Riflessioni “a caldo” sul nuovo regime fiscale dei beneficiari di trust non residenti opachi: nota all’art. 13 del D.L. n. 124/2019

Di Stefano Massarotto -

1. L’art. 13 del D.L. 26 ottobre 2019, n. 124 (in Gazzetta ufficiale n. 252 del 26 ottobre 2019) introduce nel Testo Unico delle Imposte sui Redditi nuove disposizioni volte a prevedere la tassazione dei “redditi corrisposti” a residenti in Italia da taluni trust opachi esteri.

Sebbene le nuove disposizioni siano volte a “risolvere problematiche di carattere interpretativo” fino ad oggi esistenti (così la Relazione illustrativa al decreto), la loro collocazione nel capo del D.L. n. 124/2019 dedicato alle “Misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva ed alle frodi fiscali” è – probabilmente – infelice e potrebbe risentire del fatto che negli ultimi tempi i trust, soprattutto se non fiscalmente residenti in Italia, sono stati oggetto di specifica attenzione da parte dell’Agenzia delle entrate, che, in taluni casi, ne ha evidenziato l’utilizzo improprio e, dunque, il profilo patologico.

2. Il trattamento fiscale delle distribuzioni da parte di trust opachi non residenti in Italia è sempre stato circondato da un clima di incertezza interpretativa.

L’Amministrazione finanziaria, nella Circolare n. 61/E del 27 dicembre 2010, con riguardo alla previsione normativa di cui all’art. 44, comma 1, lett. g-sexies) del T.U.I.R. – secondo cui costituiscono redditi di capitale “i redditi imputati al beneficiario di trust ai sensi dell’articolo 73, comma 2, anche se non residenti” –, ha innanzitutto precisato che l’espressione “anche se non residenti” va riferita al trust e non ai beneficiari; sicché, ad avviso dell’Agenzia delle entrate, “il reddito imputato dal trust a beneficiari residenti è imponibile in Italia in capo a questi ultimi quale reddito di capitale, a prescindere dalla circostanza che il trust sia o meno residente in Italia e che il reddito sia stato prodotto o meno nel territorio dello Stato” (non è questa la sede per una analisi critica di tale interpretazione che – con l’imputazione ai beneficiari individuati non solo dei redditi di fonte italiana, ma altresì di quelli prodotti all’estero dal trust residente all’estero – parrebbe in contrasto con i criteri di territorialità previsti dall’ordinamento).

Ma non è tutto. La stessa disposizione sarebbe applicabile, secondo l’Agenzia delle entrate, anche ai trust esteri opachi – soprattutto se costituiti in giurisdizioni straniere a regime fiscale privilegiato – ove viene affermato che “alla tassazione ridotta in capo al trust corrisponderebbe, comunque, l’imposizione in capo al beneficiario residente secondo il regime del più volte citato articolo 44, comma 1, lettera g-sexies), del TUIR”.

L’interpretazione della Circolare n. 61/E (a quanto risulta, ribadita anche in talune più recenti risposte ad interpelli non pubblicate), non trovava alcun riscontro nel dettato normativo dell’art. 44, comma 1, lett. g-sexies) del T.U.I.R.: quest’ultima disposizione riguardava chiaramente solo i trust – sia residenti sia non residenti – “trasparenti”, ossia con beneficiari “individuati” (e non anche quelli “opachi), residenti in Italia e pareva più che altro dettata da meri motivi di cautela fiscale nei confronti dei trust opachi costituiti in Paesi black list. La stessa è stata infatti ampiamente analizzata e criticata dalla dottrina specialistica, la quale ha evidenziato che le attribuzioni erogate da un trust opaco (a prescindere dalla sua residenza o meno in Italia) non sono tassabili in capo ai beneficiari, posto che non rientrano in alcuna delle categorie di reddito di cui all’art. 6 del T.U.I.R..

Tra l’altro, la stessa Relazione illustrativa al D.L. n. 124/2019 ha chiaramente evidenziato che “Stante il riferimento letterale ai “redditi imputati”, le attuali disposizioni fiscali in materia di imposte dirette possono essere riferite sicuramente anche ai “beneficiari individuati” di trust esteri “trasparenti”, mentre è più difficile ricomprendere nell’ambito di applicazione delle stesse i trust “opachi” esteri”.

3. In questo quadro interviene l’art. 13 del D.L. n. 124/2019, il quale, modificando l’art. 44, comma 1, lett. g-sexies) del T.U.I.R., introduce nel novero dei redditi di capitale “i redditi corrisposti a residenti italiani da trust e istituti aventi analogo contenuto stabiliti in Stati e territori che con riferimento al trattamento dei redditi prodotti dal trust si considerano a fiscalità privilegiata ai sensi dell’articolo 47-bis, anche qualora i percipienti residenti non possono essere considerati beneficiari individuati ai sensi dell’articolo 73”.

La nuova disposizione prevede, dunque, la tassazione in capo ai beneficiari residenti nel territorio dello Stato – quali redditi di capitale che concorrono alla formazione del reddito imponibile del contribuente secondo le aliquote progressive IRPEF – delle somme o dei valori attribuiti da trust e “istituti aventi analogo contenuto” (in merito a quest’ultima locuzione, Cfr. Circolare dell’Agenzia delle entrate n. 48/E, par. 3.1) opachi non residenti in Italia e stabiliti in Stati a regime fiscale privilegiato.

Innanzitutto, costituiscono redditi di capitale imponibili ex art. 44, comma 1, lett. g-sexies) del T.U.I.R. le attribuzioni (in denaro o in natura) che si qualificano quali redditi prodotti sotto la gestione del trustee, e non anche le attribuzioni riferibili al patrimonio del trust. A tale riguardo, il nuovo art. 45, comma 4-quater) introduce una presunzione secondo cui “l’intero ammontare percepito costituisce reddito” qualora “non sia possibile distinguere tra redditi e patrimonio“.

Come anticipato, le fattispecie che possono rientrare nel perimetro applicativo delle nuove disposizioni sono quelle – e solo quelle – che interessano i “trust … stabiliti in Stati e territori che con riferimento al trattamento dei redditi prodotti dal trust si considerano a fiscalità privilegiata ai sensi dell’articolo 47-bis” del T.U.I.R..

Ma è proprio l’individuazione di tali trust, a nostro avviso, a suscitare i maggiori dubbi interpretativi. Vediamo perché.

4. Occorre, in primo luogo, comprendere se, come pare, con la locuzione “stabiliti” il legislatore abbia voluto riferirsi al luogo in cui il trust abbia “formalmente” fissato la residenza (cfr. Circolare n. 48/E, par. 3.1), che, di regola coincide con il luogo di residenza del trustee (lasciando peraltro aperto il tema in caso di presenza di più co-trustees localizzati in giurisdizioni differenti).

Inoltre, il campo di applicazione della nuova disciplina viene delimitato dal riferimento all’art. 47-bis del T.U.I.R., che, come noto, ha introdotto un differente requisito per l’individuazione dei Paesi a fiscalità privilegiata diversi da quelli appartenenti all’Unione Europea ovvero da quelli aderenti allo Spazio economico europeo, facendo riferimento al livello di tassazione effettivo (comma 1, lett. a)) o a quello nominale (comma 1, lett. b)), a seconda che la partecipazione societaria sia o non sia di controllo, secondo la stessa nozione valevole ai fini della disciplina CFC di cui all’art. 167 del T.U.I.R..

In quest’ambito:

  • il richiamo all’art. 47-bis – che individua esclusivamente i regimi fiscali privilegiati di “Stati o territori, diversi da quelli appartenenti all’Unione europea ovvero da quelli aderenti allo Spazio economico europeo” – , parrebbe – prima facie – escludere i trust stabiliti negli Stati UE/SEE, salvo una interpretazione volta a considerare che il riferimento all’art. 47-bis sia esclusivamente rivolto alle aliquote (nominale od effettiva) di tassazione e non anche ad escludere gli Stati UE/SEE (nel qual caso si porrebbe comunque un tema di compatibilità con i princìpi fondamentali del diritto europeo, laddove applicabili anche ai trust);
  • sebbene il D.lgs. 29 novembre 2018, n. 142 abbia ampliato la nozione di controllo valevole ai fini della disciplina CFC e, quindi, dell’art. 47-bis (si rammenta che alla nozione di controllo civilistico è stata affiancata una definizione alternativa, legata al possesso di una partecipazione agli utili del soggetto estero superiore al 50%), è ragionevole ritenere che, nei fatti, il test per l’individuazione del regime fiscale privilegiato dovrebbe essere basato esclusivamente sul criterio residuale di cui alla lett. b) del comma 1 dell’art. 47-bis, rappresentato dal confronto tra la aliquota nominale estera e il 50% dell’aliquota nominale italiana;
  • in ogni caso, il confronto nominale tra il tax rate estero con quello interno potrebbe presentarsi tutt’altro che agevole, anche in considerazione del fatto che i trust potrebbero essere fiscalmente trasparenti nella giurisdizione in cui sono istituiti e che il tax rate nominale deve essere determinato tenendo conto “anche di regimi speciali che non siano applicabili strutturalmente alla generalità dei soggetti svolgenti analoga attività dell’impresa o dell’ente partecipato, che risultino fruibili soltanto in funzione delle specifiche caratteristiche soggettive o temporali del beneficiario e che, pur non incidendo direttamente sull’aliquota, prevedano esenzioni o altre riduzioni della base imponibile idonee a ridurre il prelievo nominale al di sotto del predetto limite“.

5. Alla luce di quanto rappresentato, una precisazione ci pare importante.

Ad avviso di chi scrive, la nuova fattispecie di reddito di capitale introdotta dall’art. 13 del D.L. n. 124/2019 conferma implicitamente che le distribuzioni effettuate da trust opachi non residenti, diversi da quelli stabiliti in Stati “a fiscalità privilegiata ai sensi dell’art. 47-bis” del T.U.I.R., non sono tassabili in capo ai beneficiari. Sicché, ove la scelta legislativa fosse volta ad escludere la tassazione dei trust stabiliti negli Stati UE/SEE (si pensi, ad esempio, ai trust e istituti analoghi stabiliti in Lussemburgo, Malta e Liechtenstein), occorrerà approfondire se e in che misura potranno essere destinatari della nuova disciplina quei trust stabiliti in Paesi tipicamente non considerati black list: è il caso, ad esempio, dei trust localizzati negli Stati Uniti d’America o nel Regno Unito (in ipotesi di uscita dalla UE).

In conclusione, è d’uopo segnalare che il D.L. n. 124/2019 non regola espressamente l’entrata in vigore delle nuove disposizioni di cui all’art. 13.

In quest’ambito, è ragionevole ritenere – nonostante il passaggio della Relazione illustrativa al decreto secondo cui la disposizione “intende risolvere problematiche di carattere interpretativo e operativo” -, che le nuove disposizioni abbiano carattere innovativo e non natura interpretativa (e, quindi, retroattiva), trovando così applicazione con riferimento alle distribuzioni di reddito effettuate da trust opachi esteri a decorrere al periodo d’imposta 2020, secondo quanto disposto dallo Statuto dei diritti del contribuente (Legge 27 luglio 2000, n. 212). Ove così fosse, l’art. 13 del D.L. n. 124/2019 rappresenterebbe una conferma dell’intassabilità delle distribuzioni fino ad oggi avvenute in capo ai beneficiari residenti (con la possibilità, ove questi ultimi si fossero conformati all’interpretazione resa dall’Amministrazione finanziaria con la Circolare n. 61/E di valutare l’eventuale presentazione di istanze di rimborso delle imposte pagate).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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  • S. MASSAROTTO, M. ALTOMARE, Il monitoraggio fiscale degli investimenti all’estero e delle attività estere di natura finanziaria, AA. VV., Temi di fiscalità nazionale ed internazionale, Cedam, 2014, pag. 833 e segg..

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