SULLA TASSAZIONE DEI “REDDITI DI NATURA FINANZIARIA” DERIVANTI DA INVESTIMENTI IN “OICR”: NOTE A MARGINE DI UNA DISCUTIBILE POSIZIONE INTEPRETATIVA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

Di Thomas Yang -

1. Le misure di incentivo agli investimenti privati hanno avuto ampia diffusione nella legislazione domestica di recente emanazione, in ragione di una sempre più avvertita necessità di favorire l’afflusso di capitali privati a sostegno dello sviluppo e della crescita economica nazionale. A fronte di ciò, con riguardo agli strumenti di veicolazione di risorse finanziarie verso le imprese, è il frequente utilizzo di organismi di investimento collettivo del risparmio (“OICR”).

L’utilizzo di OICR risulta, sovente, agevolato da incentivi fiscali con i quali viene generalmente garantita la detassazione di taluni redditi conseguiti attraverso di essi, come, ad esempio, le recenti misure introdotte in favore degli investimenti in fondi di investimento europei a lungo termine (“ELTIF”) dall’art. 36-bis del d.l. n. 34/2019 (c.d. “decreto crescita”), con le quali il legislatore ha statuito che non sono tassabili né i redditi di capitale né i redditi diversi di natura finanziaria derivanti da investimenti in tale categoria di OICR).

Alla luce del vigente contesto normativo, la tassazione dei redditi di natura finanziaria derivanti da investimenti in OICR è stata oggetto di una presa di posizione da parte dell’Agenzia delle Entrate che non pare coerente con i principi posti a fondamento del sistema impositivo in ambito reddituale.

2. Va preliminarmente considerato che, dal 1° luglio 2011, i redditi di capitale di cui alla lettera g) dell’art. 44, comma 1 del d.P.R. n. 917/1986 (di seguito, “TUIR”), derivanti da investimenti in OICR mobiliari istituiti in Italia – nonché da investimenti nei cc.dd. fondi lussemburghesi storici -, scontano (salve talune esenzioni) la ritenuta alla fonte di cui all’art. 26-quinquies, comma 1 del d.P.R. n. 600/1973.

Il comma 3 del citato art. 26-quinquies stabilisce che la ritenuta ivi prevista deve essere applicata tanto sui proventi distribuiti in costanza di partecipazione all’OICR quanto su quelli “compresi” nella differenza fra il valore di realizzo (in sede di riscatto, liquidazione o cessione) e il costo di acquisto (o sottoscrizione) dee quote o azioni dell’OICR.

Sino all’8 aprile 2014, lo stesso comma 3 del citato art. 26-quinquies specificava testualmente che, con riferimento ai proventi “compresi” nella differenza fra il valore di realizzo e il costo di acquisto, il “valore” e il “costo” dovessero essere determinati “in ogni caso” sulla base dei “prospetti periodici” dell’OICR. Su tali basi, la ritenuta in commento veniva applicata in ragione del c.d. “delta NAV” (sul punto, ex multis, cfr., E. ROMITA – B. E. PIZZONI, Obblighi a carico delle SGR in caso di cessione di quote di fondi mobiliari chiusi riservati, Corriere Tributario, 31/2014, pagg. 2392 e ss.; M. PIAZZA-M. VALSECCHI, Aumento dell’aliquota delle rendite finanziarie: effetti e regime transitorio, il fisco, 20/2014, pagg. 1962 e ss.).

Nel descritto contesto normativo, l’Agenzia delle Entrate ammetteva che le operazioni relative a OICR mobiliari di diritto italiano potessero generare tanto “redditi di capitale” quanto “redditi diversi di natura finanziaria”, aventi la natura di plusvalenze, correttamente distinguendo i redditi delle due citate categorie sulla base dei rispettivi presupposti di configurabilità (Cfr. Circ. Ag. Entr. n. 33/E del 15 luglio 2011).

Con il d.lgs. n. 44/2014 è stato espunto dal citato comma 3 dell’art. 26-quinquies il riferimento alla necessità di basarsi in ogni caso sui “prospetti periodici” dell’OICR per determinare il “valore” di realizzo e il “costo” di acquisto o sottoscrizione.

A fronte di tale, sola modifica, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto che “l’intero “guadagno” che il partecipante consegue dalla cessione delle quote degli organismi di investimento collettivo del risparmio costituisce esclusivamente reddito di capitale. Qualora, invece, dalle operazioni di riscatto, cessione o liquidazione delle quote o azioni si determini una differenza negativa, essa costituirà una minusvalenza rilevante ai fini fiscali secondo le regole proprie dei redditi diversi di natura finanziaria” (così, Ris. Ag. Entr., 19 novembre 2014, n. 101/E, ribadendo la posizione già espressa con le Circolari n. 21/E del 10 luglio 2014 e n. 19/E del 27 giugno 2014).

Tale soluzione e interpretativa non pare coerente con il contesto normativo di riferimento e, inoltre, dà luogo ad incongruenze di carattere sistematico che, rese evidenti anche dalla più recente produzione legislativa, si pongono in contraddizione con i principi fondamentali dell’imposizione sui redditi, con criticità anche di ordine costituzionale.

3. Va, in primo luogo, considerato che, posta l’assenza di un’unica e generale definizione normativa di “reddito” (com’è pacifico: cfr. A. FANTOZZI, Il diritto tributario, Torino, 2003, pag. 779; E. DE MITA, Fisco e Costituzione, Milano, 2003, pagg. 349 e ss.; G. FALSITTA, Manuale di diritto tributario, parte speciale, Milano, 2018, pagg. 5 e ss.), per stabilire quando vi sia un reddito e quando no è necessario sottoporre i fatti economici al vaglio delle disposizioni del TUIR.

Ed infatti, una legittima attuazione del potere impositivo non può che svolgersi a partire da una legittima interpretazione delle disposizioni normative vigenti, in modo conforme ai principi costituzionali che reggono il sistema impositivo (sulla necessità di interpretare le disposizioni tributarie in conformità ai principi costituzionali che fondano il sistema impositivo e sull’imprescindibile rilevanza dei canoni interpretativi posti dalle “disposizioni sulla legge in generale” e dettati dal legislatore stesso secondo una puntuale gerarchia, cfr. G. MELIS, L’interpretazione nel diritto tributario, Padova, 2003 e M. BEGHIN, L’interpretazione adeguatrice rinasce dalle ceneri dello statuto del contribuente, Corriere Tributario, 12/2011, pagg. 937-938).

Poiché non vi può essere la tassazione di un reddito che non esiste, affinché si possa dar luogo al prelievo in ambito reddituale occorre in primo luogo stabilire “se” il reddito da tassare esista o meno.

Ora, affinché vi sia un reddito, è necessario che l’evento concreto di volta in volta rilevante corrisponda a una delle fattispecie impositive astratte previste dal TUIR (sul punto, cfr., Corte Cost., sent. n. 410/1995; in relazione ad un sistema impositivo ancorato ad un rapporto “causa-effetto” in ambito reddituale, cfr., M. BEGHIN, Le categorie nell’identificazione del presupposto e del soggetto passivo dell’Irpef, in Rassegna Tributaria, 3/2008, pagg. e 625 ss.). E poiché ogni fattispecie prevista a fini dell’imposizione reddituale è collocata in una specifica categoria, fra le sei elencate nell’art. 6 del TUIR, appare evidente che nel momento stesso in cui si accerta che un reddito è venuto ad esistenza risulta accertata anche la categoria di reddito alla quale tale reddito appartiene (sul punto, inter alia, cfr., Circ. Ag. Entr. n. 11/E del 21 maggio 2014, par. 1.4).

Dunque, la determinazione della base imponibile sulla base di certe regole, piuttosto che altre, non può che essere la diretta conseguenza del previo accertamento dell’esistenza e della natura del reddito da sottoporre a tassazione. Anche dal punto di vista della base imponibile un prelievo sui redditi che non partisse dal previo accertamento dell’esistenza o meno di un reddito non potrebbe che essere connotato da un vizio logico e giuridico, conducendo ad un risultato arbitrario e contrastante con gli stessi principi costituzionali che fondano il sistema impositivo.

4. La necessità di un’imposizione sui redditi che parta alla verifica dell’esistenza del reddito da tassare vale, ovviamente, anche per i redditi di natura finanziaria.

Nel vigente sistema, i redditi di natura finanziaria non costituiscono una singola categoria reddituale, ma un insieme composto da elementi propri di due distinte categorie: i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria (sulla scelta del legislatore di distinguere in due diverse categorie i redditi di natura finanziaria, puntualizzata e precisata con la riforma attuata tramite il d.lgs. n. 461/1997, cfr., F. GALLO, Il reddito di capitale come frutto economico, il fisco, 20/1998, pagg. 6520 e ss.; sul punto, inter alia, cfr., A. MARINELLO, Redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria. Principi e regole impositive, Torino, 2018, pagg. 50 e ss.).

Nel dettaglio, l’insieme dei redditi di natura finanziaria è composto dai redditi di capitale di cui all’art. 44, TUIR e dai redditi diversi di natura finanziaria di cui alle lettere da c) a c-quinquies) dell’art. 67, comma 1, TUIR (diversamente, sulla base di un approccio fondato su dottrine economiche, in talune legislazioni come quella statunitense l’insieme dei redditi di natura finanziaria è stato aggregato in un’unica categoria reddituale: cfr., in proposito, G. CORASANITI, Diritto tributario delle attività finanziarie, Milano, 2012, pagg. 37-38).

Poiché i redditi di capitale sono qualitativamente differenziati dai redditi diversi di natura finanziaria, le rispettive basi imponibili sono calcolate secondo regole distinte. In particolare, la quantificazione dei redditi di capitale va effettuata “senza alcuna deduzione” (ex art. 45, comma 1, TUIR), ovverosia al lordo di qualsivoglia onere comunque connesso ad essi; diversamente, la base imponibile dei redditi diversi di natura finanziaria si calcola al netto di eventuali oneri inerenti e minusvalenze o perdite realizzate.

In conseguenza di ciò, anche per i redditi di natura finanziaria è arbitrario quantificare l’onere fiscale sulla base di talune regole, anziché di altre, prima ancora di aver accertato l’esistenza stessa di un reddito da tassare e la sua categoria di appartenenza, così da distinguere, nel caso di specie, i redditi di capitale dai redditi diversi di natura finanziaria.

5. Come per gli altri redditi di natura finanziaria, anche per quelli che derivano da investimenti in OICR mobiliari istituiti in Italia, affinché possa farsi luogo ad imposizione, occorre verificare innanzitutto l’esistenza dei redditi da tassare: per ciò che attiene ai redditi di capitale, occorre fare riferimento alla fattispecie impositiva di cui all’art. 44, comma 1, lett. g), TUIR; mentre per i redditi diversi di natura finanziaria occorre riferirsi alla fattispecie di cui all’art. 67, comma 1, lett. c-ter), TUIR.

Per stabilire “se” e quale reddito sia da tassare ai sensi delle suddette disposizioni, va considerato che i redditi di capitale sono identificati in quelli che derivano dal “mero” impiego di capitale da parte del soggetto passivo d’imposta, mentre i redditi diversi di natura finanziaria derivano dal compimento di atti od operazioni “ulteriori” da parte dello stesso soggetto passivo, che possono anche presupporre un previo impiego di capitale ma non si esauriscono in esso, come appunto accade nel caso dell’attività di negoziazione di strumenti finanziari quali sono le quote di OICR (cfr., in tal senso, F. GALLO, Mercati finanziari e fiscalità, in Rassegna Tributaria, 1/2013, pagg. 21 e ss.).

Senza addentrarsi in ulteriori dettagli, va osservato che con le modifiche normative del 2014 il legislatore non ha in alcun modo modificato né la fattispecie impositiva di cui all’art. 44, comma 1, lett. g), né quella di cui all’art. 67, comma 1, lett. c-ter), e ciò assume un rilievo dirimente rispetto alla posizione interpretativa adottata dall’Agenzia delle Entrate sui redditi di natura finanziaria che possono derivare da investimenti in OICR.

Infatti, proprio in ragione del fatto che sono rimaste immutate le uniche disposizioni in base alle quali va stabilita l’esistenza di un reddito di capitale ovvero di un reddito diverso di natura finanziaria, il mutamento interpretativo adottato dall’Agenzia delle Entrate dal 2014 in poi non risulta supportato né dal dato testuale delle rilevanti fattispecie impositive né dai principi costituzionali alla base del sistema dell’imposizione sui redditi.

Quanto al dato testuale, l’art. 26-quinquies del d.P.R. n. 600/1973, sia nella versione precedente alle modifiche del 2014, sia nella versione attualmente vigente, prevedeva e prevede che i proventi da assoggettare alla ritenuta ivi prevista sono i soli proventi “compresi” nella differenza fra valore di realizzo e costo di acquisto: un’interpretazione, come quella prospettata dall’Agenzia delle Entrate, che comporti tout court l’applicazione della stessa ritenuta sull’intera differenza fra valore di realizzo e costo di acquisto – anziché, appunto, sui proventi “compresi” nella differenza fra tali due grandezze – si appalesa “ablativa” e contraria al dato testuale.

Quanto al profilo di ordine costituzionale, esso rende doverosa e necessaria una interpretazione delle disposizioni normative vigenti secondo cui eventuali minusvalenze o perdite realizzate debbano essere scomputate dai redditi che, anche laddove realizzati in relazione ad investimenti in OICR mobiliari di diritto italiano, siano effettivamente da qualificare quali plusvalenze.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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