LE SEZIONI UNITE RICONOSCONO LA LEGITTIMAZIONE DEL CURATORE FALLIMENTARE AD IMPUGNARE I PROVVEDIMENTI CAUTELARI REALI

Di Federico Mazzacuva -

(commento a Cass., SS. UU., dep. 13 novembre 2019, n. 45936)

1. Le Sezioni Unite, nella pronuncia che qui si segnala, formulano il seguente principio di diritto: «[i]l curatore fallimentare è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo ai fini di confisca e ad impugnare i provvedimento in materia cautelare reale» (considerato in diritto, punto 9). Per meglio comprendere la portata di questo vero e proprio revirement, pare utile ripercorrere – seppur in estrema sintesi – le tappe fondamentali dell’evoluzione giurisprudenziale registratasi in materia. Ciò non senza segnalare, sin d’ora, come il nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, di cui al d. lgs. n. 14/2019, preveda espressamente – tra l’altro – che «[c]ontro il decreto di sequestro e le ordinanze in materia di sequestro il curatore può proporre richiesta di riesame e appello nei casi, nei termini e con le modalità previsti dal codice di procedura penale. Nei predetti termini e modalità il curatore è legittimato a proporre ricorso per cassazione» (art. 320 d. cit.). Tale disposizione, tuttavia, entrerà in vigore – in virtù dell’art. 389 d. cit. – solo dal 15 agosto 2020, per cui non si applica ai giudizi pendenti: da qui l’evidente rilevanza della sentenza in commento.

2. Il caso dal quale prende spunto la sentenza è presto detto: si tratta di un procedimento cautelare originato da un decreto di sequestro preventivo disposto, ai fini di confisca ex art. 12-bis d.lgs. 74/2000, nei confronti di una società, per il reato di omesso versamento dell’I.V.A. Avverso tale provvedimento, la curatela inizialmente avanza istanza di dissequestro delle somme provenienti da rimesse effettuate sui conti correnti bancari dell’ente successivamente alla data di presentazione dell’istanza di concordato preventivo; istanza che viene dichiarata inammissibile dal Giudice delle indagini preliminari, e successivamente anche dal Tribunale della libertà in funzione di giudice di appello, per ritenuta carenza di legittimazione della curatela medesima a proporre rimedi in sede cautelare.

La particolare frequenza con cui si presenta il conflitto fra l’interesse del curatore fallimentare e gli interessi sottesi all’istituto della confisca per reati tributari rende evidente la rilevanza della pronuncia in prospettiva tributaristica.

 

3. Nel primo intervento delle Sezioni Unite sul punto (la sentenza Focarelli), le stesse escludono che le misure cautelari reali prevalgano sempre sulle esigenze della par condicio creditorum (Cass. Pen., SS.UU., sent. 24 maggio 2004 ud. (dep. 9 luglio 2004), n. 29951). Più in dettaglio, per poter disporre l’applicazione, il mantenimento o la revoca del sequestro c.d. impeditivo (di cui al comma 1 dell’art. 321 c.p.p.) senza essere vincolato dagli effetti del fallimento, il giudice è chiamato ad «effettuare una valutazione di bilanciamento (e darne conto con adeguainteri azione) del motivo della cautela e delle ragioni attinenti alla tutela dei legittimi interessi dei creditori, anche attraverso la considerazione dello svolgimento in concreto della procedura concorsuale» (considerato in diritto, punto 4.1). Viceversa, in caso di (sequestro finalizzato alla) confisca obbligatoria, la misura «deve ritenersi assolutamente insensibile alla procedura fallimentare» in quanto «la valutazione che viene richiesta al giudice della cautela reale sulla pericolosità della cosa non contiene margini di discrezionalità, in quanto la res è considerata pericolosa in base ad una presunzione assoluta» e «le finalità del fallimento non sono in grado di assorbire la funzione assolta dal sequestro» (considerato in diritto, punto 4.1.a). Di contro, la confisca facoltativa (e il sequestro ad essa finalizzato), basandosi non sulla pericolosità della res in sé, bensì sulla relazione che lega quest’ultima al reo, «[…] postula il concreto accertamento, da parte del giudice, della necessità di evitare che il reo resti in possesso delle cose che sono servite a commettere il reato o che ne sono il prodotto o il profitto, e che quindi potrebbero mantenere viva l’idea del delitto commesso e stimolare la perpetrazione di nuovi reati» (§ 4.2.b) (La sentenza Focarelli si occupa anche di altri tipi di sequestro, come ad esempio quello conservativo di cui all’art. 316 c.p.p., di cui si afferma l’assoluta cedevolezza rispetto alle ragioni concorsuali: tale misura cautelare, infatti, mira a preservare pretese creditorie che ricadono in piano nel divieto di azioni esecutive di cui all’art. 51 L. Fall.). Da una simile impostazione discende, tra l’altro, il riconoscimento della legittimazione del curatore fallimentare ad impugnare, previa autorizzazione del giudice delegato, provvedimenti cautelari reali, al fine di rimuovere un atto che possa avere effetti pregiudizievoli rispetto alla reintegrazione del patrimonio.

4. La sentenza Focarelli, tuttavia, omette di considerare che non tutte le ipotesi di confisca obbligatoria, previste dalla legge, hanno ad oggetto cose intrinsecamente pericolose. Da qui il contrasto tra l’indirizzo interpretativo che lega il principio della insensibilità assoluta al fallimento alla configurazione, facoltativa ovvero obbligatoria, della confisca (L’indirizzo interpretativo secondo il quale, quanto ai rapporti tra sequestro/confisca e fallimento, si deve aver riguardo alla natura della misura ablativa è seguito, ad esempio, da Cass. Pen., Sez. VI, sent. 4 marzo 2008 ud. (dep. 30 luglio 2008), n. 31890 e Cass. Pen., Sez. I, sent. 7 aprile 2010 ud. (dep. 3 maggio 2010), n. 16783, in materia di misure di prevenzione antimafia; e da Cass. Pen., Sez. VI, sent. 10 gennaio 2013 ud (dep. 2 maggio 2013), n. 19051 in tema di sequestro disposto ai sensi dell’art. 53 d. lgs. n. 231/2001); e quello che, al contrario, guarda alla natura, intrinsecamente pericolosa o meno, del bene che ne forma oggetto (Tra le pronunce che ricollegano la sensibilità o meno della confisca al fallimento alla natura della res, si veda ex multis Cass. Pen., Sez. III, sent. 2 febbraio 2007 ud. (dep. 25 maggio 2007), n. 20443 e Cass. Pen., Sez. I, sent. 1° maro 2013 ud. (dep. 10 maggio 2013), n. 20216, entrambe pronunciatesi in materia di confisca disposta ai sensi dell’art. 12-sexies d.l. n. 306/1992, conv. mod. l. n. 356/1992).

5. A dirimere la querelle intervengono di nuovo le Sezioni Unite, a distanza di dieci anni, con la sentenza Uniland (Cass. Pen., SS.UU., sent. 25 settembre 2014 ud. (dep. 17 marzo 2015), n. 11170). Pur trattandosi di una pronuncia relativa alla confisca (obbligatoria) di cui all’art. 19 d. lgs. n. 231/2001, la stessa fornisce criteri interpretativi di portata generale, che guardano non alla natura e alla finalità dei sequestri/confische, bensì alle situazioni giuridiche correlate alla procedura fallimentare. In estrema sintesi, la Corte afferma che: i) i creditori, prima dell’assegnazione dei beni a conclusione della procedura concorsuale, vantano una semplice pretesa, non certo la titolarità di diritti reali sugli stessi, la sola che potrebbe conferire loro legittimazione; ii) il curatore fallimentare «è un soggetto gravato da un munus pubblico, di carattere prevalentemente gestionale, che affianca il giudice delegato al fallimento ed il tribunale per consentire il perseguimento degli obiettivi […] propri della procedura fallimentare», per cui lo stesso non vanta alcun diritto sui beni oggetto della procedura concorsuale; iii) residuerebbero, in ogni caso, dubbi circa la sussistenza di un interesse concreto, giuridicamente tutelabile, ad opporsi ai provvedimenti di sequestro e confisca « perché la massa fallimentare […] non subisce alcun pregiudizio da tali provvedimenti, in quanto lo Stato […] potrà far valere il suo diritto sui beni sottoposti a vincolo fallimentare, salvaguardano i diritti riconosciuti ai creditori, soltanto a conclusione della procedura» (§ 9). Le Sezioni Unite, dunque, giungono ad escludere la legittimazione della curatela ad impugnare provvedimenti di sequestro preventivo funzionali alla confisca.

 

6. Gli esiti interpretativi ai quali giunge la sentenza Uniland non paiono, tuttavia, pienamente condivisibili. Invero, nel caso in cui il fallimento sia stato dichiarato in epoca precedente all’adozione della misura cautelare reale, la curatela – come si osserva in talune pronunce di legittimità successive – risulta titolare di un vero e proprio “potere di gestione” della massa fallimentare, al fine di evitarne il depauperamento o la dispersione, sicché l’acquisita «disponibilità dei beni è quel che le conferisce la legittimazione» (Cass. Pen., Sez. III, sent. 29 maggio 2018 ud. (dep. 10 ottobre 2018), n. 45574). Inoltre, gli artt. 322, 322-bis e 325 c.p.p. attribuiscono la legittimazione ad impugnare anche alla «persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione (L’espressione tra virgolette è tratta da Cass. Pen., Sez. III, sent. 21 giugno 2016 ud. (dep. 25 ottobre 2016), n. 44936). Ebbene, anche qualora il vincolo penale intervenga per primo, la curatela sarebbe comunque legittimata ad impugnare, atteso che, secondo la costante giurisprudenza formatasi in materia, è ammissibile il gravame proposto da chiunque sia in grado di dimostrare che il provvedimento cautelare o ablativo ha prodotto una lesione nella sua sfera giuridica o che, comunque, lo scopo perseguito consiste in un risultato giuridicamente favorevole.

7. Da qui la decisione del Giudice di legittimità di rimettere alle Sezioni Unite, con l’ordinanza che ha dato origine alla pronuncia in commento, la questione «se il curatore fallimentare sia legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo ai fini di confisca e ad impugnare i provvedimento in materia cautelare reale, quando il vincolo penale sia stato disposto prima della dichiarazione di fallimento» (considerato in diritto, punto 13) (Cass. Pen., Sez. III, ord. 16 aprile 2019 ud. (dep. 23 maggio 2019), n. 22602).

8. La Corte Regolatrice, nel riconoscere – come si è detto – la legittimazione del curatore fallimentare ad impugnare i provvedimenti cautelari reati, richiama proprio gli argomenti sui quali la giurisprudenza di legittimità ha superato la sentenza Uniland. Le Sezioni Unite, infatti, fanno capo proprio agli artt. 322, 322-bis e 325 c.p.p., osservando come la «persona alla quale le cose sono state sequestrate» e «quella che avrebbe diritto alla loro restituzione» siano due soggetti diversi e non coincidenti: se la prima è identificata in base ad una circostanza di fatto, la seconda è titolare di un’autonoma posizione giuridica rispetto al bene, consistente in una situazione (anch’essa) di fatto, ma comunque tutelata dall’ordinamento (considerato in diritto, punto 6). Una disponibilità della res rispondente a queste ultime caratteristiche – si osserva in motivazione – «è senza dubbio esistente in capo al curatore rispetto ai beni del fallimento». Infatti, ai sensi dell’art. 42, comma 1 l. fall., la sentenza dichiarativa di fallimento conferisce alla curatela la disponibilità di tutti i beni del fallito esistenti alla data del fallimento stesso e, quindi, anche di quelli già sottoposti a sequestro; ciò è confermato, del resto, dalla giurisprudenza civilistica, che qualifica esplicitamente il curatore come “detentore” dei beni della procedura (punto 7) (Si cfr. Cass. Civ., Sez. II, sent. 11 agosto 2005, n. 16853).

9. Da ultimo, la sentenza in commento ribadisce il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale, con riferimento ai reati tributari, il profitto oggetto di (sequestro preventivo finalizzato alla) confisca si identifica nel risparmio di spesa corrispondente al mancato decremento del patrimonio del contribuente (persona fisica o giuridica) per effetto dell’inadempimento dell’obbligazione tributaria; inoltre, attesa la natura fungibile del denaro, l’ablazione dello stesso avviene sempre a titolo di confisca diretta (Cass. Pen., SS. UU., sent. 26 giugno 2015, n. 31617 (sentenza Lucci)).

Scarica il commento in formato pdf