La Corte costituzionale riconosce uno “scopo” al contributo unificato

Di Andrea Fedele -

(Nota a Corte cost., sent. 30 maggio 2016, n. 120)

Come è noto, la Corte, pur affermando espressamente la natura fiscale del contributo unificato di cui al T.U. n.115/2002 (sentenza n. 73/2005), ha poi rigettato (sentenza n. 78/2016) l’eccezione di illegittimità costituzionale della disposizione che, per i ricorsi in materia tributaria (ma non relativi esclusivamente a sanzioni amministrative fiscali) assume a distinto imponibile il “valore di ciascun atto impugnato” (con ovvio pregiudizio per i contribuenti che presentano ricorsi “cumulativi”), adottando un criterio opposto a quello previsto per le cause civili. La motivazione del rigetto, rilevata la “difficoltà” di individuare un tertium comparationis, e comunque l’insufficiente sua prospettazione nell’ordinanza di remissione, si risolveva nell’affermazione che alla “diversità” dei processi e dell’oggetto delle singole azioni ben possono corrispondere diversi criteri di determinazione quantitativa del contributo unificato. L’argomento è fallace, perché la diversità o meno dei presupposti è predicabile solo con riferimento ad un (od a più, se più sono i tributi) principio ispiratore; d’altro canto la Corte parrebbe così affermare la possibilità, e legittimità costituzionale, che si impongano concorsi alle pubbliche spese privi di valida ragion giustificatrice ai sensi degli artt. 3 e 53 cost..

Questo orientamento è stato però immediatamente superato, nella sentenza qui segnalata, relativa alla legittimità costituzionale dell’imposizione, a carico della parte che ha proposto l’impugnazione “respinta integralmente, dichiarata inammissibile o improcedibile”, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per l’impugnazione. Infatti la Corte incentra la motivazione proprio sull’identificazione della ratio della disposizione contestata, volta a “scoraggiare le impugnazioni dilatorie o pretestuose”, che giustifica la mancata estensione del “raddoppio” del contributo al caso della mancata comparizione delle parti a due udienze consecutive (artt. 181 e 309 c.p.c. ), che non evidenzierebbe la natura “dilatoria o pretestuosa” dell’impugnazione, ma, di regola, l’avvenuta chiusura della lite in via transattiva. Il giudizio sulla violazione del principio di eguaglianza e ragionevolezza è stato qui correttamente effettuato sulla base di un principio ispiratore (funzione o ratio) del maggior prelievo, che parrebbe, peraltro, più o meno implicitamente, inserito nel contesto di un più generale apprezzamento dell’intera disciplina del contributo unificato nell’ottica del “parziale ristoro dei costi” del funzionamento dell’apparato giudiziario, quindi della “paracommutatività”, della ponderazione dell’attività pubblica “impegnata” dal contribuente.

Il riconoscimento all’”ulteriore” contributo di una funzione esclusivamente “deterrente” (l’ordinanza di rimessione ne affermava la natura “sostanzialmente sanzionatoria”) pone naturalmente ulteriori problemi, trattandosi di funzione in sé incompatibile con la definizione di tributo, così da prospettare la classificazione fra le “sanzioni improprie” e l’applicazione di principi e regole del diritto sanzionatorio. Resta confermata, comunque, la necessità, nel giudizio sulla ragionevolezza delle scelte legislative, del riferimento ai principi ispiratori della disciplina, quindi, in materia tributaria, alla ratio del tributo. E proprio di una riflessione sulle ragioni che giustificano il contributo unificato in quanto tributo sull’accesso alla tutela giurisdizionale si avverte da tempo la necessità.

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