Il Regime degli Impatriati: rassegna della prassi amministrativa

Di Biagio Izzo -

1. Premessa

Negli ultimi mesi, a seguito dell’emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 7 agosto 2018, l’Amministrazione finanziaria ha pubblicato numerosi chiarimenti interpretativi in relazione al regime di parziale esclusione dalla formazione del reddito complessivo posto dal c.d. regime degli impatriati (“Regime degli Impatriati”), la cui normativa di riferimento è delineata principalmente dall’art. 16 del D.Lgs. 14 settembre 2015 n. 147 (“D.Lgs. 147/2015”) e dal Decreto Ministeriale del 26 maggio 2016 ( “Decreto Attuativo”).

In ragione della richiamata attività ermeneutica dell’Amministrazione finanziaria e della sempre crescente centralità della mobilità delle persone fisiche nel contesto della pianificazione fiscale internazionale, la presente nota si prefigge di passare sistematicamente in rassegna i documenti di prassi medio tempore emanati dall’Amministrazione finanziaria.

Si anticipa che, nonostante i condivisibili sforzi interpretativi profusi dall’Agenzia delle Entrate, il Regime degli Impatriati è ancora caratterizzato da talune criticità applicative che, data la loro rilevanza, verranno analizzate con un successivo contributo da pubblicarsi su questa rivista.

2. Il Regime degli Impatriati

L’articolo 16 del D. Lgs. 147/2015 (“Articolo 16”) attualmente dispone che, al ricorrere di determinate condizioni, «il reddito di lavoro dipendente[1] […][2] prodotto in Italia da lavoratori che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato […] concorre alla formazione del reddito complessivo limitatamente al cinquanta per cento del suo ammontare».

Le condizioni per l’accesso al Regime sono poste, alternativamente tra loro, dai commi 1 e 2 dell’Articolo 16 (così come integrati dal Decreto Attuativo).

Il primo comma dell’Articolo 16, dedicato ai «manager e lavoratori con elevata qualificazione e specializzazione»[3], si rende applicabile al contemporaneo ricorrere delle seguenti condizioni:

  • la non residenza in Italia nei cinque periodi di imposta precedenti il trasferimento in Italia e l’impegno a permanervi per almeno due anni;
  • lo svolgimento dell’attività lavorativa presso un’impresa residente nel territorio dello Stato in forza di un rapporto di lavoro instaurato con questa o con società che direttamente o indirettamente controllano la medesima impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa[4];
  • lo svolgimento dell’attività lavorativa prevalentemente nel territorio dello Stato (concetto, questo, declinato dal Decreto Attuativo come «periodo superiore a 183 giorni nell’arco di ciascun periodo di imposta»);
  • lo svolgimento di funzioni direttive e/o l’essere in possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione[5].

Il secondo comma dell’Articolo 16, dedicato agli «impatriati in possesso di laurea»[6], invece, pone, per l’accesso al Regime, condizioni meno stringenti e di più facile soddisfacimento. In particolare, è richiesto che i lavoratori interessati a beneficiare del Regime degli Impatriati:

  • siano cittadini dell’Unione europea o di uno Stato extraeuropeo con il quale risulti in vigore una convenzione contro le doppie imposizioni o un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale;
  • siano in possesso di un titolo di laurea; e
  • abbiano svolto continuativamente un’attività di lavoro o di studio fuori dall’Italia per un periodo pari ad almeno 24 mesi[7].

Al ricorrere delle summenzionate condizioni, il Regime degli Impatriati è applicabile per un quinquennio, purché il lavoratore mantenga la propria residenza in Italia per almeno due anni, pena il recupero dei benefici fruiti e l’applicazione di sanzioni e interessi.

3. I chiarimenti resi dall’Amministrazione finanziaria

Volendo idealmente riorganizzare la prassi resa negli ultimi mesi dall’Agenzia delle Entrate sul tema oggetto del presente contributo, possono individuarsi tre principali aree di intervento, ossia: (i) il periodo minimo di residenza all’estero ai fini dell’applicazione del secondo comma dell’Articolo 16 e la “continuità” del rapporto lavorativo all’estero; (ii) l’applicabilità del regime anche nell’ipotesi di distacco; e (iii) i trasferimenti infragruppo e il nesso di funzionalità tra trasferimento in Italia e nuovo lavoro.

3.1. I chiarimenti sul periodo minimo di residenza all’estero ai fini dell’applicazione del secondo comma dell’Articolo 16 e sulla “continuità” del rapporto lavorativo all’estero

Il periodo minimo di residenza all’estero rilevante ai fini dell’applicazione del secondo comma dell’Articolo 16 è stato oggetto di diversi chiarimenti da parte dell’Amministrazione finanziaria. Si fa riferimento in particolare: (i) alla Risoluzione 6 luglio 2018, n. 51/E; (ii) alla Risposta 32 pubblicata in data 11 ottobre 2018; e (iii) alle Risposte 133 e 136 del 27 dicembre 2018.

Con i documenti di prassi citati, colmando una lacuna normativa, l’Amministrazione finanziaria ha preso atto della circostanza per cui il secondo comma dell’Articolo 16 non indica espressamente un periodo minimo di residenza estera (che invece, come precedentemente osservato, è normativamente previsto per i soggetti interessati dall’applicazione del primo comma del citato articolo). Il vuoto normativo è stato colmato dall’Amministrazione finanziaria facendo riferimento al periodo minimo di lavoro/studio all’estero per 24 mesi. In particolare, nella Risoluzione 6 luglio 2018, n. 51/E (richiamata, poi, dai successivi documenti di prassi soprarichiamati), è stato affermato che «considerato che il citato comma 2 prevede un periodo minimo di lavoro all’estero di due anni, la scrivente ritiene che, per tali soggetti, la residenza all’estero per almeno due periodi di imposta costituisca il periodo minimo sufficiente ad integrare il requisito della non residenza nel territorio dello Stato e a consentire, pertanto, l’accesso al regime agevolativo». Per completezza, si osserva che alle medesime conclusioni è peraltro giunta anche la Direzione Regionale della Lombardia con l’interpello n. 904-1251/2018 (non pubblicato, ma consultabile sulle banche dati specializzate).

L’interpretazione resa dall’Agenzia delle Entrate ha il pregio di aver accolto un’interpretazione “favorevole al contribuente”, rispetto alla possibile soluzione alternativa consistente nell’estendere, ai fini dell’applicazione del secondo comma, il requisito della residenza all’estero nei cinque anni precedenti il trasferimento in Italia previsto ai fini del primo comma, ed evitando dunque l’effetto di rendere più complesso l’accesso al regime per una vasta platea di soggetti.

Infine, appare opportuno sottolineare anche quanto affermato dal Mef in risposta a una interrogazione parlamentare del 1° agosto 2018. In detta sede era stato chiesto se il requisito qui in analisi potesse comunque ritenersi soddisfatto anche in caso di interruzione dell’attività lavorativa all’estero, causata dal mutamento del rapporto lavorativo, per un periodo di tempo pari ai giorni festivi intercorrenti tra la fine di un contratto e l’inizio dell’altro. In detta sede se, da un lato, è stata confermata la possibilità di fruire del regime agevolativo con riferimento alla fattispecie oggetto del quesito, dall’altro lato, è stato affermato che in altre ipotesi potrebbe giungersi a diverse conclusioni da quella specificatamente rappresentata. Tale risposta, per quanto utile con riferimento a taluni casi, non presenta una latitudine sufficientemente ampia per risolve i dubbi interpretativi concernenti fattispecie quanto mai comuni, quali, ad esempio, quelle in cui si vengono sovente a trovare i dipendenti delle banche di affari i cui contratti di lavoro prevedono, nella maggior parte dei casi, un periodo di vacancy forzato in caso di passaggio da una banca ad un’altra concorrente.

3.2. I chiarimenti sui distacchi

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione 5 ottobre 2018 n. 76/E e la risposta n. 45 pubblicata in data 23 ottobre 2018, ha meglio delineato i principi precedentemente elaborati nella Circolare 17/E in merito all’applicabilità del Regime degli Impatriati ai lavoratori che trasferiscono la propria residenza in Italia dopo essere stati in distacco all’estero.

Sul punto, con la Circolare 17/E, l’Agenzia delle Entrate aveva ritenuto, assumendo una posizione restrittiva volta a evitare abusi dell’agevolazione in esame, che tali soggetti non potessero fruire del Regime degli Impatriati «in quanto il loro rientro, avvenendo in esecuzione delle clausole del preesistente contratto di lavoro, si pone in sostanziale continuità con la precedente posizione di lavoratori residenti in Italia e, pertanto, non soddisfa la finalità attrattiva della norma».

A fronte di questo principio di carattere generale, con la risoluzione 76/E e con la risposta 45 del 2018, l’Amministrazione finanziaria ha chiarito che il distacco all’estero non è di per sé preclusivo all’accesso al regime agevolativo quando, ad esempio, «il distacco sia più volte prorogato e, la sua durata nel tempo, determini un affievolimento dei legami con il territorio italiano e un effettivo radicamento del dipendente nel territorio estero e il rientro in Italia non si ponga in continuità con la precedente posizione lavorativa in Italia; il dipendente, pertanto, al ritento assume un ruolo aziendale differente rispetto a quello originario in ragione delle maggiori competente ed esperienze professionali maturare all’estero».

Tale interpretazione ha l’indubbio pregio di individuare un criterio guida ai fini dell’applicazione del Regime degli Impatriati ai lavoratori distaccati, ossia l’accertamento della sussistenza di un effettivo radicamento del dipendente nel territorio dello Stato estero e della discontinuità del nuovo rapporto lavorativo in Italia rispetto al precedente.

3.3. I chiarimenti sui trasferimenti infragruppo e sul nesso di funzionalità tra trasferimento in Italia e nuovo lavoro

In relazione ai temi in oggetto, l’Amministrazione finanziaria si è espressa, da un lato, con la Risoluzione 26 settembre 2018 n. 76 e, dall’altro, con l’interpello n. 919-114/2018 della Direzione Regionale della Calabria (non pubblicato, ma consultabile sulle banche dati specializzate).

Con il primo dei due documenti citati, l’Amministrazione finanziaria ha confermato come sia possibile fruire dell’agevolazione in esame anche nell’ipotesi in cui il nuovo lavoro in Italia sia instaurato con una società del medesimo gruppo di cui faccia parte anche il precedente datore di lavoro, sottolineando al contempo l’importanza dell’effettiva autonomia dei rapporti contrattuali e, dunque, in linea con quanto già riportato al paragrafo che precede, la necessaria discontinuità rispetto al rapporto giuridico sussistente prima del trasferimento in Italia.

Più interessante è, invece, il principio di diritto affermato dalla DRE Calabria con l’interpello n. 919-114/2018. Il dubbio interpretativo sottoposto all’attenzione dell’Amministrazione finanziaria deriva dalla circostanza che l’Articolo 16 non contiene precise indicazioni sul tempo che deve intercorrere tra il trasferimento della residenza in Italia e l’inizio della attività lavorativa, sebbene sia stato chiarito, con la Circolare 17/E, che «possono accedere al beneficio coloro che trasferiscono la residenza in Italia prima ancora di iniziare lo svolgimento di detta attività, a condizione che sia ravvisabile un collegamento tra i due eventi». Ebbene, secondo la DRE Calabria, tale collegamento non sussisterebbe quando il rientro in Italia è genericamente preordinato alla ricerca di un impiego lavorativo nel Paese e, dunque, non è accompagnato «accordi puntualmente formalizzati» o dalla «sottoscrizione di un nuovo contratto di lavoro». Ciò posto, occorre osservare che quanto affermato dalla DRE Calabria sembra porsi in contrasto con quanto già affermato dalla DRE Lombardia con l’interpello n. 904-1251/2018 sopra citato. In quest’ultimo documento, l’Amministrazione finanziaria ha riconosciuto, infatti, l’applicabilità del Regime anche al lavoratore rientrato in Italia dal distacco all’estero con il fine di interrompere il precedente rapporto di lavoro e di trovarne uno nuovo, ravvisando nel caso di specie (in parte assimilabile a quello analizzato dalla DRE Calabria) l’esistenza di un nesso di funzionalità tra il rientro in Italia e l’inizio di una nuova attività lavorativa.

L’interpretazione resa dalla DRE Calabria, dunque, suscita perplessità in quanto ritenere che il rientro in Italia finalizzato a un’attiva ricerca di un impiego lavorativo non consenta al contribuente di accedere ai benefici del Regime degli Impatriati, se non impedisce, certamente scoraggia l’attrazione in Italia di nuova forza lavoro internazionale in evidente contrasto con la vis attrattiva che contraddistingue il regime agevolativo in commento[8].

Come anticipato in premessa, nonostante i chiarimenti di prassi analizzati nelle pagine che precedono, il Regime degli Impatriati è ancora caratterizzato da una serie di che interpretative che verranno analizzate, su questa rivista, in un successivo contributo.

[1] Si osserva che nonostante, il tenore letterale dell’articolo 16 sembrerebbe limitare l’ambito di applicazione del Regime degli Impatriati ai soli redditi di lavoro dipendente, l’Amministrazione finanziaria, richiamando la Circolare 4 maggio 2012, n. 14/E, ha chiarito con la Circolare 23 maggio 2017, n. 17/E (“Circolare 17/E”) che il Regime degli Impatriati è, invece, applicabile anche ai redditi di lavoro assimilato ai redditi di lavoro dipendente.

[2] Si segnala che il Regime degli Impatriati è applicabile anche ai redditi di lavoro autonomo che, per motivi di spazio, non sono oggetto del presente contributo.

[3] Circolare 17/E cit.

[4] La Circolare 17/E ha chiarito che è ammesso a fruire del Regime anche il lavoratore che si trasferisce in Italia per prestare la propria attività presso una stabile organizzazione di una impresa estera della quale è già dipendente, nonché il lavoratore distaccato in Italia in forza di un rapporto di lavoro instaurato all’estero con una società collegata alla società italiana sulla base dei rapporti previsti dalla norma.

[5] Requisiti definiti dai decreti legislativi 28 giugno 2012, n. 108, e 6 novembre 2007, n. 206

[6] Circolare 17/E cit.

[7] L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare 17/E, ha chiarito che tale requisito non fa riferimento ai due anni immediatamente precedenti al trasferimento di residenza e, conseguentemente, per il suo soddisfacimento è semplicemente richiesto ai contribuenti di aver svolto all’estero le attività ivi indicate per un periodo minimo e ininterrotto di almeno ventiquattro mesi.

[8] Per completezza, va osservato che la risposta resa dalla DRE Calabria sembra essere in linea con quanto affermato dall’Amministrazione finanziaria con la Risposta n. 33 resa in data 11 ottobre 2018 con riferimento al cd. regime per il rientro dei ricercatori disciplinato dal Decreto Legge n. 78 del 2010.

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