DEPOSITO DI COPIA DELL’APPELLO IN CTP: ULTIMO DUBBIO RISOLTO DALLA CORTE COSTITUZIONALE

Di Francesco Farri -

Con sentenza n. 121 depositata il 30 maggio 2015, la Corte Costituzionale ha deciso su quello che, probabilmente, rappresentava l’unico problema rimasto aperto in relazione all’obbligo di deposito di copia del ricorso in appello presso la segreteria del giudice a quo, a pena di inammissibilità dell’appello stesso. La norma, introdotta nel corpo del comma 2 dell’art. 53 da parte dell’art. 3-bis del d.l. 30.09.2005, n. 203, si applicava ove l’appellante avesse notificato l’atto di appello ai sensi dell’art. 16, comma 3 del d.lgs. n. 546/1992 (ossia a mezzo raccomandata o presentazione presso l’ufficio protocollo dell’ente impositore) e non invece nei casi di notifica ai sensi del comma 2 dell’art. 16 stesso (notifica ai sensi degli artt. 137 ss. c.p.c.). Come noto, tale regola è stata abrogata dall’art. 36 del d.lgs. n. 175/2014 con effetto (ex multis, circ. n. 31/E/2014; Cass., sez. VI, ord. n. 1636/2016) per tutti gli appelli notificati a decorrere dall’entrata in vigore della stessa (13 dicembre 2014).

A fronte di una molteplicità di pronunce della Corte Costituzionale (sent. n. 321/2009, ord. n. 43/2010, sent. n. 17/2011 e ord. n. 141/2011), che avevano escluso ogni problema di costituzionalità della disciplina vigente per circa un decennio che imponeva il deposito in CTP a pena di inammissibilità, la Commissione Tributaria Regionale di Roma si è domandata se  i nuovi sviluppi del diritto vivente cui avevano dato corso alcune sentenze della Corte di Cassazione avessero potuto incidere sulla valutazione della costituzionalità della norma in questione, ormai peraltro abrogata per il futuro. In particolare, la CTR Roma ha operato riferimento a quelle pronunce della Cassazione tributaria (ord. n. 22639/2014, ord. n. 9319/2014, sent. n. 18385/2013, sent. n. 1089/2013, sent. n. 25540/2011, sent. n. 25502/2011, ord. n. 6811/2011) le quali hanno affermato che l’art. 53, comma 2 del d.lgs. n. 546/1992 (nel testo vigente fra il 2005 e il 2014) non trova applicazione per le notifiche a mezzo difensore o messo notificatore, per le quali si applicano le diverse norme di cui all’art. 123 disp. att. c.p.c., dalla cui violazione, secondo la giurisprudenza (cfr., da ultimo, Cass., n.  23866/2015), non derivano conseguenze invalidanti la notifica. Sulla base di tale presupposto, il giudice rimettente ha ritenuto che si sarebbe determinata una ingiustificata disparità (contrastante con il combinato disposto degli artt. 3, 24 e 111, comma 2 Cost.) tra il trattamento processuale dell’amministrazione (per la quale mai avrebbe potuto porsi un problema di inammissibilità dell’appello per violazione dell’obbligo di deposito in segreteria della CTP) e quello dei contribuenti (per i quali, invece, tale conseguenza avrebbe potuto prodursi).

La Corte Costituzionale ha riportato chiarezza nel ragionamento proposto dalla CTR Roma precisando come il fatto che la conseguenza dell’inammissibilità per violazione dell’art. 53, comma 2 possa verificarsi soltanto per i contribuenti e non anche per gli enti impositori non derivi da una irrazionale discriminazione, ma unicamente dalla diversità delle discipline applicabili, non prive di ragionevolezza. Infatti, per l’amministrazione sono previste modalità di notifica dell’appello che impongono al soggetto che li effettua l’obbligo di informare la segreteria del giudice a quo (come precisato dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, tale obbligo sussiste anche per il messo notificatore ai sensi del combinato disposto dei commi 2 e 4 dell’art. 16 del d.lgs. n. 546/1992), mentre per i contribuenti sono previste anche due modalità che tale obbligo non prevedono (invio per semplice raccomandata A/R ovvero, per quanto la giurisprudenza più raramente abbia preso in esame questa fattispecie, presentazione presso l’Ufficio protocollo dell’ente impositore). Talché, una volta superato – con le precedenti pronunce dei giudici di Palazzo della Consulta – il problema della costituzionalità in sé della previsione di una conseguenza di inammissibilità per l’omesso deposito prevista al tempo dall’art. 53, comma 2 del d.lgs. n. 546/1992, risulta necessitato il riconoscimento della compatibilità con la Costituzione dell’articolo 53, comma 2, ultimo periodo del d.lgs. n. 546/1992 anche a fronte del chiarimento giurisprudenziale secondo cui in caso di notifica a mezzo messo notificatore la conseguenza dell’inammissibilità non si produce.

Del resto, come si evince dalle pronunce del Supremo Collegio, discorso analogo a quello svolto per il messo notificatore vale anche per il caso di notifica da parte dell’avvocato diretto notificatore ai sensi della legge n. 53/1994 (cfr., ad esempio, Cass., sez. VI, ord. n. 22639/2014 e ord. n. 9319/2014 ord): anche in questo caso, infatti, il soggetto che procede alla notifica via posta (nella specie, direttamente l’avvocato) è tenuto a depositare informativa di avvenuta impugnazione presso la segreteria del giudice a quo, come richiesto dall’art. 9 della l. n. 53/1994 (che rinvia all’art. 123 disp. prel. c.p.c.).

Conclusivamente, si può osservare che a seguito dell’abrogazione del secondo periodo del comma 2 dell’art. 53 del d.lgs. n. 546/1992 ad opera del d.lgs. n. 175/2014, l’obbligo di deposito di copia dell’appello nella segreteria della CTP a quo è venuto meno nei casi in cui prima era previsto come obbligatorio a pena di inammissibilità (notifica dell’appello mediante presentazione all’ufficio protocollo dell’ente impositore o mediante invio di semplice raccomandata A/R), mentre è rimasto negli altri casi (ivi compreso quello dell’avvocato notificatore ai sensi della legge n. 53/1994), senza peraltro che la relativa violazione produca conseguenze su esistenza e validità della notifica (cfr., da ultimo, Cass., n.  23866/2015).

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