Cripto-attività, tra “polimorfismo” e dubbi qualificatori in materia fiscale

Di Silvia Giorgi -

1. Le cripto-attività costituiscono un fenomeno complesso e tutt’ora di difficile sistemazione sotto il profilo qualificatorio. Ciò si riverbera, inevitabilmente, in un regime fiscale confuso e in divenire (per un’analitica ricostruzione e un inquadramento generale delle questioni aperte, F. ANTONACCHIO, Initial coin offering: riflessi fiscali, antiriciclaggio e di tutela dei mercati finanziari, connessi all’emissione di criptovalute (o cripto-asset) in Riv. Dir. Trib., 2019, I, p. 231) che non può contare né su solide basi normative, né su univoche indicazioni di prassi e giurisprudenza.

L’etichetta di per sé copre categorie profondamente differenziate tra loro, pur sovente sovrapposte nel linguaggio corrente.

Tra queste, il fenomeno più noto e diffuso è certamente quello delle cripto-valute in senso stretto che finiscono per “fagocitare” a livello terminologico, impropriamente, anche le ulteriori tipologie di attività.

In estrema sintesi, le cripto-valute costituiscono rappresentazioni digitali di valore non emesse da una banca centrale o da un’autorità pubblica; pertanto, non sono necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, ma sono utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente. Non sono quindi sinonimi di “moneta elettronica” e non costituiscono moneta legale (così espressamente la Banca d’Italia). La Banca Centrale Europea le ha definite come moneta virtuale, con flusso bidirezionale, ossia “users can buy and sell virtual money according to the exchange rates with their currency. The virtual currency is similar to any other convertible currency with regard to its interoperability with the real world. These schemes allow for the purchase of both virtual and real goods and services” (European Central Bank, Virtual Currency Schemes, ottobre 2012).

2. Di per sé le cripto-valute hanno iniziato a fare la loro comparsa in tempi relativamente recenti, anche se non così recenti da giustificare un quadro tanto incerto e approssimativo.

L’esigenza di definire una base normativa di riferimento, anche per le numerose implicazioni che il “fenomeno cripto” trascina con sé (da quelli di tipo penalistico a quelli di informazione e tutela degli investitori e, in generale, degli attori di tale mercato virtuale), non è certo sconosciuta alle Istituzioni, se solo si rammenta che già nel luglio 2014 l’Autorità Bancaria Europea, evidenziava i numerosi rischi correlati alla crescente diffusione delle moneti virtuali, auspicando un intervento armonizzato a livello europeo (EBA/Op/2014/08, 4 July 2014, EBA Opinion on ‘virtual currencies’), anche allo scopo di evitare possibili forum shopping (cfr., in particolare, par. 189 ss. Dell’Opinione EBA sopra menzionata).

Sul versante nazionale, seguiva nel gennaio 2015 un intervento sostanzialmente adesivo della Banca d’Italia che evidenziava “l’assenza di adeguati presidi e di un quadro legale certo circa la natura giuridica delle VV” (Comunicazione del 30 gennaio 2015 – Valute virtuali).

Anche il Parlamento Europeo, nel maggio 2016, pur riconoscendo le potenzialità delle valute virtuali nel contribuire allo sviluppo economico e sociale dei cittadini, lamentava i numerosi rischi che avrebbero dovuto essere fronteggiati a livello normativo (European Parliament resolution of 26 May 2016 on virtual currencies) pur suggerendo un approccio cauto, a fronte di un’evoluzione ancora “fluida” del fenomeno.

Nonostante le numerose sollecitazioni, a quanto consta, gli unici interventi normativi sono rimasti circoscritti alla disciplina antiriciclaggio, con il D.Lgs. n. 90/2017 nel sistema interno e, in ambito europeo, con la revisione del IV Direttiva antiriciclaggio (Direttiva UE n. 849/2015) e l’emanazione della V Direttiva (direttiva UE n. 843/2018 del 30 maggio 2018).

In questo contesto, si sono sviluppati tentativi di qualificazione delle valute virtuali, palesatisi soprattutto in materia di Iva.

3. Il primo Working Paper del Comitato Iva risale al 23 ottobre 2014, e si apre con la definizione di Bitcoin – la più nota tra le valute virtuali – come “an unregulated decentralised peer-to-peer form of digital private money, which can be exchanged for goods or services (where accepted) or traded in its own right”. Il Comitato ne sottolinea la “natura innovativa”, profilando sei possibili scenari qualificatori, con conseguente diverso trattamento fiscale ai fini Iva.

In primo luogo, il Comitato esclude che si tratti di moneta elettronica, essendo reciso ogni legame con le tradizionali forme di moneta, ma anche di qualificazione in termini “di moneta” vera e propria nonostante la denominazione corrente e il fatto che sia, di fatto, utilizzata come “moneta”. Principalmente la ragione di tale esclusione si rinviene, da un lato, nell’estrema volatilità della medesima, dall’altro, dal fatto che, a differenza della “moneta” non possa essere considerati una riserva di valore e, in ogni caso, non avendo corso legale non rientrerebbe, comunque, nel raggio applicativo della Direttiva Iva.

Allo stesso modo, il Comitato ritiene impraticabile sia la possibilità di qualificare i Bitcoin come “security”, per il fatto che non attribuiscono alcun diritto nei confronti dell’emittente o di altri soggetti, sia quella di assimilarli ai “voucher”, in quanto non sussiste alcun obbligo di fornire beni o servizi in cambio.

La posizione è, invece, maggiormente sfumata con riferimento alla possibilità di qualificare la Bitcoin come “strumento negoziabile”: se, da un lato, gli stessi Stati membri hanno dimostrato divergenti opinioni, dall’altro, le perplessità si concentrano sul fatto che non garantiscano in modo assoluto il diritto di chiedere una somma di denaro, essendo tale diritto condizionato al fatto che un’altra parte voglia acquistare Bitcoin, nell’ambito di una transazione peer-to-peer. In alternativa, il Bitcoin potrebbe costituire un prodotto digitale, sia sulla base della definizione Iva di “servizi elettronici”; sia per il fatto che vengono trasmessi tramite Internet o altre reti elettroniche.

In tale prima presa di posizione del gruppo di lavoro della Commissione, dunque, l’alternativa che si pone è quella tra “strumenti negoziabili” e “prodotti digitali”.

La Corte di Giustizia, dal canto suo, – seppur chiamata a pronunciarsi in relazione al caso specifico delle qualificazione dell’attività di cambio di Bitcoin in valuta tradizionale e viceversa –propende per la qualificazione come “prestazioni di servizi a titolo oneroso” esenti da Iva, in quanto assumono la funzione di “mezzi di pagamento” accettati a tal fine da alcuni operatori. Opererebbe, pertanto, l’esenzione di cui all’art. 135, par. 1 lett. c) della Direttiva Iva per “divise, banconote e monete con valore liberatorio” (Corte di Giustizia, 22 ottobre 2015, C-264/14, Hedqvist).

4. Tale pronuncia ha sollecitato un ulteriore Working Paper del Comitato Iva (n. 892 del 4 febbraio 2016), per analizzare il possibile regime delle operazioni più ricorrenti.

In primo luogo, le cessioni di beni e le prestazioni di servizi remunerate con Bitcoin non possono che essere esenti, sulla scorta della menzionata giurisprudenza europea (per considerazioni sistematiche cfr. F. MONTANARI, Le operazioni esenti nel sistema dell’Iva, Torino, 2013, 281 e ss.gg.)

In secondo luogo, la fornitura di digital wallet – necessari per conservare e utilizzare i Bitcoin – impone di distinguere i casi (maggioritari), in cui non è previsto alcun corrispettivo per detta attività, da quelli, in cui, è invece ipotizzabile l’onerosità della prestazione. Il primo ricade al di fuori dell’applicazione dell’Iva, il secondo, pur rientrando nel campo Iva, potrebbe beneficiare dell’esenzione in virtù dello stretto legame con “il mezzo di pagamento Bitcoin”, rendendolo disponibile e fruibile agli utilizzatori.

Viene, quindi, esaminato il trattamento Iva dell’attività dei miner, che validano le transazioni, ricevendo in cambio dal sistema, in automatico, Bitcoin per ogni blocco validato; i miner possono anche essere remunerati dagli utilizzatori. La Commissione ritiene che manchi l’onerosità con riferimento alla parte di remunerazione generata in automatico dal sistema; nell’eventualità in cui, invece, il miner sia remunerato dall’utilizzatore l’onerosità potrebbe, comunque, essere esclusa sulla base della giurisprudenza Tolsma (Corte di Giustizia, 3 marzo 1994 C-16/93 Tolsma). In particolare, mancherebbe tanto il legame sinallgmatico diretto tra utilizzatore e miner, quanto l’ obbligo giuridico per il primo di remunerare il secondo, determinando una sorta di mera obbligazione naturale paragonabile ad una “mancia”. Tale costruzione pare, invero, alquanto discutibile, là dove l’elemento dell’onerosità sembrerebbe essere negato non tanto per l’effettiva assenza di corrispettività, quanto, piuttosto, per mere ragioni di semplificazione, al fine di superare la problematica individuazione della controparte del miner.

5. Nel contesto domestico, anche l’Agenzia delle Entrate ha fornito talune indicazioni sul trattamento dell’acquisto e vendita di Bitcoin da parte di una società, per conto della propria clientela (Agenzia delle Entrate, Ris. 72/E del 2 settembre 2016).

Ai fini Iva, richiamando la pronuncia della Corte di Giustizia, l’Amministrazione finanziaria conferma l’esenzione per l’attività dell’istante, remunerata attraverso commissioni pari alla differenza tra l’importo corrisposto dal proprio cliente che intende acquistare/vendere Bitcoin e la migliore quotazione reperita sul mercato. Con riferimento all’imposizione diretta, si esprime nel senso dell’imponibilità ai fini Ires e Irap dei guadagni della società al netto dei costi inerenti, ossia la differenza tra quanto anticipato dal cliente e quanto speso per l’acquisto ovvero tra quanto incassato dalla società per la vendita e quanto riversato al cliente. Quanto ai Bitcoin che a fine esercizio sono detenuti a titolo di proprietà dalla società d’intermediazione, gli stessi devono essere valutati secondo il cambio in vigore alla data di chiusura dell’esercizio, rilevando come “valore normale” la media delle quotazioni ufficiali rinvenibili sulle piattaforme on line in cui avvengono le compravendite di Bitcoin.

Nella medesima Risoluzione, l’Agenzia esclude peraltro che sussistano in capo all’impresa oneri quali sostituto d’imposta in quanto per i clienti “persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) divaluta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”. In una successiva risposta ad interpello è stato, invece, precisato che qualora nell’anno d’imposta la giacenza di valute virtuali superi il controvalore in euro di 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui, anche le operazioni di cambio effettuate in tale periodo d’imposta debbono essere soggette a tassazione per effetto del combinato disposto dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), e comma 1-ter, del TUIR (Risposta ad interpello n. 956-39/2018).

6. Per adesso, pertanto, non si può che seguire un approccio eminentemente casistico, in cui, nel polimorfismo delle cripto-attività, viene disegnata la disciplina applicabile in ragioni a specifiche, circostanziate operazioni aventi ad oggetto, per lo più, valute virtuali (allo stato “puro”). Non può, pertanto, assumere valore dirimente e assoluto la qualificazione quali “mezzi di pagamento”, ad oggi operata in ambito europeo e domestico, là dove ciò si presta a cogliere solo le fattispecie in cui effettivamente lo strumento si pone come alternativo alle valute tradizionali, determinando un effettuo solutorio in capo al soggetto pagatore.

È, invece noto, come meglio evidenziato dallo IFRS (Interpretation Paper del marzo 2019) che, oltre a tale ipotesi, le cripto-attività possono assumere svariate funzioni, tra le quali anche conferire al detentore “particolari diritti”. Nella disciplina contabile internazionale, viene tuttavia escluso che si tratti di asset finanziari nell’accezione di cui allo Ias 32 (par. 11), non trattandosi né di disponibilità liquide; né di strumenti rappresentativi di capitale di un’altra entità; né di diritti contrattuali a ricevere disponibilità liquide o scambiare attività/passività finanziarie.

In ambito contabile, viene quindi ricostruita la natura delle valute virtuali come attività immateriali riconducibili allo Ias 38, sulla base del fatto che a) possono essere distinte dal loro detentore e trasferite individualmente; b) non conferiscono al loro detentore il diritto a ricevere un numero di unità fisse o determinabili. Data l’ampia nozione di cui allo Ias 38 sono sufficienti l’immaterialità e l’identificabilità dell’asset, intesa come autonomia giuridica del medesimo: il che si traduce nella possibilità per il detentore di cederlo, darlo in licenza, affitto o altre fattispecie contrattuali idonea a marcarne l’identificabilità. Al contempo, al fine di escluderne la natura monetaria, nella disciplina Ias il bene non deve conferire il diritto di ricevere un quantitativo fisso o determinabile di valuta (Ias 21, par. 16).

7. Per quanto la pronuncia della Corte di Giustizia sia condizionata dal caso specifico oggetto di rinvio, emerge una discrasia tra la qualificazione in termini di “mezzo di pagamento” effettuata dal Giudice europeo – che, peraltro ha escluso la possibilità di considerare “beni” le cripto-valute, attraendo tutte le correlate attività alla categoria delle prestazioni di servizi – e quella di “attività immateriale” prospettata dallo IFRS.

Vero è che, ai fini Iva, in termini generali è stata operata una scelta opposta rispetto a quella in materia di imposizione reddituale (per un inquadramento generale di tali tematiche, M. PIERRO, Beni e servizi nel diritto tributario, Padova, 2003, pp. 55-56): le operazioni relative ai beni immateriali sono, infatti, considerate sempre e comunque “prestazioni di servizi” ai fini Iva, mentre nel TUIR, la disciplina dell’ammortamento di cui all’art. 103 lascerebbe propendere per una qualificazione altrettanto aprioristica come “cessioni di beni” (sull’arbitrarietà di tali categorie, E. MARELLO, Le categorie tradizionali del diritto tributario ed il commercio elettronico, in RINALDI, a cura di, La fiscalità del commercio via Internet: attualità e prospettive, Torino, 2001, p. 169). Pertanto, l’accennata asimmetria – pressoché arbitraria – non è prerogativa della qualificazione delle cripto-attività, coinvolgendo, in una più ampia prospettiva, tutto ciò che non può essere considerato bene materiale.

Il dato significativo è, invece, che lo IFRS esclude nettamente la possibilità di qualificare le valute virtuali come asset finanziari, mentre la Corte di Giustizia. certamente condizionata dal “caso” – le riduce a mero “strumento di pagamento”. Tali schematizzazioni confliggono, peraltro, apertamente con le preoccupazioni delle principali autorità di vigilanza europee che intravedono nelle cripto-attività “significativi elementi di similitudine con le offerte pubbliche di strumenti/prodotti finanziari” (così, CONSOB, Documento per la Discussione 19 marzo 2019, cui si rinvia anche con riferimento alle iniziative menzionate in Francia, Regno Unito e Malta).

8. Invero, tentando di schematizzare alcune delle ipotesi maggiormente ricorrenti, le cripto-attività possono sì consistere in mezzi di pagamento funzionali all’acquisto di beni o servizi ovvero al trasferimento di denaro (quelle che, per comodità espositiva, si è definite come cripto-valute “pure”) ; ma vi sono, altresì casi in cui assumono le sembianze di utility token, che consentono l’acquisto di beni o servizi ovvero, ancora di token d’investimento, garantendo il diritto alla percezione futura di interessi, dividendi o flussi finanziari. Tali ipotesi di base possono, poi, variamente combinarsi tra loro, dando vita a token misti o ibridi, rispetto ai quali si impone un “sezionamento” delle singole operazioni, applicando i canoni interpretativi tipici delle operazioni complesse.

È chiaro che di fronte a uno scenario tanto frastagliato le qualificazioni “nette”, sinora prospettate nelle diverse sedi, rischiano di divenire aprioristiche e pericolosamente arbitrarie.

Se, per esempio, le cripto-valute “pure” (ossia i mezzi di pagamento) iniziano ad assumere contorni sempre più definiti ai fini Iva, pare scarsamente convincente per esse la qualificazione contabile in termini di asset immateriali che, piuttosto, sembrerebbe maggiormente confacente rispetto alla “natura” degli utility token. Ancor meno persuasiva la collocazione dei token d’investimento nello Ias 38 che, notoriamente, trova applicazione in via residuale, allorquando un determinato asset non possa essere annoverato tra le attività finanziarie. Pare, infatti difficilmente negabile che laddove venga conferito il diritto alla percezione di interessi, dividendi o flussi finanziari, la qualificazione più appropriata sia quella di veri e propri strumenti finanziari.

In definitiva, per quanto da più parti si invochi con insistenza il “taumaturgico” intervento legislativo, (probabilmente necessario in taluni ambiti, quali, per l’appunto quello finanziario), sul versante tributario, con ogni probabilità, potrebbe restare imprescindibile un approccio casistico e in concreto, teso ad indagare di volta in volta quali diritti siano stati coinvolti nell’operazione.

Riferimenti bibliografici essenziali

ANTONACCHIO, Initial coin offering: riflessi fiscali, antiriciclaggio e di tutela dei mercati finanziari, connessi all’emissione di criptovalute (o cripto-asset) in Riv. Dir. Trib., 2019, 2, p. 231;

CONTRINO – BARONI, The Cryptocurrencies: Fiscal Issues and Monitoring, in Dir.prat. trib. Int., 2019, n. 2.

BRACCHI-SCARIONI, Il trattamento fiscale delle plusvalenze derivanti dalla cessione di criptovalute, in Boll. Trib., 2018, 5, 341;

CLAPS-PIGNATELLI, L’acquisto e la vendita per conto terzi di “bitcoin” non sconta l’Iva ma rileva ai fini Ires ed Irap, (Commento a ris. Agenzia entrate 2 settembre 2016, n. 72/E), in Corr. trib., 2016, 40, p. 3073;

PALUMBO, Il trattamento tributario dei “bitcoin”, in Dir. prat. trib., 2016, 1, pt. 2, p. 286;

PERNICE, La controversa natura giuridica di bitcoin: un’ipotesi ricostruttiva, in Rass. dir. civ., 2018, 1, p. 333;

SCARCELLA, Taxation issues rising from trading activities involving bitcoins – Problemi di tassazione derivanti da attività commerciali che coinvolgono bitcoin, in Riv. Dir. Trib. Int., 2018, 2, p. 103;

TRENTA, Bitcoin and virtual currencies. Reflections in the wake of the CJEU’S bitcoin vat judgement – “bitcoin” e valute virtuali. Alcune riflessioni alla luce della decisione della corte di giustizia UE sul regime iva applicabile ai “bitcoin”, in Riv. trim. dir. trib., 2016, 4, p. 949;

MONTANARI, Le operazioni esenti nel sistema dell’Iva, Torino, 2013, 281

PIERRO, Beni e servizi nel diritto tributario, Padova, 2003, pp. 55-56:

MARELLO, Le categorie tradizionali del diritto tributario ed il commercio elettronico, in RINALDI, a cura di, La fiscalità del commercio via Internet: attualità e prospettive, Torino, 2001, p. 169

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