Disciplina sanzionatoria doganale tra norma interna e principi europei.

Di Sara Armella -

(commento a/notes to Corte Giustizia, 4 marzo 2020, causa C-655/18,  Teritorialna direktsia «Severna morska» kam Agentsia Mitnitsi)

 

 

Abstract

La sentenza della Corte di giustizia 4 marzo 2020, causa C-655/18 esamina l’elemento psicologico di una violazione della normativa doganale, rilevando come, pur in assenza di una disciplina sanzionatoria uniforme, le norme nazionali devono rispettare alcuni fondamentali principi di elaborazione europea. E’ in contrasto con il principio unionale di proporzionalità la norma bulgara che stabilisce, in presenza di una violazione colposa, una sanzione pari al valore dei beni.

The customs sanctions systems between national laws e european principles. – The decision of the European Court of Justice, 4th of March 2020, case C-655/18 examines the psychological element of the infringement of customs regulation. Despite the lack of a uniform sanctions system, national laws must comply with some fundamental European principles. Therefore, it is against the principle of proportionality the Bulgarian law that imposes a penalty equivalent to the value of the goods, in case of culpable breach.

 

 

SOMMARIO: 1. La decisione e la disciplina doganale – 2. Il principio di proporzionalità nel CDU – 3. Il caso e i presupposti della decisione – 4. La mancanza di uniformità nella disciplina sanzionatoria.

1. Una sanzione doganale pari al valore del bene importato deve ritenersi sproporzionata, se la violazione contestata all’operatore ha natura colposa. E’ questo l’importante principio affermato dalla Corte di giustizia, con la sentenza 4 marzo 20202, causa C-655/18, relativa a un caso di furto, da un deposito doganale, di merce ancora allo stato estero, ossia in una fase antecedente all’importazione.

Vi è da rilevare che, mentre dal punto di vista sostanziale la materia doganale è oggetto di una disciplina europea uniforme, il settore delle sanzioni rimane  affidato alle singole legislazioni nazionali e anche il tentativo, anni or sono, di approvare una direttiva europea sul punto (proposta di direttiva 13 dicembre 2013, n. 2013/0432) si è scontrato con l’opposizione dei Paesi membri, che considerano la materia sanzionatoria di stretta competenza nazionale.

In questo quadro frastagliato, la sentenza si segnala perché rappresenta una delle prime concrete applicazioni del Codice doganale dell’Unione (CDU, reg. 952/2013) che, innovando la disciplina previgente, ha introdotto una norma di carattere generale in materia di sanzioni doganali. L’art. 42 CDU prescrive che le sanzioni devono essere “effettive, proporzionate e dissuasive”, con ciò recependo alcuni fondamentali principi già elaborati, nel tempo, dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Il giudice comunitario, infatti, pur in mancanza di una disciplina sanzionatoria comune, aveva già delineato alcuni principi generali giungendo ad affermare che, per valutare se una sanzione nazionale è conforme a tali principi, occorre tenere conto, in particolare, della natura e della gravità dell’infrazione che detta sanzione mira a penalizzare, nonché delle modalità di determinazione del suo importo. In questo indirizzo consolidato si collocano numerose pronunce, alla base degli orientamenti della giurisprudenza nazionale successiva, tra cui le note sentenze Equoland (Corte di giustizia, 17 luglio 2014, C-272/13) e Belgian Shell (Corte di giustizia, 6 febbraio 2014, C-242/12).

2. Il principio di proporzionalità impone che la sanzione doganale sia parametrata alla gravità della violazione e al coefficiente psicologico dell’autore e che la pena non debba eccedere quanto necessario al fine di evitare l’evasione di imposta, la sua esatta riscossione e l’adempimento degli obblighi formali da parte del contribuente. In altri termini la pena, per essere legittima, deve essere commisurata alla natura e alla gravita dell’infrazione.

Riguardo i principi fondamentali espressi dalla Corte di giustizia, il nuovo CDU distingue tra condotte intenzionali e violazioni meramente colpose della disciplina doganale. E invero, il considerando 38 CDU afferma che “è opportuno tener conto della buona fede della persona interessata nei casi in cui un’obbligazione doganale sorge in seguito a inosservanza della normativa doganale e minimizzare l’impatto della negligenza da parte del debitore”. Viene, così, esplicitato il principio per cui, nella valutazione del fatto, non è sufficiente la mera violazione commessa, ma è necessario che l’autorità doganale ricostruisca e valuti l’elemento soggettivo dell’agente: in caso di condotta posta in essere in buona fede, infatti, la sanzione deve essere “minimizzata”.

Tale importante affermazione si connette al principio di proporzionalità e alla necessità che, in sede di irrogazione della sanzione, tra i limiti minimo e massimo edittali, si tenga nella dovuta considerazione non soltanto l’entità del danno determinato, ma anche la gradazione dell’elemento psicologico del trasgressore.

3. Nel caso esaminato dalla Corte con la sentenza 4 marzo 2020, l’elemento intenzionale è distintamente esaminato con riguardo ai presupposti per l’insorgenza del debito rispetto all’irrogazione della sanzione. La sentenza chiarisce che, in caso di furto da un deposito doganale, l’insorgenza del presupposto impositivo è conseguenza del fatto oggettivo della sottrazione dei beni al regime di vigilanza doganale cui erano sottoposti. La sentenza richiama l’articolo 242, paragrafo 1, lettera a) CDU, secondo cui il titolare dell’autorizzazione al regime di deposito doganale ha la responsabilità di controllare che le merci non siano sottratte a vigilanza. Anche nell’ipotesi in cui il gestore sia vittima di un furto si realizza il presupposto dell’obbligazione, il quale necessita soltanto che siano soddisfatte condizioni di natura obiettiva, quali l’assenza fisica della merce dal luogo di custodia autorizzato (in tal senso, anche Corte di giustizia, sentenza del 12 giugno 2014, SEK Zollagentur, C‑75/13).

Ciò è sufficiente ad affermare il principio secondo cui la responsabilità del titolare dell’autorizzazione per il deposito doganale, in caso di sottrazione alla vigilanza di merci, riveste un carattere oggettivo ed è, pertanto, indipendente dal coefficiente psicologico del titolare o di terzi, di talchè il gestore del deposito non è esonerato da responsabilità nel caso in cui sia vittima di un furto.

4. Di maggior novità sono le riflessioni che coinvolgono il profilo sanzionatorio giacché la Corte, pur ricordando che, in assenza di armonizzazione della normativa europea nel settore delle infrazioni doganali occorre avere riguardo alla disciplina nazionale, ricorda che tale autonomia normativa è tuttavia soggetta ai limiti previsti dal diritto dell’Unione, i quali dispongono che le misure sanzionatorie consentite da una normativa nazionale non devono eccedere i limiti di ciò che è necessario al conseguimento degli scopi legittimamente perseguiti da tale normativa, né essere sproporzionate rispetto ai medesimi scopi (sentenza 22 marzo 2017, Euro‑Team e Spirál-Gép, C‑497/15 e C‑498/15).

Con tali premesse, la Corte ha concluso che una sanzione consistente nell’obbligo di pagare una somma corrispondente al valore delle merci sottratte alla vigilanza doganale eccede i limiti di quanto è necessario per tutelare gli interessi alla riscossione dei tributi.

Il principio di diritto, che può trovare applicazione anche per alcuni significativi casi nazionali, è che una sanzione doganale pari al valore delle merci è illegittima, in quanto sproporzionata.

Com’è noto, nel nostro ordinamento l’art. 303 del Testo unico della legge doganale (d.p.r. 43/1973) prevede sanzioni parametrate all’entità dei diritti contestati, potendo arrivare a un importo pari a dieci volte il valore di tali diritti. Non è dunque infrequente che si realizzi la situazione esaminata dal giudice europeo, con la conseguenza che, ove nel caso concreto la misura della sanzione irrogata sia equivalente al valore stesso dei beni oggetto di importazione, dovrà essere dichiarata illegittima.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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