La compatibilità europea dell’imposta sulle transazioni finanziarie su strumenti derivati.

Di Antonio Marinello -

Abstract

Il saggio trae spunto dalla recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea C-565/18, Société Générale, sulla compatibilità con il principio della libera circolazione dei capitali delle disposizioni relative all’imposta italiana sulle transazioni finanziarie (ITF) che prevedono la tassazione delle operazioni di cessione di strumenti finanziari derivati, aventi come sottostante titoli emessi in Italia indipendentemente dal luogo in cui l’operazione è conclusa, o dallo Stato di residenza delle parti.

The European compatibility of Italian tax on financial transactions involving financial derivatives. – The essay discusses a recent judgment of the Court of Justice of the European Union (C-565/18, Société Générale), on the European compatibility of the Italian Financial Transactions Tax (FTT). After recalling the subjective and objective scope of application of the tax, the analysis focuses on its European compatibility, when applied to financial transactions involving financial derivatives, regardless of where the transaction is concluded, or the State of residence of the parties.

 

 

SOMMARIO: 1. Il caso affrontato dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 30 aprile 2020, Société Générale, causa C-565/18: rilievi introduttivi. – 2. Il quadro normativo di riferimento: l’imposta italiana sulle transazioni finanziarie applicata alle operazioni su strumenti derivati. – 3. Applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie ai non residenti: libera circolazione dei capitali e comparabilità delle situazioni. – 4. Considerazioni conclusive.

 

1. Con sentenza 30 aprile 2020, Société Générale, causa C-565/18, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito la compatibilità con il principio della libera circolazione dei capitali, di cui all’art. 63 ss. del TFUE, delle disposizioni dell’imposta italiana sulle transazioni finanziarie (ITF) che assoggettano a tassazione le transazioni su strumenti finanziari derivati aventi come sottostante titoli emessi in Italia, indipendentemente dal luogo in cui tali operazioni siano concluse, o dallo Stato di residenza delle parti.

La sentenza riguarda una questione pregiudiziale sollevata nell’ambito di una controversia instaurata da una società francese a seguito del diniego al rimborso dell’imposta sulle transazioni finanziarie versata in Italia, con riferimento a trasferimenti di strumenti derivati aventi come sottostante titoli emessi in Italia (cfr., in proposito, MOLINARO, Imposta sulle transazioni finanziarie su derivati compatibile con la normativa comunitaria, in Fisco, 2020, 2273 ss.).

Nello specifico, Société Générale aveva lamentato che la legge n. 228/2012, istitutiva dell’ITF –  nella parte in cui prevede in modo indiscriminato l’assoggettamento al prelievo delle transazioni finanziarie relative a strumenti derivati, qualora il titolo sottostante a tali strumenti sia stato emesso da un soggetto stabilito in Italia – si pone in contrasto con la Costituzione italiana, specificamente con i principi di uguaglianza formale e di capacità contributiva di cui agli artt. 3 e 53, nonché con il diritto dell’Unione Europea, segnatamente con gli artt. 18, 56 e 63 del TFUE. Nel procedimento di impugnazione della sentenza sfavorevole della Commissione Tributaria Provinciale, la società riproponeva in subordine la rimessione alla Corte Costituzionale per violazione del principio di diritto consuetudinario internazionale che richiede un nesso di collegamento territoriale ai fini dell’imposizione, e la rimessione alla Corte di Giustizia, in rinvio pregiudiziale.

Valutata la richiesta, la Commissione di secondo grado ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte di Giustizia la seguente questione: se gli artt. 18, 56 e 63 del TFUE ostino ad una normativa di uno Stato membro che assoggetta al prelievo – ed ai connessi adempimenti amministrativi e dichiarativi – le controparti di transazioni su strumenti finanziari derivati, qualora tali operazioni abbiano come sottostante un titolo emesso da una società stabilita in tale Stato membro, indipendentemente dallo Stato di residenza degli operatori finanziari e dell’eventuale intermediario coinvolto nell’esecuzione.

In sostanza, la questione principale sollevata dal giudice del rinvio riguarda la verifica della compatibilità rispetto alle libertà fondamentali – su tutte il principio di libera circolazione dei capitali (a proposito del quale, si veda BIZIOLI, I principi di non discriminazione fiscale in ambito europeo e internazionale, in AA. VV., Principi di diritto tributario europeo e internazionale, a cura di Sacchetto, Torino, 2016, 107 ss.; BORIA, Diritto tributario europeo, Milano, 2017, 159 ss.; PISTONE, Diritto tributario europeo, Torino, 2020, 136 ss.) – dell’ambito di estensione oggettivo e soggettivo dell’ITF italiana, in quanto dovuta su qualsiasi operazione relativa a strumenti finanziari derivati che abbiano come sottostanti uno o più strumenti finanziari disciplinati dal diritto italiano, a prescindere dal luogo in cui l’operazione è stata conclusa e dallo Stato di residenza delle parti contraenti.

2. Volendo ora puntualizzare meglio il contesto normativo di riferimento, si ricorda che l’imposta sulle transazioni finanziarie (nota altresì, impropriamente, come “Tobin tax” italiana) è stata introdotta nell’ordinamento tributario del nostro Paese per effetto della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge di stabilità 2013) e si applica a tre distinti presupposti oggettivi (in argomento, si rinvia ai lavori di FRANSONI, Le imposte sulle transazioni finanziarie, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 12, 7 ss.; ID., Spunti di riflessione in tema di presupposti delle imposte sulle transazioni finanziarie, in Rass. trib., 2013, 1257 ss.; STIZZA, L’imposta sulle transazioni finanziarie: la cd. Tobin Tax, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 10, 69 ss.).

In primo luogo, ai sensi dell’art. 1, comma 491, il tributo in questione è previsto in caso di trasferimento della proprietà di azioni e altri strumenti partecipativi emessi da società residenti nel territorio dello Stato, nonché di titoli rappresentativi dei predetti strumenti. Per quanto concerne l’ambito soggettivo di applicazione, l’imposta è dovuta dai soggetti in favore dei quali avviene il trasferimento della proprietà delle azioni, degli strumenti partecipativi e dei titoli rappresentativi, indipendentemente dalla residenza dei medesimi e dal luogo di conclusione del contratto (cfr., CORASANITI, L’imposta sulle transazioni finanziarie nella normativa italiana, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 12, 15 ss.; MARCHETTI – RASI, Applicazione dell’imposta sulle transazioni finanziarie da parte delle società fiduciarie, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 12, 49 ss.; MASTROIACOVO, Imposta sulle transazioni finanziarie: spunti di riflessione nella prospettiva notarile, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2014, 16, 21 ss.).

Stante la previsione di cui al comma 492, poi, l’imposta si applica altresì nei confronti delle operazioni su strumenti finanziari derivati di cui all’art. 1, comma 3, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (TUF), a prescindere dal fatto che siano negoziati su mercati regolamentati e sistemi multilaterali di negoziazione, o siano sottoscritti o negoziati over the counter. La norma richiede che tali strumenti presentino un sottostante composto da uno o più strumenti finanziari di cui al precedente comma 491 e cioè emessi da società residenti nel territorio dello Stato. Soggetti passivi sono ciascuna delle controparti delle operazioni sugli strumenti finanziari derivati e valori mobiliari, anche in questo caso indipendentemente dalla residenza delle stesse e dal luogo di conclusione delle operazioni (CORASANITI, L’imposta sulle transazioni finanziarie, cit., 19 ss., nonché, per approfondimenti sui profili soggettivi ed applicativi del tributo, AMENDOLA PROVENZANO – GALLI, I soggetti responsabili del versamento dell’imposta sulle transazioni finanziarie: profili operativi per le banche italiane ed estere, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 12, 31 ss.).

Il tributo prevede poi anche la tassazione delle cd. “operazioni ad alta frequenza”, fattispecie disciplinata dal comma 495, che tuttavia non rileva ai fini della controversia. In questo caso, l’obiettivo del legislatore, si legge nella relazione illustrativa al decreto attuativo, è quello di introdurre un meccanismo antispeculativo volto a colpire tutte le operazioni di high frequency trading, per tali intendendosi quelle che presentano congiuntamente le caratteristiche di: i) essere generate da un algoritmo informatico che determina in maniera automatica le decisioni relative all’invio, alla modifica e alla cancellazione degli ordini e dei relativi parametri; ii) avvengono con un intervallo non superiore al mezzo secondo.

Ebbene, da quanto sin qui premesso, ai fini della controversia in esame quello che viene in considerazione è il presupposto definito dall’art. 1, comma 492, riferito alle operazioni sugli strumenti finanziari derivati.

Più precisamente, le operazioni rilevanti ai fini della tassazione sono quelle che hanno ad oggetto: gli strumenti finanziari derivati indicati nell’art. 1, comma 3, del TUF, che abbiano come sottostante prevalentemente uno o più strumenti finanziari di cui al comma 491, o il cui valore dipenda prevalentemente da uno o più di tali strumenti finanziari; i valori mobiliari di cui all’art. 1, comma 1-bis), lett. c) e d) del TUF, che permettono di acquistare o vendere prevalentemente uno o più strumenti finanziari di cui al comma 491. Un’elencazione completa delle operazioni e degli strumenti soggetti a imposizione è rinvenibile nelle tabelle allegate alla legge di stabilità 2013 che definiscono la misura dell’imposta: tra questi, contratti futures, certificates, covered warrants, contratti di opzione, contratti di scambio (swaps), contratti a termine, contratti finanziari differenziali, qualsiasi altro titolo che comporti un regolamento in contanti determinato con riferimento alle azioni  ed ai relativi rendimenti, indici o misure; combinazioni di contratti o di titoli sopraindicati (v. CORASANITI, L’imposta sulle transazioni finanziarie, cit., 17 ss.).

3. Così ricostruito il contesto fattuale ed il quadro giuridico nazionale di riferimento, la questione posta all’attenzione della CGUE consiste essenzialmente nel verificare se l’applicazione dell’ITF italiana alle operazioni su strumenti derivati aventi per sottostante titoli emessi da società residenti nel territorio dello Stato sia suscettibile di determinare discriminazioni tra residenti e non residenti, ovvero restrizioni alla libertà di circolazione dei capitali (in termini generali, sul rapporto tra libertà fondamentali e principio di non discriminazione, cfr. BIZIOLI, Il principio di non discriminazione, in AA. VV., I principi europei del diritto tributario, a cura di Di Pietro, Padova, 2003, 201 ss.; ID., Il processo di integrazione dei principi tributari nel rapporto tra ordinamento costituzionale, comunitario e diritto internazionale, Padova, 2008, 111 ss.).

Per calare la fattispecie nel contesto della libera circolazione dei capitali, si deve ricordare in questa sede che le misure vietate dall’art. 63, par. 1, TFUE, in quanto restrizioni a tale libertà fondamentale, comprendono quelle che sono idonee a dissuadere i non residenti dall’effettuare investimenti in uno Stato membro o a dissuadere i residenti di questo Stato membro dall’effettuarne in altri Stati. Le disposizioni nazionali, pertanto, non possono essere configurate in modo da determinare uno svantaggio, o comunque un fattore dissuasivo, per i soggetti non residenti rispetto al bene giuridico protetto, consistente nella libera movimentazione dei capitali (cfr., BORIA, Diritto tributario europeo, cit., 160-161 e, in giurisprudenza, le sentenze della Corte di giustizia del 10 febbraio 2011, Haribo Lakritzen Hans Riegel e Osterreichisce Salinen, cause C-436/08 e C-437/08, e del 18 gennaio 2018, Jahin, causa C-45/17).

Quanto alla possibile portata discriminatoria della misura fiscale dedotta in giudizio, la società ricorrente nel giudizio principale aveva sostenuto che la disciplina tributaria italiana tratta in modo identico i debitori d’imposta residenti e non residenti, i quali, tuttavia, si troverebbero in una situazione diversa, tanto che, per i secondi, l’investimento negli strumenti finanziari derivati basati su un titolo emesso da una società stabilita in Italia sarebbe meno vantaggioso rispetto all’investimento in quelli basati su un titolo emesso in un altro Stato. In conseguenza di ciò, conseguirebbe un ostacolo all’accesso al mercato di tali strumenti finanziari derivati, tanto più che l’applicazione di detta imposta sarebbe associata ad adempimenti amministrativi e dichiarativi che vanno ad aggiungersi a quelli previsti negli Stati di residenza degli operatori finanziari e dall’eventuale intermediario.

Al riguardo, la Corte ricostruisce puntualmente la normativa italiana ed osserva come, in base ad essa, l’imposta è dovuta indipendentemente dal luogo in cui la transazione è conclusa o dallo Stato di residenza delle parti. Il prelievo si applica allo stesso modo agli operatori finanziari residenti e non residenti, nonché alle operazioni concluse nello Stato d’imposizione o in un altro Stato: per espressa previsione normativa, esso è soggetto a variazioni soltanto in funzione dell’importo di tali operazioni e del tipo di strumento in questione. non già del luogo di conclusione delle operazioni o dello Stato di residenza delle parti, o di quello dell’eventuale intermediario.

Risulta quindi che le operazioni effettuate in ambito nazionale sono trattate, sul piano tributario, allo stesso modo delle operazioni analoghe che presentano carattere transfrontaliero e che, sotto questo profilo, non può dunque essere ravvisata alcuna disparità di trattamento tra le situazioni dei soggetti residenti in Italia e residenti in altri Stati membri dell’Unione.

Con riferimento, poi, alla comparabilità tra le situazioni, si ricorda che la valutazione deve essere effettuata essenzialmente tenendo conto delle finalità perseguite dalle disposizioni nazionali. Ebbene, nella fattispecie di cui si discute, è evidente come la normativa nazionale persegua l’obiettivo di garantire una contribuzione alla spesa pubblica da parte di tutti i soggetti che effettuano transazioni finanziarie relative agli strumenti considerati, in quanto basati su un titolo emesso in Italia.

Alla luce di tale obiettivo generale, contrariamente a quanto sostenuto dalla Société Générale, i soggetti residenti e non residenti che effettuano operazioni imponibili ai fini dell’ITF su tali strumenti, si trovano senz’altro in una situazione analoga.

Per contro, gli strumenti finanziari derivati le cui attività sottostanti sono disciplinate dal diritto italiano e che sono colpiti da tale imposta, non sono equiparabili a quelli le cui attività sottostanti non sono disciplinate da tale diritto e ai quali detta imposta non si applica (in questo senso, chiaramente, si vedano anche le Conclusioni presentate il 28 novembre 2019 dall’Avvocato generale Gerad Hogan, par. 52).

Nella fattispecie dedotta in giudizio, pertanto, è vero che sussiste una differenza di trattamento tra gli strumenti finanziari derivati basati su titoli disciplinati dal diritto italiano e quelli basati su titoli non disciplinati da tale diritto, in virtù della quale l’investimento nei primi risulta meno vantaggioso. Tuttavia, nei settori che restano di competenza esclusiva degli Stati, in quanto non armonizzati, le conseguenze svantaggiose che possono derivare dall’esercizio delle competenze fiscali da parte dei vari ordinamenti non costituiscono restrizioni alle libertà di circolazione, purché tale esercizio non risulti discriminatorio.

In materia, l’orientamento della Corte di Giustizia è risalente e consolidato, ed è stato anche recentemente ribadito, con l’ulteriore corollario che gli Stati membri non hanno alcun obbligo di adattare il proprio sistema tributario ai modelli impositivi adottati dagli altri Stati membri (sul punto, si veda la sentenza del 26 maggio 2016, causa C-48/15, NN (L) International e, da ultimo, la pronuncia del 21 giugno 2018, causa C-480/16, Fidelity Funds, a proposito della quale, cfr. MAJORANA, Ritenute sui dividendi distribuiti ai fondi esteri: dalla sentenza della Corte di Giustizia dubbi di compatibilità europea, in questa Rivista, 25 luglio 2018; MEUSSEN, The Fidelity case: changing perspectives of the European Court of Justice on UCITS, in Riv. dir. trib. int., 2018, 3, 169-170; FIDELANGELI, La compatibilità europea di regimi differenziati applicabili a dividendi distribuiti a OICVM transfrontalieri, in Riv. dir. trib., 2019, IV, 81 ss.).

In questo senso, la libera circolazione dei capitali non può essere declinata nel senso che uno Stato membro sia obbligato a modellare la propria disciplina tributaria in funzione di quelle degli altri ordinamenti nazionali, o a garantire, in ogni situazione, una tassazione che elimini qualsivoglia disparità derivante dalle normative tributarie nazionali, considerato che le decisioni e le strategie di investimento adottate da un contribuente riguardo agli investimenti in un altro Stato membro possono risultare, a seconda dei casi, più o meno favorevoli per il contribuente medesimo (per una chiara e compiuta elaborazione di tale principio, si veda la recente pronuncia del 30 gennaio 2020, causa C-156/17, Ka-Deka, specie il punto 72 e, se si vuole, in questa Rivista, MARINELLO, L’imposizione sui dividendi corrisposti a OICVM non residenti alla luce del principio della libera circolazione dei capitali, 5 giugno 2020).

Sulla base di queste considerazioni, concludono i giudici del Lussemburgo, la disciplina domestica dell’ITF non contiene una alcuna discriminazione arbitraria e non genera alcuna restrizione dissimulata, vietata dall’art. 65, comma 3, TFUE.

Un ultimo, possibile, profilo di discriminazione viene infine in considerazione per ciò che attiene agli adempimenti amministrativi e dichiarativi connessi all’assolvimento dell’ITF. Per quanto formulato in modo palesemente strumentale ed assai sbrigativo dalla società ricorrente nel procedimento principale, anche su questo rilievo la CGUE svolge puntuali e condivisibili riflessioni. I giudici europei non ravvisano alcuna indicazione che deponga nel senso che i soggetti non residenti siano gravati di oneri documentali ed amministrativi più gravosi di quelli previsti per i residenti, né che tali adempimenti eccedano quanto necessario per la riscossione dell’imposta.

Per quanto riguarda quest’ultima ipotesi, invero, la Corte ha più volte dichiarato che la necessità di assicurare l’efficacia della riscossione del tributo costituisce un obiettivo del tutto legittimo, che può giustificare una restrizione delle libertà fondamentali. Di conseguenza, uno Stato membro è autorizzato ad applicare misure che consentono di verificare, in modo chiaro e preciso, l’importo del tributo dovuto, a condizione che tali misure siano atte a garantire la realizzazione dell’obiettivo perseguito e non eccedano quanto ragionevole e necessario per conseguirlo (in questi termini, chiaramente, le sentenze del 15 maggio 1997, causa C-250/95, Futura Participations, specie al punto 31, e del 22 novembre 2018, causa C-575/17, Sofina, punto 67).

4. In termini conclusivi, sotto il profilo della compatibilità della normativa italiana con il principio della libera circolazione dei capitali, la sentenza appare senz’altro condivisibile.

In base all’orientamento consolidato della Corte, infatti, affinché sia configurabile una restrizione alla libera circolazione dei capitali nel settore fiscale, non è sufficiente che la normativa nazionale di un determinato Stato membro scoraggi i non residenti dall’investire in strumenti finanziari di quello Stato. La misura controversa deve, piuttosto, stabilire una discriminazione diretta o indiretta, specificamente prevista a scapito delle operazioni transfrontaliere.

Poiché nel procedimento in questione l’ITF è dovuta indipendentemente dalla residenza delle parti della transazione o di eventuali intermediari finanziari che intervengono nell’operazione, tale prelievo non genera alcuna discriminazione vietata dall’art. 63 TFUE.

Più precisamente, e in primo luogo, non sussiste alcuna discriminazione sul piano soggettivo, dal momento che l’imposta si applica agli investitori a prescindere dalla loro nazionalità e dal loro luogo di residenza.

Secondariamente, venendo all’ambito oggettivo di applicazione dell’ITF, è pur vero che, per quanto riguarda le operazioni su derivati, tale tributo stabilisce una differenza di trattamento tra i derivati che hanno quali attività sottostanti uno strumento finanziario disciplinato dal diritto italiano ed emesso da società stabilite in Italia, e quelli che si riferiscono a sottostanti emessi da società stabilite in un altro Stato.

Questa differenza di trattamento, tuttavia, è coerente con il presupposto impositivo individuato dall’art. 1, comma 492, della legge n. 228/2012. L’obiettivo della norma, insomma, è proprio questo: concentrare l’imposizione sui soli derivati che hanno come sottostanti strumenti finanziari disciplinati dal diritto italiano, il che, di per sé, non costituisce alcuna discriminazione diretta.

Alla luce di tale obiettivo, anzi, i derivati aventi un sottostante disciplinato dal diritto italiano devono essere considerati non comparabili ai derivati le cui attività sottostanti non sono disciplinate da tale diritto. Per questo, tale differenza di trattamento non può essere compresa nell’alveo definitorio della nozione di “discriminazione” ai sensi del diritto dell’Unione e, pertanto, la misura in questione non costituisce una restrizione ai sensi dell’art. 63 TFUE.

Sin qui, le valutazioni operate dalla Corte con riferimento ai principi generali ed alle libertà fondamentali dell’Unione.

Sullo sfondo della decisione, semmai, rimangono altre importanti questioni, che pure erano state prospettate dalla società ricorrente nel corso del giudizio innanzi alle Commissioni tributarie e che inducono a rimeditare su un piano diverso e più ampio – quello dei valori costituzionali e del principio di territorialità dell’imposizione – la coerenza sistematica e la legittimità stessa del prelievo introdotto dalla l. n. 228/2013.

In proposito, giova anzitutto ricordare che Société Générale aveva sollevato la questione di costituzionalità – disattesa dal giudice nazionale – relativamente alla possibile violazione del diritto internazionale consuetudinario per l’assenza di un nesso di collegamento territoriale. Su questo aspetto si è soffermato altresì l’Avvocato generale Hogan, che nelle sue conclusioni ha rilevato come la valutazione di tali profili esuli dalle competenze della Corte di Giustizia, rientrando piuttosto nelle attribuzioni del giudice nazionale [sul punto, per più ampie considerazioni critiche, si veda MAISTO, Italy: HB v INPS and IC v INPS (C-168/19 and C-169/19); Société Générale (C-565/18); Stanleyparma and Stanleybet Malta (C-788/18), in corso di pubblicazione in LANG (ed), Recent and Pending Cases at the CJEU on Direct Taxation, 2020].

In sede europea, peraltro, si ricorda che l’asserita violazione del diritto internazionale consuetudinario era stata prospettata in precedenza dal Regno Unito attraverso l’impugnazione, rimasta senza esito, innanzi alla Corte di Giustizia della decisione del Consiglio 2013/52/EU del 22 gennaio 2013, con la quale si autorizzava l’adozione, attraverso la cooperazione rafforzata, di una direttiva in materia di imposta sulle transazioni finanziarie (v. sentenza del 30 aprile 2014, UK v. Council, causa C-209/13).

A questo si aggiunge il tema della possibile rilevanza costituzionale – per ciò che attiene al principio di uguaglianza, nonché al principio di capacità contributiva – di un’applicazione così estesa e territorialmente generalizzata del tributo. Oppure, sotto un profilo diverso ma sempre correlato al principio di attitudine alla contribuzione, il divieto di deduzione dell’imposta sulle transazioni finanziarie ai fini della determinazione della base imponibile delle imposte sui redditi. Questioni che potrebbero interessare, in un prossimo futuro, anche la nostra Corte Costituzionale.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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CORASANITI, L’imposta sulle transazioni finanziarie nella normativa italiana, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 12, 15 ss.

FIDELANGELI, La compatibilità europea di regimi differenziati applicabili a dividendi distribuiti a OICVM transfrontalieri, in Riv. dir. trib., 2019, IV, 81 ss.

FRANSONI, Le imposte sulle transazioni finanziarie, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 12, 7 ss.

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GIOVANNINI, Capacità contributiva e imposizione patrimoniale: discriminazione qualitativa e limite quantitativo, in Rass. trib., 2012, 1131 ss.

LA SCALA, I principi fondamentali in materia tributaria in seno alla costituzione dell’Unione europea, Milano, 2005, 115 ss.

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STIZZA, L’imposta sulle transazioni finanziarie: la cd. Tobin Tax, in Strumenti finanziari e fiscalità, 2013, 10, 69 ss.

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