IL RECENTE INTERVENTO IN MATERIA PENALE TRIBUTARIA. DAVVERO TUTTO CIO’ CHE E’ REALE E’ ANCHE RAZIONALE?

Di Marco Di Siena -

 

Abstract

La recente modifica del D.Lgs. 74/2000 non convince. Il rilevante incremento delle sanzioni e la conseguente overcriminalization della materia fiscale non sembrano coerenti con la direzione adottata dal D.Lgs. 158/2015. In aggiunta – poiché azioni simili contro i beni giuridici pubblici sono sanzionate in modo differente – l’intero apparato criminale non risulta realmente comprensibile e ragionevole. La riforma del diritto penale tributario implica una maggiore attenzione per evitare rischi superiori per l’efficienza e la razionalità dell’intero sistema fiscale.

 

The recent intervention in tax criminal matters. Is everything real really rational? -The recent reform of the Legislative Decree n. 74/2000 does not convince. The relevant increase of the sanctions and the subsequent overcriminalization of the tax matter does not seem consistent with the direction adopted by Legislative Decree n. 158/2015. In addition – since similar activities against the interest of the public Authorities are punished in a different way – the entire criminal system does not really appear understandable and reasonable. The reform of the tax criminal laws implies more attention in order to avoid higher risks for the efficiency and rationality of the entire tax system

 

 

 

Sommario: 1. Il recente intervento in materia penale tributaria. Un nuovo esempio di legislazione del momento. – 2. L’irrigidimento dell’assetto punitivo criminale delineato dal D.Lgs. 74/2000 (il revirement rispetto alle modifiche recate dal D.Lgs. 158/2015): ma punire di più equivale necessariamente a punire meglio? – 3. Quando la storia (non) insegna. L’esperienza della legge sulle manette agli evasori e l’esigenza di fare economia di diritto penale in ambito economico-penale. – 4. La monetizzazione della frode fiscale. Spinte contrapposte di politica criminale tributaria. L’opinabile approccio pecuniario all’afflittività della sanzione penale. – 5. Una critica conclusiva.

 

1. Ora che il processo di conversione in legge del D.L. 124/2019 si è compiuto ed ancorché l’attenzione generale sia ormai focalizzata su altre tematiche è senz’altro opportuno formulare qualche considerazione sul quadro d’insieme che scaturisce da questa iniziativa legislativa. Non si tratta (volutamente) di riflessioni di ordine sistematico ma solo del tentativo di comprendere se sia possibile individuare una ratio di fondo di tale intervento normativo o se, per converso, si sia in presenza di una nuova prova (non particolarmente positiva) di un legislatore animato da una sorta di estremismo dei fini; un legislatore il quale, incurante del delicato contesto in cui si colloca la propria attività e con una certa nonchalance applicativa, sembra essenzialmente dedito a perseguire l’obiettivo di lanciare segnali alla collettività (il che, non necessariamente, significa perseguire quel fine di prevenzione generale che pure l’ordinamento attribuisce alla disciplina penale) senza prestare attenzione alla coerenza complessiva del proprio modus agendi. Anticipando sin da subito le conclusioni, infatti, v’è motivo di ritenere che il recente intervento sia abbastanza délabré (a cominciare dall’opinabile scelta di modificare la struttura del D.Lgs. 74/2000 con lo strumento del decreto legge e ciò in apparente carenza, almeno in materia, dei requisiti di necessità ed urgenza previsti dall’art. 77 Cost.) nonché sprovvisto di una propria intima razionalità, oscillando (in maniera giuridicamente pericolosa) fra una sorta di richiamo segnaletico all’impiego (avvertito come salvifico) della sanzione penale, da un lato, ed una sorta di mercificazione pecuniaria della medesima sanzione, dall’altro lato. Il perché è presto detto.

 

2. Pur senza entrare nei dettagli non v’è dubbio che l’iniziativa legislativa che ha preso le mosse con la presentazione del D.L. 124/2019 abbia avuto sin dall’inizio un chiaro obiettivo: garantire maggiore severità alla risposta sanzionatoria approntata dall’ordinamento rispetto ai fenomeni evasivi. Un obiettivo (con ogni probabilità) più mediatico che tecnico-giuridico ma palese. E’ un dato innegabile, infatti, che il fil rouge dello specifico intervento si risolva principalmente nell’incremento delle pene edittali di buona parte delle fattispecie incriminatrici ad eccezione di quelle aventi ad oggetto l’omesso versamento di imposte dichiarate come i reati disciplinati dagli artt. 10-bis e 10-ter del D.Lgs. 74/2000. Una scelta radicale che per i delitti di frode (artt. 2 – 3 – 8 del D.Lgs. 74/2000) spinge la sanzione edittale sino agli otto anni di reclusione superando di gran lunga il trattamento prescritto da altre ipotesi delittuose che pure si collocano a presidio (in senso lato) dell’interesse patrimoniale dello Stato quali la truffa aggravata di cui all’art. 640, comma 2, c.p. o la malversazione di cui all’art. 316-ter c.p.. Risulta oggettivamente difficile comprendere la ragione di una così pronunziata divergenza punitiva in relazione a delitti che prima facie tutelano il medesimo bene giuridico (vale a dire l’interesse patrimoniale dello Stato) ma tant’è. È sin troppo evidente come l’esigenza di manifestare inflessibilità a fronte dell’evasione (previo ricorso all’ormai usuale espressione, di matrice bellica, della lotta all’evasione) deve essere apparsa al legislatore del D.L. 124/2019 un motivo più che sufficiente per superare ogni perplessità di coerenza normativa. Ma ciò che l’irrigidimento punitivo di cui all’ultimo intervento lascia emergere in modo viepiù palese è il superamento d’emblé di quell’impostazione che aveva condotto (meno di un lustro fa) alle modifiche apportate dal D.Lgs. 158/2015 e che avevano cercato di temperare le principali asperità sanzionatorie le quali tanto a livello legislativo quanto giurisprudenziale avevano ibridato nel corso del tempo l’originaria impostazione del D.Lgs. 74/2000. Ora, di questo animus mitigandi (che peraltro a suo tempo era stato criticato da più parti per la propria eccessiva timidezza) non v’è traccia nel D.L. 124/2019 e nella successiva legge di conversione. Sembra anzi che con questo intervento si punti tutto su di un obiettivo radicalmente antitetico: l’incremento del trattamento punitivo secondo una logica a cui non sono estranei eccessi di rigore che qualcuno non ha esitato a definire di matrice proto-giacobina. Ad onore del vero nihil novi sub sole. L’inasprimento della risposta sanzionatoria (nel presupposto che in tal modo si possa rendere più efficace il contrasto all’evasione) costituisce un grande classico di quella che potremmo definire comunicazione governativa repubblicana e, quindi, non v’è da stupirsi in modo eccessivo (anche se il revirement rispetto ad una modifica di segno opposto di pochi anni fa – il D.Lgs. 158/2015 – lascia oggettivamente riflettere). Il punto, tuttavia, è un altro. È, in particolare, doveroso chiedersi se vi fosse una reale esigenza di procedere in tal senso e se effettivamente un inasprimento della risposta punitiva renda più incisivo il contrasto all’evasione (concorrendo così al perseguimento dell’obiettivo di prevenzione generale che presiede alla disciplina penale). V’è motivo di dubitarne come, in qualche maniera, insegna tanto la storia del diritto penale tributario quanto l’esperienza maturata in ormai venti anni di applicazione del D.Lgs. 74/2000. L’idea di incrementare il livello di criminalizzazione e severità, infatti, non solo sembra dimenticare l’infelice esperienza panpenalizzante della L. 516/82 (la cosiddetta legge sulle manette agli evasori) ma trascura le ragioni che hanno ispirato la riforma attuata con il D.Lgs. 74/2000 (e più di recente la richiamata miniriforma attuata dal D.Lgs. 158/2015) e, soprattutto, dimentica di apprezzare che non v’è alcuna evidenza statistica che misure penali tributarie più aggressive facciano effettivamente regredire la propensione alla frode dei criminali tributari (un orientamento apparentemente condiviso anche dal neonominato Direttore dell’Agenzia delle Entrate come desumibile da un suo recente intervento “Meglio convincere che punire. Il Guardiano del Fisco concede il bis” in Repubblica, 10 febbraio 2020, pag. 10).

3. Poiché il passato insegna è bene cercare di comprendere per quale ragione – alla luce dell’esperienza – l’idea di incrementare il livello di criminalizzazione della materia tributaria sia un moto per lo più emotivo; una sorta di riflesso condizionato a cui è sottesa l’illusione (in terminis si vedano le considerazioni di E. MUSCO, L’Illusione penalistica, Milano, 2004) che la sanzione penale rivesta effetti salvifici (in termini di prevenzione generale) ed incrementi in maniera più che proporzionale la capacità dissuasiva del sistema (una presunta misura di efficientamento del sistema repressivo che – ad onore del vero – non sembra trovare concorde neanche magistrati del pubblico ministero da sempre molto attenti alla materia penale tributaria come dimostrato dalle considerazioni di Ielo: aumentare le pene? Non serve a ridurre l’evasione fiscale in Il Sole 24 Ore dell’8 dicembre 2019). In realtà, l’esperienza della L. 516/82 (con il suo ampio novero di condotte potenzialmente costituenti reato) ha dimostrato esattamente il contrario; ha cioè dimostrato quanto possano essere pericolosi i fenomeni della cosiddetta overcriminalization e della recessività dei principi di sussidiarietà e proporzionalità punitiva in ambito penale economico. Come dimostrato dall’evidenza empirica, infatti, il numero elevatissimo dei procedimenti penali tributari determinato dalla legge sulle manette agli eavsori ebbe a condurre: i) da un lato, ad un vero e proprio svilimento della sanzione penale (di cui la collettività non avvertiva più lo stigma sociale); e ii) dall’altro, ad una sostanziale paralisi delle Procure della Repubblica (destinatarie di un numero sovradimensionato di notizie di reato spesso per vicende di scarso rilievo pecuniario o comunque difficilmente selezionabili in termini di priorità investigativa in ragione del principio di obbligatorietà dell’azione penale) con conseguente largo verificarsi di casi di prescrizione o di abbandono in punto di fatto delle indagini (una specie di fattore implicito di decongestione del sistema ma al tempo stesso di affievolimento in punto di fatto del principio di cui all’art. 112 Cost.). Con un certo tasso di semplificazione, quindi, è lecito affermare che nel vigore della L. 516/82 ci si rese conto abbastanza celermente che: i) non solo punire troppo in astratto equivaleva a punire poco in concreto; ii) ma anche che l’eccessivo impiego della sanzione penale deprimeva l’effetto di prevenzione generale (ossia l’effetto dissuasivo) del sistema nel suo complesso peraltro a costi complessivamente superiori (è intuitivo, infatti, che un procedimento penale, per l’intrinseca complessità che lo contraddistingue in via comparativa, costa alla collettività molto di più di un analogo procedimento punitivo amministrativo in quanto ha garanzie e tempistiche incredibilmente più articolate del procedimento di irrogazione della sanzione amministrativa la quale, ove opportunamente impiegata, ha tempi e modi di certo non meno afflittivi ed efficaci della sanzione criminale). È per tali ragioni che, dopo poco meno di un decennio dall’entrata in vigore della legge sulle manette agli evasori, si avviava una profonda rimeditazione dell’assetto penale tributario sul cui sviluppo è bene soffermarsi senza farsi travolgere dall’enfasi. Prima di addivenire a quello che è tuttora l’impianto fondamentale in materia (vale a dire il D.Lgs. 74/2000), infatti, si susseguivano i lavori di ben tre commissioni (le cosiddette commissioni Tinti, Tinti-bis e, da ultimo, la Tinti-ter). L’esito della riflessione così condotta a tale livello (e si trattava – vale evidenziarlo – di commissioni presiedute da un magistrato del pubblico ministero giudicato unanimemente fra i più attenti alla materia penale tributaria) fu semplice ed univoco: abbandono dell’opzione panpenalizzante (dimostratasi inefficace e dannosa per il sistema nel suo complesso), focalizzazione sulle ipotesi di frode fiscale con una risposta sanzionatoria che fosse adeguata in termini di trattamento punitivo (e, quindi, evitasse casi di generalizzata prescrizione dei reati denunziati) e fosse, al tempo stesso, proporzionata sia in termini generali che di comparazione relativa rispetto agli altri reati di matrice economica. È su tali basi, quindi, che è stato elaborato l’originario impianto del D.Lgs. 74/2000 incentrato sui delitti in dichiarazione (in contrapposizione alle contravvenzioni prodromiche di cui alla L. 516/82), la sostanziale irrilevanza penale del semplice inadempimento dell’obbligazione tributaria (purché non connotato da elementi decettivi) e pene edittali robuste (sino a 6 anni di reclusione) ma non draconiane. Ha funzionato questa impostazione così radicalmente differente dall’esperienza delle manette agli evasori? Pur taluni limiti strutturali (dovuti principalmente ad una difettosa formulazione del delitto residuale di dichiarazione infedele) la risposta può dirsi nel complesso positiva: meno processi penali per vicende tuttavia di maggiore rilievo ed un incremento dell’efficacia deterrente e repressiva del sistema anche per effetto dell’istituto della confisca per equivalente di cui medio tempore è stata disposta l’applicazione anche di reati tributari. Quanto forse non è andato nell’esperienza del D.Lgs. 74/2000 è, in realtà, esattamente il contrario di ciò a cui la recente stretta punitiva avviata con il D.L. 124/2019 sembra completamente trascurare. Ben presto, infatti, il sistema tracciato dal D.Lgs. 74/2000 si è opacizzato con micro-interventi che hanno condotto ad un certo smarrimento dell’impostazione originaria così che anche comportamenti dolosi ma sprovvisti di connotazioni artificiose hanno finito per essere attratti all’ambito della repressione penale (è il caso della criminalizzazione dell’omesso versamento dell’IVA ovvero di quello concernente le ritenute certificate che, spesso sono forse di autofinanziamento improprio delle imprese in difficoltà). E – arrivando al (pen)ultimo episodio di questo percorso evolutivo – è proprio per fare fronte ad un ritorno al passato (inteso come abbandono, almeno parziale, del focus principale sugli episodi di criminalità fiscale con conseguente criminalizzazione anche del semplice inadempimento non connotato da fraudolenza) che il sistema penale tributario formava oggetto di un restyling con il D.Lgs. 158/2015. Una riforma invero a bassa intensità che, pur elidendo talune incrostazioni applicative (un’elisione avvenuta principalmente attraverso l’affermazione esplicita dell’irrilevanza penale dell’elusione fiscale, la riformulazione del delitto di dichiarazione infedele al fine di evitarne l’applicazione ai casi di mera evasione interpretativa, nonché attraverso la revisione del delitto di dichiarazione fraudolenta) serbava una struttura punitiva ibrida e comunque lontana dall’impostazione originaria del D.Lgs. 74/2000. Si manteneva infatti (pur con soglia di punibilità incrementata) la criminalizzazione del mero inadempimento (dell’obbligo di versamento dell’IVA e di quello delle ritenute certificate) o comunque di condotte sprovviste di una chiara qualificazione fraudolenta (come la illegittima compensazione previo impiego di crediti non dovuti ma pur sempre esistenti di cui all’art. 10-quater del D.Lgs. 74/2000) finendo in tal modo per disconoscere (almeno in parte) l’obiettivo punitivo sotteso all’originaria riforma del 2000. Rispetto a questa microriforma del 2015 è ora intervenuto (con la richiamata volontà di invertire una rotta che deve essere apparsa lassista) il legislatore del D.L. 124/2019 e del relativo provvedimento di conversione. Non si tratta, come detto, di una vaste réforme ma (ancora una volta) di un intervento manutentivo di dettaglio che, tuttavia, rende – come detto – particolarmente aggressiva la risposta sanzionatoria. Il tutto allorquando un equilibrio – pure faticoso – era stato trovato e il sistema (pur sempre migliorabile) sembrava ormai funzionare. E ciò induce sin da subito a talune riflessioni. La prima è quella tale per cui, sulla base dell’esperienza, un incremento del tasso di criminalizzazione dell’ambito fiscale non incrementa il livello generale di compliance ma rischia di: i) svilire il ruolo della sanzione penale; ii) congestionare la macchina repressiva pregiudicando l’effettività della pena (che è, invece, il reale obiettivo a cui si dovrebbe tendere a livello di sistema perché non sono tanto le sanzioni edittali quelle che rilevano ma l’enforcement delle pene in concreto irrogate); iii) incrementare il costo complessivo dell’intero apparato punitivo (in ragione dei costi propri dei procedimenti penali per la collettività) perché l’illusione penalistica (che attribuisce alla sanzione criminale effetti quasi taumaturgici) spesso costa di più e rende di meno a livello sociale. Una seconda considerazione, poi, è di natura strettamente punitiva. La pena edittale per i delitti tributari è stata oggettivamente spinta verso orizzonti che appaiono difficili da ricondurre ad unità nel sistema del diritto penale dell’economia e sembrano, oggettivamente, sprovvisti di una effettiva correlazione con il principio di proporzionalità punitiva. In sintesi, è come si fosse dispiegato un intervento ispirato da una concezione quasi astratta dello strumento della sanzione penale senza tuttavia darsi carico di una qualche forma di contestualizzazione: più un avviso di matrice mediatica che un intervento di legislazione penale. Non v’è infatti apparente ragione perché – a fronte di un’astratta parità di danno economico per le pubbliche autorità – una frode in materia fiscale debba essere sanzionata in maniera molto più afflittiva di una generica truffa aggravata o altro delitto similare extrafiscale. Si tratta di una opzione legislativa di cui si intravede con estrema difficoltà l’intima razionalità e che non risponde neanche ad una visione autoritaria ed illiberale come quella della codificazione italiana degli anni ’30 – una visione da cui pure il sistema penale nazionale non si è ancora del tutto affrancato – visto che ad una lesione di beni giuridici omogenei l’ordinamento appronta risposte punitive di intensità del tutto differenti. Ma non è tutto.

 

4. In un provvedimento che vorrebbe apparire draconiano come quello perfezionatosi con il provvedimento di conversione del D.L. 124/2019 appare anche una modifica che risulta oggettivamente inattesa. Previa integrazione dell’art. 13 del D.Lgs. 74/2000, infatti, si è introdotta (analogamente a quanto era già previsto per i delitti di dichiarazione infedele ed omessa di cui agli artt. 4 e 5 del medesimo provvedimento impositivo) la possibilità di escludere l’applicazione della sanzione penale per le ipotesi di dichiarazione fraudolenta disciplinate dagli artt. 2 e 3 nell’ipotesi in cui il debito tributario (inteso come imposte, sanzioni e relativi interessi) sia integralmente assolto prima che il contribuente formi oggetto di una qualche iniziativa ispettiva. Questa misura lascia perplessi per almeno tre ordini di ragioni differenti. In prima istanza, da un punto di vista pragmatico, la misura appare (forse) velleitaria. È logico ritenere infatti che – tranne rarissimi casi – ben pochi criminali fiscali (quali sono quelli che realizzano i delitti di frode di cui agli artt. 2 e 3 del D.Lgs. 74/2000) decidano di dare corso ad atti di resipiscenza nel senso previsto dalla novella. In un’ottica patologica, infatti, è meglio tentare la sorte ed esporsi al rischio (invero ormai sempre più concreto alla luce degli strumenti di controllo a disposizione degli organi investigativi) piuttosto che integrare ex ante il reato per poi porre nel nulla ex post (con un elevato costo pecuniario) i relativi effetti economici. In sintesi, è comprensibile quello che sembra un atto di ottimismo della volontà da parte del legislatore ma è logico ritenere che nella prassi (anche quella di natura criminale) sia destinato a prevalere una sorta di pessimismo della ragione quanto alla concreta efficacia dell’istituto. In secondo luogo, tuttavia, v’è un problema di coerenza interna del complessivo intervento. Se l’obiettivo (tutt’altro che occulto ed anzi palesemente propagandato come tale) dell’intervento legislativo di fine anno era quello di enfatizzare il perseguimento di un obiettivo di prevenzione generale (id est la propagandata lotta all’evasione destinata a favorire la tax compliance), risulta intuitivo come la possibilità di monetizzare la frode si muova in senso rigorosamente antitetico. Si finisce per delineare l’evasione come un fenomeno di matrice solo economica rispetto al quale qualsiasi evasore – anche quello che realizzi le condotte più lesive degli interessi erariali – può comunque conservare una opzione da commodus discessus. Il che oggettivamente è incoerente in quanto la risposta criminale finisce per perdere il proprio ruolo assoluto per divenire recessiva in base a dinamiche meramente pecuniarie e ciò in ossequio ad un malinteso stick and carrot approach molto pragmatico (e comunque dall’efficacia concreta tutta da verificare) ma estraneo alla direttrice iperafflittiva (ed intrisa di un certo estremismo sanzionatorio) che è chiaramente alla base dell’intervento legislativo in commento. E ciò porta all’ultima riflessione critica che attiene – in generale – alle modalità con cui l’intervento penale (a maggiore ragione in un ambito ex se sensibile come quello di natura economica) è brandeggiato a livello legislativo. Come è stato in modo reiterato posto in luce dagli studiosi infatti (solo da ultimo si vedano le considerazioni di C. NORDIO, La stagione dell’indulgenza ed i suoi frutti avvelenati. Il cittadino tra sfiducia e paura, Milano, 2019 ma anche talune riflessioni di V. ROPPO, Il racconto della legge, Milano, 2019) l’impiego episodico e non adeguatamente meditato della dimensione penalistica del diritto – lungi dall’ingenerare compliance – ingenera nella collettività disaffezione e diffidenza. Si crea, in altri termini, una cesura fra le intenzioni (quand’anche meritorie in astratto del legislatore) e la sensibilità della collettività la quale non è tanto interessata alle astrattezze del diritto ma alla concretezza dell’effettività della sanzione (la dimensione anglosassone dell’enforcement of law). Tutto questo per dire cosa? Una cosa invero semplice. E cioè che se l’obiettivo della stretta punitiva avviata con il D.L. 124/2019 (una manovra, come evidenziato, apparentemente sovradimensionata in un’ottica di comparazione rispetto ad altri reati di natura economica) era quello di lanciare un segnale di maggiore rigore, allora, la introdotta monetizzazione della responsabilità penale a fronte dei delitti di frode fiscale si muove in direzione assolutamente contraria e concorre ad una sensazione sociale di potenziale ineffettività della pena criminale (che è poi, al di là del regime edittale, quanto la collettività si attende realmente dal sistema punitivo nel suo complesso). Né quest’ultima considerazione sembra contraddetta dalla circostanza tale per cui, a livello generale, è stato introdotto all’art. 131-bis c.p. – in ossequio al principio di offensività della condotta – il meccanismo della non punibilità per particolare tenuità del fatto. La norma speciale introdotta nel contesto del D.Lgs. 74/2000, infatti, riguarda fattispecie molto più gravi (almeno a livello di trattamento punitivo edittale) rispetto a quelle rientranti nell’ambito applicativo dell’art. 131-bis c.p. sicché l’effetto premiale finisce per risultare particolarmente amplificato. Il che ingenera una possibile sensazione collettiva di incoerenza del microsistema punitivo di cui al rinnovato D.Lgs. 74/2000; un assetto tanto esplicitamente retributivo in astratto quanto pronto in concreto a obliterare ogni profilo di responsabilità penale nell’ipotesi in cui le conseguenze della condotta criminale siano patrimonializzate a beneficio dell’Erario. Come se il rapporto impositivo fosse riconducibile ad una sorta di ordinaria relazione patrimoniale fra soggetti privati allorquando invece ciò, chiaramente, non è. E non lo è, non solo per la natura stessa dell’interesse pubblico alla corretta riscossione delle imposte, ma anche perché – come evidenziato – ove mai fosse ipotizzabile una sorta di equiparazione ad un ordinario rapporto patrimoniale, non si comprenderebbe il rigore stesso delle sanzioni edittali previste per i delitti di cui al D.Lgs. 74/2000. Così come peraltro, sotto altro profilo, resta difficile ricondurre a sistema l’intero corpus dei reati in danno degli interessi patrimoniali pubblici i quali vivono di una costante giustapposizione asimmetrica in cui un danno di pari entità pecuniaria tollera differenti risposte punitive a seconda della fattispecie criminosa che viene ad assumere rilievo nel caso di specie.

5. Il recente intervento in materia penale tributaria intrapreso con il D.L. 124/2019 e concluso con la legge di conversione (al di là del merito delle singole misure) si presta, invero, a più di un’osservazione critica. La novella, infatti, sembra essenzialmente rispondere all’idea che punendo di più (almeno a livello teorico) il sistema funzioni meglio in concreto e, pertanto, l’evasione fiscale sia destinata ad arretrare in maniera automatica. È una considerazione che non ha alcuna evidenza empirica e la cui effettiva ratio risiede invece essenzialmente nel tentativo di incontrare il sentimento contingente dell’opinione pubblica (o di una porzione della stessa). Peraltro, nel determinare una siffatta apparente stretta: i) non solo si inverte la rotta (senza che – ad onore del vero – il contesto fattuale si possa dire modificato in radice) rispetto a quanto stabilito non meno di un lustro fa dal D.Lgs. 158/2015 (un decreto formalizzato in esito ad un processo di legislazione delegata derivante dalle indicazioni di cui alla Legge delega n. 23/2014 senz’altro più articolato e ponderato rispetto a quello assicurato dall’impiego di un provvedimento di urgenza ex art. 77 Cost.); ii) ma soprattutto si finisce per contagiare il diritto penale di quello che è uno fra i principali difetti dell’ordinamento tributario, vale a dire l’instabilità del sistema, la contingenza delle modifiche normative, il carattere (sovente) umorale delle singole iniziative legislative. Si tratta di aspetti patologici della materia fiscale che sono ben noti agli studiosi e dai quali, tuttavia, è auspicabile che il sistema penale resti per quanto possibile immune. La sanzione di natura criminale è la pena per eccellenza prevista dall’ordinamento giuridico sicché il suo impiego deve essere limitato e proporzionale ed ispirato ad una visione lunga e di sistema che non la faccia apparire alla collettività alla stregua di uno strumento di natura emergenziale. Il rischio di costringere la sanzione penale alla dinamica tipica (troppo spesso sperimentata nel settore tributario) degli ordini impartiti sul tamburo è un quid che va assolutamente contrastato. L’apparente irrazionalità dell’attività legislativa per quanto attiene al coté penale costituisce motivo di incrementale instabilità del nostro sistema tributario e ciò non è affatto un bene. Una maggiore ponderazione quando si interviene in ambito criminale (seppure tributario) è un suggerimento senz’altro opportuno. Il che non significa farsi sostenitori di una sorta di immobilismo in materia ma, data la delicatezza dei valori in gioco, adelante cum juicio.

Bibliografia essenziale

Ambrosetti – Mezzetti – Romeo, Diritto penale dell’impresa, Bologna, 2016

Musco, L’Illusione penalistica, Milano, 2004

Musco – Ardito, Diritto penale tributario, Bologna, 2016

Nordio, La stagione dell’indulgenza ed i suoi frutti avvelenati. Il cittadino tra sfiducia e paura, Milano, 2019

Nuvolone, Il sistema del diritto penale, Padova, 1982

Perini, Brevi note sui profili penali tributari del D.l. 124/2019 (testo audizione tenutasi presso la Commissione Finanze della Camera dei Deputati il 5 novembre 2019)

Roppo, Il racconto della legge, Milano, 2019

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