La cessione dell’azienda contro costituzione di rendita vitalizia comporta la rilevanza reddituale della plusvalenza e dei canoni della rendita

Di Giovanni Girelli -

(commento a Cass., sez. trib., ord. 1 agosto 2019, n. 20746)

1. La pronuncia in rassegna costituisce un’ulteriore affermazione dell’orientamento, oramai pacifico, della Corte di Cassazione (cfr. in senso conforme, ex multis, ordinanza Sez. Trib., 28 giugno 2018, n. 17181; Sez. Trib., 11 maggio 2018, n. 11434; ordinanza Sez. Trib., 14 febbraio 2018, n. 3518; Sez. Trib., 13 gennaio 2016, n. 387; Sez. Trib., 6 settembre 2013, n. 20546) per il quale la cessione dell’azienda con costituzione di una rendita vitalizia in favore del cedente determina, in capo a quest’ultimo, una plusvalenza tassabile, escludendo peraltro che ciò configuri un’ipotesi di doppia imposizione rispetto alla sottoposizione a tassazione anche della rendita vitalizia. Inoltre, con la pronuncia in commento, viene anche ribadito che il momento rilevante, ai fini impositivi, per la realizzazione della plusvalenza è quello del perfezionamento del contratto per effetto del consenso delle parti.

Le conclusioni della Suprema Corte le troviamo anche espresse dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 2 ottobre 2009, n. 255. Con detto documento di prassi amministrativa, infatti, veniva specificato che la sottoposizione ad imposizione della cessione del diritto di sfruttamento d’immagine e della successiva rendita vitalizia percepita dal cedente non configura un caso di doppia imposizione, in quanto si tratta di fattispecie impositive che danno luogo a due distinti presupposti reddituali. A tale proposito si deve, peraltro, sottolineare che la stessa Agenzia delle Entrate, a sostegno di quanto da essa specificato nella risoluzione citata, richiama il parere del Comitato consultivo per l’applicazione delle norme antielusive del 14 ottobre 2005, n. 30, ove, in relazione proprio ad un caso di cessione dell’azienda dietro costituzione di rendita vitalizia, era stato chiarito che la tassazione tanto della plusvalenza derivante dalla cessione dell’azienda che della rendita vitalizia non costituiva un fenomeno di doppia imposizione.

2. Tale orientamento è pienamente condiviso da chi scrive, il quale aveva peraltro prospettato le medesime conclusioni già nell’ormai lontano anno 2000.

Tali riflessioni appaiono, invero, ancora attuali in quanto la cessione dell’azienda dietro costituzione di rendita vitalizia dà certamente luogo al realizzo di plusvalenza imponibile. Ai sensi dell’odierno art. 86, comma 2, TUIR, infatti, concorrono alla formazione del reddito le plusvalenze delle aziende realizzate unitariamente mediante cessione a titolo oneroso (ed anche quali redditi diversi quelle realizzate ai sensi dell’art. 67, lett. h e lett. h-bis, TUIR). Ebbene, nella circostanza in argomento, non sembra essere in dubbio che la cessione dell’azienda costituisca una cessione a titolo oneroso, posto che il cessionario si impegna a corrispondere al cedente delle somme, periodiche, a fronte del trasferimento del complesso di beni. Il corrispettivo della cessione suddetta è costituito da un’evidente attribuzione patrimoniale a favore del cedente, elemento questo decisivo, in virtù di quanto disposto dal legislatore, per la qualificazione come onerosa della cessione (Girelli, Miccinesi).

In secondo luogo, la riconduzione della cessione dell’azienda dietro costituzione di rendita vitalizia alla fattispecie della cessione a titolo oneroso rileva anche ai fini della determinazione della plusvalenza. Appare infatti evidente che quest’ultima è realizzata, in buona sostanza, attraverso una sostituzione di componenti patrimoniali (Fedele), nel senso che, a fronte della vendita della propria azienda, il cedente vede l’ingresso, nel proprio patrimonio, di una serie di importi periodici costituenti la rendita vitalizia istituita a suo favore. Non essendovi altre attribuzioni patrimoniali collegate alla vendita del complesso aziendale, sarà dunque alla rendita in questione che bisognerà fare riferimento ai fini della determinazione della plusvalenza.

Altro angolo di visuale, invece, esclude l’imponibilità della plusvalenza per difetto del requisito di certezza del componente positivo.

Difatti, proprio l’incertezza che caratterizza il contratto di rendita vitalizia sarebbe incompatibile con i principi generali che regolano la tassazione del reddito d’impresa, in particolar modo il principio di competenza (Versiglioni). Sarebbe, dunque, impossibile determinare l’ammontare della plusvalenza al momento della stipula del contratto di cessione, posto che, non essendo certa la durata della vita del beneficiario, l’entità del plusvalore realizzato può essere accertato soltanto nell’esercizio in cui la somma delle annualità corrisposte superi il valore fiscalmente riconosciuto dell’azienda ceduta. Dunque, la mera costituzione di rendita vitalizia non comporterebbe, di per sé, l’esistenza della plusvalenza e, pertanto, la plusvalenza che si volesse sottoporre a tassazione difetterebbe del requisito della realizzazione di cui all’art. 86, comma 2, TUIR (Gastaldo – Raggi).

A tale proposito giova osservare che, invece, l’esistenza della plusvalenza non può essere messa in discussione atteso l’assunto impegno da parte del cessionario di corrispondere il corrispettivo seppur a mezzo della rendita vitalizia. L’impegno economico del cessionario, difatti, non è assolutamente “incerto” ma l’ammontare del plusvalore realizzato viene ragionevolmente determinato sin dal momento della stipulazione del contratto di cessione mediante la capitalizzazione della rendita attraverso strumenti di attualizzazione (così anche Capula), ovvero in base al disposto di cui all’art. 46 del Testo unico dell’imposta di registro. Tra le due metodologie di determinazione è, comunque, da preferire la prima atteso che i criteri espressi dal citato art. 46 appaiono più approssimativi rispetto alle sofisticate tecniche attuariali.

Ebbene, alle medesime conclusioni è giunta anche la Suprema Corte, la quale, con l’ordinanza in argomento, confermando il proprio orientamento oramai granitico sul punto, ha ribadito che la rendita vitalizia, benché assicuri un’utilità necessariamente aleatoria, perché correlata alla vita del beneficiario, presenta comunque un valore economico accertabile sulla base di controlli attuariali.

In altre parole, la Corte di Cassazione ha riconosciuto che le tabelle attuariali costituiscono strumenti attraverso i quali poter individuare la durata media della vita del vitaliziato.

Così facendo, date le caratteristiche della rendita vitalizia, si potrà determinare, seppur in via probabilistica, l’attribuzione patrimoniale complessiva e, di conseguenza, la plusvalenza in tal modo realizzata.

3. Nel caso di specie viene, difatti, posta in essere una pattuizione contrattuale complessa.

Venditore e acquirente decidono di non monetizzare immediatamente il corrispettivo della cessione ma si spingono alla pattuizione di natura aleatoria che impegna il cessionario a corrispondere al venditore una rendita finché quest’ultimo rimarrà in vita. Dunque, l’impegno economico del cessionario si trasfonde in una operazione speculativa rispetto all’obbligo di versare il corrispettivo di cessione in unica soluzione. Al momento di perfezionamento del contratto di cessione dell’azienda, infatti, il venditore, invece di incassare finanziariamente l’importo del corrispettivo dall’acquirente, come avviene in una vendita “ordinaria”, decide, insieme all’acquirente, che l’onere di quest’ultimo sia commisurato ad una certa somma determinata in ragione della probabilità di durata della propria vita e che gli sarà versata in forma rateale.

In buona sostanza le parti – trovato l’accordo sul corrispettivo di cessione – decidono di modularne il pagamento in singole rate di ammontare calcolato in base alla ragionevole aspettativa di vita del cedente.

Naturalmente sia il venditore che l’acquirente compiono una ponderata stima probabilistica di quello che è l’onere effettivo su cui si impegna il cessionario al momento della vendita ma, al contempo, si assumono ambedue l’alea tipica del contratto di rendita vitalizia. Il cedente, dunque, vende l’azienda (l’azienda è, comunque, venduta a prescindere dal pagamento del prezzo) e, in un momento solo logicamente successivo, tramuta il diritto all’incasso del corrispettivo, calcolato anche sulla base della propria aspettativa di vita, nel capitale figurativo per la costituzione della vendita in suo favore da parte del cessionario medesimo. Solo la data dell’evento morte, poi, espliciterà per quale delle parti l’“investimento aleatorio” è stato vantaggioso.

4. In merito al criterio di determinazione del plusvalore così realizzato a titolo oneroso, potrebbe essere anche sostenuto che la plusvalenza sia individuata direttamente sulla base del valore normale dell’azienda al momento della cessione (Pepe).

A tale opzione ermeneutica si ritiene di preferire, per la stima della plusvalenza, l’adozione dei metodi attuariali di capitalizzazione della rendita, così come anche statuito dalla Suprema Corte.

Infatti, atteso che il negozio di cessione realizzato è indubbiamente a titolo oneroso, necessariamente il calcolo della plusvalenza è strettamente legato al vero e proprio realizzo reddituale ottenuto grazie al bene o vantaggio patrimoniale per cui il cessionario si è impegnato nei confronti del venditore. Tale vantaggio patrimoniale non può che essere individuato, nella fattispecie in esame, attraverso le precipue pattuizioni contrattuali che si incentrano sul contratto di rendita.

In altre parole se è vero che qui non può essere negata la realizzazione a titolo oneroso della plusvalenza imponibile, tale plusvalenza va determinata con specifico riferimento alla particolare dimensione pattizia onerosa di cui trattasi.

Le parti del negozio, difatti, determinano il corrispettivo di cessione a loro confacente, che può essere vicino o lontano al valore normale dell’azienda, e poi decidono che esso non sia incassato dall’alienante ma sia convertito nell’operazione di investimento aleatorio. Qui il corrispettivo di cessione è strettamente legato alle aspettative di durata di vita dell’alienante e non si può, dunque, operare il calcolo di esso senza tenere conto di tale dato temporale, che è parte essenziale della articolata pattuizione negoziale. In fondo il collegamento economico tra l’operazione di cessione e il conseguente incremento patrimoniale del cedente è dato dalla costituzione della rendita e, quindi, ad essa occorre fare riferimento per il calcolo di detto incremento così da ottenere l’eventuale plusvalore.

Valorizzare, invece, il valore normale dell’azienda per calcolare la plusvalenza appare, invero, metodo non confacente alla fattispecie onerosa in esame ma pertinente al diverso caso di destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa (sembra ricondurre a tale fattispecie impositiva il negozio in esame Paparella), ove assume rilievo ai fini impositivi ciò che esce dal patrimonio dell’imprenditore e non ciò che entra, come avviene nella cessione a titolo oneroso.

Pertanto, unico elemento effettivamente qui rilevante è il beneficio economico che il cessionario concretamente si è impegnato ad attribuire al venditore in seguito alla cessione e non l’astratto valore dell’azienda sul mercato. Infatti la valorizzazione del valore normale ai fini della determinazione della plusvalenza non tiene in debito conto l’impegno patrimoniale del cessionario nei confronti del venditore e risulta così essere criterio connotato da eccessiva astrattezza rispetto all’esigenza di determinare la base imponibile nella misura più vicina possibile all’effettivo beneficio economico realizzato dal venditore a mezzo della cessione della propria azienda contro costituzione di rendita vitalizia.

5. Merita attenzione, poi, l’osservazione della Corte di Cassazione circa l’assenza di doppia imposizione nella fattispecie in esame.

In effetti, le rendite vitalizie sono assimilate ai redditi di lavoro dipendente, ai sensi dell’art. 50, comma 1, lett. h), TUIR. Per tale ragione, sono sottoposte a tassazione secondo le regole ordinarie per detta categoria reddituale.

Sul punto deve inoltre osservarsi che l’incidenza fiscale sulle rendite vitalizie è anche aumentata rispetto al passato, posto che l’art. 13, comma 1, lett. e), del D.lgs. 18 febbraio 2000, n. 47, ha soppresso l’ultimo periodo dell’allora vigente art. 48-bis (attuale art. 52) TUIR, il quale prevedeva che le rendite vitalizie costituissero reddito solo per il 60% dell’ammontare lordo percepito nel periodo d’imposta.

Non si tratta di un dettaglio di poco conto, posto che proprio la previsione di un’imponibilità solo parziale della rendita, con una franchigia del 40%, era stato in passato uno degli argomenti (impropriamente) utilizzati per negare la sussistenza di una doppia imposizione in fattispecie come quella in argomento (Cass., Sez. Trib., 14 novembre 2012, n. 19839; Cass. Sez. Trib., 11 maggio 2007, n. 10801; sul punto già Min. Fin., Dir. Reg. Entrate Campania, Nota 29 luglio 1997, n. 5792 e Dir. Reg. Entrate Lazio, Ris. 6 luglio 1996, n. 1312).

Tuttavia, nonostante oggi l’ammontare della rendita vitalizia sia integralmente imponibile, la Corte di Cassazione ha giustamente ribadito che l’imponibilità della rendita non comporti, di per sé, l’illegittimità per doppia imposizione della rilevanza ai fini del TUIR della plusvalenza realizzata attraverso la cessione dell’azienda, in quanto le relative obbligazioni tributarie sorgono sulla base di presupposti impositivi diversi.

La plusvalenza, infatti, rappresenta l’attualizzazione dei redditi futuri che saranno prodotti per il tramite dell’azienda ceduta, ovvero il cosiddetto avviamento. In effetti, con l’acquisto dell’azienda, il cessionario versa una quota di corrispettivo ulteriore rispetto alla somma dei valori dei singoli beni e diritti che compongono il complesso produttivo. Ciò in considerazione del fatto che quello che il cessionario va ad acquistare è un complesso di beni e diritti già avviato sul mercato e che, pertanto, gli garantirà redditi per gli anni futuri, redditi che avrebbe continuato a percepire il cedente se avesse proseguito a gestire l’azienda anziché cederla. Detto valore ulteriore pattuito dal cedente è evidentemente espressivo di capacità contributiva. L’assoggettamento ad imposta della rendita vitalizia quale reddito assimilato al reddito di lavoro dipendente, di contro, nasce dall’esigenza di colpire la produzione reddituale che deriva dall’iniziale investimento di capitale.

Appare, allora, evidente che il momento impositivo è duplice.

Il primo sorge al momento dell’atto di vendita, momento in cui si realizza la plusvalenza sotto forma di avviamento, mentre il secondo all’atto di percezione della rendita, la quale costituisce, come detto, il risultato di un’operazione di investimento di capitale e, dunque, un differente ed ulteriore provento imponibile, in quanto proveniente da una diversa fonte rispetto alla plusvalenza (contra Stevanato, Pepe che danno rilievo al solo realizzo della plusvalenza).

L’ordinanza in commento appare, infine, convincente anche nel confronto con l’ipotesi in cui il venditore decidesse di cedere la propria azienda dietro corrispettivo monetario e, in un momento successivo, utilizzasse detto corrispettivo per la costituzione di una rendita vitalizia a suo favore.

In questo caso, certamente il cedente sarebbe chiamato a scontare l’imposta sia sull’eventuale plusvalenza realizzata che sugli importi percepiti a titolo di rendita vitalizia.

Ebbene, non si individuano francamente motivi per i quali, in caso di cessione dell’azienda dietro costituzione di rendita vitalizia a favore del cedente, il trattamento fiscale dovrebbe essere diverso. Le due fattispecie, infatti, giungono allo stesso risultato in termini di incrementi reddituali del privato e, dunque, non sono diverse nella sostanza, se non per la circostanza che, nella fattispecie in esame, viene eliminata l’intermedia monetizzazione del corrispettivo, perfezionandosi con un articolato unico negozio giuridico sia la realizzazione della plusvalenza che l’investimento per la costituzione della rendita.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: Capula, Realizzo di plusvalenze e rendita vitalizia, in Rass. trib., 2007, 1559 ss.; Fedele, Riorganizzazione delle attività produttive e imposizione tributaria, in Riv. dir. trib., 2000, I, 487; Gastaldo – Raggi, Cessione di azienda (farmacia) contro costituzione di rendita vitalizia: un escamotage legittimo, ma ancora utile?, in Dir. prat. trib., 2005, II, 795 ss.; Girelli, La cessione dell’azienda contro costituzione di rendita vitalizia nell’imposizione sui redditi, in Rass. trib., 2000, 1823 ss.; Id., La destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’attività d’impresa e il trasferimento a titolo gratuito dell’azienda e dei beni d’impresa: una questione ancora aperta, in Riv. dir. fin. sc. fin., 1995, II, 74 ss.; Marchese, In tema di tassazione dell’avviamento derivante da cessione di azienda contro costituzione di rendita vitalizia, in Dir. prat. trib., 1990, II, 526 ss.; Miccinesi, Le plusvalenze d’impresa. Inquadramento teorico e profili ricostruttivi, Milano, 1993, 196; Nussi, In tema di rendita vitalizia, ovvero l’aleatorietà della misura del corrispettivo nell’imposizione sui redditi, in Riv. dir. trib., 1993, I, 107 ss.; Paparella, Il contributo di Augusto Fantozzi e di Andrea Fedele in tema di plusvalenze nel reddito d’impresa, in Dir. prat. trib., 2019, I, 525; Passeri, Cessione d’azienda a fronte di costituzione di rendita vitalizia: una tassazione difficile, in Rass. trib., 1998, 236 ss.; Pepe, Cessione di azienda verso costituzione di rendita vitalizia ed imposizione reddituale, in Riv. trim. dir. trib., 2014, 157 ss.; Stevanato, Cessione di azienda verso costituzione di rendita vitalizia: distinte fattispecie imponibili o plurimi prelievi sullo stesso presupposto?, in Dialoghi dir. trib., 2006, 337 ss.; Versiglioni, Aspetti fiscali del trasferimento dell’azienda gestita da impresa familiare, in Riv. dir. trib., 1991, I, 419-420.

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