INCERTEZZE GIURISPRUDENZIALI E PRINCIPI GENERALI IN MERITO AI VIZI DEGLI ATTI PROCESSUALI TELEMATICI NEL PROCESSO TRIBUTARIO.

Di Davide Emone -

Abstract

La sottoscrizione di un ricorso è un requisito essenziale nel processo tributario ai sensi dell’art. 18 del d.lgs. 546/92, tale che in caso di omissione ne viene sancita l’inammissibilità. Il presente contributo analizza l’adattamento di tale disciplina al processo telematico, con la conseguente notificazione a mezzo pec del ricorso formato come documento informatico, passando criticamente in rassegna i diversi orientamenti giurisprudenziali, per giungere ad una ricostruzione del vizio di omessa sottoscrizione digitale nei termini della nullità insanabile dell’atto, con la conseguente inammissibilità del ricorso, anche se telematico.

Jurisprudential uncertainty and general principles about the flaws of telematic judicial acts in tax process. – The signing of an appeal is a fundamental condition in a tax trial, according to art. 18 d.lgs. 546/92, to the extent that in the case of its omission inadmissibility is pronounced. The present contribution analyses the adaptation of this discipline to the telematic process, with the subsequent notification of the appeal as electronic document by means of certified electronic e-mail. The article critically analyses the divergent case law with a view to recreate the vice of omitted digital signing in terms of absolute nullity of the act, with the consequent inadmissibility of the appeal, even if telematic.   

 

 

Sommario. 1. Il processo telematico e la firma digitale. – 2. La normativa sulla sottoscrizione degli atti processuali. – 3. L’applicazione della disciplina degli atti processuali ai documenti informatici. – 4. Due inconciliabili pronunce della Commissione Tributaria Regionale di Milano. – 5. Gli aspetti critici dell’orientamento che esclude la necessità di sottoscrizione digitale. – 6. L’inapplicabilità della sanatoria per raggiungimento dello scopo.

 

 

1. La previsione del processo tributario telematico, dapprima facoltativo e successivamente obbligatorio, per i giudizi introdotti con la notifica dell’atto introduttivo del grado di merito a partire dal 1° luglio 2019 (salvo specifiche e circoscritte eccezioni, principalmente le cause di valore inferiore a Euro 3.000,00, se il contribuente non si avvale di un difensore tecnico), comporta il necessario adattamento delle forme degli atti processuali e dei loro requisiti allo stilema digitale, rispetto a quello analogico.

A ben vedere, ciò che interessa maggiormente dal punto di vista giuridico e processuale è la patologia, ossia quali le conseguenze di eventuali vizi degli atti processuali telematici. In particolare, nel presente contributo si affronterà essenzialmente il vizio dell’assenza di sottoscrizione digitale dell’atto introduttivo di un grado di giudizio di merito (primo o secondo, nessuna è la differenza di disciplina nell’ambito del processo tributario – telematico o meno), restando il processo in cassazione tuttora ancorato alle forme analogiche, salvo che per la possibilità di notifica telematica, ai sensi tuttavia della legge n. 53/1994, non già dell’art. 16-bis del d.lgs.  546/1992.

In via generale, uno strumento fondamentale per l’utilizzo delle forme processuali telematiche è il dispositivo che consente la sottoscrizione digitale di un file. La firma digitale è un particolare tipo di firma elettronica che, rispetto alle altre (ad esempio la firma elettronica semplice, che può essere costituita dalla combinazione di nome utente e password per accedere ad un portale o ad una casella di posta elettronica), garantisce in modo univoco il riferimento al solo soggetto che ne è titolare in relazione al documento su cui è apposta, rendendo manifesta la provenienza e l’autenticità del documento – così da garantire che la firma digitale sia stata apposta dal suo titolare, che fa proprio il contenuto dell’atto informatico sottoscritto – nonché la sua integrità, dal momento che il documento, una volta sottoscritto con firma digitale, non può essere modificato, pena la perdita della sottoscrizione stessa.

Senza dilungarsi eccessivamente su aspetti tecnici, si precisa solo che la firma digitale si basa su una coppia di chiavi crittografiche, una pubblica ed una privata, assegnate da un soggetto istituzionalmente qualificato: in Italia il certificatore è l’Agenzia per l’Italia Digitale. La chiave pubblica è nota ed associata univocamente con l’identità del sottoscrittore, mentre quella privata è contenuta in una smartcard in possesso del titolare, e può essere azionata solo con l’inserimento di un codice PIN ad opera del titolare stesso. La combinazione delle due chiavi, con il detto codice identificativo e l’utilizzo di software che consentono l’apposizione di firma digitale ai documenti informatici e la loro verifica, determina il risultato della sottoscrizione in questione.

Il documento informatico così firmato soddisfa il requisito della forma scritta ed ha valore di scrittura privata ai sensi dell’art. 2702 c.c. Anche la giurisprudenza ha riconosciuto – in linea col dato normativo dell’art. 20, d.lgs. n. 82/2005 (Codice dell’amministrazione digitale, “CAD”) – la piena equiparazione della firma digitale così costituita alla sottoscrizione autografa di un atto analogico (vedasi Cass. 14338/2017; Cass. 22781/2015).

2. Considerata l’anzidetta equipollenza, quanto al valore legale, della firma digitale di un documento informatico alla firma autografa di un documento analogico, occorre passare in rassegna, in primo luogo, il dato normativo in relazione alla sottoscrizione degli atti processuali, per valutare le conseguenze della sua omissione.

La regola generale in materia processuale è dettata dall’art. 125 c.p.c., norma che prescrive la sottoscrizione degli atti di parte (citazione, ricorso, comparsa, controricorso, precetto), ad opera della parte stessa – se sta in giudizio personalmente – oppure dal difensore. Sebbene la disposizione non contenga una esplicita previsione di nullità, il difetto assoluto di sottoscrizione dell’originale dell’atto introduttivo è stato considerato dalla giurisprudenza di legittimità un vizio determinante l’inesistenza dello stesso (o nullità assoluta ed insanabile che voglia definirsi), sulla base della considerazione della sottoscrizione quale elemento indispensabile per identificare la provenienza dell’atto e l’identificazione dell’autore. Ne consegue che il vizio assurge ad un tale livello di gravità da non poter essere sanato né con la rinnovazione dell’atto, né con la costituzione del convenuto: un atto non sottoscritto nell’originale è inesistente e quindi inidoneo a costituire un valido rapporto processuale (ex multis, Cass. 1275/2011; Cass. 5790/2011; Cass. 4116/2001; Cass. 9836/1998).

A diverse conclusioni la giurisprudenza è giunta nell’ipotesi di sottoscrizione del difensore presente sotto la firma del mandato – in calce o a margine dell’atto introduttivo – dell’assistito, a validarne l’autenticità: in tal caso è stato ritenuto che la sottoscrizione assolvesse al duplice scopo di certificare l’autografia del mandato e assicurare la paternità dell’atto.

Peraltro, le norme in tema di processo tributario sono ancora più precise nel richiedere la sottoscrizione dell’atto introduttivo del primo o secondo grado di giudizio e nel regolare le conseguenze della sua eventuale omissione. L’art. 18 del d.lgs. 546/92 afferma testualmente che il ricorso deve essere sottoscritto dal difensore e ne sancisce l’espressa inammissibilità nell’ipotesi in cui non lo sia. Identica previsione è disposta per il ricorso in appello dall’art. 53 del d.lgs. 546/92.

In virtù della modifica dell’art. 18, comma 3 – in vigore dal 2016 – si ritiene che la sottoscrizione sia richiesta a pena di inammissibilità dell’azione solo nell’originale del ricorso: nelle oggigiorno superate modalità di notificazione cartacee, l’originale era quello notificato all’ente impositore a mezzo posta o consegna diretta, mentre nell’ipotesi di notifica mediante ufficiale giudiziario, l’originale era restituito al ricorrente, che lo avrebbe quindi depositato in segreteria al momento della costituzione in giudizio.

La sanzione dell’inammissibilità, anche con specifico riferimento al processo tributario, è stata ritenuta applicabile – secondo la casistica oggetto di pronunce giurisprudenziali – solo nei casi di difetto assoluto di sottoscrizione, dal momento che è stato considerato sottoscritto l’atto anche laddove la firma del difensore era presente solo nell’incarico conferito, come autentica (Cass. 21326/2006; Cass. 3862/2001). Inoltre, anche in vigenza della norma che prevedeva la sottoscrizione sia dell’originale che della copie, la giurisprudenza più recente ha statuito – superando un precedente e più rigoroso orientamento (Cass. 14117/2009; Cass. 4051/2001) – di non doversi dichiarare    l’inammissibilità in assenza di sottoscrizione della copia depositata al momento della costituzione in giudizio, se presente sull’originale notificato (Cass. 14389/2010).

D’altra parte, si espone a critiche un ulteriore passo avanti compiuto dalla giurisprudenza nel restringere la sanzione dell’inammissibilità, per il suo contrasto con il dato normativo: Cass. 24461/2014 ha infatti ritenuto ammissibile un ricorso non sottoscritto nella “copia” notificata (a mezzo posta) all’ente impositore, in quanto sottoscritto nell’originale depositato in Commissione Tributaria. Sebbene l’originale dovrebbe essere quello notificato a controparte, i giudici di legittimità in tal caso hanno presupposto alla loro pronuncia una irregolarità (non viziante) consistente nel “rovesciamento” dell’ordine procedimentale fissato dalla legge, ossia la notifica della copia (anziché dell’originale) all’Ufficio e il deposito dell’originale (anziché della copia conforme) presso l’organo giurisdizionale: su tale base, sarebbe la copia erroneamente notificata ad essere priva di firma, omissione che quindi non determinerebbe inammissibilità. Il fondamento, dichiarato, della pronuncia è un’interpretazione restrittiva delle previsioni di inammissibilità, limitandone l’operatività ai soli casi di extrema ratio, ove cioè il rigore sia davvero giustificato, citandosi anche precedenti della Corte Costituzionale, per la quale “le disposizioni processuali tributarie devono essere lette in armonia con i valori della tutela delle parti in posizione di parità, evitando irragionevoli sanzioni di inammissibilità” (Corte Cost., 189/2000 e 520/2002).

In ogni caso, può dirsi pacifico il dato – esplicitamente previsto dal testo degli artt. 18 e 53 d.lgs. 546/92 e consolidato in giurisprudenza – per cui la radicale assenza di sottoscrizione (del difensore o della parte) sull’originale del ricorso o dell’appello determina la sua inammissibile processuale, in virtù – a ben vedere – dell’inesistenza giuridica dell’atto stesso, in quanto privo di paternità e riferibilità ad un soggetto.

3. Stante il quadro appena delineato, la logica conduce a ritenere che nihil sub sole novum per ciò che concerne la sottoscrizione degli atti processuali telematici: essi presentano la duplice caratteristica di essere, al contempo, atti processuali e documenti informatici.

Con riferimento al primo aspetto, nel processo tributario un ricorso – seppur da notificarsi via PEC e depositarsi telematicamente ai sensi degli artt. 16-bis e 25-bis del d.lgs. 546/92 – resta un atto processuale che – secondo le norme citate nel precedente paragrafo – presenta il requisito della sottoscrizione nell’originale a pena di inammissibilità. Va da sé che, essendo lo stesso un documento informatico e non cartaceo, la sottoscrizione debba essere quella digitale in luogo di quella autografa, avendo comunque le due lo stesso valore giuridico.

Con riferimento al secondo aspetto, invece, un ricorso notificato ai sensi dell’art 16-bis è un documento informatico; il comma 3, infatti dispone, che le parti notificano gli atti processuali esclusivamente con modalità telematiche, “secondo le disposizioni contenute nel decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 23 dicembre 2013, n. 163, e nei successivi decreti di attuazione”. L’art. 2 del decreto ministeriale richiamato afferma la natura di documenti informatici degli atti del processo tributario, sottoscritti con firma elettronica qualificata o firma digitale. Peraltro, era sufficiente che si limitasse a definire gli atti processuali come documenti informatici, per rendere applicabile l’art. 20 del CAD (d.lgs. 82/2005), che detta una regola molto rilevante in tema di validità ed efficacia probatoria dei documenti informatici. Si prevede, infatti, che “il documento informatico soddisfa il requisito della forma scritta e ha l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del Codice civile quando vi è apposta una firma digitale, altro tipo di firma elettronica qualificata o una firma elettronica avanzata o, comunque, è formato, previa identificazione informatica del suo autore, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall’AgID ai sensi dell’articolo 71 con modalità tali da garantire la sicurezza, integrità e immodificabilità del documento e, in maniera manifesta e inequivoca, la sua riconducibilità all’autore.” D’altra parte, l’assenza di sottoscrizione digitale o elettronica nelle forme previste fa sì che “l’idoneità del documento informatico a soddisfare il requisito della forma scritta e il suo valore probatorio sono liberamente valutabili in giudizio, in relazione alle caratteristiche di sicurezza, integrità e immodificabilità”.

In sintesi, quindi, l’assenza di sottoscrizione riscontrata nell’originale di un atto introduttivo di parte del processo tributario (ricorso in primo grado o appello) – in linea con l’impostazione concettuale fin qui seguita – ne determina l’inammissibilità in quanto atto processuale non sottoscritto (ex artt. 18 e 53 d.lgs. 546/92). Inoltre, l’assenza di sottoscrizione non consente di ritenere l’atto stesso, nelle forme del documento informatico, inequivocabilmente idoneo a soddisfare il requisito della forma scritta, ai sensi dell’art. 20 CAD e dell’art. 2 d.m. 163/2013.

A questo punto può essere utile porsi due domande. La prima è la seguente: la sottoscrizione digitale del file contenente il ricorso depositato telematicamente con la costituzione in giudizio sul portale del S.I.Gi.T. può sanare la mancanza di firma digitale del file notificato a mezzo PEC alla controparte? Come esposto sopra, la Corte di Cassazione (sentenza n. 24461/2014) ha ritenuto ammissibile un ricorso non sottoscritto nella “copia” erroneamente notificata, in quanto sottoscritto nell’originale irregolarmente depositato (inversione che a giudizio della Corte costituisce un’irregolarità non invalidante). Lo stesso ragionamento, tuttavia, ad opinione dello scrivente, non potrebbe traslarsi nell’ambito del processo tributario telematico.

Con due atti materiali, cartacei, di identici contenuto e forma, spesso non è agevole distinguere tra originale e copia, in quanto la sottoscrizione autografa non reca in sé un preciso riferimento cronologico: in questo modo si ha buon gioco ad affermare che l’originale sia quello depositato, di cui sia stata notificata una copia, senza incorrere in un’assurdità logica – prima ancora che giuridica – ossia sostenere che la copia sia precedente all’originale. Differentemente dalla firma autografa, però, la firma digitale apposta ad un documento informatico indica non solo l’autore, ma anche la data e l’ora della sottoscrizione. Per questo motivo, nell’ipotesi di atto telematicamente notificato privo di sottoscrizione, potrebbe sostenersi che l’originale sia quello depositato al momento della costituzione in giudizio solo nell’ipotesi in cui la firma digitale apposta al documento sia anteriore rispetto al momento di accettazione del messaggio PEC con cui sarebbe stata notificata la copia. Altrimenti, logicamente non potrebbe essere definito originale un file sottoscritto dopo il momento in cui è venuta in essere la copia, con la conseguenza che – tra i due – l’originale sarebbe inequivocabilmente quello oggetto di notifica e privo di sottoscrizione, da cui discenderebbe la sanzione dell’inammissibilità del ricorso.

Il secondo interrogativo a cui può essere utile provare a fornire una risposta si fonda sulla circostanza che le notifiche telematiche si compiono a mezzo di una casella PEC. Se a notificare il ricorso non sottoscritto è il difensore dal proprio indirizzo di posta elettronica certificata, tale caratteristica potrebbe essere sostitutiva alla sottoscrizione, in quanto attestante in ogni caso la provenienza e l’autenticità dell’atto processuale?

Anche a questa domanda, la risposta che il punto di vista di chi scrive suggerisce è negativa. Alla casella PEC si accede inserendo un nome utente (costituito dall’indirizzo stesso – di pubblico dominio) ed una password. Questo tipo di autenticazione viene definito come firma elettronica semplice, proprio per la sua debole sicurezza, e non è legalmente equiparata ad una sottoscrizione autografa. Lo stesso art. 20 del CAD conferisce valore legale al documento informatico sottoscritto con firma digitale, firma elettronica avanzata o qualificata, non già con firma elettronica semplice, che – a tutti gli effetti – non può definirsi una sottoscrizione tale da poter sostituire la firma autografa e tale, quindi, da poter soddisfare il requisito posto dagli artt. 18 e 53 d.lgs 546/92 a pena di inammissibilità di ricorso ed appello.

Applicando le norme processuali sui requisiti degli atti e le norme sostanziali sulla sottoscrizione dei documenti – analogici ed informatici – deve giungersi alla conclusione dell’inammissibilità di un ricorso (in primo grado o in appello) telematico non sottoscritto nel suo originale notificato alla posta elettronica certificata di controparte.

4. E’ interessante notare che la questione di cui si è finora argomentato è stata affrontata recentemente, tra le altre, dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, i cui giudici di due diverse sezioni hanno pronunciato due sentenze che giungono ad opposte conclusioni sul punto, nonostante affrontassero fattispecie analoghe.

Nel primo caso, oggetto di trattazione della CTR (Sez. XXII) nella sentenza n. 3609 del 25 settembre 2019, il contribuente – soccombente in primo grado – ha proposto appello notificando a mezzo pec il proprio ricorso, privo tuttavia di sottoscrizione digitale e non redatto nel formato PDF/A-1a o PDF/A-1b. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile l’appello, accogliendo l’eccezione preliminarmente avanzata dall’Ufficio, argomentando circa la necessità della firma digitale affinché il documento informatico notificato a mezzo pec abbia efficacia giuridica e valore processuale.  In modo chiaro, la Commissione ha affermato che “la firma digitale è l’equivalente elettronico della tradizionale firma autografa su carta, in quanto è associata stabilmente al documento elettronico sulla quale è apposta e ne attesta con certezza l’integrità, l’autenticità e la non ripudi abilità.” Essendo la sottoscrizione un elemento essenziale del ricorso ai sensi dell’art. 18 del d.lgs. 546/92, oltre che un elemento indispensabile per ricondurre in modo univoco il documento informatico al contribuente o al suo difensore, la sua omissione determina l’inammissibilità dell’appello.

Nel secondo caso, invece, i giudici milanesi (Commissione Tributaria Regionale di Milano, Sez. XII, sentenza n. 3881 del 10 ottobre 2019) hanno trattato l’appello di un contribuente avverso la sentenza di primo grado che aveva dichiarato inammissibile il ricorso introduttivo, notificato via pec prima dell’entrata in vigore del processo tributario telematico (anche facoltativo) nelle commissioni tributarie della regione, nonché privo di sottoscrizione digitale. I giudici di seconde cure hanno accolto l’appello del contribuente sul punto, fondato sulla sanatoria dell’eventuale vizio della notificazione del ricorso introduttivo ai sensi dell’art. 156, comma 3, c.p.c. Al di là dell’aspetto relativo alla validità delle forme di notificazione telematica prima dell’introduzione del processo tributario telematico, non oggetto della presente trattazione, sul quale comunque la Suprema Corte ha espresso un orientamento opposto, basato sull’inapplicabilità della l. 53/1994 in tema di notificazioni di atti a mezzo PEC, non ammessa in materia tributaria se non espressamente disciplinata da disposizioni specifiche (vedasi Cass., n. 8560/2019 e Cass., n. 9430/2018), ciò che qui interessa è la sanatoria del vizio relativo all’omessa sottoscrizione. La Commissione ha infatti ritenuto che la tempestiva costituzione in giudizio dell’Agenzia delle Entrate abbiamo dimostrato il raggiungimento dello scopo della notificazione del ricorso, citando un precedente di legittimità (Cass. n. 17020/2018) per concludere circa l’esclusione dell’obbligo di sottoscrizione digitale “nel caso in cui il difensore proceda alla notifica telematica di un atto processuale, essendo sufficiente che lo stesso sia trasformato in formato Pdf”.

5. Come già si può intuire avendo letto la prima parte del presente contributo, la seconda delle citate decisioni si presta a parecchi profili critici da parte di chi scrive. Il precedente di Cassazione su cui si è fondata si espone anch’esso – di converso – alle stesse critiche, ma deve precisarsi che lo stesso è stato pronunciato in esito ad un contenzioso civile, il cui codice di procedura, come detto, difetta di un’espressa previsione di inammissibilità dell’atto introduttivo non sottoscritto, previsione che invece esiste per il processo tributario. Inoltre, la Corte, nel caso di specie, ha comunque affermato come necessario il requisito della sottoscrizione per l’atto depositato telematicamente, circostanza per la quale, in ogni caso, logicamente tornerebbe a richiedersi la sottoscrizione anche dell’atto notificato. Ciò accade in quanto non si tratta di due atti distinti, dal momento che in caso di notifica di atto processuale da depositarsi telematicamente nell’ambito del processo civile telematico, l’atto che deve essere depositato va estrapolato dalla ricevuta di consegna della notifica PEC ottenuta dal soggetto notificante. Risulta quindi consequenziale che se l’atto depositato deve essere firmato, e se lo stesso è estratto dalla notifica, anche l’atto notificato deve essere digitalmente sottoscritto.

Ma, al di là di tale evidenza, ciò che più rende perplessi della sentenza n. 3881/2019 della CTR è la totale obliterazione del requisito della sottoscrizione del ricorso di cui all’art. 18 d.lgs. 546/92, solo in virtù della notifica telematica dello stesso, senza che esista alcuna norma positiva, tantomeno di natura legislativa, idonea – in via speciale – ad escludere la necessità di tale elemento. La norma processuale che richiede la sottoscrizione dell’originale del ricorso a pena di inammissibilità è una norma generale, che spiega pienamente i suoi effetti anche in esito al mutamento delle modalità di formazione, notificazione e deposito degli atti, da analogiche a digitali. Quale il fondamento di questa rilevante deroga? I giudici tributari di merito si limitano a citare tralatiziamente la pronuncia della Corte di Cassazione, la quale a sua volta si fonda sulle specifiche tecniche del processo civile telematico, aventi la natura di decreto ministeriali, le quali – con tutta evidenza – né per materia, ma soprattutto nemmeno per posizione nella gerarchia delle fonti normative, possono derogare un requisito generale posto dalla legge in tema di processo tributario.

6. Occorre altresì spendere alcune parole sulla sanatoria del vizio per raggiungimento dello scopo, un istituto passe partout spesso – ed anche in questa ipotesi – utilizzato al di là della sua ratio. L’art. 156, comma 3, c.p.c. – è bene ricordarlo – afferma che “la nullità non può mai essere pronunciata, se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato”. Innanzitutto, la nullità e la relativa sanatoria non riguardano, nel caso di specie, la notificazione: il vizio attiene non al procedimento con cui l’atto processuale è stato portato a conoscenza di controparte, bensì all’assenza di requisito dell’atto stesso, quindi non la consegna del plico (materiale o telematico) ma il suo contenuto.

L’omissione della sottoscrizione di un atto ne determina la nullità, in termini – secondo gli orientamenti giurisprudenziali citati – di nullità assoluta, insanabile, inesistenza. Ma anche ipotizzando che tale nullità sia sanabile in caso di raggiungimento dello scopo dell’atto, ai sensi dell’art. 156 c.p.c., ciò vorrebbe dire che il motivo, lo scopo, per il quale la legge ha ritenuto essenziale la sottoscrizione dell’atto, sia stato altrimenti raggiunto, negli stessi termini. La firma garantisce la paternità, la provenienza e l’autenticità dell’atto, nonché la univoca riconducibilità del contenuto all’autore che lo ha sottoscritto; se anche si ritenesse il vizio in ipotesi sanabile (a differenza di quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza con riferimento alla sottoscrizione autografa, e col tenore testuale dell’art. 18 del d.lgs. 546/92), in quale altro modo potrebbe dirsi raggiunto lo scopo di garantire la paternità, la provenienza, l’autenticità e la non ripudiabilità dell’atto? A mio avviso, in nessun’altro modo, anche in ragione del fatto che tali caratteristiche devono sussistere al momento della notificazione dell’originale alla controparte processuale, per una molteplicità di ragioni che si elencano:

  1. il tenore letterale dell’art. 18 d.lgs. 546/92 impone la sottoscrizione, quale requisito dell’atto a pena di inammissibilità, sull’originale notificato;
  2. la sottoscrizione digitale è un requisito sostanziale del documento informatico nel momento in cui viene ad esistere, affinché esso possa soddisfare il requisito della forma scritta, e garantisce non solo paternità e provenienza dell’atto, ma anche integrità e immodificabilità (ossia che l’atto pervenenuto nella casella di posta certificata del destinatario sia identico a quello inviato dal mittente);
  3. i termini per la proposizione del ricorso introduttivo e delle impugnazioni nel contenzioso tributario sono decadenziali, con la conseguenza che i requisiti degli atti devono sussistere entro i termini di legge.

Non è, per queste ragioni, configurabile una sorta di successiva ratifica dell’atto non firmato, con la sua sottoscrizione posteriore, poiché essa è prevista affinché paternità, provenienza e autenticità dell’atto possano essere verificati dal soggetto che lo riceve, nel momento in cui lo riceve, altrimenti non dispiegandosi gli effetti – sostanziali e processuali – che la legge determina in virtù della notificazione dello stesso.

In questo modo, si ritiene possa escludersi la sanatoria del vizio di omessa sottoscrizione di un atto processuale telematico (ma senza che la questione differisca dagli atti cartacei) non solo in astratto, ma anche essendo concretamente impossibile raggiungere il medesimo scopo altrimenti.

La conclusione è, pertanto, quella di ritenere condivisibile il principio enunciato dalla sentenza n. 3609/2019 della CTR di Milano, per la quale un ricorso in primo grado o in appello è inammissibile se non sottoscritto nell’originale, ciò valendo anche per gli atti formati quali documenti informatici e notificati telematicamente. A tali conclusioni sono giunte anche altre pronunce, sia tributarie di merito (Comm. trib. prov. Rieti, n. 262/2018), che emesse in esito ad un giudizio civile di merito (Corte d’Appello Bologna, n. 234/2019) o di legittimità (Cass., n. 14338/2017).

Una fattispecie diversa, che potrebbe condurre ad esiti differenti, è ipotizzabile ove il ricorrente erroneamente notifichi non il documento informatico sottoscritto digitalmente, bensì una copia informatica di un documento analogico con firma autografa del difensore. In questo caso, la sottoscrizione è presente sull’originale, di cui viene notificata una copia, configurandosi quel  “rovesciamento” dell’ordine procedimentale fissato dalla legge che la Corte di Cassazione ha comunque ritenuto un’invalidità non viziante. Resterebbe, però, aperto l’interrogativo sulle modalità di deposito dell’originale “cartaceo” con gli obbligatori strumenti informatici: potrebbe dirsi sufficiente una copia informatica sottoscritta anche digitalmente e con attestazione di conformità? La parte potrebbe chiedere al giudice l’autorizzazione al deposito materiale?

La questione è aperta ed è prevedibile che si presenti – in un futuro prossimo – all’esame di un’autorità giudiziaria, prevedibilità corroborata anche dalle recenti statistiche, riportate da articoli di stampa, per le quali sono quadruplicate le cause per responsabilità civile degli avvocati per errori materiali in relazione al processo civile telematico. Sarebbe opportuno, quindi, richiedere uno sforzo di attenzione, preparazione e aggiornamento ai difensori; allo stesso modo, sarebbe opportuno che anche i soggetti chiamati ad interpretare ed applicare le norme processuali alle nuove forme telematiche, non si allontanino ingiustificatamente dal principi generali sulle forme e i requisiti degli atti processuali.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: Basilavecchia, Effetti della mancata sottoscrizione della copia dell’atto di appello, in CT, n. 28/2001, 2126 ss.;Consolo G., Commento all’art. 16-bis, d.lgs. 546/92, in Consolo – Glendi (a cura di), Commentario breve alle leggi del processo tributario, Padova, 2017, 239 ss.; Guarnieri, Commento all’art. 18 d.lgs. 546/92, in Consolo – Glendi (a cura di), Commentario breve alle leggi del processo tributario, Padova, 2012; Mandrioli – Caratta, Diritto processuale civile, Torino, 2017; Manoni, Le inevitabili criticità del processo tributario telematico, in DPT 4/2019, 1876 ss.; Marello, Spunti di riflessione in materia di processo tributario telematico, in Riv. dir. trib., 2017, I, 535 ss.; Pistolesi, Ulteriori considerazioni sul dibattuto tema della sottoscrizione del ricorso introduttivo del processo tributario, in GT-Riv. giur.trib., n. 9/2003, 881 ss.; Reale, L’atto processuale privo di firma digitale e notificato tramite PEC è inammissibile?, in Il quotidiano giuridico (www.quotidianogiuridico.it), 16 luglio 2018; Tesauro, Manuale del processo tributario, Torino, 2017; Turchi, Introduzione del processo: il ricorso, in Tesauro (a cura di), Codice commentato del processo tributario,  Milano, 2016, 378 ss.

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