Brevi considerazioni sulla qualificazione fiscale della cessione del portafoglio clienti

Di Nicolò Zanotti -

(commento a/notes to Risposta a Interpello Agenzia delle Entrate, 4 novembre 2019, n. 466)

Abstract

Anche alla luce della risposta ad interpello n. 466 del 4 novembre 2019 dell’Agenzia delle entrate, che ha espresso la propria posizione in merito alla qualificazione fiscale del trasferimento del “pacchetto clienti”, assume rilievo centrale determinare l’attuale portata della definizione di cessione di azienda o di un suo ramo nel nostro ordinamento, al fine di stabilire una regola base che possa essere utile a discernere le fattispecie in cui un’operazione è esclusa dal campo di applicazione dell’iva, ex art. 2, 3° comma, lett. b), d.p.r. 633 del 1972, da quelle in cui essa rappresenta una semplice cessione di beni. In questo modo, sarà possibile intendere, anche a seconda delle diverse modalità con cui può essere eseguito il trasferimento di tale portafoglio, se le conclusioni dell’Ufficio abbiamo una portata generale o debbano, piuttosto, essere adattate al caso di specie.

Brief considerations on the tax classification of the sale of the customer portfolio. – Even considering the answer to question no. 466 of 4 November 2019 of the Revenue Agency, which has expressed its position on the tax qualification of the transfer of the “customer package”, it is crucial to determine the extent of the definition of the sale of a company or its branch in our system, in order to establish a basic rule that may be useful to discern the cases in which an operation is excluded from the field of application of VAT, ex art. 2, 3rd paragraph, lett. b), D.P.R. n. 633/1972, from those in which it represents a simple sale of goods. In this way, it will be possible to understand, also according to the different ways in which the transfer of this portfolio can be performed, if the Office’s conclusions have general application or should, rather, be adapted to each case.

 

Sommario: 1. La risposta ad interpello in commento. – 2. Brevi considerazioni in merito alla distinzione tra cessione di azienda o singolo bene. – 3. La nozione fiscale di azienda. – 4. Profili di ordine fiscale nel trasferimento d’azienda. – 5. L’operazione di cessione della lista clienti – 6. Considerazioni conclusive.

1. Con la risposta n. 466 del 4 novembre 2019, l’Agenzia delle entrate ha espresso la propria posizione in merito alla qualificazione giuridico-tributaria da attribuire all’operazione di cessione del portafoglio clienti, essendo stato proposto interpello volto a chiarire se quanto ceduto configuri un ramo d’azienda, da assoggettare ad imposta di registro proporzionale, ovvero un singolo bene, da sottoporre ad iva.

L’Ufficio ha chiarito che il pacchetto clientela, ossia il complesso dei soggetti selezionati ed acquisti nel tempo, rappresenta una componente del valore di avviamento, che può essere trasferita integralmente anche in modo separato ed autonomo; ciononostante, a suo parere, l’operazione in considerazione avrebbe potuto essere qualificata come cessione di azienda solo qualora avesse costituito un complesso organico, dotato di un’autonoma potenzialità produttiva.

L’Agenzia delle entrate ha così reputato che il mero trasferimento di una “lista clienti” non possa da solo rappresentare una cessione di azienda o di un suo ramo, in quanto, per poter essere definito come tale, dovrebbe intervenire un insieme autonomamente idoneo a consentire l’inizio o la prosecuzione dell’attività d’impresa anche da parte del cessionario; nel caso di specie, invece, si sarebbe trattato di un unico asset patrimoniale e non di un’organizzazione idonea, nel suo complesso, allo svolgimento di attività produttiva.

2. La diversa qualificazione della cessione, a seconda che questa inerisca un singolo asset, piuttosto che l’azienda o un suo ramo, ha immediata rilevanza ai fini delle imposte indirette, poiché quest’ultima operazione è esclusa dall’ambito di applicazione dell’iva, ex art. 2, 3° comma, lett. b), d.p.r. 633 del 1972, ed è soggetta all’imposta di registro in misura proporzionale, in forza del principio di alternatività, sancito dall’art. 40 del d.p.r. n. 131 del 1986 (v. S. La Rosa, Cessione d’azienda e cessione di beni tra imposta di registro ed Iva, in Rass. trib., 1990, II, 305 ss.; A. Carinci, Il trasferimento di azienda ai fini Iva e registro: il problema della nozione di azienda ai fini fiscali, in Riv. dir. trib., 1996, II, 1167 ss.).

Sotto un profilo eminentemente fiscale, emerge, dunque, la necessità di distinguere le operazioni in considerazione, poiché la loro diversa qualificazione può produrre effetti di rilievo sia in termini di imposta applicabile, che di determinazione della base imponibile, con ricadute a cascata sulla effettiva materia tassabile (cfr. G. Scanu, Cessione d’azienda, trasferimento del marchio e valori imponibili nel “sistema” Iva-Registro, in Riv. trim. dir. trib., 2014, 705 ss.) Ciò dipende soprattutto dal fatto che, da un lato, in caso di applicazione dell’iva, intervengono gli istituti della rivalsa e della detrazione, dall’altro lato, la cessione d’azienda o di un suo ramo prevede la tassazione anche dell’avviamento (v. A. Carinci, Profili di rilevanza fiscale dell’avviamento (definizione, natura circolazione, quantificazione), in Riv. dir. trib., 1996, I, 465), assoggettando ad imposta di registro l’operazione nel suo insieme.

Questa scelta, se da una parte permette di evitare eccessivi oneri per il cessionario, dall’altra, è giustificata dal fatto che l’operazione, collocandosi in una fase precedente rispetto ai processi produttivi, non inerisce il consumo di beni o servizi (cfr. E. Della Valle, L’avviamento nell’ordinamento tributario: considerazioni di sintesi, in AA. VV., L’avviamento nel diritto tributario, a cura di E. Della Valle – F. Ficari – G. Marini, Torino, 2012, 89 ss.; la possibilità dell’esclusione è contemplata dall’art. 19, Dir. 28.11.2006, n. 2006/112/CE). Ciononostante, accade di frequente che gli imprenditori, invece di procedere attraverso un’unica iniziativa qualificata come cessione dell’azienda, tendano a porre in essere una pluralità di atti, tra loro collegati, con l’intento di evitare la contestazione di un maggior valore di avviamento (v. A. Busani, Imposta di registro e “spezzatino d’azienda”, in GT – Riv. giur. trib., 2010, 591).

Prevale, pertanto, un’interpretazione oggettiva delle operazioni in analisi, che prescinde dalle determinazioni delle parti, per concentrarsi sull’insieme degli atti posti in essere, così da individuare un filo conduttore tra i diversi beni, che rappresenti un vincolo di destinazione funzionale. Secondo illustre dottrina (cfr. S. La Rosa, Op. loc. cit., 305 ss.), del resto, tali trasferimenti non richiedono necessariamente un atto formale, essendo sufficiente l’esistenza di prove, purché dotate dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, per poter sottoporre ad imposizione tutti i beni ed i rapporti inerenti l’azienda, anche se non risultanti da un documento scritto.

3. Muovendo dalla definizione civilistica di azienda (cfr. G. Ferrari, voce Azienda (dir. priv.), in Enc. dir., IV, Milano, 1959, 680; G. Auletta, voce Azienda (diritto commerciale), in Enc. giur. Treccani, Roma, 1988), questa viene intesa, a fini fiscali, come un’unitaria realtà economica composta da mezzi e rapporti organizzati per uno scopo ben preciso (v. G. Tinelli, Azienda nel diritto tributario, in Dig. disc. priv., sez. comm., II, Torino, 1987, 99 ss.; D. Stevanato, Cessione frazionata d’azienda e imposta di registro: simulazione o riqualificazione del contratto?, in GT – Riv. giur. trib., 1999, 758 ss.; M. Basilavecchia – M.P. Nastri – V. Pappa Monteforte, I trasferimenti aziendali: questioni aperte, studio n. 81-2009/T, in Studi e materiali, CNN, Milano, 2010, 503 ss.).

Ai nostri fini è utile, quindi, preliminarmente verificare se oggetto del trasferimento sia un complesso di beni coordinato e strutturato in maniera stabile, per cui l’acquirente ne risulti potenzialmente il successore anche nello svolgimento dell’attività imprenditoriale (Cfr. V. Ficari, Azienda e avviamento tra accertamento, “prezzi” e “autonomia” del contribuente, in Riv. dir. trib., 2012, 205). In altri termini, deve sussistere una concreta idoneità degli elementi costitutivi dell’azienda, tra di loro funzionalmente collegati, indipendentemente dal titolo giuridico in forza del quale si trovano nella disponibilità dell’imprenditore, al loro utilizzo dinamico, diretto alla produzione di nuova ricchezza (cfr. F. Tundo, Profili tributari della cessione di azienda, in Dir. prat. trib., 1996, I, 940 ss.).

Come rilevato da attenta dottrina (cfr. G. Corasaniti, Sul trasferimento di azienda ai fini dell’imposta di registro, in GT – Riv. giur. trib., 2011, 247 ss.), per definire in maniera puntuale una nozione fiscale di azienda che consenta di individuare il regime impositivo, non è, infatti, sufficiente prendere le mosse dall’art. 2555 c.c., ma occorre analizzare le particolari esigenze inerenti la nostra materia (cfr. T. Tassani, Cessione di azienda ed esercizio dell’attività nell’imposta sul valore aggiunto, in Rass. trib., 2004, I, 740 ss., in nota a CGCE, 27.11.2003, C. 497/01). Ciò che interessa, quindi, non è tanto la natura degli elementi presi in considerazione, ma le risorse che questi sono in grado di produrre, a seconda che facciamo o meno parte di un più ampio complesso aziendale.

Sono, perciò, significative quelle indicazioni tendenti a superare l’identificazione dell’azienda nella mera organizzazione di beni, per dare maggiore rilievo allo scopo che si intende perseguire (cfr. Cass. n. 3973/2004; Cass n. 10740/2013). Prendendo le mosse dalle determinazioni della giurisprudenza comunitaria (cfr. CGUE, 10.11.2011, C. 444/10; in dottrina, v. T. Tassani, La tassazione della “cessione di azienda” secondo la Corte di Giustizia UE, in Piccola impresa, 2012, 1, 137 ss.), si ha, quindi, cessione d’azienda ogniqualvolta gli elementi trasferiti costituiscano un insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attività d’impresa, di per sé idoneo a consentire la continuazione di quell’opera da parte del cessionario.

In altri termini, l’azienda non può essere, ai nostri fini, considerata solo una pluralità di beni potenzialmente destinabili allo svolgimento di un’attività imprenditoriale, ma deve rappresentare anche un’organizzazione attuale e vitale di questi elementi, che si pone in un contesto di relazioni finanziarie, commerciali e personali, capaci di sviluppare la produttività (in questo senso, già in passato, cfr. Comm. centr., sez. IX, 23.04.1991, n. 3186 e Comm. centr., sez. XVI, 15.12.1995, n. 4291).

Tale concezione dell’azienda, del resto, come rilevato da illustre dottrina (cfr. S. La Rosa, Op. loc. cit., 305 ss.), è strumentale all’applicazione del principio di alternatività iva-registro, dato che l’esclusione dell’imposta sul valore aggiunto si giustifica proprio in forza del fatto che oggetto di cessione non siano singoli beni, ancorché organizzati, ma un complesso di beni materiali, immateriali e rapporti giuridici dell’impresa cedente.

4. Una volta definita la nozione fiscale di azienda, occorre verificare, in relazione alle singole fattispecie concrete, se ricorre o meno il suo trasferimento.

Al tal fine, non è necessario che l’oggetto sociale del cessionario sia, fin dall’origine, compatibile col complesso ceduto (cfr. Cass. n. 24913/2008 e Cass. n. 13580/2007); ciò che conta è l’esistenza di un’impresa di riferimento cui essere funzionale, che deve essere valutata alla luce della causa reale del negozio e della regolamentazione degli interessi effettivamente perseguiti dai contraenti (cfr. Cass. n. 1913/2007).

Per qualificare l’operazione come cessione d’azienda, si dovrà, quindi, prestare particolare attenzione sia all’origine del complesso dei beni, per verificare se con essi fosse già possibile esercitare un’autonoma attività d’impresa, che alla loro destinazione, per appurare se tale assegnazione sia stata mantenuta anche nel momento in cui sono entrati nella disponibilità del cessionario. Deve intervenire, dunque, la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, che possono variare a seconda del tipo di attività svolta dal cedente, consistenti, a titolo esemplificativo, nell’eventuale trasferimento di elementi materiali o immateriali e del loro valore, nell’avvenuta riassunzione del personale da parte della nuova impresa, nel possibile trasferimento del pacchetto clienti, nonché nel tipo di attività esercitate prima e dopo la cessione (cfr. Cass. n. 9575/2016 e Cass. n. 1913/2007).

In altre parole, il trasferimento dell’azienda si realizza normalmente attraverso una modifica soggettiva nell’esercizio dell’attività economica (cfr. V. Buonocore, Il “nuovo” testo dell’art. 2112 del codice civile e il trasferimento di un ramo d’azienda, in Giur. comm., 2003, II, 313 ss.); giova, quindi, prestare particolare attenzione al concetto base d’azienda, così da porlo al passo con l’evoluzione dei modelli gestori e col progresso tecnologico. Occorre, perciò, comprendere cosa sia davvero indispensabile affinché una data attività possa qualificarsi come organizzata in forma d’impresa (G. Oppo, voce Impresa e imprenditore, in Enc giur. Treccani, XVI, Roma, 1986, par. 6), pur in mancanza di alcuni profili che ordinariamente tendono a caratterizarla.

È possibile, infatti, che dalla cessione d’azienda rimangano esclusi parte degli elementi che la compongono o, persino, un suo ramo, a patto che questo non rappresenti una componente essenziale dell’attività originariamente svolta dal cedente; altrimenti, l’operazione dovrà qualificarsi come cessione di singoli beni, mancando tra loro il necessario nesso di strumentalità. Per risolvere la questione sembra utile, quindi, capire quando possa dirsi oggi configurato il requisito dell’organizzazione, inteso sia nella sua dimensione oggettiva, di che cosa si organizza, sia in quella soggettiva, dell’attività esercitata dall’imprenditore per la produzione. E, a tal fine, occorre una valutazione caso per caso, che tenga conto delle singole specificità.

In questo senso, soprattutto negli ultimi anni, ha giocato un ruolo di rilievo il progresso tecnologico, che ha visto sempre più di frequente abbandonare gli schemi classici, a favore del proliferare di nuove attività, maggiormente slegate dai beni tradizionali e concentrate, non soltanto sull’accesso al web, ma anche sul ricorso a nuovi fattori di produzione ed a diversi sistemi di circolazione.

Ciò premesso, sembra evidente che per poter trasferire elementi idonei al potenziale esercizio dell’impresa e, quindi, per poter qualificare l’operazione come cessione d’azienda o di un suo ramo, non è necessario che vengano organizzati, insieme, i beni, le energie lavorative, il capitale e le conoscenze, potendo, in astratto, essere sufficiente anche la presenza di uno solo di questi fattori. Nessuna categorizzazione può essere considerata valida tout court, dovendo essa sottostare all’incessante mutamento delle realtà economica, dipendente dai nuovi traguardi raggiunti sia a livello tecnologico, che sociale.

Ciò che conta, in ultima analisi, è avere chiaro che il concetto base di organizzazione aziendale si trasforma con il diversificarsi dell’oggetto e delle dimensioni della singola attività, per cui non è possibile stabilire una regola immutabile, individuando a priori una categorizzazione apprezzabile in astratto.

5. Tanto premesso, è ora possibile interrogarsi sulla configurazione della cessione della lista clienti (cfr. G. Auletta, voce Clientela, in Enc. dir., VII, Milano, 1960, 210 e R. Campione, La vendita del pacchetto clienti, in Riv. dir. proc. civ., 2014, 523) e, a tal scopo, occorre dire subito che questa costituisce un asset composto dai clienti dell’impresa e dalle conoscenze inerenti la sua titolarità. Questo fattore è, quindi, strettamente correlato all’avviamento, inteso come la capacità di produrre un profitto extra, poiché consente di attribuire maggior prestigio ai beni aziendali, contribuendo ad incrementarne il valore d’uso, nonché quello di scambio.

Comunemente, la clientela rappresenta, dunque, un elemento dell’avviamento, che, a sua volta, secondo la dottrina maggioritaria (cfr. C. Sasso, voce Avviamento d’impresa, in Dig. disc. priv., sez. comm., II, Torino, 1987, 57; in giurisprudenza, v. Cass. n. 28751/2005), identifica una componente qualitativa dell’azienda, insuscettibile di una cessione indipendente e separata; perciò, secondo questo orientamento, appare assai difficile poter immagare un autonomo trasferimento della lista clienti, che non implichi la circolazione dell’azienda.

Altra autorevole opinione (G. Bonfante – G. Cottino, L’imprenditore, in Trattato di diritto commerciale, diretto da G. Cottino, vol. I, Padova, Cedam, 2001, 618 e F. Della Ventura, Cessione di azienda e trasferimento autonomo della clientela come “valore di avviamento”, in Giust. civ., 1989, II, 444), tuttavia, ritiene che tale assunto di principio troverebbe una deroga in tutte quelle ipotesi in cui, trattandosi di soggetti operanti nell’ambito delle attività di sevizi, di agenzia, di intermediazione, eccetera, la lista clienti, che in ogni caso costituisce l’elemento più rilevante dell’avviamento, sarebbe suscettibile di essere ceduta o scambiata separatamente.

Da un punto di vista contabile, invece, tale portafoglio, se è stato generato internamente, non sarà rilevato in bilancio, non esistendo una voce dello stato patrimoniale che consenta di rappresentarlo; se, al contrario, è stato acquisito dall’esterno, nonostante che l’OIC 24, relativo alle immobilizzazioni immateriali, non disciplini le anagrafiche clienti, si può suppore che il suo valore, ottenuto in una più ampia operazione di cessione di azienda, potrà essere incluso nell’avviamento (Cfr. E. Laghi, L’avviamento nella disciplina del codice civile e dei principi contabili nazionali e nel sistema IAS/IFRS: brevi considerazioni critiche, in AA.VV, L’avviamento nel diritto tributario, cit., 47 ss).

Volendo prendere le mosse dai principi contabili nazionali, resta, quindi, dubbia la contabilizzazione della sola cessione di pacchetto clienti precedentemente acquisito, poiché l’OIC 24, al punto 57, esclude l’autonoma trasferibilità dell’avviamento. Al contrario, se il pacchetto clienti viene ceduto insieme all’azienda o, comunque, ad un suo ramo, nulla questio, poiché l’alienazione è certamente configurabile.

I principi contabili internazionali si esprimono, invece, chiaramente sul tema, risolvendo la questione nel senso della separabilità e autonomia della lista clienti nell’ambito delle operazioni di aggregazione aziendale; perciò, tale asset non deve essere rilevato all’interno dell’avviamento, ma autonomamente nell’attivo dello stato patrimoniale (M. Allegrini – E. Ninci, Immobilizzazioni immateriali: lo Ias 38 e le indicazioni dell’OIC, in Amm. fin., 2007, 6).

L’avviamento ottenuto esternamente, infatti, qualora ricada nell’ambito di un’aggregazione aziendale, viene iscritto nello stato patrimoniale, in forza del principio IFRS 3, come differenza tra il fair value del corrispettivo pagato per l’acquisto ed il valore delle attività e passività che siano autonomamente individuabili; perciò, dovendo rilevarsi “separatamente” le attività immateriali identificabili, le anagrafiche clienti, in tal caso, saranno trattate diversamente, indicando in bilancio e nei conti dell’impresa un apposito conto “lista clienti”.

Razionalmente, mi pare emerga come il portafoglio clienti, nella normalità dei casi, non sia suscettibile di circolare autonomamente, ma, sotto un profilo civilistico, debba essere considerato come elemento di un più ampio compendio aziendale; ciò, a meno che, come indicato nell’IFRS 3, nell’ambito delle aggregazioni aziendali, questo soddisfi il criterio di separabilità e possa essere considerato come una distinta attività immateriale che può essere ceduta.

6. In conclusione, considerato che, a fini fiscali, non può configurarsi cessione di azienda o di un suo ramo, se manca un modello produttivo capace di proseguire nell’esercizio di un’attività economica organizzata, ritengo che, la cessione del solo portafoglio clienti, in linea di principio, possa dare adito a due diverse ipotesi: o trattasi di un trasferimento rientrante in una più ampia operazione di aggregazione aziendale, oppure si configura come una semplice cessione dei rapporti contrattuali in corso di esecuzione.

Nella normalità dei casi, infatti, la lista clienti non rappresenta un complesso da solo idoneo, tramite la sua organizzazione, all’esercizio autonomo di un’impresa, a meno che il trasferimento non riguardi elementi ben individuati, il cui rapporto consenta di continuare l’attività precedentemente svolta dalla cedente.

In altre parole, difficilmente la cessione di tale portafoglio potrà, di per sé, costituire cessione di ramo d’azienda, ma, più probabilmente, si tratterà dell’alienazione di una singola risorsa immateriale. Nonostante che i principi contabili internazionali si siano espressi nel senso della separabilità della lista clienti, ciò non significa, infatti, che l’operazione debba, per ciò stesso, far parte di una più ampia aggregazione aziendale, qualora non sia oggetto di trasferimento un insieme di beni organizzati atti a produrre reddito autonomamente.

Questa valutazione può trovare una deroga solo in alcune limitate circostanze in cui, trattandosi di attività di sevizi (di progettazione, di marketing, di consulenza informatica, eccetera), soprattutto se prestate tramite il web, la lista clienti potrebbe assumere un rilievo essenziale rispetto a ciò che si trasferisce e costituire, insieme ad altri limitati elementi provenienti dal cedente, un’articolazione organizzativa dotata di stabile autonomia funzionale.

Tale classificazione riguarda, tuttavia, singole circostanze di fatto, che non possono essere identificate a priori, attraverso una definizione prestabilita, ma necessitano di una valutazione caso per caso, che tenga in adeguato conto una serie di aspetti materiali dipendenti, in massima parte, dall’attività effettivamente svolta dai soggetti coinvolti.

Tanto brevemente premesso, tali conclusioni portano ad affermare che, al fine di qualificare la singola operazione, occorrerà una puntuale valutazione dei suoi profili sostanziali, al fine di verificare se, insieme alla cessione della lista clienti, si sia proceduto o meno al trasferimento di ulteriori assets, che possano garantire la effettiva presenza di una combinazione organizzata di beni, strumentale all’esercizio dell’attività d’impresa. In quest’ultimo caso, infatti, non potrà non riconoscersi un’ipotesi di cessione di azienda o, più probabilmente, di un suo ramo, nel quale il portafoglio clienti rappresenterà un elemento essenziale, o, addirittura, l’unico profilo caratterizzante quella determinata realtà.

Diversamente, in mancanza di tali specifici presupposti, così come accaduto nel caso oggetto di interpello, si tratterà del trasferimento di una mera risorsa immateriale.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: S. La Rosa, Cessione d’azienda e cessione di beni tra imposta di registro ed Iva, in Rass. trib., 1990, II, 305 ss.; A. Carinci, Il trasferimento di azienda ai fini Iva e registro: il problema della nozione di azienda ai fini fiscali, in Riv. dir. trib., 1996, II, 1167 ss.; Id., Profili di rilevanza fiscale dell’avviamento (definizione, natura circolazione, quantificazione), in Riv. dir. trib., 1996, I, 465 ss.; T. Tassani, Cessione di azienda ed esercizio dell’attività nell’imposta sul valore aggiunto, in Rass. trib., 2004, I, 740 ss.; G. Scanu, Cessione d’azienda, trasferimento del marchio e valori imponibili nel “sistema” Iva-Registro, in Riv. trim. dir. trib., 2014, 705 ss.; Aa. Vv., L’avviamento nel diritto tributario, a cura di E. Della Valle – F. Ficari – G. Marini, Torino, 2012; G. Corasaniti, Sul trasferimento di azienda ai fini dell’imposta di registro, in GT – Riv. giur. trib., 2011, 247 ss.; A. Busani, Imposta di registro e “spezzatino d’azienda”, in GT – Riv. giur. trib., 2010, 591 ss.; G. Ferrari, voce Azienda (dir. priv.), in Enc. dir., IV, Milano, 1959, 680; G. Auletta, voce Azienda (diritto commerciale), in Enc. giur. Treccani, Roma, 1988; Id., voce Clientela, in Enc. dir., VII, Milano, 1960, 210; A. Fedele, Struttura della impresa e vicende dell’azienda nell’Iva e nell’imposta di registro, in La struttura dell’impresa e imposizione fiscale, Padova, 1981, 1434 ss.; G. Tinelli, Azienda nel diritto tributario, in Dig. disc. priv., sez. comm., II, Torino, 1987, 99 ss.; D. Stevanato, Cessione frazionata d’azienda e imposta di registro: simulazione o riqualificazione del contratto?, in Riv. giur. trib., 1999, 758 ss.; M. Basilavecchia – M.P. Nastri – V. Pappa Monteforte, I trasferimenti aziendali: questioni aperte, studio n. 81-2009/T, in Studi e materiali, Milano, 2010, 503 ss.; C. Sasso, voce Avviamento d’impresa, in Dig. disc. priv., sez. comm., II, Torino, 1987, 57; F. Tundo, Profili tributari della cessione di azienda, in Dir. prat. trib., 1996, I, 940 ss.; V. Buonocore, Il “nuovo” testo dell’art. 2112 del codice civile e il trasferimento di un ramo d’azienda, in Giur. comm., 2003, II, 313 ss.; G. Oppo, voce Impresa e imprenditore, in Enc giur. Treccani, XVI, Roma, 1986; e R. Campione, La vendita del pacchetto clienti, in Riv. dir. proc. civ., 2014, 523 ss.; F. Della Ventura, Cessione di azienda e trasferimento autonomo della clientela come «valore di avviamento», in Giust. civ., 1989, II, 44 ss.

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