Modifiche (plurime) al regime agevolato delle stock option e disciplina ratione temporis applicabile ai c.d. “piani in corso” in mancanza di norma transitoria

Di Sara Loi -

(Corte di Cassazione, sezione V civile, ordinanza 06 febbraio 2019, n. 3458)

1. Nel corso dell’anno 2006 la disciplina agevolativa in materia di stock option di cui all’art. 51, comma 2, lett. g-bis) del t.u.i.r. – che prevedeva, a determinate condizioni, l’esclusione dal reddito di lavoro dipendente dell’incremento di valore delle azioni generatosi fra il momento di attribuzione delle opzioni e il momento di esercizio delle stesse, e l’assoggettamento a prelievo di tale incremento solo all’atto della vendita delle azioni con l’imposizione del 12,50% prevista per i capital gain – ha subito tre modifiche in successione (con il D.l. n. 223/2006; L. n. 248/06 di conversione del suddetto decreto legge e, infine, il D.L. n. 262/2006, entrato in vigore il 3 ottobre 2006) che ne hanno progressivamente irrigidito le condizioni di accesso (fino all’abrogazione definitiva con il D.l. n. 112/2008, conv. in L. n. 133/2008). E ciò senza la previsione, nell’ultimo dei tre interventi modificativi, di una norma transitoria per i c.d. piani in corso, ossia i piani di stock option già deliberati alla data di “entrata in vigore” del nuovo regime fiscale risultante dall’intervento di modifica, ma i cui diritti di opzione non erano stati ancora esercitati dal dipendente per scelta o per mancata scadenza del periodo di vesting (ossia il lasso di tempo durante il quale l’opzione non è esercitabile), normalmente previsto nei piani in questione.

2. Con l’ordinanza in commento, e relativamente a un caso – appunto – di “piano in corso”, la Suprema Corte è stata chiamata a individuare il regime fiscale ratione temporis applicabile tra la disciplina vigente tra il momento di assegnazione dei diritti di opzione, anteriore agli interventi modificativi, e il momento di esercizio dei medesimi diritti con assegnazione delle azioni al dipendente, avvenuto dopo l’ultimo intervento modificativo di cui al D.L. n. 262/2006 (un caso analogo è stato vagliato da Comm. trib. prov. di Torino, sez. IV, 29 gennaio 2009, n. 234, con commento di N. DOLFIN, Conflitto temporale tra norme agevolative in materia di stock option, in Riv. dir. trib., 2009, II, 629 ss.): il problema si è posto perché, al momento della assegnazione delle azioni, il contribuente integrava le condizioni di accesso previste dalla disciplina agevolativa delle stock option vigente in origine, al momento dell’assegnazione dei diritti di opzione, ma non anche quelle riformulate e aggiunte con l’ultimo intervento modificativo, con conseguente assoggettamento del differenziale – come in effetti aveva fatto il datore di lavoro nei confronti del dipendente – alla formazione dell’imponibile Irpef e tassazione ordinaria.

 3. Per il contribuente, la disciplina applicabile era quella in vigore prima dei tre interventi modificativi, e dunque il regime speciale di tassazione con aliquota del 12,50%, in quanto il D.L. n. 262/2006, pur se “entrato in vigore” al momento dell’assegnazione delle azioni, era privo di una norma transitoria che ne prevedesse l’applicazione alle assegnazioni successive alla sua entrata in vigore e, dunque, operava la clausola generale di diritto intertemporale di cui all’art. 3, comma 1, ult. periodo dello Statuto del contribuente, che prevede, in caso di modifiche a “tributi periodici” non accompagnate da norme transitorie in deroga espressa, il rinvio della “efficacia” dell’intervento modificativo al primo periodo di imposta successivo (sul tema, A. CONTRINO, Modifiche fiscali in corso di periodo e divieto di retroattività “non autentica” nello Statuto del contribuente, in Rass. trib., 2012, 589 ss. e, V. MASTROIACOVO, L’efficacia della norma tributaria nel tempo, in A. FANTOZZI e A. FEDELE, a cura di, Lo statuto dei diritti del contribuente, Milano, 2005, 107 ss.). Per l’Agenzia, che non pare abbia contestato – almeno a quanto si evince dalla sentenza – l’assenza nel D. L. n. 262/2006 di una norma transitoria, la disciplina applicabile era invece quest’ultima, e ciò per il mero fatto che le azioni erano state assegnate – e, dunque, il momento impositivo si era verificato – dopo l’entrata in vigore di tale ultimo intervento modificativo.

Con l’ordinanza in commento, la Suprema Corte ha accolto la soluzione prospettata dall’Agenzia, per un verso, dando espresso seguito al principio nello stesso senso affermato da precedente giurisprudenza di legittimità e, per altro verso, negando l’operatività dell’art. 3, comma 1, ult. periodo, perché la disciplina fiscale delle stock option difettava del requisito della “periodicità”.

Entrambi gli argomenti utilizzati paiono, per motivi diversi, inidonei a sorreggere la conclusione raggiunta, in quanto – come si va a dimostrare – col primo è stata fatta applicazione di un principio di diritto non estensibile al caso oggetto di vaglio e il secondo è il palese frutto di un’errata interpretazione e applicazione dell’art. 3, comma 1, ult. periodo dello Statuto del contribuente.

4. La Corte di Cassazione ha accolto la tesi dell’Agenzia delle Entrate argomentando, innanzitutto, che “questa Corte di legittimità ha stabilito che, in tema di determinazione del reddito di lavoro dipendente, la disciplina di tassazione applicabile <<ratione temporis>> alle cosiddette <<stock options>> va individuata in quella vigente al momento dell’esercizio del diritto di opzione da parte del lavoratore, a prescindere dal momento in cui l’opzione sia stata offerta, atteso che l’operazione cui consegue la tassazione non va identificata nell’attribuzione gratuita del diritto di opzione, che non è soggetta a imposizione tributaria, ma nell’effettivo esercizio di tale diritto mediante l’acquisto delle azioni, che costituisce il presupposto dell’imposizione commisurata proprio sul prezzo delle stesse e che è rimesso alla libera scelta del beneficiato (Cass. 12/04/2017, n. 9465; in senso conforme: Cass. 20/05/2011, n. 11214; n. 13088/2012; n. 11413/2015)”.

Come anticipato, questo principio di diritto non poteva essere invero utilizzato per decidere anche il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte, così come quello oggetto della sentenza n. 9465/2017.

Ed infatti, se, anziché solo la massima, si leggono per intero i precedenti Cass. nn. 11214/2011, 13088/2012, 11413/2015 – richiamati anche per decidere il caso oggetto di Cass. n. 9465/2017 – ci si avvede immediatamente che il principio di diritto ivi affermato, e applicato anche dalla sentenza in commento, è la mera applicazione di una “disciplina transitoria”, quella recata dall’art. 13, comma 2, del D.Lgs. n. 505/99, che era stata dettata specificamente per regolamentare la transizione dalla vecchia disciplina delle stock option (quella prevista dall’art. 48 del vecchio t.u.i.r., così come novellato dall’art. 3 del D. Lgs. n. 314/97) alla nuova disciplina risultante dal citato art. 13 del D. Lgs. n. 505, che ha modificato le lett. g) e g-bis) del citato art. 48.

Se è così, l’attribuzione di rilevanza al momento assegnazione dei titoli per l’individuazione della disciplina fiscale applicabile, affermata dalla Suprema Corte nei tre precedenti richiamati, è soluzione specifica e non generalizzabile, in quanto prevista espressamente e valida solo per regolamentare i c.d. “piani in corso” nel passaggio dalla vecchia disciplina delle stock option di cui all’art. 48 del vecchio t.u.i.r. alla nuova disciplina risultante dalle modifiche apportate al citato art. 48, lett. g) e g-bis) dall’art. 13 del D. Lgs. n. 505/99; e non anche quelli, com’era il caso oggetto dell’ordinanza in esame e della pronuncia n. 9465/2017, che ricadevano sotto la disciplina di cui al D.L. n. 262/2006, che non ha una simile disciplina transitoria, anzi, non ha affatto alcuna disciplina transitoria per i c.d. piani in corso.

5. La Suprema Corte ha, poi, negato l’operatività nel caso di specie dell’art. 3, comma 1, ult. periodo dello Statuto del contribuente argomentando, mediante richiamo di un altro precedente di legittimità, che, “quand’anche il principio possa riguardare modifiche normative introdotte in materia di esenzione da imposta, resta fermo che il presupposto applicativo sia la periodicità. Nel caso che ci occupa all’oggetto della disciplina – la regolamentazione fiscale delle stock option – è del tutto estraneo il carattere della periodicità, non potendosi neppure configurare una tipologia di agevolazione con carattere pluriennale (Cass. 17/07/2018, n. 18917)”.

Anche quest’argomento non coglie nel segno, palesando un’errata interpretazione e applicazione della citata disposizione statutaria, e ciò anche con riguardo al caso oggetto della Cass. n. 18917/2018, ove stato utilizzato per la prima volta.

Di ciò ci si avvede subito se si considera che la “regolamentazione fiscale delle stock option” si trova nell’art. 51, 2° comma, lett. g)-bis del t.u.i.r., all’interno del “Capo IV – Reddito di lavoro dipendente” del “Titolo I – Imposta sul reddito delle persone fisiche” (Irpef), che è il “tributo periodico” per antonomasia: la “regolamentazione fiscale delle stock option” non costituisce, dunque, un’agevolazione fiscale sganciata dall’Irpef, come ha ritenuto, equivocando, la Suprema Corte nella sentenza in esame; se così fosse, vi sarebbe una disciplina diversa e autonoma, che manca nel caso di specie.

L’art. 3, comma 1, ult. periodo, della L. n. 212/2000, è stato dettato “Relativamente ai tributi periodici”, onde la “periodicità” non può essere riferita – come ha fatto la Suprema Corte – alla “regolamentazione fiscale delle stock option”, perché non è regime fiscale autonomo, ma va valutata in relazione al “tributo” su cui la predetta regolamentazione s’innesta, che nel nostro caso è il tributo periodico – Irpef, a nulla rilevando il fatto l’esistenza nel caso di specie di un regime sostitutivo, quello del 12,50%, in quanto – ogniqualvolta l’imposizione sostitutiva non si traduca nella creazione di un tributo avente sostanziale autonomia rispetto all’imposta sostituita – la natura “periodica” del tributo va accertata in relazione all’imposta “sostituita”; conclusione, questa, che vale per le ritenute alla fonte a titolo d’imposta, le quali altro non sono se non modalità applicative e articolazioni disciplinari delle imposte sui redditi (cfr. A. CONTRINO, Modifiche fiscali in corso di periodo e divieto di retroattività “non autentica” nello Statuto del contribuente, cit., 589 ss., spec. par. 8).

Quanto affermato e concluso dalla Suprema Corte nella sentenza in esame sarebbe stato corretto se vi fosse stata, ma così non è, una disciplina agevolativa “autonoma” in materia di stock option, con un tributo avente autonomia rispetto al tributo “sostituito”.

6. In conclusione, in mancanza nel d.l. 262/2006 di una disciplina transitoria o di una disposizione sulla decorrenza (efficacia), non è possibile fare riferimento – come ha fatto la Suprema Corte nell’ordinanza in commento – al momento di esercizio dei diritti di opzione e di assegnazione delle azioni (momento impositivo) per l’individuazione della disciplina ratione temporis applicabile.

Ed infatti: (a) nei “vecchi” tre precedenti giurisprudenziali Cass. nn. 11214/2011, 13088/2012, 11413/2015 – richiamati anche da Cass. n. 9465/2017 – l’attribuzione di rilevanza al momento assegnazione delle azioni per l’individuazione della disciplina fiscale applicabile era soluzione specifica e non generalizzabile, in quanto prevista espressamente e valida solo per regolamentare i c.d. “piani in corso” nel passaggio dalla vecchia disciplina delle stock option di cui all’art. 48 del vecchio t.u.i.r., così come novellato dall’art. 3 del D. Lgs. n. 314/97, alla nuova disciplina risultante dalle modifiche apportate al citato art. 48, lett. g) e g-bis, sempre t.u.i.r., dall’art. 13 del D. Lgs. n. 505/99; (b) in mancanza di una disciplina transitoria o di una disposizione sulla decorrenza in “deroga espressa” all’art. 3, comma 1, ult. periodo dello Statuto del contribuente, trova automatico ingresso (la citata disposizione non si può sic et simpliciter obliterare) la clausola generale di diritto intertemporale ivi prevista, con susseguente rinvio della “efficacia” della nuova disciplina modificativa al primo periodo di imposta successivo alla “entrata in vigore”.

Donde la conclusione che il D.L. 262/2006 – la cui disciplina era in astratto rilevante nel caso oggetto di disamina – è applicabile alle azioni assegnate dopo la sua entrata in vigore, ma, in ossequio all’art. 3, comma 1, a partire dal 1° gennaio 2007, e, dunque, il caso oggetto di disamina avrebbe dovuto trovare disciplina nell’art. 51, comma 2, lett. g-bis), nel testo vigente prima degli interventi di modifica, con soggezione del differenziale al regime speciale del 12,50%, e non – come affermato dalla Suprema Corte – al regime ordinario Irpef.

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