La Cassazione e il “patto di famiglia”

Di Andrea Fedele -

(Cass. civ. sez. V, ord. 19 dicembre 2018 n. 32823)

La decisione è già stata segnalata dal prof. Ghinassi con una esauriente ed informata nota su questo supplemento on-line. La perentorietà delle affermazioni della Cassazione induce però a qualche ulteriore rilievo in merito alla qualificazione delle attribuzioni a favore dei legittimari virtuali.

Ad una prima lettura dell’ordinanza della Corte, Sez. V, n. 32823/2018, depositata il 18.12.2018 (udienza 21.11.2018), una domanda sorge spontanea: come è possibile qualificare come liberalità proveniente dall’assegnatario la “liquidazione” dei legittimari virtuali che il primo “deve” effettuare (ex art. 768 quater, c. 2, c.c.)? La doverosità dell’attribuzione esclude, evidentemente, qualsiasi intento liberale dell’assegnatario.

In realtà, l’intera sistematica dell’imposta sulle successioni e donazioni evidenzia il principio per cui l’incremento patrimoniale (quindi l’imponibile) per l’erede ed il legatario è decurtato (ai sensi degli artt. 8, c. 1 e 3, nonché 46, c. 3, D. Lgs. n. 346/1990) dell’importo di legati ed oneri loro imposti (e, malgrado la diversa opinione dell’agenzia ciò vale anche, se ipotizzabile, per il sublegato posto a carico del legatario); per il donatario la decurtazione riguarda gli oneri “che hanno ad oggetto prestazioni a soggetti terzi determinati” (art. 58, c. 1, D. Lgs. cit.). Correlativamente, legati, sublegati ed oneri a favore di soggetti determinati rilevano come attribuzioni successorie o liberali provenienti dal de cuius o dal donante. Agli oneri in questione vanno dunque equiparate le “liquidazioni” imposte agli assegnatari ex art. 768 quater, c. 2, c.c.

Nella fattispecie cui si riferisce l’ordinanza il trasferimento delle partecipazioni all’assegnatario non era imponibile ai sensi dell’art. 3, c. 4 ter, D. Lgs. n. 346/1990. Altrimenti si sarebbe resa ancor più evidente l’incongruenza della soluzione adottata dalla Corte con il principio di capacità contributiva, stante l’assoggettamento dell’assegnatario ad imposta non corrispondente all’effettivo incremento patrimoniale ricevuto, oltre che del legittimario virtuale ad aliquota (ed operatività di franchigia) non correlata al rapporto di parentela con l’effettivo disponente l’attribuzione in suo favore.

Insomma, il caso non poteva essere deciso “indipendentemente” dall’effettiva unitarietà negoziale dell’istituto.

Comunque, se anche si intendesse superare tale sostanziale unitarietà, la soluzione non potrebbe consistere nella, evidentemente insostenibile, qualificazione della “liquidazione” al legittimario virtuale come attribuzione liberale da parte dell’assegnatario, ma, secondo una tesi già prospettata dall’amministrazione (circ. n.18/E/2013, punto 5.3.2) come vicenda attuativa di un assetto obbligatorio legale, rilevante ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro come adempimento, se corrisposta in denaro (imposta di quietanza, non dovuta se la quietanza è contestuale al patto – art. 21, c. 3, D. P. R. n. 131/1986), dazione in pagamento (artt. 1 e 2 D.P.R. cit. – ove convenuta in natura) o rinunzia al credito (che la suddetta circolare considerava, opinabilmente, soggetta ad imposta fissa).

Se, infine, si intendesse assumere come autonoma “disposizione” lo stesso riconoscimento della “liquidazione”, si dovrebbe ritenere applicabile l’imposta di registro sull’assunzione della relativa obbligazione (se la liquidazione è pattuita in denaro) o sul trasferimento del bene (se convenuta in natura).

In ogni caso si tratterebbe sempre di applicare l’imposta di registro, non l’imposta sulle successioni e donazioni.

E resterebbe sempre da spiegare perché, nel caso, per certi versi analogo, degli “accordi diretti a reintegrare i diritti dei legittimari” (art. 43 D. Lgs. n. 346/1990) l’amministrazione abbia sempre ritenuto applicabile l’imposta fissa.

Scarica il commento in PDF

Tag:, ,