Sull’imposizione di registro dei provvedimenti giudiziali che determinano la misura dell’indennità di esproprio: la Cassazione giunge a una soluzione condivisibile, ma con un percorso motivazionale discutibile.

Di Silvio Rivetti -

(commento a Cass., sez. trib., Ord. 6 marzo 2019, n. 6481)

1. Con l’ordinanza in esame, la Corte di Cassazione stabilisce che è dovuta l’imposta di registro in misura proporzionale, con riguardo al provvedimento giudiziale che determina la misura dell’indennità di espropriazione di un terreno.

La decisione si segnala per diverse peculiarità, afferenti tanto alla vicenda concreta quanto alla sua interpretazione in diritto. E se la conclusione della Suprema Corte può dirsi sostanzialmente condivisibile, non altrettanto può dirsi dello sviluppo delle argomentazioni poste a suo sostegno.

2. La questione tributaria è il cappello conclusivo di una vicenda giuridica articolata, composta primo luogo da una fattispecie amministrativa – per cui un Consorzio pubblico per lo sviluppo industriale di un’area del Mezzogiorno procede a espropriazione forzata di un terreno, sito nel Potentino – ; ed in secondo luogo da una fase contenziosa civile, nella quale il soggetto espropriato fa valere, innanzi al Tribunale e nei confronti del Consorzio, il suo diritto ad un conguaglio rispetto all’indennità di espropriazione, indicata nell’atto di cessione volontaria ex art 45 DPR 327/2001 del terreno de quo. Il giudice sancisce la debenza del conguaglio, determinando così la misura dell’indennità di espropriazione, per mezzo di ordinanza ex art. 186 ter c.p.c.

Nel rilevare incidentalmente che anche le controversie inerenti la determinazione dei corrispettivi e delle indennità relative alla cessione volontaria, ai sensi dell’art. 45, co. 2, del Testo Unico Espropri DPR 327/2001, competono al giudice ordinario (ex art. 45, co. 1, TUE), è bene ora appuntare l’attenzione sulla pretesa dell’Erario di tassare l’ordinanza ex art. 186 ter c.p.c. con l’applicazione dell’aliquota proporzionale del 3% di cui all’art. 8, co. 1, lett. b) della Tariffa, Parte I, Allegata al Testo Unico dell’imposta di Registro DPR 131/1986, sul presupposto che il provvedimento giudiziale de quo rechi la condanna al pagamento di somme.

Contro l’avviso di liquidazione dell’imposta, così motivato, il Consorzio ricorre innanzi alla CTP di Potenza eccependo l’applicabilità, al caso, delle norme speciali agevolative ex artt. 23 e 24 del DPR 601/1973 che consentivano, in caso di trasferimento di terreni a favore dei Consorzi per lo sviluppo industriale del Meridione, il pagamento di un’imposta sostitutiva in luogo delle imposte di registro, ipotecarie e catastali. Secondo la parte, tale disciplina di esonero riguarderebbe anche le risultanze dei procedimenti, aventi ad oggetto la determinazione delle indennità di esproprio relative ai detti terreni. In subordine, il Consorzio richiede l’applicazione dell’imposta di registro in misura fissa, sostenendo che l’ordinanza ex art. 186 ter c.p.c. in esame non comporti né condanna, né accertamento di diritti patrimoniali (art. 8, co. 1, lett. d) Tariffa Parte I TUR).

Il giudice di CTP rigetta il ricorso; mentre il Collegio regionale della Basilicata riconosce dovuta l’imposizione in misura proporzionale, ma con applicazione dell’aliquota dell’1% di cui alla lett. c) del citato art. 8 Tariffa Parte I TUR, stante la qualificabilità dell’ordinanza ingiuntiva come provvedimento di mero accertamento di un diritto patrimoniale.

 

3. A fronte del ricorso in Cassazione del Consorzio, che ribadisce le sue tesi, e del ricorso incidentale dell’Agenzia delle Entrate, che insiste per l’applicazione dell’imposta di registro al 3%, con l’Ordinanza in commento la Suprema Corte liquida frettolosamente i motivi di impugnativa di parte, senza neanche spiegare le ragioni del loro rifiuto; ed accoglie invece gli argomenti erariali, alla luce di un’ampia motivazione non del tutto esente da ombre.

Nella pronunzia in esame, la Corte di Cassazione sancisce innanzitutto la tassabilità delle ordinanze ex art. 186 ter c.p.c ai sensi dell’art. 8 della Tariffa, Parte I, TUR, trattandosi di provvedimenti giudiziali idonei a definire anche parzialmente il giudizio. A sostegno di tale lettura, la motivazione dell’Ordinanza richiama ampi e consolidati precedenti giurisprudenziali: e sino a tale passaggio, pienamente condivisibile, nulla questio.

Successivamente, però, la Suprema Corte, nell’assimilare l’ordinanza ingiuntiva ex art. 186 ter c.p.c. ad una sentenza di condanna al pagamento di somme – e nel sancirne dunque la tassabilità in misura proporzionale al 3%, ai sensi dell’art. 8, co. 1, lett. b) della Tariffa, Parte I, TUR – richiama, a sostegno del suo statuire, una serie di precedenti giurisprudenziali che, al contrario e a ben vedere, dicono ben altro.

In particolare, le sentenze Cass. n. 12692/2005 e Cass. n. 19746/2010, citate in Ordinanza come precedenti a favore della tassabilità al 3% di provvedimenti giudiziali determinanti la misura dell’indennità espropriativa, anche nella forma dell’ordinanza ingiuntiva, in realtà si limitano a predicare l’applicabilità alla fattispecie dell’imposta di registro in misura proporzionale: ma individuano l’aliquota applicabile non nella misura del 3%, bensì in quella dell’1% ex art. 8, co. 1, lett. c) Tariffa Parte I TUR, sulla scorta della natura meramente accertativa di tali provvedimenti.

L’Ordinanza in esame riesce quindi a cassare la sentenza della CTR Basilicata, che aveva stabilito l’applicabilità dell’aliquota dell’1%, sulla base di sentenze di legittimità del tutto conformi alla stessa tesi della pronunzia regionale impugnata.

In particolare, l’Ordinanza in esame cita la sentenza Cass. n. 12692/2005 in maniera incoerente, perché da un lato dà testualmente atto che tale pronunzia riconosce la natura accertativa del provvedimento che quantifica l’indennità di esproprio; mentre dall’altro conclude che la tassazione deve avvenire nella misura del 3%.

Quanto al precedente di Cass. 19746/2010, citato per ben due volte in motivazione, esso stabilisce che persino le sentenze di Corte d’Appello, che sono idonee a determinare la misura dell’indennizzo in via definitiva, devono scontare la tassazione all’1%. A maggior ragione, dunque, il ragionamento dovrebbe estendersi alle pronunzie del Tribunale, rese nei casi in cui la Corte d’Appello non è titolata a pronunziarsi in via esclusiva.

Il tutto non fa che acuire i dubbi dell’operatore, anziché chiarirli.

4. Ad onta delle incongruenze motivazionali sopra richiamate e degli orientamenti giurisprudenziali oggettivamente difformi, che si contrappongono sullo sfondo, il ragionamento proposto nell’Ordinanza in esame appare comunque e fondato e nella sostanza condivisibile. L’iniziativa giudiziale dell’espropriato, che reclama la spettanza di un conguaglio addizionale rispetto all’indennità previamente stabilita, non pare essere un’azione funzionale al mero accertamento di un diritto patrimoniale preesistente, ma più propriamente un agere lege volto alla condanna della controparte a corrispondere l’importo richiesto.

Dal punto di vista dell’imposta di registro, dunque, la natura del provvedimento ingiuntivo ex art. 186 ter c.p.c. pare più coerente a quella di cui alla lett. b) del comma 1 dell’art. 8 Tariffa Parte I TUR, che a quella di cui alla successiva lett. c). E del resto non mancano precedenti giurisprudenziali che sostengono e legittimano siffatta lettura, puntualmente richiamati nella motivazione dell’Ordinanza in esame, accanto alle meno proprie citazioni degli arresti sopra menzionati.

Resta invece ferma l’inapplicabilità, al caso, della tassazione a registro in misura fissa, che la parte aveva invocato nei giudizi di merito alla luce dell’art. 8, comma 1, lett. d), Tariffa Parte I TUR, e che le è stata negata dall’Ordinanza de qua sulla base di una motivazione del tutto differente. La Suprema Corte, infatti, pur non direttamente investita del motivo di diritto relativo, ha chiosato sul tema rilevando che non è dato estendere il beneficio dell’imposizione in misura fissa, riservato al trasferimento della proprietà di un bene allo Sato o ad altro ente territoriale, ad una controversia di natura meramente patrimoniale derivante dalla quantificazione dell’indennità di esproprio.

Rimane invece inspiegato per quale motivo non abbiano trovato applicazione, al caso, le norme agevolative previste dagli artt. 23 e 24 del DPR 601/1973, invocate dal Consorzio ricorrente. Quest’ultimo ne avrebbe sostenuto la rilevanza sia in primo grado, sia – a suo dire – in secondo grado; e l’eccepito silenzio della CTR sul tema avrebbe forse dovuto stimolare la Suprema Corte ad un vaglio più attento del profilo di diritto fatto valere. Viceversa, pare che tanto il Consorzio ricorrente, quanto l’operatore di diritto, debbano accontentarsi del laconico giudizio di infondatezza del motivo d’impugnazione, formulato dall’Ordinanza in parola senza ulteriori approfondimenti.

5. Un ultimo profilo della vicenda merita un rapido commento. Premesso che non è questa la sede per trattare della controversia civile sottostante, che l’Ordinanza in commento tratteggia solo per sommi capi, può essere comunque lecito incuriosirsi per la particolarità del caso di specie.

Il contenzioso relativo alla quantificazione dell’indennità di esproprio nasce infatti, curiosamente, da una fattispecie di “cessione volontaria” ex art. 45 DPR 327/2001, la quale dovrebbe essere una modalità condivisa di conclusione del procedimento ablatorio e caratterizzarsi proprio per l’accordo tra espropriante ed espropriato in punto determinazione dei corrispettivi ovvero delle indennità dovuti.

Peraltro, i corrispettivi e le indennità sono da quantificarsi nel rispetto dei criteri fissati dalle norme imperative del TUE, anche in ottica premiale (stante il fatto che l’atto di cessione volontaria è funzionale ad una più rapida conclusione del procedimento ablatorio ed è equiparabile, negli effetti, al decreto di esproprio ex art. 45, co. 3, TUE): e come tali sfuggono alla libera contrattazione delle parti. Sarebbe interessante, quindi, comprendere in quali termini il conguaglio, che è stato riconosciuto, si coordina con il principio di cui all’art. 1419, co. 2, c.c., per il quale le clausole contrattuali violanti norme imperative sono, di diritto, da esse sostituite, anche in punto prezzo.

E’ da notare, poi, il fatto che le parti hanno adito il Tribunale e non la Corte d’Appello: sul presupposto, evidentemente, che la competenza esclusiva della Corte d’Appello in materia di controversie aventi ad oggetto la stima della indennità definitiva (artt. 54 TUE, art. 29 D. Lgs. 150/2011, art. 19 L. 865/71) sia di carattere eccezionale e non sia estendibile al caso di specie.

Resta fermo che l’atto a struttura contrattualistica, così predisposto, non ha soddisfatto gli interessi delle parti, che ne hanno ricercato un componimento certo in sede giudiziale. Vi è da chiedersi se analoghe certezze esse abbiano trovato, sul piano fiscale, nella pronunzia in commento.

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