Regime fiscale delle royalties derivanti dalla licenza di un marchio da parte di un privato

Di Edoardo Belli Contarini -

Un’ipotesi di pianificazione fiscale degna di nota concerne la concessione in uso del marchio, da parte del titolare persona fisica, non esercente attività di impresa, nei confronti di una società commerciale, a fronte della corresponsione di corrispettivi specifici ovvero di royalties (cfr. artt. 2569 e ss. c.c. e spec. art. 2573, anche a seguito delle modifiche recate dal d.lgs. n. 480/1992, è ammessa la circolazione del marchio in via autonoma, cioè anche separatamente dall’azienda o dal ramo d’azienda).

A tal riguardo si pone, anzitutto, la questione se tali proventi siano imponibili ai fini IRPEF, considerato il vuoto normativo del tuir, ove non si rinviene alcuna disposizione specifica, a differenza del previgente art. 49 del dpr n. 597/1973, per effetto del quale, invece, i redditi derivanti dall’utilizzazione economica dei marchi di fabbrica e di commercio, quando non conseguiti nell’esercizio di imprese commerciali, avevano esplicita rilevanza sub specie di redditi di lavoro autonomo.

Pur nel silenzio della vigente normativa, tuttavia, non appare coretto ritenere che lo sfruttamento economico del marchio, da parte del titolare persona fisica, non generi reddito tassabile, dovendosi piuttosto aderire a quell’orientamento secondo cui i proventi derivanti dalla concessione in uso a terzi del marchio rilevano ai fini impositivi, essendo riconducibili nella categoria residuale dei “redditi diversi”, segnatamente sub art. 67, comma 1, lett. l) del tuir, concernente i redditi derivanti dall’assunzione di obblighi di fare, non fare, permettere (cfr. REBECCA-CECCON, Concessione in licenza di un marchio da parte dei privati: quale trattamento fiscale, in il fisco, 2014).

Tale orientamento trova eco anche nella prassi dell’amministrazione finanziaria, la quale ha ricondotto i corrispettivi conseguiti dalla licenza del marchio tra i redditi diversi, semprechè la persona fisica non svolga attività di impresa o di lavoro autonomo (cfr. in argomento ris. agenzia entrate n. 108 del 29 marzo 2002, ris. n. 81 dell’11 marzo 2002 e ris. n. 30 del 16 febbraio 2006). E tale approccio appare condivisibile anche in ragione della relazione ministeriale al previgente art. 49 del dpr n. 597/1973, odierno art. 53 del medesimo tuir, ove si accenna alla medesima conclusione.

Aggiungasi che la correttezza della tesi dell’imponibilità ai fini IRPEF dei corrispettivi in esame, e nel dettaglio la riconducibilità nell’alveo dei redditi diversi, si desume avuto riguardo sia alle fattispecie “affini” contemplate sub art. 67, comma 1, lettera g) – per l’ipotesi di utilizzazione economica degli altri beni immateriali, id est brevetti, formule, opere dell’ingegno – e lettera h)  – per l’ipotesi di affitto o usufrutto dell’unica azienda – sia al regime impositivo analogo declinato per il titolare di un fondo che costituisca un diritto di superficie acquisito a titolo originario a favore di un terzo, a fronte dell’erogazione di specifici corrispettivi (cfr. circ. agenzia entrate n. 36/E del 19 dicembre 2013).

Nello stesso senso, sempre sotto il profilo sistematico, non va sottovalutato il disposto dell’art. 23, comma 2, lett. c) del tuir, per effetto del quale è stabilita – in questo caso espressamente – la rilevanza ai fini impositivi dei compensi derivanti dall’utilizzazione dei marchi di impresa conseguiti dai “soggetti non residenti”, qualora detti redditi siano erogati dallo Stato ovvero da soggetti residenti o da s.o. di soggetti non residenti, talchè essi si considerano prodotti (e quindi tassabili) in Italia.

Conseguentemente, le royalties derivanti dalla concessione in uso del marchio concorrono alla formazione dell’imponibile IRPEF del titolare nel periodo di imposta in cui si verifica la relativa percezione; su detti compensi la società erogante i compensi – legittimata a dedurre per competenza dal proprio reddito di impresa gli oneri così sostenuti – dovrà applicare la ritenuta a titolo d’acconto del 20% in capo al soggetto (residente) percipiente, ai sensi dell’art. 25, primo comma del dpr n. 600/1973.

Il medesimo contribuente poi, dovrà assolvere alla relativa imposizione di conguaglio in sede di dichiarazione, deducendo i relativi oneri, qualora sostenuti e semprechè “specificamente inerenti”, ai sensi dell’art. 71, comma 2 del tuir; ciò, peraltro, senza poter fruire di alcuna forfettizzazione del reddito e/o dei costi, come avviene invece in altre ipotesi similari.

Per quanto riguarda, inoltre, le imposte indirette, ai proventi in esame non dovrebbe invece applicarsi l’IVA, sebbene nella specie ricorra il presupposto oggettivo di applicazione del tributo ai sensi dell’art. 3, comma 2 del dpr n. 633/1972 (in argomento cfr. pure ris. agenzia entrate n. 48 del 3 aprile 2006, in ordine alla configurabilità di un’autonoma prestazione di servizi rilevante ai fini IVA soltanto nei casi in cui la cessione del marchio avvenga al di fuori del trasferimento d’azienda).

Invero, in tale contesto – concessione in uso del marchio da parte del titolare, non esercente attività di impresa, che dunque si limita ad incassare le royalties ovvero dei passive income – appare corretto affermare l’insussistenza del presupposto soggettivo, trattandosi di un’“operazione” che, sebbene ricorrente, non concreta l’esercizio di alcuna “attività”, come tale neppure inquadrabile sub specie di attività di impresa o di lavoro autonomo di cui agli artt. 4 e 5 del medesimo decreto.

Tuttavia, non può escludersi la debenza dell’imposta di registro, nella misura proporzionale del 3 per cento, ai sensi dell’art. 9 della tariffa, parte prima del dpr n. 131/1986, da corrispondere in termine fisso, qualora la concessione in uso del marchio venga consacrata in un atto scritto – anche ai fini della relativa trascrizione ex d.lgs. n. 30/2005 – fatta salva la conclusione del medesimo contratto nella forma delle corrispondenza, nel qual caso l’imposta di registro sarà dovuta nella predetta misura proporzionale solo in caso d’uso, giusta l’art. 1 della tariffa, parte seconda del dpr n. 131/1986.

In conclusione, un ultimo aspetto merita attenzione: il reddito percepito a fronte dello sfruttamento del marchio non dovrebbe avere rilievo neppure ai fini dei contributi previdenziali, considerato che il titolare non si obbliga a compiere alcuna prestazione d’opera o di servizio, tantomeno alcuna “attività” e quindi egli non potrebbe essere qualificato, da parte dell’INPS, come lavoratore autonomo occasionale.

Scarica il commento in PDF

Tag:, ,