Esercizio abusivo di una professione anche per il non abilitato che svolge atti in modo da creare l’apparenza di un’attività professionale regolamentata.

Di Cristina Caraccioli -

Sentenza n. 33464/18

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 33464/2018, ritiene responsabile del reato di cui all’art. 348 c.p. (esercizio abusivo della professione) il ricorrente per aver esercitato abusivamente prestazioni professionali per le quali era richiesta l’iscrizione all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, nonché consulenti del lavoro.

Per l’imputato, invece, la propria attività poteva essere ricondotta al principio costituzionale di libertà economica (art. 41 Cost.) e quindi alla L. n. 4/2013 di liberalizzazione delle professioni non organizzate o senza albo.

La Corte  ritiene che la citata legge “disposizioni in materia di profesioni non organizzate” riguardi casi ed attività diverse da quelle svolte dal ricorrente, ed in particolare l’attività libero-intellettuale in attuazione dell’art. 117 comma 3 Cost. e nel rispetto dei principi dell’Unione Europea in materia di  concorrenza e libertà di circolazione.

Nel caso esaminato, invece, l’imputato risulta aver compiuto alcune attività effettivamente “riservate” ai commercialisti, esperti contabili e consulenti del lavoro e talune di generica consulenza ed amministrazione che, anche se non espressamente “riservate” in via esclusiva, risultano tali da creare l’apparenza di una attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

Va notato, a tal proposito, che l’art. 348 c.p. stabilendo che “chiunque abusivamente esercita una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dallo stato  è punito…” è una norma penale in bianco e che come tale, rimanda ad altre disposizioni che a loro volta individuano le professioni per le quali è richiesta l’abilitazione, nonché le le condizioni in mancanza delle quali l’esercizio della professione staessa risulta abusivo.

In materia i riferimenti sono il D. lgs. 139/2005 (Ordine dei dottri commercialisti e degli esperti contabili) e la L. 12/1979 (ordinamento della professione di consulente del lavoro).

Così dall’esame di queste disposizioni risulta evidente alla Corte che l’imputato ha svolto talune attività riservate a questi ordini professionali o in prima persona o avvalendosi di personale, comunque privo delle necessarie abilitazioni alle professioni in questione, più altre attività di consulenza non espressamente riservate.

Essa fa propria la fondamentale decisione delle Sezioni Unite (Cass. SS.UU. n. 11545/2012) con la quale si riconduce all’art. 348 c.p. non solo l’esecuzione senza titolo di atti attribuiti esclusivamente ad una particolare professione, ma anche il compimento  di atti non attribuiti in via esclusiva, ma  realizzati con modalità tali che  per continuatività, onerosità, e organizzazione siano tali da creare le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

Svolgere, dunque, attività imprenditoriale di consulenza e contabilità relazionandosi direttamente con i clienti, in modo continuativo e sotto compenso, creando l’apparenza di svolgere un’attività professionale senza averne la regolare abilitazione, è un comportamento che, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, ricade  sotto la previsione dell’art. 348 c.p. (come anche evidenziato in dottrina da S. Comellini, Eutekne, luglio 2018, p. 5).

    Esercizio abusivo di una professione anche per il non abilitato che svolge atti in modo da creare l’apparenza di un’attività professionale regolamentata                                                                                 

                                  IVO CARACCIOLI