La riforma fiscale di Trump e i suoi effetti sulla tassazione internazionale e sulla web tax

Di Guglielmo Fransoni -

(Osservazioni sulla Tax Cuts and Jobs Act Bill)

1. Il 2 novembre 2017 la Committee of Ways and Means presieduta dal sen. Kevin Brady ha presentato al Congresso degli Stati Uniti d’America una proposta di legge che dovrebbe contenere quella riforma del sistema fiscale statunitense che ha rappresentato una delle grandi promesse elettorali dell’attuale Presidente Trump.

La bill – il cui nome abbreviato, secondo la Section 1 della stessa, è Tax Cuts and Jobs Act – si estende per 429 pagine e comprende alcune centinaia di articoli che ridisegnano una parte certamente ampia del sistema fiscale degli Stati Uniti.

Non sembra dubitabile, tuttavia, che le disposizioni maggiormente rilevanti per gli osservatori stranieri sono contenute nel Title IVTaxation of foreign income and foreign persons” che comprende i Subtitles A “Establishment of participation exemption system for taxation of foreign income; B “Modification related to foreign tax credit system”; C “Modification of Subpart F provisions” e D “Prevention of base erosion”. Come dirò, infatti, le norme contenute nei “capi” citati introducono una rilevante (per certi versi, “epocale”) modifica alle disposizioni di diritto internazionale tributario proprie dell’ordinamento statunitense.

L’aspetto più importante di questa modifica è rappresentata dalle conseguenze di assoluto rilievo che esse comportano sul piano della tassazione delle grandi multinazionali (e, specialmente, di quelle che si sogliono definire Over the top multinational enterprises o, in breve, OTT MNE) la cui casa madre sia residente negli U.S.A.

Si tratta di conseguenze che non potranno essere trascurate, per i motivi che cercherò di illustrare, nell’ambito delle riflessioni e delle iniziative legislative che, nell’ambito dell’Unione Europea e dei singoli Stati Membri, hanno ad oggetto la web tax, ossia una disciplina fiscale che, pur variamente conformata, si propone contenere i vantaggi fiscali di cui, nei fatti, godono proprio le OTT MNE.

Invero, tali vantaggi derivano dalla circostanza che le diverse regole fiscali finora vigenti consentono alle OTT di conseguire ciò che, con felice espressione, è stato definito come Stateless Income (cfr. Kleinbard E.D., Stateless Income, in Fl. Tax Rev., 2011, 700 ss e Idem, The Lessons of Stateless Income, in Tax Law Rev., 2011, 99 ss.). Cosicché, dal momento e nella misura in cui gli Stati Uniti – dove, è quasi inutile sottolinearlo, risiedono le ultimate holding companies della quasi totalità delle OTT MNE – riusciranno a contenere il fenomeno, si verificherà una modifica delle condizioni internazionali di tassazione di queste imprese multinazionali della quale non si potrà non tener conto nell’ambito della riflessione sulla web tax.

Nel prosieguo, darò quindi conto del contenuto del Tax Cuts and Jobs Act, per la parte che più direttamente riguarda la tassazione del reddito di fonte estera, con la quasi superflua avvertenza che il sistema del diritto internazionale tributario statunitense è molto complesso e articolato, talché la ricognizione che segue, non essendo opera di uno specialista di quel sistema sconta un inevitabile margine di approssimazione.

L’esposizione dei contenuti della riforma servirà da premessa per alcune sintetiche considerazioni circa i suoi riflessi rispetto al tema della tassazione delle OTT.

2. L’elemento centrale della riforma è costituito dall’introduzione di una esclusione assoluta dalla tassazione dei dividendi distribuiti dalla società partecipate non residenti e delle plusvalenze sulle partecipazioni in società non residenti che corrispondono agli utili da queste non distribuiti (Secs. 4001-4004).

Dal punto di vista sistematico, l’importanza di questa scelta è rilevantissima. Gli Stati Uniti sono stati fino ad oggi lo Stato che con maggior rigore ha tenuto fermo il worldwide principle, ossia il principio della tassazione su base mondiale che costituisce il diretto riflesso del criterio dell’imposizione personale del reddito. L’esclusione prevista dal Tax Cuts and Jobs Act – sebbene limitata ai dividendi – costituisce una deviazione assai significativa – si potrebbe dire, radicale – rispetto a questo modello. Non a caso i primi commentatori hanno ritenuto che, per effetto di essa, il sistema impositivo statunitense si trasforma, in sostanza, in un territorial system, ossia, per esprimerci secondo la terminologia propria della dottrina italiana, in un sistema di tassazione reale del reddito.

Dal punto di vista pratico, la scelta è non meno importante, perché essa è destinata a far venir meno l’effetto di lock out, ossia una tipica disfunzione del sistema statunitense consistente nell’incentivo a trattenere gli utili in società estere, normalmente in Paesi a bassa fiscalità.

Questa modifica fondamentale è accompagnata da una serie di interventi di completamento e di complemento.

Prescindendo da alcune regole che sono l’immediata conseguenza sul piano sistematico della esclusione dei dividendi e delle plusvalenze dalla base imponibile delle imprese residenti negli U.S.A. (in particolare, la rimodulazione del credito d’imposta per i redditi di fonte estera), le più importanti fra queste novità sono costituite da:

  • la previsione dell’inclusione nella base imponibile della controllante residente negli Stati Uniti del c.d. “high return” ossia del “sovraprofitto” che le società controllate conseguono all’estero determinato come la quota parte di utile che eccede una certa percentuale (pari al tasso d’interesse federale a breve aumentato del 7%) del valore dei beni materiali che costituiscono le attività della controllante; si tratta di uno degli interventi chiave della riforma (i cui effetti in termini di gettito sono calcolati in circa 77 miliardi di dollari in dieci anni) per il semplice motivo che, in questo modo, vengono attratti ad imposizione specialmente i redditi derivanti dall’utilizzazione di beni immateriali (Sec. 4301);
  • l’introduzione di un limite alla deduzione degli interessi passivi dalla base imponibile delle società residenti che è funzionale a tener conto, in misura forfetizzata, dell’esclusione da imposizione dei redditi derivanti da investimenti (potenzialmente finanziati anche con capitale di credito) in società partecipate estere (Sec. 4302);
  • l’applicazione di un’accisa del 20% sul prezzo della vendita negli Stati Uniti di beni e servizi (con alcune limitazioni) da parte di una società non residente a favore di una società collegata residente salvo che la società estera non opti per considerare quale reddito di fonte statunitense quello derivante da tali operazioni (Sec. 4303);
  • la revisione della disciplina del Subpart F, corrispondente a quella che nella letteratura specializzata viene più genericamente definita come CFC rule, in un senso che, se non vado errato, sottolinea maggiormente il carattere “antielusivo” di questa disciplina che, invece, nelle intenzioni originarie era un mero completamento del worldwide principle (Secs. 4204-4206).

3. Gli effetti di queste riforme potranno rilevare su due piani, sia pure fra loro strettamente collegati.

Da un lato, vi è il piano delle opportunità consistente nelle modifiche alle strategie delle multinazionali, in generale, e delle OTT MNE, in particolare, che potrebbero essere sollecitate dal complesso degli incentivi e disincentivi di cui si compone questa “manovra”. L’obiettivo dell’Amministrazione Trump è, con ogni evidenza, quello di rendere penalizzanti, nel migliore dei casi, oppure scarsamente convenienti, nel peggiore dei casi, alcune forme di pianificazione fiscale alle quali hanno generosamente fatto ricorso le multinazionali (la più nota delle quali è il c.d. Double Irish Dutch Sandwich che sembrerebbe essere stato implementato specialmente da Google). È ovviamente impossibile, per un osservatore esterno, giudicare, da questo punto di vista, la reale efficacia delle misure adottate. Certo è solo che le previsioni in termini di impatto sul gettito sono davvero particolarmente elevate. Basti pensare che, secondo le stime della Committe of Ways and Means, l’introduzione di questo complesso di norme dovrebbe ridurre il gettito, per effetto della citata esclusione, di circa 220 miliardi in dieci anni e, contemporaneamente, aumentarlo, in considerazione delle disposizioni correlate di cui si è dato conto, di circa 500 miliardi nello stesso arco temporale.

Dall’altro lato, vi è il piano dei cambiamenti nel sistema. Pur con tutte le cautele imposte dalla difficoltà di valutare il complessivo significato delle modifiche di un ordinamento straniero e, di per sé, particolarmente sofisticato qual è quello statunitense, sembra possibile affermare che gli interventi normativi sommariamente descritti sono ispirati alla logica di contrastare il già citato fenomeno dello Stateless income riorentando il sistema in senso “territoriale” (secondo l’accezione anglosassone di questa espressione) conformemente alle indicazioni di una parte della dottrina (M. A. Desai, J. R. Hines Jr., Old Rules and New Realities: Corporate Tax Policy in a Global Setting, in Nat’l Tax J., 2004, 937; H. Grubert, R. Altshuler, Corporate Taxes in the World Economy: Reforming the Taxation of Cross-Border Income, in Fundamental Tax Reform: Issues, Choices, and Implications, (J. W. Diamond, G. R. Zodrow eds), 2008, 319 ss.). Ma un territorial system che dovrebbe essere “with theet” secondo la prospettiva di Kleinlbrand. Anche in questo caso, evidentemente, il giudizio sull’effettività della riforma e sulla sua complessiva razionalità deve essere sospeso in attesa che essa venga messa alla prova e che la sua analisi sia condotta da coloro che sono in grado di apprezzare il funzionamento del sistema nel suo complesso.

Dobbiamo quindi limitarci a tre brevi considerazioni.

La prima è che ancora una volta – dopo essersi astenuti dal partecipare ai lavori dell’OCSE sui BEPS e aver introdotto una impegnativa disciplina dello scambio di informazioni con i FACTA – gli U.S.A. hanno scelto di procedere in via del tutto unilaterale. A differenza delle precedenti occasioni, tuttavia, le novità introdotte non operano nel vuoto, ma si inseriscono in una fitta rete di relazioni convenzionali, costituita dai trattati contro le doppie imposizioni di cui gli Stati Uniti sono parte. E credo sia evidente che la nuova disciplina porrà non lievi problemi di coerenza con l’impianto generale di tali convenzioni destinati a sollevare complessi problemi applicativi.

La seconda considerazione – alla quale si è già fatto cenno – è che, nella misura in cui il Tax Cuts and Jobs Act risulti davvero decisivo per risolvere il problema dello Stateless Income, ciò avverrà attraverso l’attribuzione a tale reddito della … “nazionalità” statunitense. Si tratta di un esito forse anche naturale, considerata l’origine della stragrande maggioranza (per numero e importanza) delle OTT, ma che introduce un elemento nuovo e assai rilevante – tanto sotto il profilo “tecnico”, quanto sotto quello più squisitamente “politico” – rispetto al problema della tassazione dei giganti dell’economia digitale e, quindi, con riguardo al tema della web tax.

Infine, si deve richiamare l’attenzione sul fatto che, fra le misure proprie di questa riforma, vi è un’accisa che – pur presentando caratteristiche del tutto specifiche in termini di ambito applicativo e di ratio complessiva – ricorda abbastanza da vicino la web tax recentemente proposta (ancorché solo a grandissime linee) dai Ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna al vertice di Tallin. E questo può far venir meno talune obiezioni “politiche” all’introduzione di questa forma di prelievo, rendendo evidente che il tema principale è quello dell’esatta individuazione (peraltro in un contesto, come si è detto, sensibilmente mutato)dei presupposti e degli obiettivi di questa forma di imposizione.

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