La proposta estone di una web tax basata sul numero dei clienti: stabile organizzazione virtuale o reale?

Di Guglielmo Fransoni -

Commento al «Questions and Answers on the Communication on a Fair and Efficient Tax System in the EU for the Digital Single Market»

Di recente, in un precedente intervento in merito alla proposta di una web tax formulata dai Ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna, avevo richiamato l’attenzione, fra gli altri, su due aspetti che mi sembrava dovessero essere messi a fuoco.

Il primo era che i principi di tassazione propri del sistema del diritto tributario internazionale, per come esso è stato realizzato nella prima metà del secolo scorso, sono, per loro natura, inidonei ad attribuire alcuna significativa potestà impositiva agli Stati in cui le multinazionali dell’economia digitale svolgono la loro attività. Al riguardo, osservavo che – per i motivi più diffusamente accennati in quell’intervento – non si tratta di “aggiornare” qualche regola del vigente diritto tributario internazionale, ma occorrerebbe, invece, adottare criteri e logiche radicalmente diverse. In particolare, evidenziavo che il combinato disposto della nozione di stabile organizzazione e, soprattutto, delle regole relative alla allocazione del reddito in ragione dei rischi e delle funzioni da essa svolte rende assai difficile risolvere il problema della tassazione della digital economy attraverso l’adozione di una nozione “virtuale” di stabile organizzazione. E ciò perché se è “virtuale” la stabile organizzazione, allora sarà altrettanto “virtuale” e “rarefatto” (nel senso di scarsamente significativo) il reddito può essere imputato alla stessa; conseguentemente, sarà anche scarsamente significativa l’imposta che risulterà dovuta nello Stato ove è collocata la stabile organizzazione “virtuale”.

Il secondo rilievo riguardava l’equalization tax. A questo proposito osservavo che, per un verso, la forma di imposizione proposta dai Ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna, al di là dei termini in cui era presentata, non era un’imposta sul reddito, ma, in buona sostanza, una forma di accisa o di dazio; per altro verso, e correlativamente, che essa presentava problemi di compatibilità con i trattati sul commercio internazionale (GATT e GATS) e con i principi dell’Unione Europea.

Concludevo l’intervento, infine, segnalando che avrebbe meritato maggiore attenzione il problema dei big data e la proposta dell’OCSE di una equalization tax basata, non sul fatturato, ma sul volume di dati personali che, attraverso la loro attività, le multinazionali dell’economia digitale riescono ad acquisire dalla loro clientela.

Ora, alla riunione dell’Ecofin di metà settembre l’Estonia ha avanzato una proposta, che oltre a essere alternativa a quella prima indicata, presenta alcuni punti di contatto con le osservazioni svolte nel precedente intervento e, al tempo stesso, riflette un approccio che, da un certo punto di vista, potrebbe conciliare tale forma di prelievo con i principi del diritto tributario internazionale (e, in questo senso, impone una parziale rettifica della prima delle due osservazioni svolte).

L’affermazione contenuta nel documento allegato al Comunicato adottato dalla Commissione Europea il 21 settembre è che «digital businesses are now able to have a significant economic presence in a market jurisdiction without necessarily having a substantial physical presence. That is why we need to examine what alternative factors should be considered to determine whether these new types of business models have a significant economic presence in a particular country. As outlined in work already carried out by the OECD, these factors could be based on the level of revenue generated from digital transactions, the number of users of a digital platform, the volume of data collected from users through a digital platform or the local domain name».

Se si legge la frase sottolineata in uno con le notizie giornalistiche circa la proposta dell’Estonia di assumere come “stabile organizzazione virtuale” l’esistenza e il numero dei cittadini di ciascuno Stato che scambiano i loro dati con i cc.dd. Over The Top, ossia i giganti dell’economia digitale, si dischiude una prospettiva che mi pare di particolare interesse per due motivi.

Il primo è abbastanza evidente alla luce delle considerazioni già svolte.

L’attenzione alla massa di dati raccolti in ciascuno Stato coglie effettivamente un profilo particolarmente rilevante e assolutamente “specifico” dell’attività delle grandi multinazionali dell’economia digitale. I big data sono uno degli asset più importanti di queste imprese e, soprattutto, un asset che è affatto caratteristico del loro modello di business.

A prescindere dalla circostanza che l’acquisizione di tale risorsa avviene attraverso un rapporto di “scambio” il quale caratterizza, a mio avviso, in senso oneroso molte delle prestazioni che, invece, vengono comunemente percepite come “gratuite” (il che potrebbe essere rilevante ai fini tributari sotto molteplici profili), è chiaro che i singoli Stati rappresentano, proprio per questo, non solo un “mercato di sbocco” dei servizi offerti da queste imprese, ma anche un “mercato di approvvigionamento”. E questo dato può essere valorizzato (anzi, dovrebbe esserlo) per delineare un sistema di tassazione davvero inidoneo a “intercettare” il reale valore economico dell’attività che, in ciascuno Stato, tali multinazionali svolgono.

Ma soprattutto – ed è questa la rettifica che mi proponevo di fare alle affermazioni contenute nel precedente intervento – la valorizzazione dell’attività di acquisizione dei big data, secondo la prospettiva indicata dall’Estonia, in chiave di “stabile organizzazione” potrebbe risultare, per taluni profili, anche coerente con i tradizionali principi del diritto tributario internazionale, nel senso di poter dar luogo a forme di imposizione che implicano solo un “aggiornamento” di quei principi e non la loro radicale modifica.

Secondo la più classica definizione di “stabile organizzazione”, infatti, essa è costituita, fra l’altro, anche da «una miniera, una cava o altro luogo di estrazione di risorse naturali». Orbene, è evidente che, quando questa disposizione fu coniata, si faceva riferimento a nozioni di “estrazione” e di “risorse naturali” fondate su un’idea del tutto “materiale” di queste attività. Nessuno, in altri termini, avrebbe pensato di qualificare come risorse i dati personali o di considerare “estrattiva” l’attività rivolta alla loro acquisizione. Ma questo non vieta certamente di aggiornare quelle nozioni e di adattarle a un mondo in cui, proprio con riferimento ai big data, è diventata di uso comune l’espressione data mining.

È concettualmente possibile, in altri termini, affermare che le grandi multinazionali della web economy svolgono, fra le altre, un’attività di acquisizione di dati (i quali sono certamente, come si è detto, un importante asset alla stregua del petrolio, dei metalli o delle pietre preziose per un’impresa estrattiva) che ha come origine gli stessi membri della collettività residenti in ciascuno Stato, i quali costituiscono, in altri termini, la fonte da cui “ri-cavare” tale “risorsa”.

La metafora potrebbe apparire anche alquanto forzata, ma in termini economici lo è meno di quanto possa sembrare e potrebbe costituire una base di partenza per immaginare di realizzare una forma di tassazione dei giganti del web che si iscriva all’interno del sistema tradizionale. Un sistema in cui la stabile organizzazione sarebbe “virtuale” solo perché non costituita da mattoni, ferro e cemento (requisiti certo non rilevanti ai fini della nozione), risultando per il resto tanto sostanziale quanto la realtà sociale di riferimento.

Non vorrei essere tuttavia equivocato. Non ritengo affatto che quel sistema debba essere necessariamente preservato e un intervento di radicale trasformazione è certamente possibile. Il diritto tributario internazionale deve seguire le modifiche della realtà economica e non si può pretendere che sia quella realtà a conformarsi al diritto tributario internazionale.

Ciò che è necessario è una scelta chiara e consapevole e tale non è l’introduzione di una forma di “dazio” che sia qualificata come un modo per tassare il risultato dell’attività.

Si può decidere di abbandonare il sistema in via generalizzata, oppure si può optare per l’introduzione forme di imposizione ad hoc le quali devono però riguardare profili specifici e caratterizzanti dell’attività di alcuni operatori del mercato. E già in questa prospettiva, l’attività di acquisizione dei big data presenta tali connotati di specificità e come tale ha senso una sua autonoma considerazione secondo la prospettiva in parte anche indicata dall’OCSE e, tuttavia, meritevole di ulteriori affinamenti.

Ma tuttavia, ed è questo il dato che si voleva segnalare, i big data possono probabilmente rappresentare anche un valido punto di partenza pure nell’ipotesi in cui si voglia restare legati alla struttura tradizionale del diritto tributario internazionale. Ed in questo senso sembra muoversi la proposta dell’Estonia, più o meno consapevolmente, ma comunque cogliendo un aspetto sicuramente degno di considerazione.

Certo non tutti i problemi possono così dirsi risolti.

Non solo vi sono difficoltà pratiche, ma restano anche in parte aperte le questioni di allocazione dei redditi cui si è già accennato. Tuttavia, esse si presentano in una prospettiva decisamente diversa e tale da consigliare, anche dal punto di vista del diritto tributario internazionale “classico”, di riservare a questi profili dell’economia digitale un’attenzione maggiore di quella che, fino ad oggi, i cultori del diritto tributario hanno loro riservato.

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