Le polizze linked ancora sotto i “riflettori fiscali”: non è corretto negare, a priori e in via generale, il regime tributario dei contratti di assicurazione sulla vita.

Di Stefano Massarotto -

(commento a Comm. trib. Prov. di Milano, sez. XI, 27 febbraio 2019, n. 938)

1. La recente sentenza della CTP di Milano del 27 febbraio 2019 n. 938 sta destando preoccupazione nel mercato finanziario: alle polizze linked, in taluni casi, soprattutto se i contratti sono stipulati con imprese di assicurazione non residenti, verrebbe negato il regime fiscale proprio dei contratti assicurativi sulla vita.

In realtà, queste contestazioni – salvi i casi patologici in cui il contratto assicurativo si presto alla realizzazione di finalità improprie, ponendosi quale mero diaframma con il patrimonio personale del contribuente, che mantiene il potere di disporre degli assets in polizza (Cfr. UIF, Quaderni dell’antiriciclaggio, n. 2 – Casistiche di riciclaggio, aprile 2015: “le polizze vita unit linked possono essere utilizzate per garantire un’intestazione sostanzialmente fiduciaria di attività …, con finalità di mera dissimulazione dell’effettiva proprietà”) – paiono connotate da una estrema – e, fors’anche, non giustificata – rigidità. Vediamo per quale ragione.

2. La CTP di Milano n. 4305/2019 – riprendendo in parte l’orientamento di CTP Milano, 10/12/2018, n. 5608 e di Cass. civ., 27/2/2018, n. 10333 – afferma che le polizze linked, per essere qualificate quali contratti di assicurazione sulla vita, devono essere caratterizzate, tra l’altro:

i) dalla garanzia della conservazione del capitale a scadenza e di un rendimento minimo; e

ii) dalla sostanziale assenza, tra gli assets in polizza di attività finanziarie che, in caso di possesso diretto, sarebbero ordinariamente soggetti all’aliquota marginale IRPEF (come

Diversamente, considerata la “natura fittizia della polizza estera sottoscritta”, il risparmiatore sarebbe l’effettivo possessore degli investimenti e della attività finanziarie (e dei relativi redditi) cui spetterebbero gli obblighi tributari ai fini delle imposte sui redditi (ed eventualmente del monitoraggio fiscale).

Questo radicale orientamento non può essere condiviso: pare, infatti, denotare un certo disfavore, se non un vero e proprio pregiudizio, nei confronti dei contratti di assicurazione a contenuto finanziario, dando così luogo a decisioni frutto di scelte “morali” e non dell’attenta lettura delle disposizioni normative e della loro ragion d’essere.

 

3. Non è questa la sede per una ricostruzione del dibattito, ai fini civilistici e regolamentari, in merito alla qualificazione giuridica delle polizze linked. Vale, tuttavia, la pena evidenziare che – come è stato autorevolmente rilevato – “nell’ambito dei mercati regolati, caratterizzati da un’articolata e puntuale normativa settoriale, di derivazione prevalentemente europea, nonché della presenza di specifiche autorità nazionali e sovranazionali, il potere del giudice di riqualificare il contratto non possa atteggiarsi in maniera “ordinaria” ma richiede oneri di allegazione “rafforzati” (cfr. Intervento del 6 dicembre 2018 del dal Segretario Generale IVASS presso l’Aula Magna Corte di Cassazione).

Ai fini delle imposte sui redditi, i redditi delle polizze linked rientrano, in linea di principio, tra i redditi di capitale di cui all’articolo 44, comma 1, lett. g-quater), del T.U.I.R., ovverosia tra “i redditi compresi nei capitali corrisposti in dipendenza di contratti di assicurazione sulla vita”. Laddove venga negata a talune polizze linked la natura giuridica di contratti di assicurazione sulla vita, il disconoscimento del regime fiscale di cui al citato art. 44, comma 1, lett. g-quater), è una logica e immediata conseguenza.

Tuttavia, una constatazione appare non controvertibile: poiché siamo, in ogni caso, in presenza di un contratto di investimento a favore di un terzo (di cui all’art. 1411 del c.c.). in cui le attività finanziarie sono di effettiva ed esclusiva proprietà (ai fini civilistici e fiscali) della compagnia assicurativa (e non del risparmiatore), occorre comprendere in quale delle altre categorie di reddito previste dal T.U.I.R. potrebbero essere ricompresi i redditi derivanti da un generico “strumento finanziario”, escludendo in radice – come talvolta ritenuto, invece, sia dall’Amministrazione finanziaria sia dalla giurisprudenza di merito – qualsivoglia imputazione giuridica e fiscale delle attività e dei relativi redditi all’investitore.

In quest’ambito, si dovrebbe innanzitutto escludere che le polizze possano essere trattate alla stregua di una gestione collettiva patrimoniale di cui all’art. 44, lett. g) del T.U.I.R.. E ciò principalmente per il motivo che nelle polizze linked, a differenza delle gestioni collettive (cfr. Circolare dell’Agenzia delle entrate del 24 giugno 1998, n. 165/E, par. 1.1.9), viene a mancare – generalmente – il fattore di terzietà del patrimonio investito che è, invece, di proprietà della compagnia di assicurazione, con conseguente esposizione al cosiddetto “rischio controparte”, e cioè all’eventualità che questa non sia in grado di far fronte alle proprie obbligazioni.

Di converso, occorrerebbe approfondire se le polizze linked riqualificate quali generici “prodotti finanziari” siano riconducibili:

i) ad uno schema di mandato di gestione individuale senza rappresentanza posto in essere da un gestore (la compagnia assicurativa) non istituzionalmente a ciò autorizzato; ed invero, a differenza della gestione individuale “istituzionale” – ove non si determina il passaggio di proprietà sostanziale del patrimonio affidato, che resta distinto sia dal patrimonio dell’intermediario, sia da quello di eventuali altri investitori (, ex multis, F. ANNUNZIATA, La disciplina del mercato mobiliare, Torino, 2015, pag. 105), di talché i redditi e le perdite sono imputabili fiscalmente al cliente mandante – le citate polizze potrebbero essere potenzialmente riconducibili tra le fattispecie produttive di redditi di capitale di cui alla disposizione residuale (e di chiusura) prevista dall’art. 44, comma 1, lett. h) del T.U.I.R. (secondo cui sono redditi di capitale “gli interessi e gli altri proventi derivanti da altri rapporti aventi per oggetto l’impiego del capitale, esclusi i rapporti attraverso cui possono essere realizzati differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto”), con conseguente concorso alla formazione del reddito imponibile del percettore secondo le aliquote marginali IRPEF. (F. GALLO, La nozione dei redditi di capitale alla luce del D.Lgs. 21 novembre 1997, n. 461, in Diritto e pratica tributaria, I, 1998, pag. 1219 e segg..); ovvero

ii) tra i contratti derivati e gli altri rapporti finanziari disciplinati dall’art. 67, comma 1, lett. c-quater) e c-quinquies) del T.U.I.R. (e quindi produttivi, esclusivamente, di redditi diversi di natura finanziaria), in considerazione principalmente del fatto che – non trattandosi di contratto assicurativo ma di semplice “prodotto finanziario” – la somma di denaro (rectius, il premio) pagata all’atto della sottoscrizione del contratto non sarebbe data a mutuo alla compagnia assicurativa (poiché non spetterebbe al contraente alcun diritto di restituzione e tanto meno di percezione di interessi sulla stessa), ma costituirebbe il corrispettivo pagato per acquisire il diritto ad ottenere a scadenza dalla compagnia assicurativa l’eventuale pagamento di una somma di denaro (parametrata, in allora, al valore del portafoglio di riferimento) e, come tale, deve ritenersi acquisita a titolo definitivo da parte della compagnia assicurativa (rappresentando, in altre parole, il compenso per una prestazione di servizi e non certo un impiego di capitale).

In ogni caso, l’eventuale disconoscimento della natura di “contratto di assicurazione sulla vita” dovrebbe comportare la necessità, per l’Erario, di rimborsare l’imposta dello 0,45% sulle riserve matematiche e l’analoga imposta sul valore di contratti assicurativi (cd. “IVCA”): esse assumono. Infatti, natura di acconto rispetto all’imposta sostitutiva di cui all’art. 26-ter del D.P.R. n. 600/1973; in caso di riqualificazione del contratto, quest’ultima ritenuta non sarebbe dovuta e quindi non vi sarebbe ragion d’essere nemmeno dell’imposta sulle riserve matematiche o dell’IVCA.

4. Negli ultimi anni il regime fiscale di vantaggio – riconosciuto storicamente in ragione della natura previdenziale del contratto di assicurazione sulla vita – ha subìto un notevole inasprimento, con la conseguenza che oggi il trattamento tributario delle polizze – sia italiane, sia emesse da compagnie estere – è di fatto sostanzialmente allineato a quello delle altre attività finanziarie (tassazione al 26% dei redditi finanziari).

Ma vi è di più. A seguito della Legge di stabilità 2015, è stata eliminata l’esenzione da tassazione prima esistente – ex art. 34, ultimo comma del D.P.R. n. 601/1973 – con riferimento all’intera somma che risarciva il verificarsi dell’evento morte (a prescindere dalla natura finanziaria di parte della prestazione corrisposta ai beneficiari) e limitandola ora ai soli capitali erogati a copertura del rischio demografico percepiti dai beneficiari. Detto altrimenti: un modesto rischio biometrico comporterà che solo una modesta porzione della somma attribuita ai beneficiari in caso di decesso dell’assicurato possa godere del regime di piena esenzione.

Per ciò, non dovrebbero essere più attuali le preoccupazioni espresse dall’allora Direttore dell’Agenzia delle entrate nella Audizione in Commissione Finanze del Senato del 12 ottobre 2011, in cui veniva auspicata l’adozione di interventi in tema di “polizze assicurative “private”, avent[i] come finalità l’individuazione e l’eliminazione delle asimmetrie attualmente esistenti, che consentono l’utilizzo distorto di tali istituti al solo fine di garantire asistematici risparmi sia in tema di imposte dirette sia indirette”.

5. Ciò detto, non v’è dubbio che l’investimento in una polizza linked prevede, ai fini delle imposte sui redditi, un regime fiscale differente – e, in taluni, casi agevolato – rispetto all’ipotesi dell’investimento diretto in strumenti finanziari, che è caratterizzato generalmente dalla tassazione in base al realizzo, per ciascuna operazione, dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria.

Si pensi, ad esempio, alla compensazione dei redditi di capitale con le minusvalenze da cessione a titolo oneroso di strumenti finanziari; al tax deferral, rappresentato dal differimento della tassazione al momento del riscatto totale o parziale della polizza; e alla tassazione con l’aliquota del 26% anche di redditi che potrebbero essere ordinariamente soggetti all’aliquota marginale IRPEF (tassazione con le aliquote IRPEF peraltro ormai riservata quasi esclusivamente ai redditi di capitale derivanti da organismi di investimento extra-europeo, per i quali, differentemente dagli O.I.C.R. istituiti nell’Unione Europea, si pone, in ogni caso, un tema di (in)compatibilità della normativa fiscale italiana con il principio comunitario della libera circolazione dei capitali).

Ma è altrettanto vero che questo regime fiscale è del tutto sistematico e simile a quello di altri tipici strumenti finanziari, quali, ad esempio, gli O.I.C.R., i quali hanno quale minimo comune denominatore il fatto di essere caratterizzati da una gestione del risparmio in “autonomia” rispetto agli investitori (sicché è escluso che questi ultimi possano disporre di poteri decisionali diretti e continui connessi alla gestione operativa, conferendo al gestore istruzioni vincolanti che abbiano ad oggetto lo svolgimento della politica di investimento).

In siffatta prospettiva, ovverosia nel rispetto del requisito generale di “autonomia” di “chi gestisce” rispetto a “chi investe”, il riconoscimento alle polizze linked del regime fiscale dei “contratti di assicurazione sulla vita” è tutto in linea con le intenzioni che il Legislatore vuole perseguire e, pertanto, non deve configurare (né integrare) alcun risparmio fiscale indebito, in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario, sebbene la componente finanziaria delle polizze linked – sicuramente predominante – si estrinsechi nella prestazione di un servizio di investimento nell’interesse del sottoscrittore.

In ragione di quanto appena osservato, l’azione di contrasto da parte dell’Amministrazione finanziaria, volta a negare il regime fiscale proprio dei contratti di assicurazione sulla vita, dovrebbe appuntarsi soltanto sulle situazioni effettivamente “patologiche”, in cui il contratto assicurativo viene piegato alla realizzazione di finalità improprie, ponendosi quale mero diaframma con il patrimonio personale del contribuente (il quale mantiene il potere di disporre degli assets in polizza).

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