Carried interest e cessione indiretta delle quote di un fondo: note a margine di un recente interpello dell’Agenzia delle Entrate

Di Giusy Antonelli -

(Risposta ad interpello dell’Agenzia delle Entrate, 12 febbraio 2019, n. 50)

1. Con la risposta n. 50/2019, l’Agenzia delle Entrate ha vagliato un caso – nuovo e connotato da particolare tecnicismo – di possesso di quote di un fondo mobiliare chiuso per il tramite di una società veicolo partecipata dai manager al fine di esprimersi, come richiesto dall’istante, con specifico riferimento alla qualificazione ai fini fiscali degli importi corrisposti al manager a titolo di extra-rendimento in caso di cessione delle quote della società veicolo.

In particolare, nel caso esaminato il regolamento del fondo disciplinava l’emissione di quote dotate di diritti particolari che prevedevano il diritto di partecipare in misura più che proporzionale rispetto al capitale sottoscritto alla eventuale distribuzione dell’utile generato dall’investimento in misura eccedente un rendimento minimo stabilito dal regolamento medesimo (c.d. hurdle rate) una volta che tutti gli investitori avessero ottenuto il rimborso dell’intero ammontare del capitale affidato in gestione e conseguito detto rendimento minimo. Il predetto regolamento prevedeva, altresì, che le quote dotate di diritti patrimoniali rafforzati potessero essere sottoscritte attraverso una società interamente partecipata da manager, a condizione che tale società – la quale, nella specie, aveva la veste giuridica di “società semplice” – fosse costituita specificamente per la sottoscrizione, l’acquisto e la detenzione delle suddette quote e fossero previsti meccanismi di liquidazione per il caso di perdita della qualifica di manager da parte dei sottoscrittori, sotto forma, alternativamente, di cessione della relativa quota agli altri soci, ovvero di liquidazione da parte della stessa società laddove gli altri soci non avessero esercitato il loro diritto di prelazione.

Nel caso di specie, l’Agenzia ha ritenuto, disattendendo la soluzione interpretativa dell’istante, che – al venir meno del rapporto lavorativo – la cessione (indiretta) delle quote del fondo dotate di diritti patrimoniali rafforzati attuata mediante la cessione (diretta) delle quote della “società veicolo” modificasse la natura dei proventi derivanti al manager dal possesso di tali quote, negando che gli importi corrisposti al manager  potessero essere qualificati come carried interest, sebbene fossero rispettate (ma solo in sostanza) le condizioni cui all’art. 60 del D.L. 24 aprile 2017, n. 50 (convertito in L. 21 giugno 2017, n. 96).

 2. Al fine di comprendere la problematica oggetto di disamina da parte dell’Agenzia, e valutare criticamente la soluzione rassegnata, è necessario effettuare un breve sunto della disciplina di cui al citato all’art. 60, D.L. n. 50/2017, che ha profondamente innovato il regime fiscale dei proventi derivanti dalla partecipazione di manager e dipendenti in società o fondi residenti o istituiti in Paesi esteri che consentono un adeguato scambio di informazioni (sul tema, fra gli altri, v. L. ROSSI – M. AMPOLILLA, La nuova disciplina sul carried interest, in Boll. Trib., 2017, 1083 ss.; G. STANCATI, Carried interest e strumenti finanziari di incentivazione al management tra specialità e principi sistematici, in Corr. Trib., 2017, 2449 ss. e, se si vuole, G. ANTONELLI, Con la disciplina sul carried interest migliora la competitività del Paese, in Corr. Trib., 2017, 1719 ss.).

Con tale intervento il legislatore ha delineato le ipotesi in cui i diritti patrimoniali rafforzati si qualificano ope legis come proventi di natura finanziaria, sottoposti, in ragione di tale qualificazione, a una imposizione sostitutiva alla fonte con aliquota del 26% (c.d. carried interest).

In particolare, in forza del citato art. 60, i proventi in questione sono in ogni caso qualificati come redditi di capitale o diversi, configurandosi come una forma di remunerazione della partecipazione al capitale di rischio, e non invece come una performance fee corrisposta a titolo di retribuzione dell’attività lavorativa, che è invece inquadrabile tra i redditi di lavoro dipendente o assimilati, in presenza delle seguenti condizioni: (i) l’ammontare minimo dell’investimento da parte dei manager o dei dipendenti rappresenta almeno l’1% dell’investimento complessivo nel fondo, da valutarsi al momento della raccolta degli impegni di sottoscrizione, o del patrimonio netto della società che, secondo le ultime indicazioni di prassi, è da computarsi a valori correnti determinabili sulla base di apposite perizie di stima (v., in merito, Circ. Ag. Entr., 12 febbraio 2019, n. 5, pag. 1 e Circ. Ag. Entr., 16 ottobre 2017, n. 25/E, pag. 15); (ii) la distribuzione dell’extra-rendimento è subordinata alla circostanza dell’effettivo rimborso del capitale investito e di un rendimento minimo agli altri investitori (v., sul punto, Ag. Entr., 12 febbraio 2019, n. 5, pag. 2), ovvero, nel caso di cambio di controllo, a condizione che detti investitori abbiano realizzato tramite la cessione un prezzo di vendita almeno pari al capitale investito e al suddetto rendimento minimo; (iii) le azioni, le quote o gli strumenti finanziari che attribuiscono diritti patrimoniali rafforzati sono posseduti per un periodo minimo di cinque anni (c.d. holding period) o, se precedente al decorso di tale periodo quinquennale, fino alla data di cambio di controllo o di sostituzione del soggetto incaricato della gestione.

3. Rispetto a tale quadro, la fattispecie esaminata dall’Agenzia era particolare perché la sottoscrizione delle quote di un fondo dotate di diritti patrimoniali rafforzati avveniva non direttamente da parte dei manager, ma per il tramite di una società semplice all’uopo costituita, con la previsione che, in caso di interruzione del rapporto lavorativo tra il manager e il gestore, il primo doveva uscire dalla compagine della suddetta “società veicolo” mediante, alternativamente, la cessione di tale quota agli altri soci ovvero la liquidazione da parte della stessa società laddove gli altri soci non avessero esercitato il loro diritto di prelazione.

Nel caso di specie, il manager aveva proceduto a cedere la propria quota di partecipazione nella società semplice agli altri soci e ad esercitare l’opzione per l’extra-rendimento effettivo, ricevendo – in ossequio alle regole concordate tra le parti – il versamento da parte del fondo di un importo commisurato all’extra-rendimento effettivo maturato dal manager uscente.

L’istante riteneva – questa la soluzione interpretativa proposta nell’interpello – che gli importi percepiti a titolo di extra-rendimento, dopo la cessione della quota nel veicolo agli altri soci, fossero riconducibili alla categoria dei redditi di capitale, in quanto egli avrebbe mantenuto, nella sostanza, la stessa posizione di rischio e beneficio dei soci medesimi.

Per l’Agenzia delle Entrate, invece, tutti gli importi corrisposti al manager uscente in forza dell’accordo quadro concluso tra le parti vanno considerati come corrispettivo per la cessione della partecipazione nella società semplice, a nulla rilevando: (i) la circostanza che tali importi siano commisurati all’extra-rendimento distribuito dal fondo e che la loro corresponsione sia avvenuta, almeno in parte, in un momento successivo rispetto al trasferimento della partecipazione; (ii) il fatto che la liquidazione dei suddetti importi sia avvenuta direttamente da parte del fondo e non attraverso i manager cessionari, ciò rispondendo a una esigenza di mera semplificazione delle movimentazioni finanziarie dovuta agli accordi in essere tra le parti.

4. La conclusione rassegnata dall’Agenzia disdegna il ricorso a un approccio sostanziale, pur adottato sovente per giungere a soluzioni interpretative a sé favorevoli, a favore di quello strettamente formale: infatti, sebbene nel caso di specie fossero “sostanzialmente” rispettate le condizioni cui all’art. 60 del D.L. n. 50/2017, il regime previsto da tale disposizione è stato ritenuto inapplicabile sul presupposto che, al venir meno del rapporto lavorativo, la cessione (indiretta) delle quote del fondo dotate di diritti patrimoniali rafforzati attuata mediante la cessione (diretta) delle quote della società veicolo modifichi la natura dei proventi conseguenti dal manager in ragione di tali quote, negandosene la qualifica come carried interest. Donde la rilevanza quale reddito diverso ai sensi degli artt. 67 e 68, t.u.i.r. e susseguente assoggettamento nei modi ordinari a imposta sostitutiva con aliquota del 26%.

Sul piano pratico, la soluzione adottata dall’Agenzia non determina un aggravio in termini di carico fiscale per il percettore del provento rispetto alla ipotesi dell’applicabilità tout court della disciplina sui carried interest, ma, a differenza del caso di qualificazione come reddito di capitale, essa comporta l’esclusione dell’obbligo di effettuazione della ritenuta per il gestore.

Per completezza è opportuno evidenziare che dall’interpello emerge l’esistenza di un’altra risposta da parte dell’Agenzia a una precedente istanza di interpello presentata dal gestore del medesimo fondo, ove si era concluso che i proventi da corrispondere ai manager in occasione di una operazione di ristrutturazione del fondo, ma in costanza di partecipazione, rilevassero non come reddito di lavoro dipendente bensì come reddito di capitale soggetto a ritenuta ai sensi dell’art. 26-quinquies, D.P.R. n. 600/1973, senza influenza del fatto che vi fosse l’intermediazione di una società veicolo tra i manager e il fondo.

Compendiando le due soluzioni si può concludere, in via generale, che in ipotesi di possesso indiretto di quote dotate di diritti patrimoniali rafforzati, la corresponsione di proventi in costanza di partecipazione ricade nel regime fiscale dei redditi di capitale di cui all’art. 60 del D.L. n. 50/2017; per converso, l’uscita realizzata mediante cessione della quota nella società veicolo, indipendentemente dalla circostanza che sia decorso o meno l’holding period, genera un reddito diverso, che fuoriesce dal perimetro applicativo dell’art. 60 per il fatto che l’unico evento realizzativo preso in considerazione da tale disposizione è la cessione diretta della quota nel fondo.

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