalla lettera b) dell’art. 109, comma 4, TUIR, secondo cui è consentita la deduzione di quei componenti negativi di reddito i quali, pur non essendo “imputabili” al conto economico, sono deducibili per disposizione di legge. In merito al  concetto di costo “non imputabile”, esso pare riferito tanto al caso in cui l’imputazione a conto economico sia oggettivamente impossibile (si pensi alla fattispecie di cui all’art. 95, comma 5, TUIR relativa ai compensi agli amministratori corrisposti sotto forma di partecipazione agli utili) quanto al caso in cui la medesima sia, semplicemente, non obbligatoria, ossia frutto di un’opzione del redattore del bilancio (cfr. LEO, Le imposte sui redditi, Milano, 2016, 1916; PEDROTTI , Cessioni di aziende e di partecipazioni sociali nel reddito di impresa ai fini dell’Ires, Milano, 2010,  213).

In ordine poi alla disposizione legittimante la deducibilità fiscale del componente negativo di cui si discorre, essa è riconducibile all’art. 102, comma 8, TUIR, in assenza naturalmente di deroga convenzionale all’art. 2561, comma 2, c.c.. Tale deducibilità direttamente in dichiarazione dei redditi, come quota di ammortamento “fiscale” del bene ammortizzabile facente parte dell’azienda affittata, sembra poter essere attribuibile alla circostanza per cui è il soggetto affittuario, e non quello locatore, ad “esercitare” di fatto l’impresa commerciale, ai sensi dell’art. 55 TUIR, cui è connessa l’azienda affittata (in questi termini PEDROTTI , Note in merito al requisito di inerenza dei componenti del reddito di impresa, al presupposto oggettivo Irpef e Irap e al presupposto soggettivo IVA in un caso “patologico” di conferimento aziendale, in Dir. e prat. trib., 2018, 1260 ss. Nello stesso senso si veda, di recente, BELLI CONTARINI , L’affitto d’azienda e i “trasferimenti” rilevanti ai sensi dell’art. 14 D.Lgs. n. 472/1997, Riv. dir. trib. on-line, 19 giugno 2020, 3).

Quest’ultima impostazione si ritiene possa, inoltre, porsi in linea con il principio di capacità contributiva e, in specie, con il collegato requisito di effettività, dal quale, nel caso di specie, discende che il reddito di impresa – assoggettato a tassazione in capo a colui che, di fatto, l’impresa esercita (rectius: l’affittuario) – non possa essere che quello “effettivo”, ossia quello determinato dalla differenza tra tutti i componenti positivi e negativi correlati all’esercizio dell’impresa stessa (compreso quindi l’ammortamento dei beni strumentali facenti parte dell’azienda affittata) (in relazione a questo tema si veda, in generale, MONTANARI , La prevalenza della sostanza sulla forma come criterio di effettività e di rilevanza nei rapporti tributari, in Riv. dir. trib., 2019, 517 ss. e, più in particolare, ASSONIME, circ. 10 maggio 2000, n. 34).

2.1.3. Per quanto riguarda l’IRAP si nota brevemente che, in un primo momento, l’Amministrazione finanziaria aveva negato la possibilità di dedurre gli ammortamenti de quibus in quanto classificati in una voce bilancio, la voce B13, non rilevante ai fini del tributo in questione (cfr. circ. min. fin. 4 giugno 1998, n. 141).

Tuttavia, a seguito dell’abrogazione dell’art. 11-bis, D.Lgs. n. 446/1997, operato dalla L. n. 244/2007, è stata abolita la rilevanza nella determinazione della base imponibile IRAP delle variazioni fiscali effettuate ai fini delle imposte sul reddito così determinando lo “sganciamento” del tributo regionale dall’imposta sul reddito e rendendo, in tal modo, le modalità di computo della base imponibile del tributo che qui occupa più aderenti ai criteri adottati in sede di redazione del bilancio di esercizio.

Fornendo chiarimenti a tale nuova disciplina l’Amministrazione finanziaria (cfr. circ. 20 giugno 2012, n. 26/E) ha affermato chiaramente che gli accantonamenti in parola, effettuati a fronte di oneri da sostenere al momento della restituzione dell’azienda affittata, concorrono alla formazione del valore della produzione nell’esercizio di competenza, sebbene indicati in una voce non rilevante ai fini IRAP, e sono deducibili attraverso l’effettuazione di una variazione in diminuzione in sede di dichiarazione. Questo, ancora una volta, in conformità al principio secondo cui, solo imputando al gestore dell’azienda i costi del relativo funzionamento e deperimento, si rileva in modo corretto l’effettiva capacità contributiva (cfr. ASSONIME, circ. 9 novembre 2012 n. 31 e 10 maggio 2000, n. 34).

L’impostazione da ultimo prevalente, rispettosa tra l’altro del principio di correlazione costi-ricavi, si ritiene possa valere, ai fini della deducibilità IRAP degli ammortamenti in esame, tanto nel caso in cui la quota di ammortamento sia imputata a conto economico (nella voce B13) quanto nel caso in cui il predetto ammortamento è dedotto, ai fini delle imposte reddituali, direttamente in dichiarazione.

A quest’ultimo riguardo si nota, infatti, che, soprattutto nel contesto di un tributo a carattere reale come quello in questione, volto a colpire l’attività produttiva esercitata in quanto tale, il prelievo debba essere esercitato su di una base imponibile ottenuta dalla differenza tra i componenti positivi e negativi afferenti la predetta attività (includendo dunque, anche in questo caso, tra i componenti negativi, le quote di ammortamento dei beni strumentali inclusi nell’azienda affittata) (cfr. PEDROTTI , Note in merito al requisito di inerenza dei componenti del reddito di impresa, al presupposto oggettivo Irpef e Irap e al presupposto soggettivo IVA in un caso “patologico” di conferimento aziendale, cit.,  1275-1276).

La delicatezza della questione meriterebbe comunque un chiarimento da parte delle autorità fiscali.

2.2. Con specifico riferimento alla cessione a titolo oneroso dei beni patrimoniali facenti parte dell’azienda affittata, si osserva come, nel silenzio della normativa in materia di reddito di impresa, sia necessario stabilire la natura del componente reddituale realizzato, ai fini fiscali, dall’affittuario.

A questo proposito va preso atto dell’interpretazione prospettata dalla Direzione Regionale dell’Emilia Romagna (Interpello 5 aprile 2002, n. 909), ove viene affermato che, nel caso di cessione di beni facenti parte del complesso aziendale locato, il corrispettivo ricavato dalla vendita costituisce, per l’affittuario, una sopravvenienza attiva (tassabile ex art. 55, TUIR, ora art. 88, TUIR), in quanto provento conseguito “a fronte di spese dedotte”. Tale considerazione discende da due ulteriori elementi: (i) il provento non può qualificarsi come plus(minus)valenza in capo all’affittuario dato che il bene non è di sua proprietà, (ii) l’ammortamento effettuato dal conduttore non si qualifica come rettifica di costi fiscali ma accantonamento per oneri futuri. Tale impostazione comporta comunque il concorso a tassazione di un differenziale (pari alla differenza tra il corrispettivo e il costo fiscale residuo del bene ceduto) e l’iscrizione di un ulteriore debito verso il locatore (che si aggiunge al fondo ammortamento dedotto e accantonato a titolo di oneri futuri per meglio rappresentare l’effettivo esborso a carico dell’affittuario e a favore del locatore).

Sul punto potrebbe essere diversamente sostenuto che la predetta cessione dia origine a plusvalenze e minusvalenze patrimoniali ai sensi, rispettivamente, degli artt. 86 e 101, TUIR (si veda il citato filone dottrinale che, a nostro avviso, correttamente ha sostenuto come nell’affitto di azienda si realizzi l’attribuzione di costi fiscali da un soggetto ad un altro, cfr. CARPENTIERI L., L’affitto di azienda nella prospettiva della continuità dei valori fiscalmente riconosciuti, cit.,  800).

Ciò posto, sebbene, da un punto di vista “quantitativo”, in entrambe le impostazioni delineate sia tassato (o dedotto) il differenziale tra il corrispettivo di cessione e il costo fiscale residuo del bene ceduto, vi sono ulteriori aspetti che, a seconda dell’impostazione adottata, potrebbero comportare effetti diversi in capo all’affittuario. In specie, la mancata qualificazione del provento realizzato alla stregua di una plusvalenza ne preclude, ai sensi dell’art. 86, comma 4, TUIR, la rateizzazione in quote costanti. Ciò comporterebbe una non giustificabile disparità di trattamento tra soggetti esercenti la medesima attività d’impresa in base a titoli giuridici diversi (proprietà o affitto di azienda).

2.3. I crediti costituiscono ulteriori elementi patrimoniali volti a riflettere tanto la neutralità fiscale dell’operazione di affitto di azienda quanto il relativo corollario della continuità dei valori fiscali. Infatti, i crediti e il relativo fondo svalutazione si trasferiscono, all’inizio del periodo di affitto, dal locatore al conduttore in base al relativo valore fiscale. In tal senso si è espressa anche l’Agenzia delle Entrate (cfr. ris. 5 novembre 2008, 424/E), la quale ha affermato che il subentro dell’affittuario al locatore nella gestione dell’azienda ne determina la sostituzione anche in relazione alle posizioni fiscali riferibili agli elementi patrimoniali trasferiti “con la conseguenza che i relativi valori fiscali (formatisi in capo al locatore) risultano attratti nella sfera giuridico-tributaria dell’affittuario”. In virtù del predetto principio di continuità dei valori fiscalmente riconosciuti, la risoluzione ha poi attribuito all’affittuario la possibilità di effettuare variazioni in diminuzione in relazione a perdite su crediti deducibili coperte dal relativo fondo accantonato e tassato in capo al locatore.

3. Con questa breve nota si è inteso offrire alcuni spunti utili a comprendere come l’affitto di azienda possa essere ricondotto tra le operazioni straordinarie d’impresa essenzialmente neutre ai fini dell’imposizione sul reddito. Ciò assunto, si renderebbe probabilmente necessario un intervento legislativo volto a prendere atto di tale circostanza e, quindi, ad integrare la pertinente normativa in materia di reddito di impresa, estendendo, in buona sostanza, il principio di continuità dei valori fiscalmente riconosciuti – già racchiuso, in ordine ai beni ammortizzabili, nell’art. 102, comma 8, primo periodo, TUIR – alla totalità degli elementi attivi e passivi facenti parte dell’azienda affittata.

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