Web tax e risorse proprie europee. Un connubio perfetto?

Di Claudio Sciancalepore -

1. Il tema della tassazione dell’economia digitale è da tempo indagato in letteratura al fine di individuare possibili soluzioni alla crisi dei vigenti sistemi impositivi (cfr. L. Del Federico – C. Ricci (a cura di), Le nuove forme di tassazione della digital economy, Roma, 2018, passim). I redditi delle grandi multinazionali dell’economia digitale sfuggono all’imposizione in quanto le disposizioni fiscali internazionali non sono più in grado di catturare una materia imponibile sempre più dipendente dagli intangibles e dal commercio on line (cfr. S. Cipollina, I redditi nomadi delle società multinazionali nell’economia globalizzata, in Riv. dir. fin. sc. fin., 2014, I, 21 ss.).

Le istituzioni internazionali stanno concentrando i propri sforzi per affrontare le sfide dell’economia digitale al fine di individuare “cosa” tassare, “dove” tassare e “chi” può tassare. Nel 2012 i leader del G20 hanno formulato un primo mandato all’OCSE affinché i redditi siano assoggettati a tassazione nel luogo dove si crea il valore. Il mancato accordo circa un modello di tassazione condiviso nell’ambito del progetto BEPS ha spinto detti leader a formulare un nuovo mandato all’OCSE nel 2017 che si è impegnata a concludere i lavori entro la fine del 2020. La necessità di offrire soluzioni alle sfide dell’economia digitale è, da ultimo, ribadita dal nuovo presidente della Commissione europea secondo cui: “I regimi europei e internazionali di imposta sulle società devono essere riformati urgentemente, perché non sono consoni alle realtà dell’economia globale moderna e non tengono conto dei nuovi modelli di business del mondo digitale. …. Tuttavia, se entro la fine del 2020 non si sarà trovata una soluzione globale per una tassazione del digitale equa, l’UE dovrà agire da sola.” (così U. von der Leyen, Un’Unione più ambiziosa. Il mio programma per l’Europa, disponibile su https://ec.europa.eu, 16 luglio 2019).

In attesa di una proposta di tassazione del fenomeno digitale condivisa a livello internazionale, l’Unione europea ha provato a “giocare d’anticipo”, prospettandosi come soggetto attivo di una web tax europea i cui gettiti potrebbero alimentare direttamente il bilancio della UE. Una simile imposizione consentirebbe, da un lato, di catturare quegli imponibili che oggi sfuggono alla fiscalità dei singoli Stati membri e, dall’altro, rappresenterebbe una prima soluzione all’auspicata riforma del sistema di finanziamento dell’Unione europea.

2. Il bilancio europeo è oggi alimentato principalmente dalla cd. risorsa basata sul Reddito Nazionale Lordo (RNL) ottenuta tramite l’imposizione di un’aliquota uniforme all’ammontare del RNL e dalla cd. risorsa Iva determinata tramite l’applicazione di un’aliquota standard applicata alla base imponibile armonizzata statisticamente (e non partendo dalle dichiarazioni tributarie) dell’Iva di ogni Stato membro (cfr. M. Aulenta, Tax expenditures nelle imposte erariali, in A. Uricchio – M. Aulenta – G. Selicato (a cura di), La dimensione promozionale del fisco, Bari, 2015, 81). Il quadro delle risorse proprie è completato da quelle tradizionali che riguardano eminentemente i dazi doganali.

L’attuale sistema del finanziamento europeo è considerato poco trasparente, troppo complicato e iniquo, tale da rendere il bilancio europeo un documento destinato alla lettura di pochi specialisti. Il contribuente europeo non ha la consapevolezza di partecipare alle spese europee e vede come soggetto attivo dei dazi doganali e in quota parte dell’Iva non già l’Unione europea ma l’Amministrazione nazionale.

Come noto, l’istituzione di tali risorse proprie è regolata dall’art. 311, par. 3 del TFUE in forza del quale le decisioni sulle entrate europee richiedono l’accordo di tutti gli Stati membri nel Consiglio, previa consultazione del Parlamento europeo, rivelando la loro natura pattizia. Tale decisione entra in vigore solo previa approvazione degli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali: gli Stati membri dispongono, dunque, di un doppio potere di veto, dapprima in sede di Consiglio e poi in sede di ratifica e adattamento del diritto interno al diritto europeo. La farraginosità di tale procedura non ha scoraggiato la Commissione europea che negli ultimi anni ha proposto l’istituzione di alcune risorse proprie europee tra cui l’imposta sulle transazioni finanziarie, la carbon tax sulle emissioni di anidride carbonica e, da ultimo, la web tax europea. Una soluzione alle criticità circa il finanziamento del bilancio europeo, infatti, potrebbe essere ravvisata nell’introduzione di risorse proprie autonome che presentino collegamenti chiari con le politiche europee (cfr. S. Dorigo, Fiscalità, mercato e solidarietà: la crisi economica globale ed il ruolo del diritto dell’Unione europea, in Riv. it. dir. pubbl. com., 2017, 6, 1531 ss.). In questa prospettiva si è tentato di dotare l’Unione europea di nuove entrate, aventi natura fiscale, che consentano di garantire la stabilità finanziaria del bilancio e di sfruttare i vantaggi di un’imposizione sovranazionale, quali la possibilità di catturare i redditi caratterizzati da elevata mobilità e di colpire presupposti impositivi diversi e ulteriori rispetto a quelli già oggi attratti a tassazione dagli Stati membri. Si è subito pensato alla tassazione dell’economia digitale come strumento per finanziare il bilancio europeo attraverso un prelievo volto a colpire quelle multinazionali che oggi sfuggono dall’imposizione. Le prime bozze di lavoro sulla tassazione europea del settore digitale indicavano direttamente l’Unione europea quale soggetto deputato a riscuotere e incassare una web tax europea; uno studio del Parlamento europeo, inoltre, quantificava le perdite di gettito europeo a causa del fenomeno digitale rapportandole al risparmio di contribuzione degli Stati membri in termini di risorsa Iva (cfr. P. Tang – H. Bussink, EU Tax revenue loss from Google and Facebook, disponibile su https://static.financieel-management.nl, settembre 2017).

3. In attesa della conclusione dei lavori dell’OCSE, la Commissione europea ha avanzato alcune proposte tentando di perseguire contestualmente due obiettivi: da un lato la sostenibilità dei bilanci degli Stati membri, desiderosi di sottoporre ad imposizione la materia imponibile delle multinazionali operanti nella digital economy, e dall’altro l’effettivo funzionamento del mercato unico.

La prima proposta è una direttiva che stabilisce norme relative alla tassazione delle società che hanno una Presenza Digitale Significativa nei Paesi europei, mutuata dai lavori dell’Action 1 dei BEPS e definita sulla base di soglie che afferiscono ai ricavi provenienti dalla fornitura di servizi digitali, al numero di utenti online o al numero di contratti commerciali per servizi digitali (si veda A. Uricchio – W. Spinapolice, La corsa ad ostacoli della web taxation, in Rass. trib., 2018, 3, 451 ss.). Al fine di salvaguardare le entrate e garantire condizioni di concorrenza paritarie, l’UE ha proposto altresì l’introduzione di un’Imposta temporanea sui Servizi Digitali (Digital Service Tax – DST). Il tributo si applica nella misura del 3% ai ricavi lordi delle società di dimensione significativa derivanti dall’erogazione di specifici servizi digitali ed è riscosso nello Stato membro in cui si trovano gli utenti di detti servizi. Una parte del gettito dell’Imposta sui Servizi Digitali “potrebbe essere destinata a entrate per il bilancio dell’UE, ad esempio nel contesto della decisione sulle risorse proprie per il periodo del prossimo quadro finanziario pluriennale.” (così la comunicazione della Commissione europea del 21 marzo 2018 – COM(2018)146 final – intitolata “È giunto il momento di istituire norme fiscali moderne, eque ed efficaci per l’economia digitale”).

Alle ricordate proposte europee di tassazione dell’economia digitale si affianca anche l’integrazione della proposta di direttiva relativa ad una base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (Common Consolidated Corporate Tax Base – CCCTB) che catturi il fenomeno digitale e che costituisca anche la base per l’istituzione di un’imposta europea sui profitti societari. La proposta di direttiva concernente la CCCTB del 2016, tuttavia, “non offrirebbe una soluzione strutturale ad alcune importanti sfide connesse alla tassazione delle imprese dell’economia digitale” (così la relazione alla proposta di direttiva COM (2018) 147 in tema di presenza digitale significativa) e “continua a trascurare fattori ormai fondamentali per la creazione del valore, come gli intangible, i Big Data, l’apporto gratuito degli utilizzatori della rete, le piattaforme e i mercati multi-face, i robot “intelligenti” dell’industria 4.0” (così L. Carpentieri, S. Micossi, P. Parascandolo, Tassazione di impresa ed economia digitale, in Economia italiana, 2019, 1, 85). I successivi emendamenti del Parlamento europeo alla proposta di direttiva di CCCTB, del marzo 2018, tentano di attrarre a tassazione anche le multinazionali che operano nel settore digitale attraverso l’utilizzo di alcuni indicatori in grado di determinare l’eventuale “presenza digitale” dell’impresa nel territorio europeo. Particolarmente interessante appare la modifica al Formulary apportionment method per il ribaltamento territoriale dell’imponibile che considererà come parametri non solo il capitale, il lavoro ed il fatturato ma anche il “fattore dati” misurato dalla raccolta e utilizzo dei dati personali degli utenti di piattaforme e servizi online. Commissione europea e Parlamento europeo, tuttavia, hanno avanzato due diverse definizioni di stabile organizzazione digitale con riferimento sia agli indicatori utilizzati sia all’attività esercitata dal soggetto economico rendendo necessario un lavoro di coordinamento e raccordo tra le due Istituzioni

L’adozione della CCCTB e la determinazione di regole comuni per la determinazione della base imponibile ai fini della corporation tax rappresenta solo il primo passo per istituire una nuova risorsa propria fondata sugli utili societari che assume le sembianze di una imposta europea sul reddito delle società (European Corporate Income Tax – EUCIT) (si veda L. Cerioni, The European Commission Proposal for a 3% “Call Rate” as a New Suggestion for a EUCIT: An Assessment Against the Criteria for a Fair Taxation, in EC Tax Review, 2018, 5, 237 ss.). Simile tributo troverà applicazione in capo alle grandi società multinazionali che operano nel territorio europeo, sostituendosi od aggiungendosi ai prelievi nazionali, ed è destinato ad alimentare totalmente o parzialmente il bilancio europeo.

4. La tassazione dell’economia digitale appare come un cantiere aperto in cui la conclusione dei lavori ancora non si intravede. Come rivelato dal comunicato finale del G7 dei Ministri delle Finanze tenutosi a Chantilly lo scorso 17 e 18 luglio, a livello internazionale si stanno intensificando gli sforzi per determinare un livello minimo di imposizione effettiva (cd. minimum tax) affinché tutte le imprese paghino il loro giusto contributo all’erario dei Paesi dove operano. Si ha l’impressione che le proposte europee di tassazione dell’economia digitale – in specie l’introduzione dell’interim web tax – siano una sorta di risposta emergenziale alle recenti riforme tributarie statunitensi per evitare ulteriori perdite di gettito. La fiscalità sull’economia digitale, inoltre, parrebbe evolversi verso forme impositive legate a indicatori non necessariamente ricollegabili a tradizionali indici di capacità economica, aprendo le porte all’istituzione dei cd. “non tributi” (cfr. L. Carpentieri, La sovranità tributaria alla prova dell’Unione europea e delle spinte federaliste interne, in A. Papa (a cura di), Le regioni nella multilevel governance europea, Torino, 2016, 233 ss.).

Gli Stati membri sono ancora lontani dal trovare un accordo comune sulle proposte europee di tassazione dell’economia digitale e preferiscono attendere la conclusione dei lavori dell’OCSE. Nel contempo si moltiplicano le iniziative unilaterali dei singoli Stati europei – si pensi alla francese taxe GAFA o all’italiana imposta sui servizi digitali – che introducono una web tax negli ordinamenti giuridici interni facendo emergere problemi non solo di frammentazione impositiva e traslazione fiscale ma anche dubbi di compatibilità con il diritto europeo ed interno nonché con i Trattati contro le doppie imposizioni sui redditi.

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