ACCESSO AGLI ATTI IN FASE DI RISCOSSIONE E “IMPARZIALITÀ” DELL’ESECUZIONE

Di Francesco Farri -

Con la recente sentenza del TAR Lazo, sez. III, n. 9662/2016, continua l’opera di sistemazione giurisprudenziale relativa ai limiti e ai contenuti del diritto di accesso agli atti in materia tributaria. La sentenza in esame si pone, infatti, sulla scia di un orientamento ormai consolidato del giudice amministrativo e lo estende, coerentemente, anche ai rapporti intersoggettivi e, in particolare, a quelli che interessano la fase di riscossione. Con ciò, tuttavia, essa consente indirettamente di proiettare una importante luce giuridica direttamente al cuore dell’azione di Equitalia e, così, di aprire per i contribuenti prospettive di tutela potenzialmente dirompenti avverso gli atti della riscossione.

La premesse di ciò stanno, come detto, nel diritto di accesso agli tributari. Al riguardo, come noto, la l. n. 15/2005 ha modificato l’art. 24 della l. n. 241/1990 stabilendo che “il diritto di accesso è escluso … nei procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano“. Sulla base di tale formulazione, e considerato che allo stato la materia del diritto d’accesso nei procedimenti tributari non è regolamentata da alcuna regola specifica, si sono inizialmente registrate alcune decisioni che hanno negato tout court il diritto di accesso agli atti in materia tributaria (cfr. nota critica di Basilavecchia M., Impossibile l’accesso agli atti tributari, in Corr. trib., 2008, 3093 ss.), ma il Consiglio di Stato ha presto corretto il tiro ripristinando sostanzialmente l’orientamento precedente alla modifica legislativa (v. ad es., Cons. St., IV, n. 892/1995) per cui, “secondo una lettura della disposizione costituzionalmente orientata, la norma de[ve] essere intesa nel senso che la inaccessibilità agli atti di cui trattasi sia temporalmente limitata alla fase di pendenza del procedimento tributario, non rilevandosi esigenze di ‘segretezza’ nella fase che segue la conclusione del procedimento con l’adozione del procedimento definitivo di accertamento dell’imposta dovuta sulla base degli elementi reddituali che conducono alla quantificazione del tributo” (così Cons. St., IV, n. 5144/2008; nello stesso senso, tra le altre, Cons. St., IV, n. 53/2010; Cons. St., IV, n. 1816/2012; Cons. St., IV, n. 4046/2014, che si segnala per l’accuratezza dell’argomentazione sistematica, richiamata allo Statuto dei diritti del contribuente).

Tale principio, come naturale, si applica ai procedimenti tributari pur sempre nella ricorrenza dei presupposti generali che declinano il diritto di accesso ai documenti in possesso delle pubbliche amministrazioni, consistenti in ciò che vi sia “un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso” (art. 22 l. n. 241/1990).

La giurisprudenza amministrativa ha declinato questi requisiti anche con specifico riferimento alla materia tributaria, affermando, in particolare:

– che per “documento” deve intendersi qualcosa di già formato presso l’amministrazione, per cui “non è ammissibile l’istanza con la quale sia chiesta all’amministrazione non l’ostensione di atti già esistenti in rerum natura, ma una attività di elaborazione e formazione di nuovi documenti che non può mai essere pretesa in sede di accesso” (Cons. St., IV, n. 4316/2012);

– che “la ‘corrispondenza’ è da intendersi … quale nesso di strumentalità o anche semplicemente connessione con una situazione giuridica che l’ordinamento protegge attraverso la concessione di strumenti di tutela (non importa se essi siano giurisdizionali od amministrativi). La norma non richiede per l’ostensibilità del documento la pendenza di un giudizio, o la dichiarazione di volerlo proporre, né a fortiori autorizza valutazioni in ordine alla concreta utilità del documento rispetto alle ragioni difensive dell’istante” (Cons. St., IV, n. 461/2014). Da ciò consegue che la valutazione che compete all’ufficio “deve riguardare il ‘collegamento’ della situazione giuridica da tutelare, con il documento del quale è richiesta l’ostensione. L’amministrazione deve dunque consentire l’accesso se il documento contiene notizie e dati che, secondo quanto esposto dall’istante, nonché alla luce di un esame oggettivo, attengono alla situazione giuridica tutelata (ad esempio, la fondano, la integrano, la rafforzano o semplicemente la citano) o con essa interferiscono in quanto la ledono, ne diminuiscono gli effetti, o ancora documentano parametri, criteri e giudizi, rilevanti al fine di individuare il metro di valutazione utilizzato in procedure concorsuali. Accertato il collegamento, ogni altra indagine sull’utilità ed efficacia in chiave difensiva del documento, od ancora, sull’ammissibilità o tempestività della domanda di tutela prospettata, è sicuramente ultronea” (Cons. St., IV, n. 461/2014);

– che “l’esigenza di tutela non dev’essere astratta o meramente ipotetica, ed ancora, che vi siano riflessi attuali del documento sulla posizione giuridica tutelata (l’interesse non deve cioè essere meramente storico documentativo)” (Cons. St., IV, n. 461/2014);

– che “i requisiti d’interesse richiesti dalla legge per legittimare l’accesso agli atti sussistono implicitamente, e senza necessità di dimostrazione, in tutti i casi in cui il soggetto richiedente è direttamente interessato dal provvedimento amministrativo adottato” (Cons. St., IV, n. 4046/2014).

Proprio queste due ultime decisioni, in particolare, chiariscono che l’interesse a conoscere il documento può considerarsi “diretto” anche quando vi siano controinteressati (nel qual caso può essere necessario per l’amministrazione adottare alcuni accorgimenti per oscurare contenuti sensibili come “notizie sulle convinzioni religiose o filosofiche, o sulle condizioni di salute” che potrebbero emergere dalle dichiarazioni, accessibili ex art. 42 del d.l. n. 112/2008: Cons. St., IV, n. 461/2014) e che i requisiti d’interesse legittimanti l’accesso sussistono in re ipsa in capo a tutti coloro “nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato a produrre effetti diretti (ex art. 10, l. n. 241/1990), o che per legge debbono intervenirvi (ex art. 7, 1° comma, l. n. 241), ovvero comunque tutti i soggetti ai quali possa derivare un pregiudizio dal provvedimento (ex art. 9, l. n. 241)” (Cons. St., IV, n. 4046/2014): in altre parole, “il diritto di accesso è esperibile da parte del contribuente, o di qualsiasi altro titolare di un interesse qualificato anche nei procedimenti di natura tributaria” (Cons. St., IV, n. 4046/2014).

La sentenza del TAR Lazio in commento applica questi ultimi principi nei confronti di Equitalia S.p.A. in materia di riscossione coattiva, affermando che a fronte della manifestazione da parte di Equitalia della intenzione di avviare l’esecuzione nei suoi confronti, il condebitore solidale del contribuente cui è intestato il ruolo ha pieno diritto di ottenere l’accesso agli atti relativi all’esecuzione esperiti nei confronti di quest’ultimo e a conoscere “quali erano state le attività di riscossione e quando erano state attivate, quanto era stato recuperato e a che titolo“, il tutto al fine “di intraprendere eventuali iniziative giudiziarie a propria difesa, per manchevolezza nell’azione di recupero del credito“.

La sentenza non permette di ricostruire adeguatamente la specifica fattispecie cui si riferisce (dal testo, si comprende unicamente che si verte in tema di tributi doganali) e se la solidarietà del richiedente accesso fosse paritetica o dipendente, subordinata a beneficio di escussione o meno. Ad ogni modo, sotto il profilo del diritto di accesso agli atti il principio che essa afferma è chiaro e condivisibile, a prescindere da ogni valutazione in ordine alla vexata quaestio della efficacia ultrasoggettiva del ruolo. Tale principio, semmai e come dapprincipio anticipato, assume valenza potenzialmente innovativa e di primario rilievo se portato alle coerenti conseguenze sotto il profilo tributaristico.

Ciò emerge tenendo conto che, con il riconoscere a uno dei debitori in solido il diritto a conoscere i dettagli della esecuzione svolta nei confronti di un altro condebitore, la sentenza ha riconosciuto rilevanza e dignità giuridica all'”interesse della prima Società a conoscere quanto avvenuto per il debito fiscale in esame in relazione alla seconda Società“, condebitrice in solido. Combinando tali connotati del peculiare interesse posto a base dell’istanza di accesso agli atti oggetto della pronuncia con i principi generali in materia sopra esposti (secondo cui, per esservi rilevanza ai fini del diritto di accesso a un atto, è necessario essere direttamente incisi dall’atto stesso o essere titolari di una “esigenza di tutela non … astratta o meramente ipotetica” e tale per cui “vi siano riflessi attuali del documento sulla posizione giuridica tutelata (l’interesse non deve cioè essere meramente storico documentativo)“: Cons. St., IV, n. 461/2014), deve concludersi come la sentenza in commento abbia riconosciuto che, nel comparto tributario, le vicende e le modalità di esecuzione nei confronti di un condebitore in solido producono “riflessi attuali“, ossia giuridicamente tutelabili, sulla posizione giuridica del diverso condebitore in solido verso cui si diriga l’azione di riscossione.

Proprio nel riconoscimento di tale giuridica tutelabilità sta la portata innovativa e potenzialmente dirompente della sentenza. Invero, i principi generali dell’esecuzione forzata civilistica escluderebbero alla radice rilevanza giuridica a un simile interesse: a fronte di più condebitori in solido, infatti, la discrezionalità del creditore in ordine al debitore sul quale agire e sui beni sui quali appuntare l’esecuzione è piena (art. 1292 c.c.), salve specifiche ipotesi normativamente previste (in cui sia presente, ad esempio, l’obbligo di previa escussione di un certo condebitore) e salve forse futuribili ipotesi di abuso del diritto. Nel caso di specie, è lecito ritenere che non si versasse in una delle peculiari ipotesi in cui l’ordine di escussione dei condebitori viene stabilito dalla legge in deroga all’art. 1292 c.c. (ad esempio mediante l’introduzione del beneficio di escussione di una certa tipologia di condebitori): altrimenti, infatti, il difensore della società richiedente l’accesso avrebbe presumibilmente e molto più semplicemente impugnato l’atto della riscossione diretto alla richiedente accesso facendone valere la illegittimità per mancata soddisfazione del beneficio dell’escussione o, comunque, per mancata allegazione della prova di tale soddisfazione. Ciò non essendo avvenuto, il giuridico rilievo (ossia i “riflessi attuali“) che le vicende e le modalità di esecuzione nei confronti del condebitore in solido producono – secondo il TAR – sulla posizione giuridica del diverso condebitore in solido verso cui si diriga l’azione di riscossione possono spiegarsi unicamente come espressione dell’operatività, nel campo della esecuzione esattoriale, di norme e principi ulteriori rispetto ai generali principi processualcivilistici. E tali principi e norme ulteriori non possono che risiedere, anzitutto, nell’obbligo di imparzialità e “buona fede” dell’azione della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.; art. 1 l. n. 241/1990; art. 10 Statuto dei diritti del contribuente). Calato nella materia della esecuzione forzata esattoriale, tale obbligo potrebbe evidentemente porre le basi per accendere un faro nel cuore della discrezionalità con cui l’agente per la riscossione sceglie i condebitori verso cui agire e le modalità e gli oggetti dell’esecuzione forzata: e tale faro potrebbe essere acceso, anzitutto, nel senso di richiedere che anche tali scelte – quando compiute, come nella esecuzione esattoriale, da una pubblica amministrazione – siano ragionevoli e non arbitrarie.

Per quanto innovativa, e potenzialmente dirompente, la conclusione sopra tratta risulta perfettamente coerente con l’inquadramento giuridico e dogmatico delle vicende attuative dell’obbligazione d’imposta. Premesso che anche agli organi ausiliari dell’amministrazione finanziaria che procedono all’esecuzione esattoriale si applicano le norme costituzionali previste per le pubbliche amministrazioni in generale (ivi compreso, quindi, l’obbligo di imparzialità di cui all’art. 97 Cost., peraltro richiamato dall’articolo 1 dello Statuto dei diritti del contribuente), e considerato che, anche per i sostenitori della natura dichiarativa dell’obbligazione d’imposta, la fase della esecuzione forzata esattoriale contiene indubbiamente poteri autoritativi, nel senso proprio del termine (Russo P., L’accertamento tributario nel pensiero di Enzo Capaccioli: profili sostanziali e processuali, in questa Rivista, 2010, 661 ss., par. 5), con conseguente applicazione dei pertinenti principi giuridici, la suddetta constatazione scaturente dalla sentenza del TAR in commento dischiude il campo all’operare di un nuovo requisito di legittimità degli atti della esecuzione esattoriale e, correlativamente, a nuove prospettive di garanzia per i contribuenti. I quali, ponendosi coerentemente nella prospettiva della sentenza del TAR Lazio in commento, potrebbero in casi di solidarietà passiva verificare accedendo agli atti la ragionevolezza delle scelte esecutive compiute da Equitalia e, se del caso, contestare la legittimità dei profili discrezionali degli atti della riscossione diretti nei loro confronti, laddove affetti da violazione del principio di imparzialità di cui all’art. 97 Cost. (e, se si vuole, all’art. 1 della l. n. l. n. 241/1990 e/o all’art. 10 l. n. 212/2000, o se se si vuole ricorrendo alla categoria – peraltro dogmaticamente insoddisfacente – dell'”eccesso di potere”).

Trattasi di una strada sicuramente meritevole di approfondimento, per la quale il diritto di accesso agli atti (così come correttamente inteso dalla sentenza del TAR Lazio in commento) pone le opportune basi e che potrebbe, a sua volta, porre le basi per rafforzare il collegamento tra razionalità sostanziale del riparto delle pubbliche spese (di cui all’art. 53 e 3 Cost.), da un lato, e, dall’altro, lato razionalità e imparzialità dell’azione amministrativa a ciò preordinata (art. 97 Cost.).

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