Detrazione per ristrutturazioni su immobili altrui: sufficiente il dato anagrafico

Di Francesco Farri -

Le spese per ristrutturazioni possono essere portate in detrazione ai sensi dell’art. 16-bis del TUIR anche da un soggetto diverso dal proprietario dell’immobile, purché la coabitazione nell’immobile emerga come dato anagrafico. E’ quanto afferma l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 64/E del 28 luglio 2016, mediante la quale il Fisco ha ampliato il novero dei soggetti ammessi a godere della detrazione rispetto alle precedenti posizioni della prassi.

Come noto, l’odierno art. 16-bis del TUIR costituisce stabilizzazione di una detrazione che l’ordinamento aveva inizialmente previsto come temporanea (art. 1 della legge 449/1997 e successive proroghe). Inizialmente, il testo normativo non dettava alcun criterio per la individuazione dei soggetti ammessi a godere delle detrazioni. In questo contesto, l’amministrazione finanziaria ha fin dall’inizio (circ. 57/E/1998) affermato la fruibilità della detrazione da parte di “tutti i soggetti passivi dell’Irpef, residenti e non residenti nel territorio dello Stato, che possiedono o detengono, sulla base di un titolo idoneo, l’immobile sul quale sono stati effettuati gli interventi … e che hanno sostenuto le spese di cui trattasi, se le stesse sono rimaste a loro carico“. Nulla di nuovo è avvenuto con l’art 16-bis del TUIR, che ha recepito a livello legislativo la predetta formulazione.

Si è posto il problema se la detrazione spettasse unicamente al diretto possessore o detentore dell’immobile o se potesse essere fruita anche da altri soggetti sostenitori delle spese e comunque collegati in modo non occasionale all’immobile. Inizialmente la prassi (v. par. 2.1. della circ. n. 1221/E/1998) ha creduto di risolvere il problema appellandosi al concetto di “famiglia”: è stato così precisato che “la detrazione compete anche al familiare convivente del possessore o detentore dell’immobile sul quale vengono effettuati i lavori, purché ne sostenga le spese. A tale riguardo è opportuno precisare che per familiari, ai fini delle imposte sui redditi, s’intendono, a norma dell’articolo 5, comma 5 del TUIR“.

Sennonché, l’invocazione del concetto di famiglia non è mai parso pertinente rispetto al problema che si intendeva risolvere. Invero, la ratio della delimitazione soggettiva della fruibilità della detrazione risiede unicamente nella sussistenza di un collegamento non occasionale con l’immobile oggetto degli interventi e il problema, quindi, non è tanto quello di individuare categorie soggettive astratte ammesse alla detrazione e discernerle da quelle non ammesse (gli zii sì, i cugini no), quanto quello di dimostrare l’effettiva sussistenza di tale collegamento. Esaminata alla luce del principio di capacità contributiva, infatti, la detrazione per ristrutturazione è con ogni evidenza collegata al solo dato della riferibilità di un immobile a un soggetto e non anche al dato socio-giuridico dei rapporti tra i diversi soggetti che lo utilizzano.

Correttamente impostato in questi termini il problema, quindi, avrebbe dovuto risultare fin dall’inizio chiara l’idoneità delle risultanze anagrafiche a costituire titolo sufficiente per dimostrare la connessione con l’immobile da parte di un soggetto diverso dal diretto possessore o detentore di esso e, conseguentemente, la sussistenza dei presupposti per la detrazione. Come noto, infatti, fin dal 1989 la normativa in materia anagrafica conferisce rilievo certificativo al dato della coabitazione non occasionale in un medesimo immobile (artt. 4 e 5 del d.P.R. n. 223/1989).

La risoluzione in commento rompe gli indugi e individua il criterio anagrafico come parametro di individuazione dei soggetti . In realtà, la risoluzione opera riferimento soltanto al concetto di “famiglia anagrafica” (art. 4), ma non vi è ragione per cui non dovrebbe valere la medesima conclusione anche per la “convivenza anagrafica” di cui all’art. 5 del medesimo regolamento, ferma naturalmente restando in tutti i casi l’applicabilità della generale clausola antiabuso laddove ne ricorrano i presupposti.

Come ben si vede, in questo ragionamento, basato sul principio di capacità contributiva, non assume alcun rilievo la recente legge di regolamentazione delle unioni civili omosessuali e delle convivenze, talché i riferimenti alla cd. “legge Cirinnà” contenuti nella risoluzione in commento appaiono del tutto fuori luogo. A tacer d’altro, si nota come l’aspetto cui opera riferimento la risoluzione (ossia l’estensione al convivente del diritto di abitazione e la successione del contratto di locazione) fosse già consolidato nell’ordinamento ben prima dell’approvazione della legge Cirinnà (cfr., in particolare, Corte Cost., sent. n. 404/1988).

La risoluzione in commento, quindi e al di là della ridondante motivazione, non manifesta alcuna idoneità a ridefinire il concetto di famiglia ai fini delle imposte erariali, rilevante in àmbiti distinti quali le detrazioni per carichi di famiglia o la declinazione delle aliquote dell’imposta di successione. Del resto, come si è già avuto modo di rilevare (Farri F., Punti fermi e profili di irrazionalità nel regime fiscale della famiglia, in questa Rivista), neppure la “legge Cirinnà” può considerarsi idonea in tal senso, ostandovi preclusive ragioni di carattere costituzionale legate alla corretta declinazione del principio di capacità contributiva in rapporto all’articolo 29 della Costituzione. Semplicemente, la risoluzione di cui si discute ha corretto un precedente orientamento di prassi eliminando il riferimento all’articolo 5, comma 5 del TUIR che la prassi, muovendosi ultra legem, aveva indebitamente inserito in un àmbito – quello della detrazione per ristrutturazioni – nel quale, vista la ratio dell’istituto, a contare è unicamente il dato del collegamento non occasionale con un immobile, a prescindere dalle motivazioni che lo determinino e purché esso sia documentabile come avviene, in particolare, per mezzo delle risultanze anagrafiche.

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