Termini di decadenza per l’accertamento relativo a costi pluriennali: una sentenza opinabilmente garantista

Di Roberto Schiavolin -

Secondo questa decisione, i componenti di reddito ad efficacia pluriennale non possono essere più contestati dall’amministrazione finanziaria quando sia diventata definitiva la dichiarazione dei redditi in cui sono stati inseriti per la prima volta. Questa conclusione, però, non è conforme alle regole sui termini di decadenza e non trova sufficiente sostegno nella giurisprudenza di legittimità in tema di efficacia esterna del giudicato, né in quella su questioni affini. Nemmeno appare pertinente la giurisprudenza costituzionale citata dalla sentenza, perché riguarda i limiti temporali ai controlli ex art. 36-bis d.p.r. 600/1973. Né sembra decisiva l’idea che il diritto alla deduzione, conseguito in un determinato anno, sia semplicemente esercitato in modo “frazionato” in quelli successivi. Una così rigida preclusione al potere di controllo non è necessaria per evitare violazioni del diritto di difesa, potendo il contribuente con l’ordinaria diligenza conservare la documentazione necessaria ad adempiere il suo onere probatorio. Un ostacolo a quest’ultima conclusione, che però la sentenza non prende in considerazione, sorge dall’art. 8, co. 5, dello Statuto del contribuente, perché questo pone un limite di dieci anni al dovere di conservazione di atti e documenti, e ciò può indurre il contribuente a privarsi in buona fede di prove a suo favore quando il termine per la rettifica sia ancora aperto. La soluzione a questo problema non consiste nel porre quei dieci anni anche come termine massimo per esercitare il potere di accertamento su componenti di reddito ad efficacia pluriennale, ma nel coordinare il limite temporale del dovere di conservazione di atti e documenti con i principi in tema di onere della prova: va escluso cioè che una documentazione per la quale tale obbligo sia cessato possa essere considerata l’unica prova ammissibile di un fatto che il contribuente abbia l’onere di dimostrare.

According to this judgement, long-term expenditures and revenues can no longer be challenged by Revenue Service, once the period of limitations for audit on the tax return, in which they have been inserted for the first time, has expired. This finding is not consistent with rules about limitation period for tax inquiries and it has no adequate legal basis in case law of S. C. about the effects of final judgements or about similar cases. Even case law of Constitutional Court about time limits for examinations under art. 36-bis d.p.r. 600/1973 seems not relevant. Also the idea that a right to multi-annual deduction of costs is gained in a certain year, and then merely exercised in following years, seems not decisive. A prohibition of Revenue Service’s examinations is not necessary in order to protect the right of defence, as taxpayers, using due diligence, can understand which reference materials they have to keep in order to meet their burden of proof. A problem (which this finding does not consider) arises from art. 8, par. 5 of Taxpayer Bill of rights, which enshrines a period of limitations of ten years for the duty of keeping records, so that a taxpayer could in good faith get rid of documentary evidence while audit can still be performed. The correct solution is not assuming ten years as the period of limitations for audit on long-term expenditures, but coordinating art. 8, par. 5 of Taxpayer Bill of rights with the rules concerning the burden of proof: a document for which that period has expired cannot be necessary to meet that burden.