CONSIDERAZIONI SULLA TARDIVA PRODUZIONE DI DOCUMENTI IN APPELLO E SUI PROFILI CRITICI DELLA NORMA

Di Mauro Tortorelli -

Abstract

Nel processo tributario è riconosciuta alle parti la facoltà di produrre nel giudizio di appello documenti non depositati nel giudizio di primo grado, anche se per negligenza o per calcoli di convenienza processuale. La previsione di legge (i.e. art. 58, comma 2, D. L.gs n. 546/92) comporta, indubbiamente, profili di criticità in seno al giusto processo tributario. Nondimeno, la sua chiara formulazione esige un doveroso approfondimento della sua ratio per comprenderne la ragione e, quindi, la valenza sul diverso piano della legittimità.

 

Considerations about late production of documents on appeal and the critical profiles of this rule. – In the appeal judgment, the parties are empowered to produce documentary evidences not filed in the first instance judgment, even if it is due to negligence or procedural convenience. Undoubtedly, the provision of law entails critical aspects within the rightful and fair tax trial. Nonetheless, the clear wording of the rule (i.e. art.58, paragraph 2, Legislative Decree no. 546/92) requires an appropriate examination of its ratio to understand the underlying reasons and, thus, its valence on the different level of legitimacy.

 

SOMMARIO: 1. Premessa – 2. Il termine perentorio nei giudizi di merito del processo tributario – 3. La lesione del diritto di difesa della controparte – 4. La situazione di privilegio della parte negligente e la sottrazione di un grado di giudizio in danno alla controparte – 5. La specialità del processo tributario e la ragionevolezza della norma – 6 Conclusioni.

1. La facoltà di produrre in appello documenti nuovi continua ad alimentare un interessante dibattito in dottrina riguardo ai profili di criticità che deriverebbero dal suo esercizio indiscriminato (si veda, ad esempio, l’interessante intervento, su questa Rivista, di MARCHESELLI A. “Il “precipitato giurisdizionale” della soggezione della Agenzia delle Entrate alla Costituzione: appunti eterodossi su imparzialità e oggetto del processo tributario”).

Si ritiene, tuttavia, che tali criticità debbano essere valutate alla luce della discrezionalità riconosciuta al legislatore anche in un ambito processuale dove, come precisato dalla Corte Cost., non vi sono soluzioni costituzionali imposte, ma è solo richiesto che la scelta operata dal legislatore non sconfini oltre il limite ordinario della ragionevolezza.

Nel prosieguo del presente elaborato, quindi, da un lato, si cercherà di comprendere la portata delle critiche emerse in dottrina e, dall’altro lato, si cercherà di individuare le ragioni della scelta operata dal legislatore nel processo tributario, allo scopo di verificare se al sacrificio imposto alla parte processuale diligente corrisponda un contrapposto interesse generale, ritenuto meritevole di una maggiore tutela.

All’uopo, si muoverà dalle critiche avanzate dalla dottrina nei confronti del disposto normativo di cui all’art. 58, co.2, D. Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, che, in breve, si sostanziano: i) nei confronti della parte negligente, nella pratica vanificazione del termine perentorio previsto per la produzione di documenti nel primo grado di giudizio; ii) nella lesione del diritto di difesa della controparte diligente cui verrebbe impedita, sempre nel primo giudizio, la proposizione di eventuali motivi aggiunti; iii) nell’ingiustificata disparità di trattamento nei confronti della parte processuale diligente, a cui verrebbe sottratto un grado di giudizio a causa del comportamento della controparte.

2. Così delineato il perimetro delle critiche alla previsione di legge che ci occupa, riguardo alla sostanziale violazione del termine di perenzione previsto per la produzione di documenti nel processo (sul concetto di documenti nuovi, cfr. Cass. SS.UU. 10.07.2015, n. 14475), pare opportuno precisare, in premessa, che nel processo tributario di primo grado la previsione del termine per l’adempimento mira a scongiurare il prolungamento del giudizio stesso, laddove la medesima previsione normativa prevista nel secondo grado di giudizio ha per scopo il diverso fine di temperare proprio la rigida preclusione dell’attività probatoria intervenuta nel primo grado di giudizio (cfr. Corte Cost. Ord. 13.07.2000, n. 401).

Ne segue che nel giudizio di appello il legislatore ha inteso porre un rimedio alla preclusione probatoria derivante dall’omesso adempimento in primo grado ritenuta troppo rigida nel processo tributario a causa della specificità della materia su cui impatta (sulle ragioni che avrebbero spinto il legislatore ad adottare tale scelta, si dirà nel prosieguo).

L’assunto relativo alla diversa specificità del termine previsto per la produzione di documenti nei due gradi di giudizio trova conforto nella giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione laddove, nel diverso caso del giudizio di rinvio a seguito di riassunzione della causa, si è affermato che nel giudizio innanzi al giudice tributario di merito trovano applicazione le preclusioni e le decadenze già realizzatesi come quella, che qui interessa, della produzione di documenti nuovi, atteso il carattere chiuso del processo di rinvio (cfr. Cass. 21.04.2006, n. 9395, Cass. 05.02.2009, n. 2739).

Alla luce di tali brevi precisazioni, può trarsi una prima conclusione: nel processo tributario le prescrizioni di cui all’art.32, applicabili nel giudizio di primo grado, e qui riferite alla produzione di documenti, non hanno la stessa finalità perseguita dagli artt. 58 e 61, applicabili nel giudizio di appello, per la volontà del legislatore di assegnare al medesimo potere riconosciuto alle parti una finalità diversa in ciascuno dei due gradi di giudizio.  Nell’economia del presente scritto, tale circostanza non è di poco conto perché, sul piano costituzionale, essa è stata ritenuta di per sé sufficiente ad escludere profili di irragionevolezza della previsione normativa da parte del legislatore (cfr. Cort. Cost. 14.07.2017, n. 199, p. 5.1).

Per altro verso, alla luce della diversa finalità che l’art. 58, comma 2, persegue nel processo di appello si potrebbe affermare che non possa esservi una vanificazione del termine perentorio di cui all’art. 32, comma 1, previsto per la produzione di documenti nel primo grado di giudizio perché, come visto, pur vertendosi in tema del medesimo adempimento l’art. 58 persegue un proprio fine.

3. Proseguendo nell’analisi, quanto alla possibile lesione del diritto di difesa della controparte diligente cui verrebbe impedita, nel primo giudizio, la proposizione di eventuali motivi aggiunti, deve porsi in premessa che in via generale la previsione di termini processuali con effetti di decadenza o di preclusione è ritenuta compatibile con l’art. 24 Cost. (cfr. Corte Cost. 22.10.2014, n. 243).

Deve ulteriormente osservarsi che per la Corte Cost. il diritto di difesa previsto dall’art. 24, da un lato, non impone che il cittadino possa conseguire la tutela giurisdizionale sempre nello stesso modo e con i medesimi effetti e, dall’altro lato, deve ritenersi rispettato laddove non vengano imposti alle parti processuali oneri oppure prescritte modalità tali da rendere impossibile, o estremamente difficile, l’esercizio del diritto di difesa stesso o lo svolgimento dell’attività processuale (tra le tante, cfr., Corte Cost. sentenze n. 121 e n. 44 del 2016; ordinanza n. 386 del 2004).

Sotto tale profilo, in disparte questioni squisitamente giuridiche, sul piano concreto dello svolgimento delle attività processuali da parte del difensore, si potrebbe convenire sulla considerazione che l’adempimento postumo della produzione in appello di documenti della parte processuale non diligente non comporti una compressione abnorme del diritto di difesa della controparte, nel senso da rendere a quest’ultima particolarmente difficile o addirittura impossibile lo svolgimento della propria attività difensiva nel giudizio di appello. Nel concreto, per la parte diligente si tratterebbe di allegare, altrettanto diligentemente, nel secondo grado di giudizio le difese che, né più né meno, avrebbe prodotto in primo grado.

In tal senso, la dottrina afferma che il potere di produrre nel giudizio di appello ulteriori argomentazioni a difesa rispetto a quelle avanzate nel giudizio di primo grado, riposa proprio nell’esigenza di evitare quelle discrasie che verrebbero a realizzarsi tra il primo ed il secondo giudizio (cfr. CONSOLO C. – GLENDI C., “Commentario breve alle legge del Processo tributario”, Cedam, IV Ed., pag. n. 809).

Nella facoltà prevista dall’art. 58, comma 2, del D. Lgs. n. 546/92, quindi, non pare potersi rilevare un vulnus nei confronti della parte diligente talmente grave da rendere illegittima sul piano costituzionale la disposizione di legge stessa. Emergerebbe, piuttosto, una serie di discrasie superabile grazie al complesso delle norme regolanti il processo tributario laddove, in particolare, il legislatore ha previsto gli opportuni strumenti utili alla difesa, nonostante debbano porsi necessariamente in forma postuma.

Per altro verso, deve annotarsi che la tutela della parte diligente pare ulteriormente assicurata in caso di soccombenza nel giudizio di appello della parte non diligente in primo grado. In tema di determinazione delle spese di giudizio (art. 15), infatti, il giudice potrebbe non rimanere indifferente alla valutazione del complessivo andamento del processo alla luce (anche) del comportamento tenuto dalla parte nel giudizio di primo grado, soprattutto se la tardiva produzione di documenti in appello dovesse risultare il frutto di una negligenza professionale, di un calcolo di convenienza processuale o, addirittura, di una violazione dell’ordine di esibizione del giudice che avrebbero comportato un inutile dispendio di concentrazione processuale.

4. Proseguendo nell’analisi, deve esaminarsi il dubbio che in caso di produzione tardiva in appello di documenti utili al giudizio di primo grado si verrebbe a realizzare una irrazionale posizione di privilegio a favore della la parte negligente in danno della controparte, con una possibile disparità di trattamento.

A riguardo, tuttavia, deve rilevarsi che la norma è per sua natura generale ed astratta, qui intesa nel senso che non individua a priori la parte processuale che si avvantaggerebbe della sua disposizione.

Ne segue che l’esercizio della facoltà prevista dall’art. 58, co. 2, è riconosciuta a favore di entrambe le parti del giudizio e non di una sola, e ciò escluderebbe in radice l’attribuzione di particolare ed ingiustificati privilegi processali che contrasterebbero con l’art. 111 Cost.

Nel giudizio di appello, ad esempio, anche la parte vittoriosa in primo grado potrebbe avere l’interesse a produrre un documento nuovo, magari all’esito degli specifici motivi allegati dalla controparte nel ricorso in appello se non di un personale comportamento negligente.

Volgendo l’attenzione verso la parte privata, potrebbe accadere, per ipotesi, che nel giudizio di primo grado relativo ad una azione di rimborso di imposte, il contribuente risulti parzialmente vittorioso per aver omesso, colpevolmente, di produrre una parte della documentazione in suo possesso. In tal caso, il contribuente stesso potrebbe profittare del giudizio di appello per integrare la documentazione probatoria a sostegno del diritto al rimborso dell’intera imposta.

Quello che si vuole dire è che, così formulato, l’art. 58, comma 2, non pare prefigurare il riconoscimento di una particolare tutela processuale a vantaggio dell’una o dell’altra parte, sia essa pubblica o privata, ma alle parti in genere. Nell’esempio posto, quindi, anche nei confronti della parte privata ritenuta dal giudice meritevole di tutela attraverso l’accoglimento solo parziale del ricorso, a causa del comportamento non del tutto diligente della parte vittoriosa.

Volgendo ora l’attenzione verso una possibile sottrazione di un grado di giudizio a causa del comportamento negligente tenuto da una parte, deve annotarsi che nel processo tributario la tutela della parte diligente non è del tutto ignorata dal legislatore.

Il potere di produrre documenti nuovi in appello, infatti, trova il doveroso limite in quanto previsto dall’art. 57, in tema di divieto di domande ed eccezioni nuove, e dal co. 1 dell’art. 58, in tema di divieto di prove nuove (sul punto, cfr., TESAURO F. ” Manuale del processo tributario”, Giappichelli Ed., 2017, pag. 232 e ss.gg.)..

L’assunto trova conforto nell’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la produzione di nuovi documenti in appello è ammessa se questi ultimi si ricolleghino a mere difese e non comportino un’eccezione in senso stretto, nei cui confronti, viceversa, opera la chiara preclusione di cui all’art. 57 (cfr., tra le tante, Cass. 16.11.2018, n. 295).

Alla luce di tali previsioni di legge, quindi, può dedursi che il potere riconosciuto dal legislatore alla parte non diligente non deve intendersi illimitato, privo di controllo ma, viceversa, decisamente inibito laddove la nuova produzione documentale comporti una modificazione del thema decidendum, l’ampliamento dell’oggetto del contendere rispetto a quello del precedente grado di giudizio, sicché essa deve ritenersi ammessa solo su tematiche allegate in primo grado, avverso le quali la parte diligente risulti aver potuto esercitare il diritto di difesa (cfr. Cass. 18.04.2007, n. 9224, in dottrina, cfr. LUPI R., “Manuale giuridico professionale di diritto tributario”, III ED., Ipsoa, pag. 819).

Deve poi rilevarsi che l’esercizio della facoltà oggetto di analisi presuppone che la parte negligente abbia comunque assolto in primo grado l’onere di contestazione (Cass. 22.02.2008 n. 4605). In difetto, a tutela della controparte, nel giudizio di appello si renderebbe applicabile il principio di non contestazione (art. 115, c.p.c.) che renderebbe illegittima la produzione di documenti nuovi.

Alla previsione della facoltà riconosciuta alla parte di produrre documenti in secondo grado, quindi, non pare necessariamente seguire lo stravolgimento del processo al punto da ritenere inutile quello celebrato in primo grado, dal quale, per contro, risulta segnato dal perimetro processuale entro il quale la parte diligente ha potuto esercitare i propri diritti. E ciò, nonostante la condivisibile osservazione della dottrina secondo cui, pure rimanendo nel perimetro dei motivi di impugnazione e delle eccezioni poste in primo grado, la produzione in appello di documenti nuovi potrebbe comportare modifiche di rilievo nel relativo giudizio (BASILAVECCHIA M., “Funzione impositiva e forme di tutela”, Torino, 2013).

Proseguendo nell’esame dell’art. 58, comma 2, non può ignorarsi, tuttavia, la circostanza che la presenza di documenti nuovi in appello, non conosciuti dal giudice del primo grado, renderebbe la sentenza di quest’ultimo monca, perché priva del giudizio sui documenti non conosciuti dal giudice con potenziale perdita dell’utilità di un grado di giudizio.

A tale proposito, tuttavia, deve annotarsi che per la Corte Cost. non esiste un diritto sancito dalla Costituzione ad un doppio grado di cognizione di merito del giudizio perché, come noto, da un lato tale diritto è previsto dalla Costituzione solo per motivi di legittimità attraverso il ricorso alla Suprema Corte di Cassazione (cfr. art. 111, Cost. e Corte Cost. sent. 27.06.1973, n. 117) e, dall’altro lato, perché tale istituto è ritenuto non attinente alla garanzia del diritto di difesa (cfr. Corte Cost. Ord. 15.12.2000, n. 585).

A tale ultimo riguardo, deve ulteriormente annotarsi che per la Corte Cost. la garanzia del diritto di difesa si realizza con la possibilità concreta di prospettare nel processo le domande e le ragioni delle parti e non con la previsione di una duplice cognizione della causa da parte di giudici di merito diversi. Ne segue che il principio del doppio grado di giudizio non esprime l’esigenza della piena cognizione in ogni grado della giurisdizione, ma si risolve in una garanzia pratica del miglior risultato delle decisioni (cfr. Corte Cost. sent. n. 117/73).

Vale quanto dire, in conclusione, che sul piano processuale il diritto di difesa costituzionalmente garantito si misura con la qualità del giudizio e non con la quantità dei giudizi.

 

5. Proseguendo nell’analisi, un doveroso cenno merita il problema del (diverso) trattamento previsto per la medesima fattispecie nel processo civile, il quale all’art. 345, comma 3, prevede che nel giudizio d’appello non possano essere prodotti nuovi documenti, salva l’ipotesi in cui la parte dimostri di non aver potuto adempiere all’onere per causa ad essa non imputabile.

Sul punto, preliminarmente deve osservarsi che gli artt. 57 e 58, co. 1, del D. Lgs. n. 546/92, in tema di domande ed eccezioni nuove e di nuove prove in appello, ricalcano quanto disposto dall’art. 345 c.p.c. mentre l’art. 58, comma 2, si discosta dal rito civile e realizza una sostanziale differenza tra i due tipi di processo facendo salva, in quello tributario, la facoltà di produzione di documenti nuovi in appello. Facoltà che, come prima evidenziato, in dottrina non ha mancato di sollevare dubbi in tema di concentrazione, buona fede e diligenza processuale dovendosi preferire, sotto questi ultimi profili, la soluzione processuale civilistica della rimessione in termini nel giudizio di appello dei documenti solo nell’ipotesi in cui la mancata produzione nel precedente grado di giudizio risulti dipesa da causa non imputabile alla parte  (cfr. MARCHESELLI A., “Testimonianza scritta e deposito documenti in appello”, in Corr. Trib., n. 33/2009, pag. 2695).

Deve rilevarsi, tuttavia, che la Corte Cost. ha più volte precisato che, in via generale, non v’è un principio costituzionale di uniformità di regolamentazione tra i diversi tipi di processo e, specificatamente, di una previsione di uniformità del processo tributario e di quello civile (cfr., Corte Cost. Ord. n. 316/2008; n. 303/2002, n. 330; n. 329/2000; n. 8/1999) come, peraltro, confermato dal criterio direttivo dettato dal legislatore delegante per la disciplina del processo tributario (cfr. art. 30, c. 1, lett. g), legge n. 413/1991).

Su di un piano generale, quindi, non esiste un codice di rito processuale che possa ritenersi assiologicamente superiore ad un altro, perché ciascun codice è previsto dal legislatore per regolare la materia – tributaria, civile, penale e amministrativa – cui si indirizza e nel cui ambito è chiamato ad operare (in tema di specialità del rito tributario, cfr. Corte Cost. 21.01.2000, n. 18).

Ad ogni modo, posto in premessa che alla luce degli insegnamenti della Corte Cost., prima riportati, la previsione di tale facoltà sia da ritenersi legittima per la specialità del diritto tributario, anche processuale (a riguardo, con riferimento proprio all’art. 58, comma 2, cfr. Cass. 22.01.2016, n. 1175, per la giurisprudenza di merito, C.T.R. Basilicata, 04.12.2019, n. 497), occorre chiedersi se, con la specifica previsione normativa che ci occupa, il legislatore abbia derogato al criterio di ragionevolezza della scelta operata, la cui attribuzione, è bene precisarlo, gli è riconosciuta in via esclusiva e con un margine di discrezionalità che si riconosce essere ampio (cfr., in tal senso e tra le tante, Corte Cost. sent. 20.04.2016, n. 121).

 

6. Giunti a tal punto dell’analisi ed avviandoci alla conclusione, la domanda che ci si deve porre è: posto che compete esclusivamente al legislatore regolare (ovverosia, laddove necessario, operare delle scelte tra più soluzioni possibili) una data fattispecie con il solo limite della ragionevolezza della scelta operata, la previsione normativa dettata nel processo tributario che prevede il potere della parte negligente di produrre in appello documenti nuovi è da ritenere “ragionevole”? (cfr. G. FALSITTA-A.FANTOZZI-G.MARONGIU-F.MOSCHETTI “Commentario breve alle Leggi tributarie”, Tomo I, (a cura di) FALSITTA G., Cedam, Sez. I, pag. 12 e ss.gg.).

A sommesso parere di chi scrive, la risposta esige una serie di preventive, ma doverose osservazioni.

Il limite della ragionevolezza della scelta operata costituisce una tutela prevista dalla legge a favore del Legislatore stesso, tesa ad evitare l’ingerenza da parte della magistratura in scelte opzionali che non competono a quest’ultima, prevista attraverso una norma (art. 3 Cost.) su cui, tra l’altro, la Corte Cost. stessa è chiamata a vigilare (cfr. art. 28, legge n. 87/1953).

Deve poi evidenziarsi che nel processo tributario la prova documentale costituisce la prova per eccellenza, in forza sia delle norme sostanziali civilistiche e tributarie che prevedono l’obbligo di tenuta delle scritture contabili e dei documenti di supporto, sia della diversa norma processuale che prevede preclusioni in capo alle parti di mezzi probatori quali la testimonianza e il giuramento (cfr. art. 7, D. Lgs. n. 546/92, in dottrina, cfr., RUSSO P. “Il processo tributario”, Giuffrè, 2005, pag. n. 271).

Per altro verso ancora, deve rilevarsi la specificità del processo tributario sotto il profilo del rapporto sostanziale oggetto del giudizio che vede contrapposti, da una parte, l’interesse fondamentale della parte pubblica al reperimento dei mezzi finanziari per lo svolgimento dell’attività dello Stato e, dall’altra parte, l’interesse, garantito dall’art. 53 Cost., della parte privata a non subire un prelievo che ecceda la propria capacità contributiva.

Oltre che all’oggetto del giudizio, la specificità del processo tributario rileva anche, dal lato soggettivo, con riferimento alla configurazione dell’organo decidente, non sempre composto da giudici togati, nei cui confronti l’acquisizione della prova documentale costituirebbe un utile e rapido strumento di definizione della lite (sulla “spiccata specificità” del processo tributario correlata sia alla configurazione dell’organo decidente sia al rapporto sostanziale oggetto del giudizio e sia al piano istruttorio, cfr. Corte Cost., 21 gennaio 2000, n. 18).

Nel processo tributario, quindi, date per acquisite le specificità del rapporto sostanziale oggetto del giudizio, della configurazione dell’organo decidente e considerato il divieto di assunzione della prova testimoniale, da parte del legislatore riconoscere una maggiore libertà alle parti per la produzione in appello di documenti nuovi pare una soluzione non solo ragionevole, ma necessitata dalla particolarità della materia tributaria che, come visto, investe anche il profilo processuale.

Per altro verso, è poi ovvio ritenere che tale soluzione del legislatore possa comportare ripercussioni sia in termini di concentrazione, buona fede e diligenza processuale, sia di affievolimento della tutela della parte diligente nel processo. Ma ciò deve intendersi come il sacrificio necessitato dall’apprezzamento complessivo degli interessi contrapposti la cui ragionevole composizione (si ripete) compete in via esclusiva al legislatore.

A tale ultimo proposito, mette conto rilevare il pensiero della Corte Cost. secondo cui la Costituzione italiana, come le altre Costituzioni democratiche e pluraliste contemporanee, da parte del legislatore ordinario richiede un continuo e vicendevole bilanciamento tra princìpi e diritti fondamentali, senza pretese di assolutezza per nessuno di essi (cfr. Corte Cost. 9.04.2013, n. 85).

In ultimo, una doverosa chiosa finale.

L’art. 58, comma 2, del D. Lgs. n. 546/92, si inserisce nel Capo III, sezione II “Il giudizio di appello davanti alla commissione tributaria regionale”, delle “Disposizioni sul processo tributario”, che rappresenta, anch’esso, il frutto di una scelta del legislatore nonostante, come in precedenza evidenziato, la Costituzione italiana non preveda un diritto al doppio grado di giudizio di merito.

Ciò che si vuole affermare è che, a ben vedere, in difetto di una specifica garanzia costituzionale, la scelta del legislatore ordinario di prevedere nel processo tributario due gradi di giudizio di merito, seppure ampiamente condivisibile, comporta un inevitabile sacrificio, dovendosi misurare con il principio della durata ragionevole del processo e con la necessità di evitare l’uso dello strumento processuale a meri fini dilatori.

Sennonché, tale scelta rappresenta un intervento del legislatore in tema di conformazione degli istituti processuali che, in difetto di irragionevolezza, resta insindacabile per l’ampia discrezionalità attribuita al legislatore stesso (Corte Cost. n. 243/2014).

E ciò, dovrebbe valere anche per l’art. 58, comma 2.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: MARCHESELLI A. “Il “precipitato giurisdizionale” della soggezione della Agenzia delle Entrate alla Costituzione: appunti eterodossi su imparzialità e oggetto del processo tributario”, in Rivista di diritto tributario o.l., 20 gennaio 2020; CONSOLO C. – GLENDI C., “Commentario breve alle leggi del Processo tributario”, Cedam, IV Ed., pag. n. 809; TESAURO F. ” Manuale del processo tributario”, Giappichelli Ed., 2017, pag. 232 e ss.gg.; LUPI R., “Manuale giuridico professionale di diritto tributario”, III ED., Ipsoa, pag. 819; BASILAVECCHIA M., “Funzione impositiva e forme di tutela”, Torino, 2013; MARCHESELLI A. “Testimonianza scritta e deposito documenti in appello”, in Corr. Trib., n. 33/2009, pag. 2695; FALSITTA G. – FANTOZZI A. – MARONGIU G. – MOSCHETTI F., “Commentario breve alle Leggi tributarie”, Tomo I, (a cura di) FALSITTA G., Cedam, Sez. I, pag. 12 e ss.gg.; RUSSO P. “Il processo tributario”, Giuffrè, 2005, pag. n. 271.

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