Interrogativi dopo la sentenza n. 158/2020 della Corte Costituzionale.

Di Giuliano Tabet -

Abstract

Nonostante la recente sentenza n. 158/2020 della Corte Costituzionale, rimangono numerose questioni aperte sul novellato art. 20 del T.U. dell’imposta di registro: il coordinamento sistematico tra la norma di interpretazione e la norma antiabuso, con particolare riguardo al fenomeno del collegamento negoziale; i riflessi di diritto intertemporale; e, da ultimo, le questioni applicative.

Critical issues arising from the Italian Constitutional Court decision no. 158/2020. – In spite of the recent judgment 158/2020 of the Italian Constitutional Court, many issues still involve the “new” art. 20 of the Registration Tax Act: the systematic coordination between the authentic interpretation rule and the anti-abuse rule, with special reference to the phenomenon of the link between transactions; the inter-temporal profiles; and, lastly, some application issues.

Sommario: 1. La Corte Costituzionale tra leggi innovative ed interpretative. – 2. Abuso e collegamento negoziale nell’imposta di registro. – 3. Questioni di diritto intertemporale. – 4. Interrogativi finali dall’esperienza pratica.

1. La sentenza della Consulta n. 158 del 2020 è ancora fresca di stampa e già si moltiplicano gli interrogativi sui futuri scenari della tassazione dei collegamenti negoziali nell’imposta di registro.

Preliminarmente, viene dato per scontato (TABET, Luce verde al novellato art.20 del t. u. dell’imposta di registro, in Riv. dir. trib. online, 2020) che anche la questione di legittimità costituzionale sollevata dall’ordinanza 62/4/2020 dalla CTP di Bologna sarà rigettata, considerando che la giurisprudenza della Corte non fa ormai praticamente distinzione tra retroattività di una legge innovativa e uso distorto di una legge pseudo interpretativa (cfr., in dottrina, TARELLO, L’interpretazione della legge, Milano 1980, 274).

E’ infatti ricorrente la motivazione che, anche a voler escludere il carattere interpretativo della disposizione censurata e a volerne ipotizzare quello innovativo, ma con efficacia retroattiva, non potrebbe giungersi a conclusioni diverse sotto il profilo della ragionevolezza della disposizione stessa (Corte cost., n. 234/2006).

Una legge di interpretazione autentica non può ritenersi irragionevole (ex art. 3, primo comma, Cost.) “ove si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario” (Corte cost., nn. 39 e 135 del 2006, n. 291 del 2003, n. 374 del 2002). Né costituisce un ostacolo la circostanza che, nel caso di specie, si sia fatto ricorso a una disposizione interpretativa di secondo livello (in quanto il comma 108 dell’art. 1 della legge di bilancio 2018 dichiara che la modifica introdotta dal comma 87, lett. a, dell’art. 1 della legge di bilancio 2017 costituisce interpretazione autentica dell’art 20 del TUR). Infatti, può argomentarsi come l’art. 1, comma 2, L. 212/ 2000 non preveda che la clausola di interpretazione autentica debba necessariamente essere inserita nel corpo dell’atto ove trova sede la norma interpretativa; e, più in generale, può essere opposta la conclamata forza di semplice legge ordinaria dello Statuto del contribuente, il quale non vincola il legislatore futuro.

2. Accertata dunque la conformità a Costituzione della interpretazione autentica dell’art. 20 e della conseguente “radiazione” legale della lettura che ad oggi ne aveva dato la Cassazione, l’espresso richiamo all’art 10 bis dello Statuto contenuto nel novellato art 53 bis (quale risulta dal testo integrato dallo stesso comma 87, lett b dell’art. 1 della legge di bilancio 2017) ha sollevato il problema delle conseguenze derivanti dalla “immissione” della clausola antiabuso nel sistema dell’imposta di registro. Esattamente si è infatti osservato (DELLA VALLE, Il collegamento negoziale nell’imposta di registro: un capitolo chiuso? in Il Fisco, 2020, 3207) che la valorizzazione del collegamento negoziale solo nei limiti in cui viene utilizzato per conseguire un vantaggio fiscale indebito introduce uno scostamento tra forma e sostanza che appare una vera contraddizione in termini nel sistema del tributo in esame. Ciò in quanto la tassazione è incentrata sul negozio giuridico che “di per sé stesso è ritenuto sintomatico di capacità contributiva”, avendo il legislatore già tenuto conto a monte della sostanza economica coinvolta dall’atto da registrare, grazie alla categorizzazione effettuale degli atti tipizzati in tariffa, nonché della normativa unionale in tema di imposizione indiretta sulla raccolta di capitali. Il tutto oltre alle difficoltà di distinguere, in particolare, nelle vicende di ristrutturazione aziendale, realizzate mediante la combinazione di una pluralità di negozi, quando un’operazione plurifase sia abusiva e quando no, non essendo congruo discriminare un percorso “tortuoso” da uno “virtuoso” (alias, share deal e asset deal ) sulla base dal numero degli atti utilizzati per concluderlo ( DELLA VALLE, op. loc. cit).

Resta quindi aperto il delicato problema del coordinamento sistematico tra la norma di interpretazione e la clausola generale antiabuso, con particolare riguardo al fenomeno del collegamento negoziale.

3. La suddetta questione si complica poi ulteriormente se si esaminano i riflessi di diritto intertemporale, dovuti alla combinata azione delle due norme.

Va sottolineato a questo riguardo che la disposizione di interpretazione autentica contenuta nella legge di bilancio 2018 si riferisce espressamente alle sole modifiche dell’art. 20 del TUR introdotte con la lett. a) dell’art. 1 della Finanziaria 2017. E’ quindi scontato che, ad eccezione delle causae finitae, le controversie ancora pendenti e originate dalla lettura “impositiva/evolutiva” di una ristrutturazione aziendale devono essere decise in base allo ius superveniens e cioè esclusivamente sulla base degli elementi desumibili dall’atto presentato alla registrazione e non anche in base a quelli desumibili aliunde, salvo che non sia stata già formalizzata la contestazione dell’abuso del diritto. Quest’ultima ipotesi è però solo teorica, posto che, adeguandosi alla giurisprudenza quasi unanime della Cassazione, gli Uffici fondavano sull’art. 20 e non sull’elusione la contestazione del percorso “tortuoso” seguito per giungere a una ristrutturazione aziendale, affrancandosi così dall’onere dell’osservanza delle garanzie del giusto procedimento previste in generale dall’art. 10 bis dello Statuto.

Venendo ora specificatamente all’abuso e ai rapporti ancora aperti, ci si chiede: se l’elusione non è stata contestata prima dell’avvento della legge di bilancio 2017, può essere oggi contestata la tortuosità del percorso seguito? Oppure, nei confronti delle operazioni anteriori si può sterzare dalla riqualificazione all’abuso?

Per cercare di dare una risposta si inizia ad osservare che la legge di interpretazione autentica nulla dice in ordine agli effetti temporali che derivano dal richiamo all’abuso disposto dalla lett. b) della stessa fonte, i.e. la legge di bilancio 2017. Sorge dunque il dubbio sul quando l’abuso è entrato nel comparto del tributo di Registro e se, a questi fini, rilevi la disposizione transitoria di cui al comma 5 dell’art. 1 del Dlgs 128/2015, giusta la quale la disciplina introdotta dall’art 10 bis dello Statuto si applica anche “alle operazioni poste in essere in data anteriore alla sua entrata in vigore, qualora alla stessa data non sia stato notificato il relativo atto impositivo”.

Un primo approccio potrebbe suggerire la riflessione che, una volta respinta dal legislatore con effetti ex tunc la lettura “forte” dell’art. 20 e dopo che è stata generalizzata per tutti i tributi, con la introduzione della norma statutaria, la inopponibilità all’Amministrazione Finanziaria degli effetti degli atti posti in essere in abuso del diritto, il richiamo dell’art. 10 bis ad opera del novellato art 53 bis, se fosse valevole solo pro-futuro, sarebbe del tutto superfluo. Si tratterebbe infatti della mera conferma di un effetto che già si ricava pianamente in via sistematica e dunque non si tratterebbe di produzione di norma giuridica mediante rinvio. Per evitare una interpretatio abrogans, si potrebbe allora capovolgere il ragionamento, movendo dall’ipotesi opposta che si sia in presenza di una scelta legislativa a favore di una normativa intertemporale ad hoc per gli atti pregressi ed ancora in contestazione. In questo caso, si tratterebbe di un vero rinvio in senso tecnico all’intera disciplina oggetto del rinvio.

A questo proposito si anche deve rammentare che, quando venne novellato l’art. 10 bis della Statuto, le fattispecie pregresse erano regolate dalla anodina disposizione transitoria di cui al comma 5 dell’art. 1 del d. lgs 128/2015 (v. FRANSONI, La multiforme efficacia nel tempo dell’ art. 10 bis dello Statuto su abuso e elusione fiscale, in Corr. Trib., 2015, 4362; TABET, Sull’efficacia temporale della nuova disciplina dell’abuso del diritto in materia fiscale, in Rass.Trib, 2016, 11), la quale cosi statuiva:

-se non era stata attivata la funzione impositiva, le suddette fattispecie erano soggette alla nuova disciplina dell’abuso;

-se invece era già stato emesso l’atto impositivo, continuavano ad essere regolate dalla lex temporis.

Commentando criticamente la scelta legislativa, era stato evidenziato che il regolamento transitorio introdotto, se preso alla lettera, era penalizzante ed irrazionale per il contribuente (TABET, Sull’efficacia cit., 14), in quanto scompaginava artificiosamente la legge sostanziale del fatto e la legge strumentale del procedimento. Veniva infatti statuita: a) la estensione retroattiva del criterio di qualificazione dell’abuso anche per le operazioni che in base alla lex temporis non rientravano nell’ambito delle operazioni codificate dall’art 37 bis (retroattività “in danno”) b) la preclusione della estensione delle garanzie del giusto procedimento agli atti impositivi già notificati (irretroattività sempre “in danno”).

Il quesito che ora si pone è se l’applicazione retroattiva della nuova disciplina pan-tributaria dell’abuso si estendesse anche a contestazioni intervenute in comparti diversi – tra cui, in ipotesi, il tributo di Registro – da quelli in cui operavano le norme antielusive allora vigenti.

A sostegno di una decisa risposta negativa milita innanzitutto il rilievo che il richiamo all’art. 10 bis dello Statuto non comprende anche la disciplina transitoria che ne regola l’applicazione e cioè il comma 5 dell’art.1 del D. lgs 128/2015. Si tratta infatti – a tutto volere concedere – di rinvio solo parziale alla efficacia sostanziale della normativa e non anche a quella temporale, che resta limitata alle circostanze contingenti che l’hanno condizionata.

In secondo luogo, possono sollevarsi forti dubbi che la retroattiva applicazione dell’art. 10 bis si estendesse anche operazioni sintomatiche diverse o, addirittura, a tributi diversi da quelli già previsti dall’art. 37 bis del D.P.R.600/1973. Si tratterebbe, invero, di una retroattività “in danno” di sospetta illegittimità costituzionale, perché priva di qualunque giustificazione e per giunta contrastante con la ratio legis, che appare rivolta a salvaguardare gli atti di accertamento già emessi, ma certamente non si prefigge di estendere al passato l’istituto dell’abuso anche in comparti ove non era previsto e ai rapporti ancora aperti. E’ dunque più aderente al dettato costituzionale -in applicazione della regola ermeneutica dell’ interpretazione conforme – leggere la disposizione transitoria come volta a disciplinare la sola legge strumentale del procedimento, statuendo: a) l’applicazione delle garanzie del giusto procedimento agli atti di contestazione dell’abuso ancora da notificare (tempus regit actum); b) l’applicazione della lex temporis dell’atto alle contestazioni già notificate.

A rinforzare tale conclusione va poi soggiunto che dall’attuale integrazione dell’art. 53 bis si evince che nel tributo di Registro il potere di contrastare l’abuso discende dalla normativa generale dello Statuto e non già dalla estensione agli Uffici dei poteri di accertamento valevoli per le imposte sul reddito. Il sintagma “fermo restando” non consente infatti indecisioni circa la conclusione che detto potere sia diretta espressione della funzione impositiva che si esprime nella identificazione dell’oggetto dell’imposizione; esso è quindi indipendente dalla attribuzione delle singole facoltà istruttorie. Era quindi esatta la tesi che, quando l’art. 35, comma 24, D.L. 4 luglio 2006 n. 223 introdusse nel TUR l’art. 53 bis (versione originaria), dubitava che ciò implicasse anche un’estensione ante tempus al tributo di Registro delle disposizioni antielusive vigenti allora e declinate dall’art. 37 bis del DPR 600/1973 per le sole imposte sui redditi. In senso negativo si erano infatti espressi, tra l’atro, il Consiglio Nazionale del Notariato (Studio n. 68-2007/T), parte della dottrina (ZIZZO, La nozione di elusione nella clausola generale, in Corr. trib., 2006, 3087) e soprattutto la Corte di cassazione, a decorrere dalla sentenza n. 15319/2013, coerentemente con la propria interpretazione “impositiva/evolutiva” dell’art. 20.

Aderendo in conclusione alla suddetta tesi, consegue che nessuna incidenza ha avuto nei confronti del tributo in esame la disposizione transitoria di cui al comma 5 dell’art 10 bis, in quanto la parziale efficacia retroattiva del regime intertemporale da essa enunciato si riferisce alle operazioni di ristrutturazione pregresse, ma rilevanti per i soli tributi diretti, poste in essere in data anteriore e per le quali non sia stato già notificato il relativo atto impositivo.

4. Un’ultima domanda, tratta dalla pratica.

Supponiamo che in presenza di un’operazione societaria complessa, tassata come cessione indiretta di azienda, fosse pendente una controversia tra le parti contraenti e l’Amministrazione Finanziaria, la quale avesse invocato la lettura “impositiva/ evolutiva” dell’art. 20; supponiamo che una sola parte avesse optato per la definizione agevolata della lite (D.L. 119/2018). Poiché la legge dispone (art. 6, comma 14 del citato D.L.), che la “definizione perfezionata dal coobbligato giova in favore degli altri, inclusi quelli per i quali la controversia non sia più pendente”, sembrerebbe doversi concludere che la cessazione del contenzioso avvenga in via automatica nei confronti di tutti. Ciò a meno che si sostenga, ma la cosa è opinabile, che un’interpretazione costituzionalmente adeguatrice non imponga di condizionare la cessazione del contenzioso, anche nei confronti dell’altra parte, a una manifestazione di volontà proveniente direttamente da quest’ultima.

Ma se tale conclusione fosse respinta, quale sarebbe l’esito della rivalsa nei rapporti interni, di fronte alla difesa della parte rimasta estranea alla definizione agevolata, la quale eccepisse che, alla luce dell’interpretazione autentica sopravvenuta, la pretesa dell’Amministrazione era infondata, in quanto la tassazione doveva essere limitata agli elementi desumibili dall’atto presentato alla registrazione, prescindendo dagli atti collegati?

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

CONSIGLIO NAZIONALE DEL NOTARIATO, Studio n. 68-2007/T

DELLA VALLE, Il collegamento negoziale nell’imposta di registro: un capitolo chiuso? in Il Fisco, 2020, 3207

FRANSONI, La multiforme efficacia nel tempo dell’ art. 10 bis dello Statuto su abuso e elusione fiscale, in Corr. trib. 2015, 4362

Mastroiacovo, La nuova disciplina dell’abuso del diritto e dell’elusione fiscale nella prospettiva dell’imposta di registro, in Riv. not., 2016, I, 31 ss.

TABET, Sull’efficacia temporale della nuova disciplina dell’abuso del diritto in materia fiscale, in Rass.Trib, 2016, 11

TABET, Luce verde al novellato art.20 del t. u. dell’imposta di registro, in questa Rivista, 1 ottobre 2020

TARELLO, L’interpretazione della legge, Milano 1980

ZIZZO, La nozione di elusione nella clausola generale, in Corr. trib., 2006, 3087

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